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giovedì 12 luglio 2018

Crepuscolo del preside sceriffo

[Questo pezzo è uscito lunedì su TheVision]. Il preside-sceriffo ha i giorni contati. In realtà non ha mai fatto in tempo ad appuntarsi la stella sul petto e appoggiare gli speroni sulla scrivania. L'Italia non è mai stata quel tipo di Far West, e ormai è tardi per cominciare.

Fuor di metafora: la chiamata diretta non esiste più. Il neoministro dell'istruzione Marco Bussetti ha firmato a fine giugno coi sindacati una bozza d'accordo che ne prevede il superamento. È una misura importante soprattutto da un punto di vista simbolico, perché i margini di autonomia del dirigente erano già stati più volte ridimensionati. Agli sceriffi la legge del West consentiva di radunare uno squadrone di civili (una "posse") per dare la caccia ai ladri di cavalli. Ai presidi, le bozze originali della Buona Scuola davano la facoltà di assumere direttamente gli insegnanti, ma già tre anni fa i legislatori avevano corretto il tiro, istituendo un "comitato di valutazione", nominato da docenti e genitori.

Più tardi aveva preso piede l'espressione "chiamata per competenze", e su questo i reduci renziani insistono ancora: non bisognerebbe chiamarla "chiamata diretta", ma "chiamata per competenze", ovvero il preside avrebbe scelto, sì, con una certa discrezionalità, indubbiamente: ma sulla base delle "competenze" dei candidati, certificate dal curriculum. Ma "chiamata per curriculum" sarebbe forse suonata male, mentre il termine passpartout "competenza" negli ultimi anni si è dilatato fino a diventare un paravento dietro al quale nascondere qualsiasi magagna. In questo caso il termine si riferiva a un misterioso quid che rende certi insegnanti più adatti a certe scuole, in base a parametri che non si potrebbero misurare coi concorsi nazionali. Soltanto i presidi, e i loro collaboratori, sarebbero stati in grado di saggiare la "competenza" dei candidati all'insegnamento, previa lettura del curriculum.

Come si leggeva in una delle slide che presentavano la Buona Scuola: "i presidi potranno formare la loro squadra". Più che un preside-sceriffo, un preside-manager sportivo, che gestendo sapientemente il proprio budget seleziona una rosa in base alla propria conoscenza del territorio, e al proprio fiuto didattico. In che modo poi i presidi avessero improvvisamente maturato competenze manageriali e didattiche non era affatto chiaro – la sensazione è che Renzi e co., nel momento in cui avevano deciso di occuparsi del complicato mondo della scuola, si fossero seduti al tavolo delle trattative chiedendo: chi comanda qui? I presidi? Bene, allora diamo tutti i poteri ai presidi, ecco fatto, era facile. Renzi li paragonava anche ai sindaci, e questa è l'immagine che chiarisce le altre: così come i sindaci avrebbero salvato il Paese (Renzi in testa, futuro Sindaco d'Italia), così i presidi avrebbero salvato la scuola. Bastava fidarsi di loro.

Su questa linea i difensori della Buona Scuola non cedono: i dirigenti scolastici avrebbero saputo individuare i meriti e le eccellenze molto meglio di qualsiasi concorso statale. Un paradosso ben curioso, visto che i presidi stessi vengono selezionati in base a concorsi statali. Ma tant'è; il preside era la figura più simile a quella del sindaco, dell'allenatore, del manager: il renzismo non poteva che fare affidamento su di lui. Questa mentalità manageriale, benché posata su basi teoriche malferme, garantì a Renzi l'appoggio di fior di opinionisti liberali, sempre pronti a ribadire che "la meritocrazia è di sinistra"; in compenso gli alienò le simpatie di molti insegnanti, ma non si può piacere a tutti. La concezione aziendalista della scuola non è una novità: nel decennio scorso è stata portata avanti senza remore da più di un ministro di area berlusconiana (Letizia Moratti, Maria Stella Gelmini). Vederla ripresa orgogliosamente da un governo di centrosinistra alla fine non stupiva neanche più tanto.



