martedì 10 novembre 2020

Leopardi? Quale Leopardi?

(Riassunto della puntata precedente: qualche mese fa è uscito Silvia è un anagramma, un saggio di Franco Buffoni che si propone come un atto di “doverosa giustizia biografica” nei confronti di alcuni poeti laureati che non avrebbero avuto la possibilità di esprimere la loro sessualità: “quasi certamente il caso di Leopardi, e forse anche quello di Pascoli e di Montale”. Ma quanto ha senso ampliare la categoria della letteratura LGBT anche ad autori vissuti in periodi in cui la comunità LGBT non esisteva? E nello specifico caso di Leopardi, rimestare nel biografico non significa in qualche modo 'recintare' le idee di un poeta e pensatore che ha sempre voluto dare alle sue riflessioni un respiro universale? Non si rischia di distogliere l'attenzione dal suo pensiero e rimettersi a pensare ai suoi problemi, alla sua salute, alla sua... gobba?)

La gobba di Leopardi, dicevamo.

Quando leggiamo i Canti, le Operette Morali, lo Zibaldone – quando crediamo di leggere Leopardi – ce la troviamo sempre in mezzo. Sì, avrei potuto essere più allusivo, parlare di una “vita strozzata” come Benedetto Croce, o nascondermi nell'impassibilità dei tecnicismi: Leopardi soffriva probabilmente del morbo di Pott, una sindrome debilitante che gli causò terribili sofferenze e di fatto lo isolò dalla società che pure cercò di frequentare. Chiedo scusa: sono il risultato di un'educazione per lo più audiovisiva, tendo a pensare per immagini e quando leggo a Leopardi non penso “vita strozzata” o “morbo di Pott”: vedo una gobba. Mi sbaglio? Se le indicazioni di un autore valgono qualcosa sì, mi sbaglio: quella gobba non dovrei vederla, o almeno dovrei accettare che non c'entra nulla con i risultati poetici e filosofici di Leopardi.


Come affermò lui stesso, in una famosa lettera a Louis de Sinner: “È soltanto per effetto della viltà degli uomini che si è voluto considerare le mie opinioni filosofiche con il risultato delle mie sofferenze personali. […] Prima di morire, protesterò contro questa invenzione della debolezza e della volgarità e pregherò i miei lettori di dedicarsi a demolire le mie osservazioni e i miei ragionamenti piuttosto che accusare le mie malattie”. Discutete i miei argomenti, non i miei malanni (nel biopic di Martone, il personaggio interpretato da Elio Germano afferma qualcosa del genere in una gelateria napoletana: si tiene in piedi a malapena, anche impugnare il cucchiaino è un supplizio. Non c'è proprio verso che noi spettatori possiamo non vedere tutto questo, anzi, il motivo per cui siamo andati al cinema è proprio per assicurarci una volta per tutte che il grande poeta, il filosofo della vanità del tutto, era un povero gobbino infelice). 

A quel punto un'altra immagine cinematografica ci si presenta irresistibile: quella del gobbo Igor interpretato da Martin Feldman in Frankenstein Junior di Mel Brooks. La richiesta pur ragionevole del filosofo Leopardi diventa ai nostri occhi un puntiglio irrazionale come quello di Igor che a chi cerca, con molto tatto, di affrontare il problema della sua deformità, reagisce negando completamente il problema: “Gobba? Quale gobba?” 

La gobba di Leopardi, che per lui fu fonte di vergogna e infelicità, per noi lettori è molto comoda. Soprattutto al liceo, che diciamocelo: è l'unico momento della vita in cui la maggior parte di noi ha sentito la necessità di leggere una manciata di poesie di Leopardi, due o tre dialoghi, qualche pensiero. Materiale limitato ma più che sufficiente a esporre il liceale al nudo sconforto di una visione dell'universo senza scampo per l'uomo – per fortuna che c'è la gobba, col suo rassicurante retropensiero: Leopardi la pensava così perché soffriva tanto. Leopardi non sarebbe stato affatto d'accordo, ma non c'è più. 

All'inizio del secolo scorso per qualche tempo sembrò giungere in suo soccorso la cosiddetta critica idealista, che aveva il suo campione nel filosofo Benedetto Croce. Per Croce la Poesia, con la P maiuscola, era valida fuori dal tempo e dallo spazio – oggi noi diremmo dal contesto. Persino un poeta come Dante, così legato alla società del suo tempo e invischiato in un dibattito politico che oggi fatichiamo a ricostruire: persino lui andava considerato “poeta” per le pagine della Commedia che era riuscito miracolosamente a riscattare dal contesto storico, a rendere universali e comprensibili ai lettori di ogni civiltà. 


Così come avevano strappato Dante dalle guerre tra Guelfi e Ghibellini, gli idealisti non esitarono a strappare la Poesia di Leopardi dalla sua gobba, ma si spinsero ancora più in là, brevettando il concetto di “idillio”. Leopardi aveva usato il termine per alcune poesie giovanili dal contenuto estatico (L'Infinito è la più celebre), ma gli idealisti decisero che l'unica Vera Poesia di Leopardi era quella idilliaca, da recuperare anche nei componimenti più tardi e pessimisti, come il diamante dalle miniere. Il risultato fu che verso gli anni Trenta passava per “idillio leopardiano” persino una poesia crudele come Il Sabato del Villaggio, in cui i lavoratori di un piccolo borgo si preparano a un giorno di festa che invece sarà pieno di noia e angoscia per il lunedì. Gli idealisti ci vedevano un bel quadretto di genere, si esaltavano per la donzelletta con le rose e le viole e persino per il falegname che lavora fino al mattino. A furia di togliere Leopardi dal suo contesto, lo si era tolto alle sue stesse intenzioni. 

