Se oggi non leggete, è perché non siete a lavorare.
E se non siete a lavorare, lo dovete a lei.
Massimo rispetto.
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi.
Noi no. Donate all'UNRWA.
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lunedì 8 dicembre 2003
venerdì 5 dicembre 2003
Ci ho messo parecchio ma ho finalmente trovato il pezzo che cercavo. Ricordavo che parlava dei Greci, e del modo in cui immaginavano che il futuro gli arrivasse alle spalle.
In questo libro si parla molto del modo di vedere le cose proprio degli antichi greci, ma c’è un aspetto di cui non si dice nulla: la loro visione del tempo. I greci vedevano il futuro come qualcosa che ci arriva alle spalle, mentre il passato si allontana da noi.
A pensarci bene, è una metafora più esatta della nostra: come si può guardare al futuro? Si possono solo fare proiezioni del passato, anche quando il passato dimostra che queste proiezioni sono spesso errate. E come si può veramente dimenticare il passato? Che cos’altro conosciamo?
Dunque, se il passato si allontana e il futuro ci arriva alle spalle, noi stiamo cadendo a testa in su, senza poter sapere se e quando ci sarà un impatto. Vediamo molte cose, ma appena ci passano davanti non sono più attuali e non possono più aiutarci. Però non possiamo vedere altro. La Storia ci insegna che la Storia non ci insegna niente, ma è l’unica lezione che possiamo frequentare. E allora studiamo il fascismo, il comunismo, ci rinfacciamo delitti che non abbiamo commesso e fedi che in realtà non abbiamo neanche avuto il tempo di avere. E intanto cadiamo. Finché non atterriamo, comunque, va tutto bene.
E come si può veramente dimenticare il passato? In qualche modo si può, se questo brano è l’unico che ricordo del suo autore, Robert M. Pirsig. È l’inizio della postfazione al suo libro più famoso, forse più famoso che letto (destino Adelphi): Lo Zen e la manutenzione della motocicletta (Milano, 1990, pag. 395).
Una dedica nella pagina a fronte dice che sono passati undici anni.
Fin qui tutto bene (più o meno).
giovedì 4 dicembre 2003
Non è che ora, per far contenti Rutelli e D’Alema, ci metteremo pure a riallargare le paludi pontine, a riportare la malaria a Latina, a mandare al rogo l’enciclopedia italiana… Basta, gli esami adesso devono farli gli altri. Ora tocca alla sinistra… [e ti pareva]
Maurizio Gasparri, “Repubblica” del 30 novembre.
L’importanza dell’Agro Pontino
Ogni tanto giova, al buon vecchio blog di provincia, riconoscere i propri errori, le proprie lacune.
Perché non vorrei sembrare un tuttologo, ci sono tante cose che proprio non so, o che non capisco, o che ho capito troppo tardi: per esempio, la Destra Sociale. Per me era un controsenso: se uno è “sociale” sta a sinistra, se uno sta a destra non è sociale, oppure è in buona fede, o in cattiva. Per spiegarmi questa bizzarria, io usavo la cosiddetta Teoria della Festa. Questa teoria parte da un’osservazione: la gente scorda qualsiasi cosa, ma se nell’adolescenza viene esclusa da una festa non lo dimentica mai, e può passare il resto della vita a cercare di vendicarsi. Ecco, secondo me negli anni Sessanta c’era stata una specie di grande festa a Sinistra (che probabilmente, come tutte le feste, sembrava molto più divertente vista da fuori), e quelli che non erano stati invitati, o erano stati cacciati, se l’erano presa di brutto, e si trovavano in uno scantinato a masticare amaro. Esistono scantinati così, in Italia e altrove (adesso che ci penso, in inglese c’è una parola sola per “Festa” e “Partito”), e secondo me la Destra Sociale poteva essere uno di quelli.
Ma avevo torto: la Destra Sociale è molto di più.
Dove mi ero sbagliato? Semplice: avevo sottovalutato l’Agro Pontino. Invece l’Agro Pontino è davvero importante.
Ma vi pare che in Israele Fini poteva dire che il fascismo è stato anche le grandi bonifiche, Pontinia, Guidonia… Come faceva proprio lì a vantare tutte le conquiste di Mussolini? Dovreste ringraziarlo per aver definito le leggi razziali il male assoluto, perché adesso sì che siamo liberi di dire ad alta voce tutte le altre cose buone che è stato il fascismo. Che il fascismo ha realizzato il rapporto tra le masse e la politica, lo Stato sociale, l’opera nazionale Balilla…
Ignazio La Russa, “Repubblica” del 30 novembre.
Me ne accorsi tornando a scuola come Insegnante: il bello di questo mestiere è che spesso sono gli alunni a darti lezioni. Quella era la mia prima classe, una terza media, e mi faceva parecchio dannare. Furono severi maestri. In storia, li avevo ereditati alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Ma tirava una brutta aria, era appena stato ammazzato Biagi e ci si preparava al 23 marzo, a Bologna avevano attivato un numero non verde per denunciare i prof troppo ideologizzati. Insomma, avrei preferito cominciare col Feudalesimo.
