venerdì 28 agosto 2020

Alcuni per sempre, non per il meglio

5. In My Life (Lennon-McCartney, Rubber Soul, 1965).

1965 © David Bailey
There are places I remember. Comincia tutto così. La fase intermedia dell'epopea beatle, quella che va da Rubber Soul a Sgt. Pepper, la preferita dai critici. In My Life è il brano che in un qualche modo la inaugura: il primo in cui Lennon si guarda indietro ammette di avere un passato, ricordi, rimpianti. Due anni dopo, Sgt Pepper sarà ancora un tentativo di ambientare canzoni e personaggi in quei "posti", in un paesaggio sentimentale. Ma tutto era iniziato con In My Life, e In My Life all'inizio non era che uno scartafaccio di Lennon, una lunga lista di "posti" e nomi e circostanze, che non aveva le caratteristiche per diventare una canzone e non lo sarebbe diventata, senza l'intervento di Paul.

L'episodio ricorda da lontano quello raccontato da Dylan a proposito del testo di Like a Rolling Stone, che all'inizio era uno sfogo di pagine e pagine, trasformatosi in canzone attraverso un severo procedimento di sottrazione. In My Life è forse il caso più eclatante in cui le testimonianze dei due autori divergono: Lennon la reclamava come quasi completamente sua; McCartney ritiene di avere operato un intervento decisivo, ma afferma anche di essersi ispirato a Smokey Robinson, ovvero a uno degli autori più seminali per John. Quindi il John di In My Life potrebbe essere uno dei più estremi travestimenti di Paul. Il caso è così controverso che due anni fa un pool di ricercatori della Stanford University ha usato proprio In My Life per testare un metodo statistico di attribuzione, basato sulla frequenza con cui determinati stilemi musicali ricorrono nella produzione di Lennon e in quella di McCartney: la conclusione dell'esperimento è che ci sono 18 possibilità su mille che il brano sia stato scritto da Paul. Caso risolto? No, perché appunto, se Paul avesse voluto scrivere un brano alla John avrebbe proprio imitato gli stilemi che i computer della Stanford sono stati educati a riconoscere.

Quel che è sicuro è che il risultato finale è completamente de-liverpoolizzato: è un brano che parla di ricordi, ma non ricorda niente. Sostiene di rammentare dei "luoghi", ma non spiega quali siano. Ci sono persone vive e altre morte, ma non ha intenzione di presentarcele. Tutto l'immaginario audio-visivo che costituirà il fascino di Penny Lane, qui resta fuori del quadro. Al centro del quadro, un Lennon insolitamente eloquente ci intrattiene con un discorso che rasenta il grado zero della poesia: nessuna immagine insolita, anzi, nessuna immagine: una riflessione che viene spontaneo tradurre in prosa. Ci sono posti che mi ricordo, nella mia vita, anche se alcuni sono cambiati. Alcuni per sempre, non per il meglio: altri sono andati e altri sono rimasti. Ogni posto ha avuto un suo momento con persone e con cose che posso ricordare. Alcuni sono morti, altri sono vivi: nella mia vita li ho amati tutti. È chiaro che qui in fase di scrittura è intervenuta una forte censura, ma non dobbiamo per forza dare la colpa a Paul. John ha sempre privilegiato l'ambiguità, e fino all'incontro con Yoko Ono ha sempre evitato di appesantire le canzoni con riferimenti troppo personali. Si considerava pur sempre un "professional songwriter", uno che non scrive per fare spettacolo dei propri sentimenti, ma per descrivere quelli di tutti.

