Dal balcone
Cosa fai lì. Vieni dentro
Vuole parlare Signora?
Ho visto che è qui in giro e fa domande. Io ho visto tutto.
Sì, il marocchino pestato, sì.
No, no, non siamo stati noi a chiamare il centotredici. La vicina. Ha fatto bene.
Adesso, certo, tutti a dire povero marocchino, e cos'hanno fatto al marocchino. Signora, vuole sapere cosa dico io? Io spero che muoia, quel marocchino. Che è una vergogna. Ubriaco tutto il giorno.
Cosa dici, smettila.
Smettila tu. No, Signora, non dicevo a lei. È mia moglie qui nascosta.
Sta sempre in casa nascosta, ma cosa crede. È solo che ha paura. Le donne hanno paura, qui. C'è tutta questa gente che ruba che spaccia che beve. Ubriachi la domenica mattina, è una vergogna. Io ho vergogna, del posto dove vivo.
Dov'ero io? Signora, io cercavo di dormire. È festa, no, la domenica? Una volta era festa, qui.
Vieni via, vieni via, che vergogna.
Idris ho sentito che lo chiamano, come quel negro in tv, ma è diverso questo, è marocchino. Beve e non fa un cazzo. Già l'altro giorno è venuta l'ambulanza a prenderlo – e lui ha fatto il matto, dicono che ha rotto una bottiglia contro l'ambulanza. Io stavo in fornace. Questa settimana ho il turno di notte.
Ma lui è sempre qua. Dorme qua, sulla scala. E mia moglie non esce più.
Se stava nel Palazzo Verde, prima? Non so, non credo. Ci stava anche brava gente lì. Regolari, col mutuo. Lui non credo che è regolare. È una boccia persa, dicono qui. Lo sa cosa vuole dire Boccia Persa, Signora?
Vieni via, ci sono le telecamere
Io sono a letto che cerco di dormire – quando arriva mia moglie e mi dice C'è la polizia. Allora vengo qui, proprio qui sul balcone. E da qui vedo i poliziotti, due vestiti uno in borghese, e per terra quel marocchino, nudo, quasi nudo, una vergogna. E intorno i curiosi. Sì, anche come-si-chiama, il marmista. Quello che ha preso il video.
L'ubriaco resta sdraiato per tre minuti e non si vuole alzare. Poi i poliziotti giustamente si sono stancati. Le ha prese, sì, le ha prese, io spero che muoia. È una boccia persa, ubriaco tutto il giorno.
Il pugno? No, io da qui non l'ho visto il pugno a un poliziotto. Ma è naturale, voglio dire, gli ubriachi fanno queste cose. Un marocchino che beve e tira pugni ai poliziotti, non ha più interesse a vivere. È peggio di un terrorista, Signora. Almeno un terrorista sa ancora cosa fare della sua vita.
Ma cosa stai dicendo, vieni via
Io sono di qui, Signora. Vent'anni che lavoro in fornace e i miei figli e mia moglie devono vivere in un quartiere di marocchini ubriachi che pisciano sulle nostre macchine. Scriva questo sul giornale. Io non ho mai fatto male a nessuno in vita mia, ma perché un ubriacone marocchino deve pisciare sulla mia macchina ogni giorno? Faccio male a dire che lo voglio morto? Signora aspetti che un marocchino ubriaco venga a dormire sulle sue scale, poi mi dirà. Promette che verrà a dirmelo.
Ahmed, per amor del Cielo
Mi chiamo Ahmed. Di dove sono? Signora, sono di Sassuolo. Di S a s s u o l o. Vent'anni di fornace e le mi chiede di dove sono. Ma cosa cazzo crede lei.
Ahmed!
Che siamo tutti cugini, noi marocchini. Che devo parlare bene di un ubriaco che mi piscia la macchina tutte le mattine. Io spero che muoia, signora. È una vergogna per tutti. Lo scriva sul giornale. Guardi che io lo leggo il giornale, lo sa. A volte lo compro anche.
Signora, mi dispiace. Ha bevuto. Non lo regge tanto bene.
Zitta. Sta zitta. Sto parlando alla Signora.
Io voglio leggere sul giornale che i marocchini di questa via vogliono più polizia. Cosa devo fare per farmi sentire? Mi faccio saltare in aria? Un marocchino che salta in aria ci va sul giornale, sì?
Non siamo cugini. Non siamo cugini. Dello stesso paese, sì. Ma noi siamo regolari. Dica questo. Che vergogna.
Zitta. Sta Zitta.
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi.
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mercoledì 1 marzo 2006
giovedì 23 febbraio 2006
dura essere martiri in città
è dura essere martiri in città.
"Guardi, è una vergogna. Una vergogna".
"Eh già".
"Cioè, ma mi chiedo, cosa deve fare una povera signora?"
"Cosa deve fare?"
"Ha scritto l'articolo, e loro niente. Il libro, e niente. Il secondo libro..."
"Il cofanetto..."
"Niente-niente-niente. Ma cos'è?"
"E' mancanza di rispetto, ecco cos'è".
"E poi è razzismo. Un indiano, dico, un indiano, uno che suo nonno ancora s'inginocchiava davanti alle vacche, lui sì. Ma lei no. E poi non dite che ci rispettano, a noi occidentali".
"Ah, beh, no",
"Se non è mancanza di rispetto questa, cosa?"
"Ah, non lo so, guardi".
"Che io capisco tutto. Anche la libertà d'espressione. Viva la libertà d'espressione".
"Viva!"
"Ma la libertà d'espressione senza nessuno che s'incazza e brucia le ambasciate per quel che dici o scrivi o disegni, è una fregatura. Ecco cos'è".
"Da volere i soldi indietro".
"E dire che è una persona semplice, modesta. Si contenterebbe di poco".