“…E poi c’erano gli Interventisti, quelli che, ehm, per vari motivi, volevano che l’Italia entrasse in Guerra. Erano soltanto una minoranza, ma molto agguerrita: facevano manifestazioni, cortei… uno dei grandi animatori, pensate, era un ex socialista che era uscito dal Partito proprio per questo motivo: si chiamava Benito Mussolini, e senz’altro ne avete già sentito parlare. Vero?”
Nel brusio di fondo, qualche occhiata svagata poteva essere interpretata come un sì. Avanti.
“…Infatti, vedremo che alla fine della guerra Mussolini fonderà un nuovo movimento, ehm, il movimento Fascista: e che per vent’anni governerà l’Italia come un ditt…”
A questo punto la Gloria, la più brava in Storia e in Geografia e in qualsiasi altra materia; la preferita nel caso ipotetico in cui al prof fosse concesso preferire qualcuno; l’unica a mostrare, in quel momento, un barlume d’interesse, mi interruppe in un modo che mi spaventò. Spalancò gli occhi improvvisamente, come se la stanchezza della quinta ora si fosse sciolta in un secondo, e con voce vagamente meccanica, disse:
“Però Mussolini ha fatto anche tante buone cose per l’Italia”.
“Eh?”
Notate, per cortesia, che non avevo ancora detto che ne avesse fatte di cattive.
“Per esempio, ha bonificato le paludi”.
“Ah, beh, sì, le paludi …”
In quel momento Carafoli Giampiero, dalla quarta fila, che mai aveva dimostrato alcun interesse per la materia e mai più ne avrebbe dimostrato, smise improvvisamente di bucherellare la gomma con lo spillone del compasso, spalancò i medesimi occhi glaciali e disse:
“Mussolini-ha-bonificato-l’Agro-Pontino”
E tacque per sempre. Ma nel frattempo un’altra manciata di studenti si erano riscossi, e mi guardavano con espressioni di genuino interesse: oh, finalmente si parla delle bonifiche fasciste.
“Beh, vedremo poi cosa farà Mussolini quando andrà al potere. Ma torniamo a prima della guerra…”
Gli occhi azzurri si socchiusero di scatto, chi aveva rizzato le spalle si afflosciò di colpo, e nella classe tornò il brusio di fondo. Ma intanto io avevo capito una lezione. L’Agro Pontino è molto importante.
Molto più importante di quanto noi a sinistra possiamo realizzare. Nei nostri libri di Storia se ne parla poco, e comunque quei paragrafi di solito li trascuriamo. Mussolini, si sa, “bonificò l’Agro Pontino”. Diamo per scontato che se non l’avesse fatto lui ci avrebbe pensato qualcun altro. E invece no. Chi altro avrebbe potuto pensarci, se non Lui? L’Agro Pontino è davvero molto importante.
Non so nemmeno quanta gente ci abiti, non ci sono mai stato, ed è una mancanza grave. Posto nel cuore dell’Italia, l’Agro Pontino è un punto nodale per tutta la nostra economia, e ci si può onestamente chiedere dove saremmo oggi, noi italiani, se Mussolini non avesse bonificato l’Agro Pontino.
E non valeva la pena sacrificare vent’anni di suffragio universale maschile e libertà d’espressione e d’associazione; non valeva la pena di scontare un po’ di embargo internazionale, di allearsi coi franchisti e i nazisti, importare le leggi razziali, morire a milioni su un po’ di fronti in tutto il mondo, combattere un’ultima disperata guerra civile contro il proprio stesso popolo, collaborare con un invasore folle e invasato, pur di aver bonificato, una volta per sempre, l’Agro Pontino?
Ora confesso un’altra cosa: io, tutto sommato, alla svolta di Fiuggi ci avevo creduto. Certo, continuavo a dare del post- o del neo-fascista a Fini, ma così, per incivile abitudine all’insulto politico. Tanto più che, al confronto di Forza Italia, AN mi ha sempre dato una sensazione di partito democratico. Per la verità non è che abbia fatto molto per meritarsela: così come Fini si è conquistato un’immagine di credibilità e autorevolezza semplicemente stando zitto mentre Bossi e Berlusconi straparlano. Non è poco, però è ancora niente. E non mi sembrava così sensazionale che Fini andasse in Israele. Forse mi preoccupavo più di tutti questi agganci che stiamo offrendo al Likud. Ma mi sbagliavo (anche perché il Likud, dei nostri agganci, forse non sa nemmeno che farsene).
Non mi aspettavo che Tremaglia andasse in tv a dire che lui ha fatto la Repubblica Sociale per salvare l’Italia dalle rappresaglie naziste (meno male, altrimenti a Monte Sole chissà cosa combinavano). Non mi aspettavo che Alessandra Mussolini, che non sono mai riuscito a immaginare davvero nipote del Grande Bonificatore, fosse talmente legata alla sua memoria da giocarsi una carriera politica ben avviata. Non mi aspettavo che la moglie di Almirante avesse ancora qualcosa da dire a qualcuno, e scopro invece che c’è ancora molta gente che l’ascolta, e in religioso silenzio. Non mi aspettavo che Storace. Non mi aspettavo che Buontempo. Non mi aspettavo che perfino La Russa e Gasparri… insomma, io, della Destra, non ho mai capito niente e continuo a non capire niente.
Credo che il problema stia là, in quella terra promessa che non è la mia, e che io posso solo immaginare in sogno: l’Agro Pontino.