Anche in questo risiede la grandezza di In My Life: un brano che scarta l'opzione autoreferenziale ma aiuta ognuno di noi a riconciliarsi col proprio passato. È un brano che possiamo ascoltare nel momento in cui decidiamo di dedicarci alle persone che non ci sono più, o ai posti che sono cambiati. Sin dall'inizio ci accoglie con un riff elegante ma pacato. È scritto in un inglese basilare, che capiamo al primo ascolto e possiamo ripetere come se fosse nostro. Non parla di niente in particolare e parla di tutti noi. Inoltre è una canzone double-face, possiamo vestirla in due modi e ci sarà comoda ugualmente. Se ci soffermiamo sulla prima strofa, abbiamo deciso di vestire i panni del nostalgico. Se passiamo alla seconda, riveliamo una più matura e serena disponibilità ad affrontare presente e futuro: di tutti questi amici e amanti, non ce n'è uno che si possa paragonare a te. E tutte queste memorie perdono significato, se penso all'amore come a qualcosa di nuovo. E benché sappia che non perderò mai l'affetto per le persone e le cose che sono venute prima [che razza di paraculo!], e non smetterò mai di pensare a loro... nella mia vita, io amo più te. Così alla fine tra il crepuscolarismo di McCartney e il futurismo di Lennon, è il secondo a vincere. Anche se abbiamo la sensazione – più facile da condividere che da spiegare – che questo fosse uno dei casi in cui si erano scambiati le parti: che John avesse più voglia di ricordare e Paul più spinta a guardare avanti. Non cambia molto in fin dei conti: erano ancora quasi la stessa persona, quando John cantava In My Life.

Mi sarebbe piaciuto finire così, ma mancava un cenno sull'assolo di pianoforte accelerato, che per i tempi era un esperimento pionieristico in due direzioni speculari: quella avanguardistica (George Martin incidendo il pianoforte sul nastro rallentato s'inventa uno strumento) e quella classicheggiante, anzi baroccheggiante. Il problema è che così si rovina l'effetto finale... d'altro canto non succede un po' la stessa cosa anche con la canzone? Non introduce in un brano misurato, che vuole dire una cosa sulla memoria con le parole più semplici a disposizione, un dettaglio barocco completamente straniante, gratuito? Non è l'elemento dissonante che ti fa dubitare della sincerità di tutto l'insieme? No, evidentemente no, evidentemente a tutti piace In My Life proprio così com'è.

5 commenti:

  1. Per canzoni del genere che per i Beatles non sono mai impazzito. In tutte le classifiche My Life (con quel riff sempliciotto) è nei primi dieci posti mentre Helter Skelter (per me un gioiello rock) è sempre oltre il 20esimo posto. Forse perche My Life suona rassicurante mentre "Helter o "Happiness is a warm gun", e poche altre eccezioni, no. In questo do' ragione a Scaruffi (ma solo su questo, toppa invece quando dice che erano scarsi) quando dice che Beatles facevano musica alla moda e ribelle (per quei tempi, presumo) ma nel contempo risultano rassicuranti e ad uso per la "middle class". A quei tempi c'erano in giro gente che cantavano "Heroin" ... per dire.
    Antonio Sch (twitter)

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    1. Che le classifiche lascino il tempo che trovano, è una verità assodata, ma vale anche per altre caratteristiche oltre che al "suonare rassicurante". In merito a "Heroin", anche John Lennon scrisse "Cold Turkey" ma non lo ricordiamo artisticamente per questo, così come non ricordiamo Lou Reed per quel pezzo.

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  2. Senza polemica; a leggere alcuni commenti o recensioni, come questa, viene il dubbio: ma Lennon sapeva scrivere canzoni o senza McCartney, che col suo genio impreziosiva e migliorava ogni pezzo del quartetto liverpooliano, musicalmente parlando,non si sarebbe allacciato le scarpe da solo?
    Della fase successiva allo scioglimento, ho tre dischi di John e 0 (zero) di Paul.
    Mea culpa.

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    1. Mauro mi sa che è un errore che abbiamo fatto in tanti! Anche io, non so bene perché, sono cresciuta con l'idea che Paul solista fosse da evitare, poi un bel giorno mi sono detta che l'autore di Blackbird non poteva deludermi così tanto, e infatti ho scoperto un mondo...
      Se accetti qualche consiglio, ti direi di partire da RAM (1971) e Band on the Run (1973), due ottimi album che a mio parere reggono il confronto con la carriera precedente e si contendono il titolo di "miglior album di un ex-Beatle".

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  3. Ciao, ho iniziato a leggere i tuoi pezzi su Il Post e ora qui sul tuo blog. Mi piace moltissimo il modo in cui scrivi, in particolare quando lo fai sui Beatles, si vede che li conosci e li ami. Anche io nel mio blog scrivo articoli sulla musica, specie sul rock e sui Beatles. Se vuoi dargli un'occhiata lo trovi qui: https://kestoria.blogspot.com/

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