"Del tipo?".
"Ma non so. Una fatwa. Anche piccola".
"Magari un po' di chiasso in strada, cassonetti bruciati e macchine, cose così".
"Eh, ci starebbe".
"Un attentato?".
"Beh, perché no? Fanno degli attentati per cose molto più cretine, dopotutto. Ma il fatto è che sono senza pietà".
"Senza pietà".
"Neanche un po' di pietà per un'anziana signora molto malata che vorrebbe andarsene col botto".
"Come una martire".
"Una martire, sì. E sì che loro dovrebbero capirla, questa cosa del martirio. C'è nella loro cultura, o no? Io sapevo che c'era, nella loro cultura. E invece..."
"Invece niente".
"Niente, niente, niente di niente. E insomma una signora cosa deve fare? Cosa deve fare per farsi notare?"
"Guardi, è una vergogna. Una vergogna".
"Eh già".
"Cioè, ma mi chiedo, cosa deve fare una povera signora?"
"Cosa deve fare?"
"Ha scritto l'articolo, e loro niente. Il libro, e niente. Il secondo libro..."
"Il cofanetto..."
"Niente-niente-niente. Ma cos'è?"
"E' mancanza di rispetto, ecco cos'è".
"E poi è razzismo. Un indiano, dico, un indiano, uno che suo nonno ancora s'inginocchiava davanti alle vacche, lui sì. Ma lei no. E poi non dite che ci rispettano, a noi occidentali".
"Ah, beh, no",
"Se non è mancanza di rispetto questa, cosa?"
"Ah, non lo so, guardi".
"Che io capisco tutto. Anche la libertà d'espressione. Viva la libertà d'espressione".
"Viva!"
"Ma la libertà d'espressione senza nessuno che s'incazza e brucia le ambasciate per quel che dici o scrivi o disegni, è una fregatura. Ecco cos'è".
"Da volere i soldi indietro".
"E dire che è una persona semplice, modesta. Si contenterebbe di poco".
"Del tipo?".
"Ma non so. Una fatwa. Anche piccola".
"Magari un po' di chiasso in strada, cassonetti bruciati e macchine, cose così".
"Eh, ci starebbe".
"Un attentato?".
"Beh, perché no? Fanno degli attentati per cose molto più cretine, dopotutto. Ma il fatto è che sono senza pietà".
"Senza pietà".
"Neanche un po' di pietà per un'anziana signora molto malata che vorrebbe andarsene col botto".
"Come una martire".
"Una martire, sì. E sì che loro dovrebbero capirla, questa cosa del martirio. C'è nella loro cultura, o no? Io sapevo che c'era, nella loro cultura. E invece..."
"Invece niente".
"Niente, niente, niente di niente. E insomma una signora cosa deve fare? Cosa deve fare per farsi notare?"
La Fallaci ha spiegato di voler raffigurare Maometto "con le sue nove mogli, fra cui la bambina che sposò a 70 anni, le sedici concubine e una cammella col burqa. La matita, per ora, si è infranta sulla figura della cammella, ma il prossimo tentativo probabilmente andrà meglio".
lunedì 20 febbraio 2006
- al mondo ci sono persone
Al mondo ci sono persone che per queste stronzate muoionoPensavo di non avere più niente da aggiungere, poi mi è venuta in mente una cosa:
che tra qualche mese, quando si placherà anche l'ondata di assalti alle ambasciate (come si placano bene o male tutte le ondate, i roghi d'auto in Francia e i sassi in autostrada), qualcuno farà i conti delle vittime e scoprirà che al novanta, forse al novantanove per cento sono musulmani. Islamici. Forse integralisti. Forse solo incazzati. Comunque morti, il che per me chiude il problema.
Noi occidentali abbiamo la tendenza a vederci come parte lesa, in questa storia (e non solo in questa storia). Ma se fossimo davvero così occidentali, se volessimo occidentalmente giudicare la questione in termini di torti fatti e subiti, ci accorgeremmo in un istante che non è così. Certo, abbiamo anche noi avuto delle perdite. Tutte quelle ambasciate, quei consolati, immobili di pregio, spesso in lotti centrali – lo dico senza ironia, è un danno economico grave. Senza parlare di ciò che per molti è ancor più importante, vale a dire l'affronto alla nostra fondamentale libertà di raffigurare nelle vignette tutte le facce che vogliamo, anche quelle dei profeti altrui.
Dall'altra parte, però, sono morti decine (centinaia?) di persone. Islamiche. Ma adesso che sono morte, sono solo persone. Certo, so benissimo che il determinismo è molto più complesso. Non è che un libico muoia perché Calderoli indossa una maglietta – no, per l'amor di Dio. Perché il libico muoia sono necessarie tante variabili indipendenti da Calderoli. Un popolo povero in un Paese ricco. Un'ex colonia, una dittatura militare che si destreggia alla benemeglio coi grandi della terra senza neanche affettare un po' di democrazia (per i precedenti terroristici è bastata pagare la supermulta). Insomma, miseria, isolamento, risveglio del fondamentalismo islamico, ecc. ecc. Questi sono i veri problemi, altro che Calderoli.
E tuttavia, per quanto indipendente, la variabile Calderoli c'è. E funziona. Calderoli indossa, e un libico muore. D'accordo, non è colpa sua: ma un libico è morto. D'accordo, ha il diritto d'indossare tutte le magliette che vuole, ma un altro libico è morto (e certo, hanno anche bruciato l'ambasciata, è seccante).