Penso a una grande pianura, più o meno come qui, ma senza traffico: solo ogni tanto qualche vettura aerodinamica disegnata da Prampolini. Nei campi gli uomini e le donne seminude di Sironi lavorano senza affanno. All’orizzonte, qualche palazzo di Sant’Elia: e ai muri i cartelloni di Depero.
Penso dev’essere bellissimo vivere laggiù. Una festa. A cui nessuno mi ha mai invitato: perché?
Dio, che rabbia.
Maurizio Gasparri, “Repubblica” del 30 novembre.
L’importanza dell’Agro Pontino
Ogni tanto giova, al buon vecchio blog di provincia, riconoscere i propri errori, le proprie lacune.
Perché non vorrei sembrare un tuttologo, ci sono tante cose che proprio non so, o che non capisco, o che ho capito troppo tardi: per esempio, la Destra Sociale. Per me era un controsenso: se uno è “sociale” sta a sinistra, se uno sta a destra non è sociale, oppure è in buona fede, o in cattiva. Per spiegarmi questa bizzarria, io usavo la cosiddetta Teoria della Festa. Questa teoria parte da un’osservazione: la gente scorda qualsiasi cosa, ma se nell’adolescenza viene esclusa da una festa non lo dimentica mai, e può passare il resto della vita a cercare di vendicarsi. Ecco, secondo me negli anni Sessanta c’era stata una specie di grande festa a Sinistra (che probabilmente, come tutte le feste, sembrava molto più divertente vista da fuori), e quelli che non erano stati invitati, o erano stati cacciati, se l’erano presa di brutto, e si trovavano in uno scantinato a masticare amaro. Esistono scantinati così, in Italia e altrove (adesso che ci penso, in inglese c’è una parola sola per “Festa” e “Partito”), e secondo me la Destra Sociale poteva essere uno di quelli.
Ma avevo torto: la Destra Sociale è molto di più.
Dove mi ero sbagliato? Semplice: avevo sottovalutato l’Agro Pontino. Invece l’Agro Pontino è davvero importante.
Ma vi pare che in Israele Fini poteva dire che il fascismo è stato anche le grandi bonifiche, Pontinia, Guidonia… Come faceva proprio lì a vantare tutte le conquiste di Mussolini? Dovreste ringraziarlo per aver definito le leggi razziali il male assoluto, perché adesso sì che siamo liberi di dire ad alta voce tutte le altre cose buone che è stato il fascismo. Che il fascismo ha realizzato il rapporto tra le masse e la politica, lo Stato sociale, l’opera nazionale Balilla…
Ignazio La Russa, “Repubblica” del 30 novembre.
Me ne accorsi tornando a scuola come Insegnante: il bello di questo mestiere è che spesso sono gli alunni a darti lezioni. Quella era la mia prima classe, una terza media, e mi faceva parecchio dannare. Furono severi maestri. In storia, li avevo ereditati alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Ma tirava una brutta aria, era appena stato ammazzato Biagi e ci si preparava al 23 marzo, a Bologna avevano attivato un numero non verde per denunciare i prof troppo ideologizzati. Insomma, avrei preferito cominciare col Feudalesimo.
“…E poi c’erano gli Interventisti, quelli che, ehm, per vari motivi, volevano che l’Italia entrasse in Guerra. Erano soltanto una minoranza, ma molto agguerrita: facevano manifestazioni, cortei… uno dei grandi animatori, pensate, era un ex socialista che era uscito dal Partito proprio per questo motivo: si chiamava Benito Mussolini, e senz’altro ne avete già sentito parlare. Vero?”
Nel brusio di fondo, qualche occhiata svagata poteva essere interpretata come un sì. Avanti.
“…Infatti, vedremo che alla fine della guerra Mussolini fonderà un nuovo movimento, ehm, il movimento Fascista: e che per vent’anni governerà l’Italia come un ditt…”
A questo punto la Gloria, la più brava in Storia e in Geografia e in qualsiasi altra materia; la preferita nel caso ipotetico in cui al prof fosse concesso preferire qualcuno; l’unica a mostrare, in quel momento, un barlume d’interesse, mi interruppe in un modo che mi spaventò. Spalancò gli occhi improvvisamente, come se la stanchezza della quinta ora si fosse sciolta in un secondo, e con voce vagamente meccanica, disse:
“Però Mussolini ha fatto anche tante buone cose per l’Italia”.
“Eh?”
Notate, per cortesia, che non avevo ancora detto che ne avesse fatte di cattive.
“Per esempio, ha bonificato le paludi”.
“Ah, beh, sì, le paludi …”
In quel momento Carafoli Giampiero, dalla quarta fila, che mai aveva dimostrato alcun interesse per la materia e mai più ne avrebbe dimostrato, smise improvvisamente di bucherellare la gomma con lo spillone del compasso, spalancò i medesimi occhi glaciali e disse:
“Mussolini-ha-bonificato-l’Agro-Pontino”
E tacque per sempre. Ma nel frattempo un’altra manciata di studenti si erano riscossi, e mi guardavano con espressioni di genuino interesse: oh, finalmente si parla delle bonifiche fasciste.
“Beh, vedremo poi cosa farà Mussolini quando andrà al potere. Ma torniamo a prima della guerra…”
Gli occhi azzurri si socchiusero di scatto, chi aveva rizzato le spalle si afflosciò di colpo, e nella classe tornò il brusio di fondo. Ma intanto io avevo capito una lezione. L’Agro Pontino è molto importante.