Anche quando lo stesso Renzi si rese conto di aver sbagliato qualcosa nel suo approccio, non riuscì mai a chiarire ai suoi elettori, e nemmeno a sé stesso, per quale motivo le scuole dell’obbligo avrebbero dovuto farsi concorrenza tra loro, attirando gli insegnanti più competenti e i genitori più esigenti. Era come se la narrazione renziana, vittima della fallacia del sopravvissuto, riuscisse a concentrarsi soltanto sulle situazioni vincenti: il manager che impone la sua visione, l’allenatore che compone la sua squadra che ovviamente è quella giusta. Le stesse metafore che adoperava avrebbero dovuto metterlo in guardia: non tutte le aziende possono avere successo, il capitalismo si basa proprio sul rischio d’impresa, sulla possibilità che ogni tanto qualcuno possa fallire. E anche nello sport, non tutte le squadre possono vincere sempre. Anche se i presidi si fossero trasformati, di punto in bianco, in manager di successo, solo alcuni avrebbero davvero potuto radunare la squadra dei loro sogni: le altre scuole circostanti avrebbero dovuto accontentarsi degli scarti.

È una logica che ha un senso nel mondo del lavoro, e fino a un certo punto anche nell’istruzione superiore (licei, tecnici e professionali): ma la scuola dell’obbligo è un servizio che viene garantito a tutta la cittadinanza: non è un ristorante, è una mensa. Non viene frequentata per le specialità dello chef, ma perché garantisce tutti i giorni un pasto dignitoso a un prezzo irrisorio. Chi cerca un’istruzione di qualità, dovrebbe rassegnarsi a spendere di più e scegliere una scuola privata, anche se in Italia non è poi così facile trovare scuole che offrano un servizio migliore delle pubbliche.

Anche la mensa naturalmente deve puntare a migliorare il suo servizio, raffinando i meccanismi di selezione del personale e premiando i dipendenti che lavorano di più e meglio continuando a formarsi. Ma se è una mensa che esiste in tutti i quartieri di Italia, non ha nessun interesse a mettere in competizione la filiale di un quartiere contro quella del quartiere vicino. Anche la visibilità che potrebbe darle una filiale di successo sarebbe facilmente oscurata dalla pubblicità negativa di quelle circostanti. La riforma si basava sull’ottimistica idea che una sola Buona scuola avrebbe oscurato tutti i problemi delle cattive intorno a lei. È un’idea che fa leva sul naturale egoismo col quale ci accostiamo all’istituzione scolastica quando diventiamo genitori. Finché eravamo semplicemente cittadini, era nel nostro interesse che tutte le scuole della nostra città funzionassero dignitosamente, senza ghetti di sorta. Ma nel momento in cui tocca a noi iscrivere i figli, ecco che d’un tratto preferiremmo poter scegliere una scuola molto migliore delle altre (anche se non sempre possiamo o vogliamo pagarla di più). Se poi siamo anche proprietari di un immobile, la presenza di una scuola di élite in fondo alla nostra strada ci farebbe molto più comodo, e se questo implica la creazione di una scuola ghetto altrove, speriamo che succeda nel quadrante più lontano al nostro. La Buona scuola sembrava fare appello soprattutto a questo tipo di egoismo genitoriale, che è assolutamente naturale, ma forse non è l’opzione più di sinistra.

Qualche mese fa l’istituto demoscopico Swg ha chiesto a un campione statistico di italiani se ritenevano che il libero mercato avesse portato “più vantaggi o svantaggi all’Italia.” I risultati sono abbastanza curiosi, e non solo perché gli “svantaggi” hanno superato i “vantaggi” di due punti percentuali (43 contro 41). I numeri sorprendenti sono quelli ottenuti incrociando le dichiarazioni di voto: a ritenere che gli svantaggi sorpassino i vantaggi sono il 52% degli elettori di Forza Italia, il 52% degli elettori del M5S e addirittura il 63% degli elettori leghisti. L’unico grande bacino elettorale a esprimersi complessivamente in favore del libero mercato (67%) è quello del Pd. Dunque alla fine non è così strano che il Pd, una volta al governo, abbia cercato di portare un piglio manageriale e mercatista anche in situazioni che non lo tolleravano – vedi la scuola pubblica. E non è nemmeno così paradossale che il primo ministro dell’Istruzione di area leghista abbia deciso di accantonare il preside-manager.

Non è che sinistra e destra non esistano più. Diciamo che, quando il Pd ha cominciato a spostarsi sempre più al centro, Lega e M5S hanno approfittato dello spazio vuoto proponendo un mix di statalismo, assistenzialismo e nazionalismo nemmeno così inedito, e che ha precedenti abbastanza sinistri in Italia e in Europa. Mentre il Pd inseguiva ossessivamente il fantasma del successo e dell’eccellenza, liquidando il suo passato per costruirsi un’immagine vincente, Lega e Cinque Stelle si guardavano attorno promettendo salvagenti agli sconfitti: è andata com’è andata.