Un giornale pubblica vignette: ne ha la facoltà, ma moriranno delle persone. È un ricatto umanitario? È un ricatto umanitario. Io, se fossi il direttore responsabile (nel vero senso della parola: direttore responsabile), cercherei di non scatenare la mia variabile indipendente, e poi alle variabili degli altri ci penseranno gli altri. Non posso convertire l'Islam alla tolleranza in 24 ore (o in 4 anni di guerra al terrore). Del resto, non riesco neanche a cambiare la testa a chi vota Calderoli. Ma se posso fare qualcosa per evitare che muoiano persone, io lo faccio. Mi gioco la mia libertà d'espressione? Forse sì. Però ho fatto quel che potevo per evitare che morissero persone.
Citano tutti Voltaire, ultimamente. Simpatico, ma non è il mio francese preferito. Da ragazzino ne lessi un altro che mi colpì molto, per una frase che suonava più o meno così: può darsi che nell'assurdo in cui viviamo, l'uomo non possa fare altro che cercare di ridurre aritmeticamente il dolore del mondo. Non vi sto a dire chi è, perché è probabilissimo che abbia sbagliato autore e citazione, e poi tutto sommato non importa. Quel che importa è che io ci credo. Per cui ritiro tutti i pipponi sulla cultura del rispetto che vi ho propinato fino a oggi. Il mio è semplicemente un problema di coscienza. Non sopporterei che persone morissero anche per causa mia. Anche se sono fanatici, fondamentalisti, brutti, sporchi e cattivi, e bruciano le ambasciate. Tutto questo ha un'importanza molto relativa per me perché, l'istante dopo essere morti, sono soltanto uomini.
venerdì 17 febbraio 2006
- even better than the real thing
L'isola che c'era, o forse noQuello che è successo con J.T. Leroy, o con James Frey, non è una novità (in breve: si è scoperto che le tragiche esperienze di vita raccontate nei loro libri di successo sono in parte o totalmente false: addirittura l'ermafrodito Leroy non esiste: nelle interviste era interpretato da una ragazza).
Non del tutto una novità, dicevo. Non sono sicuro che nel Settecento gli inglesi comprassero le Avventure di Robinson Crusoe come un romanzo d'invenzione. Parecchi ci sarebbero rimasti male, scoprendo che si trattava soltanto delle invenzioni di un tal Daniel Defoe, ex mercante di vini, bancarottiere.
Quei lettori non compravano fantasia. Compravano le memorie di un "vero" naufrago su un isola deserta. Peccato che i racconti dei "veri" naufraghi sulle isole deserte non andassero oltre le cinquanta paginette. Perché la vita di un "vero" naufrago del Settecento, probabilmente, era un incubo. La più parte impazziva e basta. Un olandese a Sant'Elena arrivò a disseppellire la bara di un compagno per usarla come imbarcazione. Defoe non aveva mai messo il naso fuori dalla Gran Bretagna, ma aveva una merce rara sul mercato: la fantasia. È stato uno dei primi autori di best-seller – come tale, snobbato da gran parte dei suoi contemporanei scrittori.
La letteratura ha un suo pubblico affezionato: chiamiamolo "zoccolo duro". Lo zoccolo gradisce le novità, ma su alcuni paletti non transige. Uno di questi è il cosiddetto patto finzionale: io lettore accetto, per tutta la durata della mia lettura, di fingere che quello che mi dici tu scrittore è vero. Non a caso è chiamata anche sospensione della credulità: puoi trasformare una ninfa in alloro e un uomo in scarafaggio, mettermi davanti paesi, isole, mondi immaginari, e io ti crederò – solo finché non chiuderò il libro. C'è qualcosa di rassicurante – e forse di regressivo – in tutto questo: il lettore in sostanza promette di stare zitto e buono per tutta la durata della favola. Si tende a pensare che chiunque sia dotato di una media istruzione e abbia tempo di leggere ami la narrativa; in realtà non è così. C'è gente a cui il patto finzionale semplicemente non piace. E infatti anche le biografie hanno sempre avuto un pubblico di tutto rispetto. Notare: gli autori di biografie stipulano coi loro lettori un accordo che è l'opposto del patto funzionale: io apprezzerò una biografia nella misura in cui mi dimostrerai che non è fiction.
Ecco, se cominciamo a usare l'inglese, le cose diventano più chiare: tutto si gioca tra fiction e reality. Sì, proprio come in tv: accanto a uno zoccolo duro che tradizionalmente apprezza le storie dei professionisti della fantasia, è cresciuto negli ultimi anni un pubblico che vuole situazioni sempre più "reali". Curiosamente, i due generi si danno ancora oggi battaglia sullo stesso campo di Defoe: L'isola dei famosi contro Lost. Ma naturalmente, sin dai tempi di Dafoe (che s'ispirò all'avventura di un naufrago vero) fiction e reality sono due astrazioni. Molto spesso noi crediamo di comprare fiction, e invece stiamo cercando reality: vale per tutti i testi di ventenni veri o presunti, da Porci con le Ali a Melissa P. Ciò che cerchiamo, tradizionalmente, in libri del genere, sono informazioni reali sugli usi e costumi della razza dei giovani: dove si trovano, come comunicano, se si riproducono o no. Pazienza se non sono scritti bene: l'importante è che raccontino qualcosa che (da qualche parte nel mondo) sta succedendo veramente.
Allo stesso tempo, gran parte del reality in commercio è pura fiction: vedi appunto JT Leroy. Sapere che non è mai esistito trasforma la sua biografia in qualcosa di diverso – che probabilmente piacerà meno.
Ma da un punto di vista politico cos'è peggio, la fiction o il reality? Se da una parte abbiamo un pubblico che se ne starà zitto e buono per tutta la durata dello spettacolo (ma alla fine potrebbe anche alzarsi e decidere di fare la rivoluzione; di solito però non succede), dall'altra abbiamo – oltre a un sospetto di voyeurismo – la più grande impostura della modernità: la Naturalezza, o Autenticità, o Spontaneità. Lo sanno bene i concorrenti televisivi, costretti a sforzi immani per simulare quella "spontaneità" che il pubblico richiede.