Molto più importante di quanto noi a sinistra possiamo realizzare. Nei nostri libri di Storia se ne parla poco, e comunque quei paragrafi di solito li trascuriamo. Mussolini, si sa, “bonificò l’Agro Pontino”. Diamo per scontato che se non l’avesse fatto lui ci avrebbe pensato qualcun altro. E invece no. Chi altro avrebbe potuto pensarci, se non Lui? L’Agro Pontino è davvero molto importante.
Non so nemmeno quanta gente ci abiti, non ci sono mai stato, ed è una mancanza grave. Posto nel cuore dell’Italia, l’Agro Pontino è un punto nodale per tutta la nostra economia, e ci si può onestamente chiedere dove saremmo oggi, noi italiani, se Mussolini non avesse bonificato l’Agro Pontino.
E non valeva la pena sacrificare vent’anni di suffragio universale maschile e libertà d’espressione e d’associazione; non valeva la pena di scontare un po’ di embargo internazionale, di allearsi coi franchisti e i nazisti, importare le leggi razziali, morire a milioni su un po’ di fronti in tutto il mondo, combattere un’ultima disperata guerra civile contro il proprio stesso popolo, collaborare con un invasore folle e invasato, pur di aver bonificato, una volta per sempre, l’Agro Pontino?
Ora confesso un’altra cosa: io, tutto sommato, alla svolta di Fiuggi ci avevo creduto. Certo, continuavo a dare del post- o del neo-fascista a Fini, ma così, per incivile abitudine all’insulto politico. Tanto più che, al confronto di Forza Italia, AN mi ha sempre dato una sensazione di partito democratico. Per la verità non è che abbia fatto molto per meritarsela: così come Fini si è conquistato un’immagine di credibilità e autorevolezza semplicemente stando zitto mentre Bossi e Berlusconi straparlano. Non è poco, però è ancora niente. E non mi sembrava così sensazionale che Fini andasse in Israele. Forse mi preoccupavo più di tutti questi agganci che stiamo offrendo al Likud. Ma mi sbagliavo (anche perché il Likud, dei nostri agganci, forse non sa nemmeno che farsene).
Non mi aspettavo che Tremaglia andasse in tv a dire che lui ha fatto la Repubblica Sociale per salvare l’Italia dalle rappresaglie naziste (meno male, altrimenti a Monte Sole chissà cosa combinavano). Non mi aspettavo che Alessandra Mussolini, che non sono mai riuscito a immaginare davvero nipote del Grande Bonificatore, fosse talmente legata alla sua memoria da giocarsi una carriera politica ben avviata. Non mi aspettavo che la moglie di Almirante avesse ancora qualcosa da dire a qualcuno, e scopro invece che c’è ancora molta gente che l’ascolta, e in religioso silenzio. Non mi aspettavo che Storace. Non mi aspettavo che Buontempo. Non mi aspettavo che perfino La Russa e Gasparri… insomma, io, della Destra, non ho mai capito niente e continuo a non capire niente.
Credo che il problema stia là, in quella terra promessa che non è la mia, e che io posso solo immaginare in sogno: l’Agro Pontino.
Penso a una grande pianura, più o meno come qui, ma senza traffico: solo ogni tanto qualche vettura aerodinamica disegnata da Prampolini. Nei campi gli uomini e le donne seminude di Sironi lavorano senza affanno. All’orizzonte, qualche palazzo di Sant’Elia: e ai muri i cartelloni di Depero.
Penso dev’essere bellissimo vivere laggiù. Una festa. A cui nessuno mi ha mai invitato: perché?
Dio, che rabbia.
mercoledì 3 dicembre 2003
La Consulente all’Istruzione
Ma che ci fa Letizia (Joy) Moratti all’Istruzione? Io me lo sono chiesto spesso.
A prescindere dai risultati, guardate. L’ha eletta qualcuno? No, non rappresenta nessuno a parte sé stessa. Allora forse è un cosiddetto “Ministro Tecnico”, uno di quei ruoli super partes affidati a professionisti di comprovata esperienza nel settore? Nemmeno. Il suo curriculum è di tutto rispetto, ma in un altro settore (il brokeraggio assicurativo). Comprereste un’auto da un ortolano? Nominereste un broker alla Pubblica Istruzione? Berlusconi lo ha fatto. E la cosa ha una sua sinistra coerenza. Sai Comprare? Sai Vendere? Allora sei in grado di riformare la scuola italiana.
Quello che scontiamo, con Mrs Joy all’Istruzione, è il mito del Grande Manager, che può permettersi di gestire un po’ di cosa pubblica come se fosse un dopolavoro. (Ho sentito dire anche che lei lo faccia “per passione”). Questi dirigenti di assalto di solito hanno un’ossessione: l’efficienza. Ne parlano in continuazione. Però parlare di efficienza non significa essere efficienti. Specie se si pretende che i dipendenti stiano lì impalati ad ascoltarti parlare di efficienza, con tutto quel che c’è da fare.