Nel dopoguerra, al declinare dell'idealismo (che ha lasciato qualche strascico nei libri di testo) è subentrata una lettura più sottile e problematica. Sul mio manuale di liceo, trovo una sottolineatura e una nota: “Timpanaro piace al prof moderno”. Cosa diceva Sebastiano Timpanaro che probabilmente avrei dovuto riferire al “prof moderno” che avrei incontrato nella commissione di maturità? Che la sofferenza di Leopardi era stata un “formidabile strumento conoscitivo”. Proprio perché aveva sofferto più di tutti noi, Leopardi era riuscito a sintonizzarsi su questo specifico aspetto dell'esistenza e ce lo aveva generosamente offerto, anche a noi maturandi felicemente fidanzati con una lunga vita davanti. Non più un Leopardi Igor, ma un Leopardi agnello sacrificale. Non più una gobba-schermo, ma una gobba-antenna, collegata con tutto il dolore e la vanità del mondo. La definizione di Timpanaro era veramente felice: ci consentiva di recuperare la tragica biografia del poeta e di ritrovare l'ironia amara nascosta nemmeno così subdolamente tra le righe del Sabato o della Quiete dopo la tempesta. Ci consentiva di apprezzare quel poco di Leopardi che leggevamo, ma soprattutto di sopravvivere alla sua tetra filosofia. 

Ora però arriva il movimento LGBT e pretende di smontare quella gobba, di interpretarla in un modo diverso, magari di piantarci un vessillo arcobaleno: tutto legittimo, ma destabilizzante. E comunque rischioso. Spulciando tra i carteggi leopardiani (testi già noti agli studiosi), Buffoni scopre che a Napoli Leopardi era uso intrattenersi “con gli scugnizzi in cambio di avarissime mance”. Anche in questo caso, non si tratta in senso stretto di una scoperta: ma fin qui i leopardisti l'avevano considerata una semplice debolezza umana, qualcosa di non interessante, che anzi avrebbe distratto i lettori e soprattutto gli studenti. Alcuni avranno anche pensato – a torto o a ragione – che nella Napoli di quegli anni gli scugnizzi erano semplicemente più abbordabili delle fanciulle, e che frequentarli non era sufficiente per determinare con precisione a quale gradino della scala Kinsey Leopardi dovesse essere assegnato. I tempi cambiano (o per dirla con Foucault, il dispositivo del Potere muta le sue forme) e all'improvviso nel 2020 la stessa circostanza diventa l'indizio probante di un'omosessualità socialmente repressa ma non del tutto nascosta. Va tutto bene, purché tra qualche anno non ci tocchi buttar vernice su qualche monumento a Leopardi – nel momento in cui qualcuno più militante farà presente che pagare gli scugnizzi non è politicamente corretto. E non c'è dubbio che non lo sia.

3 commenti:

  1. «Avant de mourir, je vais protester contre cette invention de la faiblesse et de la vulgarité, et prier mes lecteurs de s’attacher à déstruire mes observations et mes raisonnemens plutôt que d’accuser mes maladies» (Lettera a Luigi de Sinner, 24 maggio 1832)

    RispondiElimina
  2. In un certo senso siamo tornati alla decontestualizzazione, sia nel giudicare opere e vite storiche con un metro di giudizio interamente moderno, sia sotto sotto immaginando che un grande del passato possa essere trapiantato nel presente e continuare a "funzionare".

    RispondiElimina
  3. Potrebbe essere che dopo tanto onanismo mentale,nonché fisico,l'ebrezza del sesso eterosessuale gli fosse "scomodo".
    In pratica le fanciulle ripudiavano la gobba,ma lo scugnizzo pragmatico sorvolava su tutto tranne che sulle "avare mancie".
    In pratica l'omosessualità del Leopardi è una sinedocche che occupa una spazio "sopportato".
    Oltremodo tra il Croce e l'amico Gentile,restava un giudizio contrapposto. Il Croce vedeva "l'idillio" ma ne cassava la deriva filosofica,mentre il Gentile ne esaltava prevalentemente propio quella.
    Nella "scignuzziaggine" del Gobbo avrebbe potuto anche aleggiare,oltre al rifiuto ,esplicito o implicito,del cosiddetto(con molto margine di ipocrisia)"gentil sesso" alle sue bramosie sessuali,anche un sentimento di rivalsa per gli spernacchi giovanili subiti dal recanate,in gioventù,da parte dei suoi coetanei.
    Un ingroppare a posteriori...😁
    Policamente scorretto nel mio declinare,vorrei far presente che nn escludo aprioristicamente un mio simile approccio alla vita se la natura avversa mi avesse "sgobbato"(riprendendo un ferino Tommaseo che del Leopardi aborriva tutto).
    Magari in altri modi,storicizzando ,agirei.

    RispondiElimina

Puoi scrivere quello che vuoi. Se è una sciocchezza posso cancellarla.