La Naturalezza (qui ci vorrebbe Barthes, siete fortunati che non l'ho in casa) è la fregatura ideologica per eccellenza. La Società nasconde i suoi rapporti di forza dietro la maschera della Natura.
(La società dovrebbe essere quella cosa che tutti possiamo e vogliamo cambiare in meglio; la natura è il mondo mitico, aspro e selvaggio, che nessuno si permette di toccare, a cui tutti aspireremmo segretamente a tornare).
Libri come quelli di JT o di Frey, che potrebbero apparire documenti di protesta, funzionano in realtà come reportages turistici dai mondi della perversione, della follia, dell'ambiguità sessuale, della dipendenza.
Il lettore-tipo di reality non vuole cambiare le cose: le osserva a una distanza ragionevole, si tiene aggiornato – e quando scopre che gli hanno venduto della fiction giustamente s'incazza. Se il libro gli è davvero piaciuto, potrete persino sentirlo sostenere che "comunque quello che non è successo a JT sarà senz'altro successo a qualcun altro": in una frase del genere emerge tutto il cinismo dell'appassionato di reality, che si ritrova a dover sperare che qualcuno sia stato veramente violentato come JT, per salvare la propria esperienza di lettura. Un turista del dolore 'autentico' non ha il minimo interesse alla sistematica riduzione del dolore sulla terra: viceversa ha qualche interesse che il dolore continui, si replichi, si perfezioni, si rinnovi: e ogni tanto qualche superstite la scampi e scriva un libro.
Già, perché un'altra cosa hanno in comune Robinson Crusoe, JT e Frey: il mito del superstite. Tutti e tre hanno patito grandi tribolazioni, ne sono scampati, e possono fare soldi a palate raccontandoceli. Se la Natura è un mondo aspro e selvaggio (ma avventuroso, e inconfessabilmente bello), la Società è quel salotto simpatico che ricompensa generosamente chi ha saputo trasformare le sue esperienze in un racconto glorioso. Devo già averlo letto da qualche parte: JT è l'ultima incarnazione del Sogno Americano. Il ragazzo/a che a furia di dolori e sacrifici s'innalza dalla strada all'empireo degli scrittori. Scoprire che questa puntata del Sogno è stata realizzata da una bella signora ricca in un lussuoso appartamento di San Francisco procura ai nemici dell'Autentico un sordo brivido di soddisfazione.
Rimane il caro vecchio interrogativo: che fare? Se i seguaci della fiction sono bambini educati che non disturberanno la proiezione, e i maniaci del reality sadici voyeur senza il minimo interesse a migliorare il mondo, esiste una terza via? Quesito interessante, pensateci nel week-end.
(Ciao Vale, se passi di qui)
mercoledì 15 febbraio 2006
- tutti pazzi per BB
50 anni senza Brecht
(non sono passati in fretta)
AVVERTENZA: paradossalmente, questa è una delle cose meno didattiche che ho scritto. Nel senso che chi non conosca Brecht (non è un reato) non troverà qui nessuna spiegazione utile. Questo è solo uno sfogo di un tale che non sa spiegarsi. Mi spiace.
Quando il mondo non ti capisce, un po' è anche colpa tua. Io sono convinto di questo.
Gran parte dell'incomprensione tra me e il mondo, in questi giorni, scaturisce da una concezione diversa dello strumento-blog: per me si tratta di un luogo dove si osservano le cose come stanno. Non è che mi metta ad attaccare adesivi o a protestare formalmente contro gli incendi alle ambasciate, perché le mie proteste formali non sono interessanti. Interessante è cercare di capire cosa porta a un incendio a un'ambasciata. Ma poi qualcuno pensa che voglio giustificare, che sono complice, che che che che. Io guardo alle cose come stanno, loro preferiscono immaginarsi le cose come dovrebbero essere. Non ci vuole molto tempo a ricostruire il pattern di questo mio modo di ragionare. È Marx, in effetti. E mi viene da chiedermi cosa sta succedendo, da quand'è che mi sono svegliato marxista? O sono sempre stato un agente della seconda internazionale in sonno? La cosa buffa è che ne ho letto veramente poco. Forse Marx per me è quel tipo di "cultura" che non si legge ma si respira, quella che meno cose sai più ti ci attacchi: come la Bibbia per i cristiani o Tocqueville per i neoconi.
Aspetta. Forse è Brecht. Io ho letto molto Brecht. Parecchio tempo fa (non ho neanche più i libri in casa).
L'altra sera ero a questo spettacolo, di Lisa Severo (amica) e Rocco Casino Papia, e mi stavo divertendo, ma mentre mi divertivo, pensavo (non ci posso fare niente): possibile che il giovane Brecht sia davvero questo simpatico giovinastro sesso-sigaro-e-chitarra? Andare a ripescare il Brecht giovane, non è un modo di addomesticarlo?
Probabilmente sì, ma non è che ci siano molte altre opzioni per parlare di Brecht oggi. Prima che l'anniversario entri nel vivo – e che tutti si mettano a parlare dell'eredità del grande drammaturgo – io qua vorrei sostenere senz'alcuna serietà un'idea antipatica e (spero) soltanto mia: non esiste nessuna eredità. Noi non riusciamo neanche a capirlo, Brecht. È un uomo di un'altra epoca, infinitamente più antico dei suoi contemporanei. È un pezzo di Storia a sé: il Novecento funzionerebbe benissimo anche cancellandolo; sarebbe un secolo più povero, ma non s'indovinerebbero i rami tagliati. È uno che non c'entra niente, né con quello che veniva prima, né con quello che è seguito dopo. (Con un sforzo senz'altro maggiore, forse si potrebbe ritagliare dal '900 anche l'Unione Sovietica).