Così, alla fine, l’impatto di Mrs. Joy sulla Scuola italiana può essere paragonabile a quello del famoso consulente della barzelletta, quello che compare senza che nessuno l'abbia cercato, vuole essere pagato per una risposta che già sappiamo a una domanda che nessuno gli ha fatto, e in più non conosce assolutamente quello di cui si sta parlando. Come ogni buon Consulente ha un’estrema cura del proprio corpo e dei propri abiti (un Consulente trasandato non è credibile), allo stesso modo la Moratti è ossessionata dalla sua immagine pubblica, e non perde occasione di spendere denaro pubblico per opuscoli, spot, kit pubblicitari per bambini, e adesso anche la coloratissima agenda distribuita a tutti i docenti italiani. Un autogol fragoroso: ma non è tipico del Consulente farsi ridere addosso per i vestiti e gli accessori pacchiani?
Sull’agenda di Una scuola per crescere (si parte male già dal nome) il docente ci trova di tutto, come in certi telefonini superaccessoriati. Conoscete il fuso orario di Addis Abeba? Quanti km. ci sono da Varsavia a Helsinki? Sapete cos’è la Nipiagogeia? È la scuola dell’infanzia nella Repubblica di Cipro (ma è facoltativa). E pensate, meno dell’1% degli alunni frequenta la scuola privata in Lettonia. C’è l’alfabeto telefonico in tedesco (Anton, Berta, Casar), inglese (Andrew, Benjamin, Charlie) e anche quello della NATO, coi tempi che corrono (Codice Alfa, Bravo, Coca, Delta…)
Ci sono anche i nomi dei santi e delle feste ebraiche. E poi basta, per il Ramadan e il capodanno cinese non c’era più posto. Manca invece la tabellina oraria, come se il docente non avesse bisogno di sapere in che ora deve trovarsi nella data aula. Forse il problema è che chi ha curato questa agenda aveva una vera ossessione, una fobìa del vuoto: anche lo spazio (poco) dedicato agli impegni del giorno, spesso è già riempito. Scopro così che in Ottobre, poco prima del Kippur, avevo un Convegno a San Patrignano su “Disagio giovanile e dispersione scolastica”. E non ci sono andato. Ma che potevo farci, visto che l’agenda mi è arrivata un mese e mezzo dopo? Sì: l’agenda è arrivata a metà novembre. A quel punto, qualsiasi docente saggio e organizzato (non necessariamente io) se ne era già procurata una coi propri fondi personali.
A suo modo, però, l'agenda è tempestiva. Arriva proprio in mezzo alla contestazione autunnale, e nella tornata di collegi docenti in cui i Presidi di tutta Italia stanno spiegando ai loro Prof: bambole, non c’è una lira. Avevate in mente tanti progetti, vero? Avevamo fatto tante promesse ai genitori, vero? Volevavamo il laboratorio d’inglese, di internet, di teatro? Eravate tutti d’accordo? O non eravate d’accordo? Fa lo stesso, tanto non c’è un euro. Dobbiamo arrangiarci con quel che c’è.
Ma il professore ha tra le mani la patinatissima “agenda di Una scuola per crescere”, più di duecento pagine a colori, e schiuma di rabbia. Perché, perché tutte le pagine a colori? Neanche fosse il Dylan Dog n. 500? Il Servizio per la Comunicazione del Ministero non era in grado di fare una buona comunicazione in bianco e nero? Certo, così in ogni pagina c’è la bandierina di uno Stato diverso, e io, che pure dovrei insegnare geografia, ammetto di aver scoperto solo oggi che la bandiera dell’Estonia è bianca, blu e nera. Niente da dire: elegante.
O forse era per le foto a colori di bambini e ragazzini sorridenti, come negli spot in fascia protetta? Avranno pensato che quello che va bene a un cliente di Kinder Bueno può andare bene a un prof della scuola pubblica. Bella confusione di target, se mi permettete un intrusione nel vostro mestiere (visto che voi vi siete introdotti nel mio…)
Le foto, del resto, sono solo il corredo ai testi, scritti nello stile asciutto ed efficientista dei migliori prospetti informativi: sapete, quei dépliant patinati che ti smollano i consulenti finanziari quando vengono a chiederti i soldi.
La riforma del sistema e, soprattutto, la sua attuazione sono quindi la logica conclusione di questa attesa che chiude una fase transitoria forse eccessivamente lunga e potenzialmente destabilizzante per l’unità del sistema e la corretta attuazione delle linee generali di indirizzo formativo. La legge n. 53/2003 non parla più di curricoli, ma di piani di studio. Potrebbe sembrare una semplice modifica nominale, quasi formale, se non fosse per quell’aggettivo “personalizzati” che li accompagna.
500 caratteri per spiegare l’introduzione di un aggettivo, “personalizzati”. Ed è così per pagine e pagine. Qualcuno si aspetta veramente che un prof si metta a leggere roba del genere?
Probabilmente no. Ma tutte queste pagine, queste faccine sorridenti e queste cartine geografiche dell’Europa, viste da una certa distanza, suggeriscono una certa idea: “efficienza”. Il messaggio è tutto qui: efficienza, efficienza, efficienza. Stiamo lavorando (per voi). Stiamo facendo una gran riforma. Siamo europei. Siamo efficienti.