4 commenti:

  1. Buonasera Leonardo,ti leggo sempre volentieri e questa è la mio prima interazione con te,spero di una lunga serie.
    Io sono dell'idea che la "buona scuola" sia stata un'ottima opportunità di sviluppo di una istituzione che dovrebbe essere precursore del futuro e che,purtroppo ancora oggi vede lo sviluppo informatico come una emanazione di entità aliene.
    La versatilità e la curiosità che dovrebbero essere una componente imprescindibili in un buon insegnante,viene invece vista da quel 97% citato da Renzi,come un difetto e subitamente sterilizzato.
    Come ogni cosa innovante nn è che la legge fosse estranea da pecche,ma si è sempre cercata la miglioria.
    Su l'alternanza scuola-lavoro,che a mio parere(insieme alla creazione delle fondazioni its)sono una di quelle cose che meraviglia che la seconda manifattura europea fosse sprovvista.
    Pensare che sarebbe un traguardo arrivare a 100.000 diplomati dal momento che ad oggi ne formano soltanto un paio di migliaia,quando in Germania sono 800.000 anno,da una certa misura di ciò che è l'istruzione in Italia.

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  2. Ciao Leonardo.
    Mi scuso se ritorno su questo tuo articolo,ma ieri leggendolo in fretta dallo smartphone mi era sfuggito che sotto le foto il tuo articolo continuava(di norma navigo senza java dal momento che sono più interessato alle tesi che alle immagini).
    Mi posso trovare in parte daccordo quando dici che le scuole nn si dovrebbero immaginare facenti parte del libero mercato e della sua derivante concorrenza.
    In effetti,se si vuole vedere l'innovazione del "preside sceriffo" con occhio smaliziato basandosi sulla sul suo reale intenzione,io da parte genitoriale,ti posso assicurare che nella scuola frequentata da mio figlio nn viene fatta una selezione darwiniana del personale docente da parte del suo dirigente scolastico.
    Lo stesso ha cercato,credo attraverso i curricula personali,di assemblare la sua squadra per raggiungere ciò che riteneva adatti all'offerta formativa da lui più giusta.
    Nn ci sono super professori esegeti dei migliori manuali dell'insegnamento,ma per esempio,la professoressa di italiano esperta di ortografia svolge per ragazzi con dsa disgrafico delle ore aggiuntive dove i ragazzi eseguono solo circonvoluzioni ortografiche(senza scopo di senso compiuto)che risvegliano la parte del cervello(lobo frontale)adibita alla parola scritta.
    Apparentemente sembra funzionare.
    Credo che si intendesse fare questo quando si è pensato al "preside sceriffo",in ottemperanza alla autonomia scolastica.

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  3. Prima di leggere questo articolo pensavo che quella di far assumere gli insegnati direttamente dai presidi tutto sommato fosse una buona idea. L'approfondimento m'è servito per capire le conseguenze che un'operazione di questo genere potrebbe avere sulla scuola pubblica anche grazie alla splendida metafora ristorante-mensa.
    Grazie Tondelli.

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  4. Vivo in Inghilterra con figli alle elementari (primary school), che hanno un sistema a cui immagino sia ispirata questa "buona scuola". Le distorsioni del sistema qua si vedono tutte, con ottime scuole (anche pubbliche) a cui i genitori piu' attenti/ricchi/istruiti vogliono tutti iscrivere i propri figli. Si corre cosi' il rischio di creare zone della citta' ricche e benestasti con le migliori scuole e aree piu' povere e scuole mediocri per tutti gli altri, e la scuola invece di essere un grande livellatore rischia di esasperare ancor piu' le disuguaglianze. Il meccanismo con cui si cerca di prevenire questo rischio e' proprio quello degli headteacher (non capisco il termine preside-sceriffo, perche' sceriffo?!?): quando una scuola e' in difficolta' si prova a portare li' un headteacher in gamba con l'autonomia gestionale per migliorare le cose. E' una soluzione che potrebbe funzionare se si formano gli headteachers e si investe per migliorare strutture e personale, pagando di piu' insegnanti disponibili e con l'attitudine a lavorare in ambienti difficili. Quindi come tutte le cose ha i suoi pro e i suoi contro.
    In particolare, un preside che sceglie direttamente gli insegnanti ha senso perche' conosce le carenze e le esigenze della sua scuola e puo' valutare l'efficacia di un insegnante, che magari e' perfettamente competente ma o non sa insegnare o di insegnare si e' stancato. Mi sembra pero' paradossale accusare il PD/Renzi di essere stati dei fessi a spendersi per una riforma in cui credevano, ed invece son furbi i 5stelle e la lega che un programma sulla scuola probabilmente non ce l'hanno e allora fanno quello che dicono i sondaggi.

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