Ogni volta che tentiamo di accostarci a Brecht, prendiamo cantonate. Gran parte delle nostre associazioni di idee (Strehler, Milva, Louis Armstrong, Jim Morrison…) sono semplicemente assurde. Pensiamo all'Opera da tre soldi e ci dimentichiamo quanto Brecht la odiasse. Facciamo finta che sia espressionismo – una delle famose avanguardie storiche – quella un po' più teutone, un po' più grottesca, con le voci in falsetto – e fraintendiamo tutto quanto. Non è del tutto colpa nostra.
Non riesco a spiegarmi che per metafore – necessariamente fuorvianti. Per esempio: Brecht è un sistema operativo per un tipo di computer che nessuno sa più progettare. Brecht è un Mac in un pianeta di PC, o viceversa (forse è meglio viceversa). Brecht è l'antimateria, che schizza via dal nostro universo repellente. Brecht è il Minitel francese, un'innovazione rifiutata dal successivo sviluppo tecnologico. Brecht è il motore a idrogeno; perché funzionasse bisognerebbe rivedere la civiltà dalle fondamenta, forse non vale la pena. Brecht è Brecht, sarei tentato di concludere. Per capirlo dobbiamo continuamente rifarci a cosa pensava lui di sé stesso – non è un buon segno. Persino Benjamin lo fraintendeva (e sicuramente noi fraintendiamo Benjamin).
E dire che sembra l'autore più semplice del mondo. Cosa c'è di più lineare di Vita di Galileo? Scienza è bene e Chiesa è male, o no? Madre Coraggio? La guerra è brutta. Arturo Ui? Hitler è un gangster. Tutto qui? Sembra di stare a scuola. E infatti è lì che lo abbiamo conosciuto, sui libri di testo (comunisti!). Del resto anche la scuola è una scheggia di mondo in fuga libera. Educare i giovani, che ingenuità, nell'era dell'intrattenimento. Cosa c'è di più anti-attuale di un autore didattico? Certa sua poesia sembra guardarci da un promontorio di secoli; Libro del Siracide, Libro dei Proverbi, Poesie di Bertolt Brecht.
(A proposito, l'autore italiano più brechtiano secondo me è Calvino, un altro che si scriveva le introduzioni da solo. Scriveva "libri per le scuole medie". Addirittura ha fatto un'antologia scolastica. Poi non c'è da stupirsi se crescendo lo trovano antipatico. Gli adulti vogliono libri ggiovani, che li facciano sentire ggiovani. Sesso e parolacce. Calvino scriveva per i giovani veri, quelli che hanno voglia di crescere in fretta).
Brecht è un caso a sé non perché sia difficile da capire. Proprio per l'esatto contrario. Ti spiazza per quanto è ovvio. Tu pensi al teatro, ma il teatro è semplicemente quello che la sua epoca aveva da offrirgli. Se fosse nato oggi scriverebbe per cinema, tv, internet. Ma cosa scriverebbe? È immaginabile, oggi, un cinema brechtiano? Persino la recitazione sarebbe una cosa diversa. Brecht riprenderebbe gli attori mentre si preparano ad andare in scena, salve sono Cathrine Deneuve e in questa scena faccio la vivandiera alla Guerra dei Trent'anni – la mente vacilla. Mi ricorda un po' gli ultimi due film di Von Trier, ma forse nemmeno lui c'entra con Brecht.
Prima di scegliere la Germania Est, Brecht girò parecchio. Visse in California, ma non riuscì a lavorare per Hollywood. Non lo capivano e non capiva. Io naturalmente fantastico su cosa sarebbe successo, se fosse riuscito a sfondare laggiù (come il collega Weill). Di sicuro oggi i nostri canoni sarebbero diversi. Ma è un pensiero ozioso. Brecht non poteva farcela. Era una sfida epica, la sua, ma non nel senso che lui dava alla parola. Nel senso che aveva contro tutta la prassi dell'intrattenimento occidentale. È come quella scena di Goodbye Lenin (molto proiettato da noi) in cui il protagonista mostra alla madre la caduta del muro, ma in senso inverso: gli occidentali fanno la fila per entrare in Germania Est a comprare i cetriolini della Sprea e il surrogato di caffè della DDR. Ecco, pensare a Brecht oggi richiede il medesimo, titanico, sforzo d'immaginazione
In un libro del mio Professore (che incautamente ho prestato a qualcuno), c'è un capitolo titolato "Che fare dopo Brecht?" Mi ha sempre fatto impazzire. Quanto comunismo in appena quattro parole. Che fare dopo Brecht? Ce lo siamo sempre chiesto in pochi.
Qualche mese fa il mio Professore è andato in pensione. Al pranzo di addio ho conosciuto un altro suo discepolo, un poeta, che mi ha detto di adorare la poesia di Ardengo Soffici. La cosa avrebbe lasciato indifferenti i più, ma io mi sono laureato (tra gli altri) anche su Soffici. Non perché lo adorassi, ma perché lo detestavo, lo consideravo l'inventore del fascismo in letteratura, un profeta dello squadrismo quando ancora Mussolini era un pacifista senza se e senza ma; insomma, per me era l'archetipo del letterato stronzo del Novecento, e consideravo una missione morale laurearmi su quella gente.
A un certo punto del pranzo il professore ha detto: ma io come faccio ad avere avuto due studenti così diversi? Parlava di lui e di me. Uno opposto all'altro.
Io adesso sono qui. Il mio opposto è al Grande Fratello. Essendo il mio opposto, mi sta molto simpatico. E mi pare che se la stia cavando. In ogni caso, lui ha trovato la sua risposta: che fare dopo Brecht? Il Grande Fratello. C'è poco da scherzare: non escludo che abbia ragione lui. In ogni caso, a me tocca fare l'opposto, e cioè?