L’insegnante, che passa la giornata a valutare rendimenti e a smontare manfrine, dà un occhio sommario e conclude: chi lavora davvero, qui, è solo il poligrafico che ha preso la commessa (“Axioma Iniziative e Servizi Editoriali Srl”). Duecento pagine in quadricromia. Cinque euro la copia, si dice in giro. Io direi anche meno, quattro, o tre: ma per quante copie? Un milione? L’agenda è arrivata anche ai precari: io, che ho due contratti in due scuole diverse, ho il diritto a due belle agende uguali (se mi avessero assunto avrebbero risparmiato almeno quei tre euro). In breve: uno spreco di denaro pubblico assurdo nel momento meno adatto. Una figuraccia orribile.
A questo punto della storia, di solito qualcuno fa due calcoli e manda il Consulente al paese che si merita, a rovinare altri gonzi. Non è il caso di Mrs Joy, che ha un contratto ancora per due anni e mezzo. Un incarico politico, anche se non l’ha votata nessuno. In un ruolo di alta responsabilità, anche se non ha mai dimostrato di esserne all’altezza. Un bell’esempio per l’impresa italiana, pubblica e privata.
(Ora qualcuno dirà che De Mauro faceva di peggio. Ma non è vero. E poi, se anche fosse?)
Ma che ci fa Letizia (Joy) Moratti all’Istruzione? Io me lo sono chiesto spesso.
A prescindere dai risultati, guardate. L’ha eletta qualcuno? No, non rappresenta nessuno a parte sé stessa. Allora forse è un cosiddetto “Ministro Tecnico”, uno di quei ruoli super partes affidati a professionisti di comprovata esperienza nel settore? Nemmeno. Il suo curriculum è di tutto rispetto, ma in un altro settore (il brokeraggio assicurativo). Comprereste un’auto da un ortolano? Nominereste un broker alla Pubblica Istruzione? Berlusconi lo ha fatto. E la cosa ha una sua sinistra coerenza. Sai Comprare? Sai Vendere? Allora sei in grado di riformare la scuola italiana.
Quello che scontiamo, con Mrs Joy all’Istruzione, è il mito del Grande Manager, che può permettersi di gestire un po’ di cosa pubblica come se fosse un dopolavoro. (Ho sentito dire anche che lei lo faccia “per passione”). Questi dirigenti di assalto di solito hanno un’ossessione: l’efficienza. Ne parlano in continuazione. Però parlare di efficienza non significa essere efficienti. Specie se si pretende che i dipendenti stiano lì impalati ad ascoltarti parlare di efficienza, con tutto quel che c’è da fare.
Così, alla fine, l’impatto di Mrs. Joy sulla Scuola italiana può essere paragonabile a quello del famoso consulente della barzelletta, quello che compare senza che nessuno l'abbia cercato, vuole essere pagato per una risposta che già sappiamo a una domanda che nessuno gli ha fatto, e in più non conosce assolutamente quello di cui si sta parlando. Come ogni buon Consulente ha un’estrema cura del proprio corpo e dei propri abiti (un Consulente trasandato non è credibile), allo stesso modo la Moratti è ossessionata dalla sua immagine pubblica, e non perde occasione di spendere denaro pubblico per opuscoli, spot, kit pubblicitari per bambini, e adesso anche la coloratissima agenda distribuita a tutti i docenti italiani. Un autogol fragoroso: ma non è tipico del Consulente farsi ridere addosso per i vestiti e gli accessori pacchiani?
Sull’agenda di Una scuola per crescere (si parte male già dal nome) il docente ci trova di tutto, come in certi telefonini superaccessoriati. Conoscete il fuso orario di Addis Abeba? Quanti km. ci sono da Varsavia a Helsinki? Sapete cos’è la Nipiagogeia? È la scuola dell’infanzia nella Repubblica di Cipro (ma è facoltativa). E pensate, meno dell’1% degli alunni frequenta la scuola privata in Lettonia. C’è l’alfabeto telefonico in tedesco (Anton, Berta, Casar), inglese (Andrew, Benjamin, Charlie) e anche quello della NATO, coi tempi che corrono (Codice Alfa, Bravo, Coca, Delta…)
Ci sono anche i nomi dei santi e delle feste ebraiche. E poi basta, per il Ramadan e il capodanno cinese non c’era più posto. Manca invece la tabellina oraria, come se il docente non avesse bisogno di sapere in che ora deve trovarsi nella data aula. Forse il problema è che chi ha curato questa agenda aveva una vera ossessione, una fobìa del vuoto: anche lo spazio (poco) dedicato agli impegni del giorno, spesso è già riempito. Scopro così che in Ottobre, poco prima del Kippur, avevo un Convegno a San Patrignano su “Disagio giovanile e dispersione scolastica”. E non ci sono andato. Ma che potevo farci, visto che l’agenda mi è arrivata un mese e mezzo dopo? Sì: l’agenda è arrivata a metà novembre. A quel punto, qualsiasi docente saggio e organizzato (non necessariamente io) se ne era già procurata una coi propri fondi personali.
Ma il professore ha tra le mani la patinatissima “agenda di Una scuola per crescere”, più di duecento pagine a colori, e schiuma di rabbia. Perché, perché tutte le pagine a colori? Neanche fosse il Dylan Dog n. 500? Il Servizio per la Comunicazione del Ministero non era in grado di fare una buona comunicazione in bianco e nero? Certo, così in ogni pagina c’è la bandierina di uno Stato diverso, e io, che pure dovrei insegnare geografia, ammetto di aver scoperto solo oggi che la bandiera dell’Estonia è bianca, blu e nera. Niente da dire: elegante.
O forse era per le foto a colori di bambini e ragazzini sorridenti, come negli spot in fascia protetta? Avranno pensato che quello che va bene a un cliente di Kinder Bueno può andare bene a un prof della scuola pubblica. Bella confusione di target, se mi permettete un intrusione nel vostro mestiere (visto che voi vi siete introdotti nel mio…)
Le foto, del resto, sono solo il corredo ai testi, scritti nello stile asciutto ed efficientista dei migliori prospetti informativi: sapete, quei dépliant patinati che ti smollano i consulenti finanziari quando vengono a chiederti i soldi.
500 caratteri per spiegare l’introduzione di un aggettivo, “personalizzati”. Ed è così per pagine e pagine. Qualcuno si aspetta veramente che un prof si metta a leggere roba del genere?
Probabilmente no. Ma tutte queste pagine, queste faccine sorridenti e queste cartine geografiche dell’Europa, viste da una certa distanza, suggeriscono una certa idea: “efficienza”. Il messaggio è tutto qui: efficienza, efficienza, efficienza. Stiamo lavorando (per voi). Stiamo facendo una gran riforma. Siamo europei. Siamo efficienti.
L’insegnante, che passa la giornata a valutare rendimenti e a smontare manfrine, dà un occhio sommario e conclude: chi lavora davvero, qui, è solo il poligrafico che ha preso la commessa (“Axioma Iniziative e Servizi Editoriali Srl”). Duecento pagine in quadricromia. Cinque euro la copia, si dice in giro. Io direi anche meno, quattro, o tre: ma per quante copie? Un milione? L’agenda è arrivata anche ai precari: io, che ho due contratti in due scuole diverse, ho il diritto a due belle agende uguali (se mi avessero assunto avrebbero risparmiato almeno quei tre euro). In breve: uno spreco di denaro pubblico assurdo nel momento meno adatto. Una figuraccia orribile.
A questo punto della storia, di solito qualcuno fa due calcoli e manda il Consulente al paese che si merita, a rovinare altri gonzi. Non è il caso di Mrs Joy, che ha un contratto ancora per due anni e mezzo. Un incarico politico, anche se non l’ha votata nessuno. In un ruolo di alta responsabilità, anche se non ha mai dimostrato di esserne all’altezza. Un bell’esempio per l’impresa italiana, pubblica e privata.
(Ora qualcuno dirà che De Mauro faceva di peggio. Ma non è vero. E poi, se anche fosse?)
lunedì 1 dicembre 2003
4) La settimana scorsa, grazie al tuo iperattivismo (post a ripetizione su GNUeconomy, un post doppio su Indymedia - che poi sei arrivato trafelato sul forum, a quell'ora insolitamente affollato, gridando: "Aìta, aìta, m'han censurato!"), hai superato i 600 accessi giornalieri.
Seicento accessi in un giorno (un giorno solo) non vogliono dire niente. Ma ci terrei ad ampliare un po’ il bacino. E spiego perché.
Mi sto annoiando. Di cosa? Dei miei lettori soliti. E temo che sia vero anche l’inverso.
Io, per molto tempo, ho fatto venti-trenta accessi al giorno: e mi piace ricordare che si arrabbiavano anche loro. Ma non scrivevo per loro: scrivevo per me, o per l’umanità, in ogni caso quelle venti-trenta persone non erano il mio pubblico di riferimento.
Ora, secondo me un problema dei blog al giorno d’oggi è che ognuno si lega troppo a quei venti, trenta, seicento lettori che a un certo punto è riuscito a raggranellare. Si mette a scrivere non più per l’umanità (o per sé stesso), ma per loro. E siccome ormai li conosce bene tutti e seicento (o tutti e trenta), perché anche loro hanno un blog, e spesso si lincano, si scrivono, ecc., ecc., ecc.… dopo un po’ si avverte una fastidiosa sensazione di prevedibilità. Il gioco lo conosciamo: consiste nel difendere le proprie idee (la propria ideologia, diciamolo) con le notizie che passa il convento. I più svegli se la vanno a cercare nella stampa straniera, i più lenti (come me) concionano sui fatti del giorno già noti e stracommentati. Ma ormai le squadre sono fatte, le regole sono note, e io non mi diverto più. So già che se scrivo qualcosa il tale risponderà che mi sbaglio per i motivi che mi ha già spiegato, e che un altro obietterà qualcosa che già immagino, eccetera, eccetera. Ho voglia di andare a rompere le uova in altri panieri.
La questione della censura di Indymedia, comunque, è una sciocchezza, e credo che Griso lo sappia benissimo.
Quando ho visto che il mio post era diventato un “messaggio nascosto”, mi sono chiesto il perché. Razzista non era, sessista nemmeno. Sono andato a rivedere la policy. Ho scoperto che era vietata la pubblicità commerciale e "la propaganda di partiti e strutture istituzionali". E siccome avevo postato la foto di un volantino dell’Inail, ho temuto che il post fosse stato nascosto in quanto propaganda istituzionale.