Prendiamo quello che sto facendo adesso. Un blog. Come si fa a brechtizzare un blog? Io a volte ci ho provato. Ma forse non ho capito niente. In ogni caso ringrazio Georg, che ha rimesso in giro quella che definisce "una delle dichiarazioni di poetica meno fortunate della storia della letteratura probabilmente". Ecco. Io provo a ripartire da lì. Forse sono sempre stato lì. In ogni caso, riparto. La forma epica del blog. Vediamo.
(non sono passati in fretta)
AVVERTENZA: paradossalmente, questa è una delle cose meno didattiche che ho scritto. Nel senso che chi non conosca Brecht (non è un reato) non troverà qui nessuna spiegazione utile. Questo è solo uno sfogo di un tale che non sa spiegarsi. Mi spiace.
Quando il mondo non ti capisce, un po' è anche colpa tua. Io sono convinto di questo.
Gran parte dell'incomprensione tra me e il mondo, in questi giorni, scaturisce da una concezione diversa dello strumento-blog: per me si tratta di un luogo dove si osservano le cose come stanno. Non è che mi metta ad attaccare adesivi o a protestare formalmente contro gli incendi alle ambasciate, perché le mie proteste formali non sono interessanti. Interessante è cercare di capire cosa porta a un incendio a un'ambasciata. Ma poi qualcuno pensa che voglio giustificare, che sono complice, che che che che. Io guardo alle cose come stanno, loro preferiscono immaginarsi le cose come dovrebbero essere. Non ci vuole molto tempo a ricostruire il pattern di questo mio modo di ragionare. È Marx, in effetti. E mi viene da chiedermi cosa sta succedendo, da quand'è che mi sono svegliato marxista? O sono sempre stato un agente della seconda internazionale in sonno? La cosa buffa è che ne ho letto veramente poco. Forse Marx per me è quel tipo di "cultura" che non si legge ma si respira, quella che meno cose sai più ti ci attacchi: come la Bibbia per i cristiani o Tocqueville per i neoconi.
Aspetta. Forse è Brecht. Io ho letto molto Brecht. Parecchio tempo fa (non ho neanche più i libri in casa).
L'altra sera ero a questo spettacolo, di Lisa Severo (amica) e Rocco Casino Papia, e mi stavo divertendo, ma mentre mi divertivo, pensavo (non ci posso fare niente): possibile che il giovane Brecht sia davvero questo simpatico giovinastro sesso-sigaro-e-chitarra? Andare a ripescare il Brecht giovane, non è un modo di addomesticarlo?
Probabilmente sì, ma non è che ci siano molte altre opzioni per parlare di Brecht oggi. Prima che l'anniversario entri nel vivo – e che tutti si mettano a parlare dell'eredità del grande drammaturgo – io qua vorrei sostenere senz'alcuna serietà un'idea antipatica e (spero) soltanto mia: non esiste nessuna eredità. Noi non riusciamo neanche a capirlo, Brecht. È un uomo di un'altra epoca, infinitamente più antico dei suoi contemporanei. È un pezzo di Storia a sé: il Novecento funzionerebbe benissimo anche cancellandolo; sarebbe un secolo più povero, ma non s'indovinerebbero i rami tagliati. È uno che non c'entra niente, né con quello che veniva prima, né con quello che è seguito dopo. (Con un sforzo senz'altro maggiore, forse si potrebbe ritagliare dal '900 anche l'Unione Sovietica).
Ogni volta che tentiamo di accostarci a Brecht, prendiamo cantonate. Gran parte delle nostre associazioni di idee (Strehler, Milva, Louis Armstrong, Jim Morrison…) sono semplicemente assurde. Pensiamo all'Opera da tre soldi e ci dimentichiamo quanto Brecht la odiasse. Facciamo finta che sia espressionismo – una delle famose avanguardie storiche – quella un po' più teutone, un po' più grottesca, con le voci in falsetto – e fraintendiamo tutto quanto. Non è del tutto colpa nostra.
Non riesco a spiegarmi che per metafore – necessariamente fuorvianti. Per esempio: Brecht è un sistema operativo per un tipo di computer che nessuno sa più progettare. Brecht è un Mac in un pianeta di PC, o viceversa (forse è meglio viceversa). Brecht è l'antimateria, che schizza via dal nostro universo repellente. Brecht è il Minitel francese, un'innovazione rifiutata dal successivo sviluppo tecnologico. Brecht è il motore a idrogeno; perché funzionasse bisognerebbe rivedere la civiltà dalle fondamenta, forse non vale la pena. Brecht è Brecht, sarei tentato di concludere. Per capirlo dobbiamo continuamente rifarci a cosa pensava lui di sé stesso – non è un buon segno. Persino Benjamin lo fraintendeva (e sicuramente noi fraintendiamo Benjamin).
E dire che sembra l'autore più semplice del mondo. Cosa c'è di più lineare di Vita di Galileo? Scienza è bene e Chiesa è male, o no? Madre Coraggio? La guerra è brutta. Arturo Ui? Hitler è un gangster. Tutto qui? Sembra di stare a scuola. E infatti è lì che lo abbiamo conosciuto, sui libri di testo (comunisti!). Del resto anche la scuola è una scheggia di mondo in fuga libera. Educare i giovani, che ingenuità, nell'era dell'intrattenimento. Cosa c'è di più anti-attuale di un autore didattico? Certa sua poesia sembra guardarci da un promontorio di secoli; Libro del Siracide, Libro dei Proverbi, Poesie di Bertolt Brecht.