Infine (dopo aver sfogliato dieci pagine di newswire) mi sono reso conto che il messaggio non era stato censurato, ma pubblicato due volte: era stato nascosto il doppione. E l’ho subito scritto nel forum. E l’incidente, secondo me, è finito lì.
Naturalmente, il Griso sostiene che Indymedia è indifendibile per questo, e questo, e quest’altro motivo, e io dovrei obbiettare che il principio dell’open publishing è lo stesso dei blog, e che chi denuncia l’open publishing si tira la zappa sui… Yawn. Scusate. Dicevamo?
3) Ormai sei stato scoperto, Leo. Sei tu che finanzi il terrorismo saudita. Tu sei loro complice, almeno quanto la junta petrolifera di Washington. Lo affermo e ne ho le prove.
Tu possiedi infatti un'auto […]
L’auto, anvedi. "Addosso al noglobbal incoerente che va in giro in auto". Manca solo che da un angolo spunti qualche sano poliziotto proletario, di quelli vestiti più o meno di pelli di capra che tanto garbavano a Pasolini.
Beh, che dire? “Se consideri il peccato, Signore, chi potrà sussistere?” Io ho un’auto. Mi serve per lavorare (come disse Vasco Rossi della cocaina, vent’anni fa). Ma faccio di peggio: spesso a pranzo mangio pasta. Mi è capitato di mangiare hamburger. Di bere coca cola. Ho un po’ di soldi in una banca etica, ma anche in una banca che etica probabilmente non è (come questa). L’Occidente consuma il mondo e io faccio la mia parte. Non sono certo senza colpa. Dunque, non posso dissentire?
Bisogna anche prendere atto dei propri limiti. Io non sono un santo. E non posso cambiare il mondo per più di un seimiliardesimo. Non posso veramente impedire che i miei consumi finanzino le guerre del mondo. Ma posso cercare di far passare informazioni, attraverso campagne e boicottaggi mirati. Tutto qua. Mi rendo conto che preferireste avere a che fare col noglobbal borghese pieno di sensi di colpa. Ma siccome domattina devo essere a quaranta chilometri da dove sono adesso, e i treni non ci sono, non ho nessuno scrupolo ad adoperare un’auto. In questo modo finanzio gli sceicchi di Al Qaeda, ma anche i paladini texani della libertà e della giustizia: chiunque vincerà, io potrò dire di averlo finanziato. Non male, no?
Ammetto di non essere un eroe di coerenza, ma, Griso, devi essere proprio tu a rimproverarmi?
Ti cavo la trave dall’occhio, aspetta.
Ho ben letto il tuo proclama alla Nazione di qualche giorno fa (“Questa è una guerra. […] In questa guerra, io ho scelto da che parte stare. Chi pensa di poter stare in mezzo a guardare, è un povero illuso. Chi tifa per l'altra parte, è un mio nemico”). Per la verità è da mesi che leggo roba così, un po’ prevedibile, ma sempre divertente. A proposito, sai chi è stato il primo in Italia a parlare di “guerra” e a chiamare i fedeli a raccolta su Internet? Ma sì che lo sai: Casarini. Che ha modi un po’ rozzi, ma vi precede nelle analisi geopolitiche d’un paio d’anni. C’è una guerra e bisogna “decidere da che parte stare”. Poi c’è stato l’11 settembre e ve ne siete accorti pure voi. E fiato alle trombe. Come questo appassionato Castaldi su Capperi:
Sveglia, sognatore, siamo in guerra. […] Sì, lo so, sognando tu avrai elaborato molte teorie con le quali adesso sapresti spiegarci tutto, anche quest'odio. Ma qui c'è bisogno di sistemare i sacchi di sabbia in cortile, ti abbiamo svegliato per farci dare una mano, non per farci raccontare i tuoi sogni.
E commosso da tanto slancio io “povero illuso”, io “sognatore” volentieri verrei a darvi manforte, sennonché: dove ci si arruola? Dove sono questi famosi sacchi di sabbia da sistemare nel cortile? Non vedo niente. Qualche carabiniere morto, a volte borghese, a volte proletario; ma da nessuna parte trovo la fila di blogger patriottici che partono per il fronte a prendere il loro posto. E insomma, tutto questo parlare di guerra nelle vostre camerette, non trovate che ci si possa fare dell’ironia? Mi ricordate un po’ l’Eroe ar caffè di Trilussa, che è stato ar fronte, sì, ma cór pensiero: “Avressi da vedé come combatte…”
Spiana li monti, sfonna, spara, ammazza...
Per me - barbotta - c'è una strada sola...
E intigne li biscotti ne la tazza.
Io sarò sognatore, sarò illuso, sarò perfino pavido: ma il primo motivo per cui critico la guerra è che non sarei in grado di andare a combatterla. E voi, sareste in grado? O si tratta solo di scrivere qualche proclama e poi pagare qualche poveraccio che vada a combatterla per voi? In tal caso l’avete già persa: è solo questione di tempo, prima che nasca un barbaro appena appena dirozzato, uno Stilicone arabo che insegnerà ai vostri figli a marciare al passo dell’oca.
Di questo, se non siete illusi, se siete ben svegli, dovreste essere i primi a rendervi conto. C’è una guerra? Vale la pena di combatterla? Benissimo: il fronte è là, e non mi sembra che ci sia nient’altro da dire. Sul carro armato, e pedalare.
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