(A proposito, l'autore italiano più brechtiano secondo me è Calvino, un altro che si scriveva le introduzioni da solo. Scriveva "libri per le scuole medie". Addirittura ha fatto un'antologia scolastica. Poi non c'è da stupirsi se crescendo lo trovano antipatico. Gli adulti vogliono libri ggiovani, che li facciano sentire ggiovani. Sesso e parolacce. Calvino scriveva per i giovani veri, quelli che hanno voglia di crescere in fretta).
Brecht è un caso a sé non perché sia difficile da capire. Proprio per l'esatto contrario. Ti spiazza per quanto è ovvio. Tu pensi al teatro, ma il teatro è semplicemente quello che la sua epoca aveva da offrirgli. Se fosse nato oggi scriverebbe per cinema, tv, internet. Ma cosa scriverebbe? È immaginabile, oggi, un cinema brechtiano? Persino la recitazione sarebbe una cosa diversa. Brecht riprenderebbe gli attori mentre si preparano ad andare in scena, salve sono Cathrine Deneuve e in questa scena faccio la vivandiera alla Guerra dei Trent'anni – la mente vacilla. Mi ricorda un po' gli ultimi due film di Von Trier, ma forse nemmeno lui c'entra con Brecht.
Prima di scegliere la Germania Est, Brecht girò parecchio. Visse in California, ma non riuscì a lavorare per Hollywood. Non lo capivano e non capiva. Io naturalmente fantastico su cosa sarebbe successo, se fosse riuscito a sfondare laggiù (come il collega Weill). Di sicuro oggi i nostri canoni sarebbero diversi. Ma è un pensiero ozioso. Brecht non poteva farcela. Era una sfida epica, la sua, ma non nel senso che lui dava alla parola. Nel senso che aveva contro tutta la prassi dell'intrattenimento occidentale. È come quella scena di Goodbye Lenin (molto proiettato da noi) in cui il protagonista mostra alla madre la caduta del muro, ma in senso inverso: gli occidentali fanno la fila per entrare in Germania Est a comprare i cetriolini della Sprea e il surrogato di caffè della DDR. Ecco, pensare a Brecht oggi richiede il medesimo, titanico, sforzo d'immaginazione
In un libro del mio Professore (che incautamente ho prestato a qualcuno), c'è un capitolo titolato "Che fare dopo Brecht?" Mi ha sempre fatto impazzire. Quanto comunismo in appena quattro parole. Che fare dopo Brecht? Ce lo siamo sempre chiesto in pochi.
Qualche mese fa il mio Professore è andato in pensione. Al pranzo di addio ho conosciuto un altro suo discepolo, un poeta, che mi ha detto di adorare la poesia di Ardengo Soffici. La cosa avrebbe lasciato indifferenti i più, ma io mi sono laureato (tra gli altri) anche su Soffici. Non perché lo adorassi, ma perché lo detestavo, lo consideravo l'inventore del fascismo in letteratura, un profeta dello squadrismo quando ancora Mussolini era un pacifista senza se e senza ma; insomma, per me era l'archetipo del letterato stronzo del Novecento, e consideravo una missione morale laurearmi su quella gente.
A un certo punto del pranzo il professore ha detto: ma io come faccio ad avere avuto due studenti così diversi? Parlava di lui e di me. Uno opposto all'altro.
Io adesso sono qui. Il mio opposto è al Grande Fratello. Essendo il mio opposto, mi sta molto simpatico. E mi pare che se la stia cavando. In ogni caso, lui ha trovato la sua risposta: che fare dopo Brecht? Il Grande Fratello. C'è poco da scherzare: non escludo che abbia ragione lui. In ogni caso, a me tocca fare l'opposto, e cioè?
Prendiamo quello che sto facendo adesso. Un blog. Come si fa a brechtizzare un blog? Io a volte ci ho provato. Ma forse non ho capito niente. In ogni caso ringrazio Georg, che ha rimesso in giro quella che definisce "una delle dichiarazioni di poetica meno fortunate della storia della letteratura probabilmente". Ecco. Io provo a ripartire da lì. Forse sono sempre stato lì. In ogni caso, riparto. La forma epica del blog. Vediamo.
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| Forma epica del blog
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| attiva | narrativa | |
| involge il pubblico in un'azione scenica | fa dello spettatore un osservatore | |
| ne esaurisce l'attività | però ne stimola l'attività | |
| gli consente dei sentimenti | lo costringe a decisioni | |
| delle emozioni | a una visione generale | |
| lo spettatore viene immesso in qualcosa | lo spettatore viene posto di fronte a qualcosa | |
| suggestioni | argomenti | |
| le sensazioni vengono conservate | le sensazioni vengono spinte fino alla consapevolezza | |
| lo spettatore sta nel bel mezzo, partecipa | lo spettatore sta di fronte, studia | |
| l'uomo si presuppone noto | l'uomo è oggetto di indagine | |
| l'uomo immutabile | l'uomo mutabile e modificatore | |
| tensione riguardo all'esito | tensione riguardo all'andamento | |
| una scena serve l'altra | ogni scena sta per sé | |
| corso lineare degli accadimenti | a curve | |
| natura non facit saltus | facit saltus | |
| l'uomo come dato fisso | l'uomo come processo | |
| ciò che l'uomo dovrebbe fare | ciò che l'uomo deve fare | |
| il pensiero determina l'esistenza | l'esistenza sociale determina il pensiero | |
| sentimento | ratio |
lunedì 13 febbraio 2006
- generazione di fenomeni, 2
(Prossimamente, penso che scriverò roba più leggera).Ma sul serio: se io sono veramente ateo, se credo che Dio sia una semplice impostura, come posso sopportare che miliardi di persone intorno a me vivano in questa impostura? Come posso 'tollerare' una menzogna così diffusa e capillare? No, non posso. Devo gridare ai quattro venti che Dio non c'è. Ma allora la mia condizione non è molto diversa da quella di chi crede che un Dio ci sia, uno o trino, o senza volto, o con la proboscide, e che parimenti non può tollerare di avere la verità rivelata in esclusiva: deve gridarla ai quattro venti. Davvero dovrei stare zitto e "tollerare" che gli impostori e gli ingenui intorno a me urlino qualcosa che ritengo sbagliata?
Le risposte che accludo valgono solo per me – tra l'altro, adesso che mi viene in mente, io non sono ateo. Ma cambia poco.
Perché non posso non rispettare le religioni degli altri (anche se sotto-sotto mi sembrano coglionate)
1) Perché non convincerò mai nessuno ostentando la superiorità delle mie ragioni e umiliando le sue – come ben sa chi ha un blog. È mai servito a qualcosa scrivere che Berlusconi è un pagliaccio, e chi lo vota è un fesso? Allo stesso modo, l'approccio "Dio non esiste, smetti di crederci, coglione" non funziona. Dio, come Berlusconi, si sconfigge seminando pazientemente dubbi in chi ci crede. Ma per seminare occorre tempo e serenità. Occorre ostentare rispetto per l'avversario mentre si avvelenano i suoi pozzi. Occorre essere semplici come colombe e astuti come serpi (buona, questa. Dove l'ho già sentita?)
2) Perché non posso convertire tutti. Semplicemente. Il mondo non può permettersi sei miliardi di atei. Se l'ateismo è quello che intendo – un ateismo rigoroso, razionale, scientifico – dobbiamo ammettere che esso è destinato a rimanere ancora a lungo un lusso. Un appannaggio delle élites. Mi rendo conto di dire una cosa antipatica.
Per Marx la religione era il noto oppio dei popoli. Ma i popoli erano destinati a liberarsi e a impadronirsi dei mezzi di produzione: una prospettiva di fronte alla quale l'oppiomania appariva come un palliativo inutile e dannoso. Perché perder tempo in paradisi artificiali quando il Sol dell'Avvenire sta apparendo all'orizzonte? Non c'è bisogno di spiegare che la nostra prospettiva è molto diversa.
Noi sappiamo che la Storia non ci sta preparando nessuna rapida palingenesi. Sappiamo che la scienza, la medicina e l'economia, con tutti i loro progressi, non riescono a impedire che miliardi di persone vivano male: al punto che c'è forse più sofferenza umana sulla terra oggi di quanta ce ne sia mai stata in passato.
Sappiamo che di fronte al dolore la scienza è troppo spesso impotente. Viviamo in un'epoca di diagnosi rigorose e cure imperfette. La nostra scienza funziona benissimo quando deve spiegarci di che malattia stiamo soffrendo, o perché il nostro Paese è in recessione. Funziona assai peggio come erogatrice di speranze. A tutt'oggi non ci sono ricette per gran parte dei mali che ci affliggono, fisici e morali. Forse vale la pena di guardare all'oppio con un occhio diverso.
Le grandi religioni, quelle che azzerano il calendario, si sono sempre affermate in periodi di crisi simili a questo. Prendiamo il cristianesimo: se ha avuto lo straordinario successo che sappiamo, è perché ha individuato un "mercato" che nessun prodotto era più in grado di soddisfare. Il mercato della sofferenza e della disperazione – e quando dico "mercato", non parlo per metafore. Dal III secolo in poi, le comunità cristiane hanno portato alla luce un soggetto economico che prima non esisteva: il bisognoso. In un mondo che ignorava (oltre che la luce elettrica e la penicillina) qualsiasi forma di Welfare State, i cristiani iniziarono a raccogliere fondi con lo scopo di destinarli a vedove, orfani, perseguitati, poveri. In seno allo Stato militare (che tassava i cittadini ormai quasi esclusivamente per mantenere burocrazia ed esercito), nasceva un'idea di Stato assistenziale. Non è curioso che la fratellanza musulmana (che in Palestina si chiama Hamas) sia nata e cresciuta nei Paesi arabi nella stessa maniera? La fratellanza sostituisce (male) l'assistenza sociale in Paesi in cui i poveri sono abbandonati a loro stessi. Tutto questo è giusto? No. Ma tutto questo può essere cambiato rapidamente?
Se io sono ateo, forse è perché me lo posso permettere. Ho un buon lavoro, che dà un senso a parte della mia vita; e una famiglia abbastanza confortevole. Se soffro di qualcosa, posso acquistare le medicine che mi servono. Posso anche investire parte della mia vita e dei miei guadagni in divertimenti. Insomma, non ho così bisogno di Dio. Così sono ateo. Perché sono più intelligente di altri? O perché sono un privilegiato?
E a chi non è altrettanto fortunato – o intelligente – cos'ho da proporre? Posso garantire un lavoro a tutti i poveri della terra? Una famiglia confortevole? Medicine a prezzi equi? Divertimento occidentale? No, non posso. Se sto bloccando le frontiere, è evidente che non ci sono abbastanza risorse per tutti. Ma allora, cosa ho da proporre ai poveri della terra, di meglio del caro-vecchio-oppio-dei-popoli?
3) Tutto questo, gli impresari delle religioni lo sanno. Dirigono onorate società che stanno sul mercato da migliaia di anni. Si vede che in qualche modo funzionano. Non meritano rispetto, almeno per questo? Vendono una cosa di cui c'è un gran bisogno: la speranza. Poi magari alla fine si scopre che è un pacco – ma per ora non c'è molto di meglio sul mercato. So che è un discorso antipatico.
So che dovrei proporre un orizzonte diverso, in cui tutti ci ribelliamo all'oppio e alle false credenze, e ci diamo da fare per costruire non già un mondo migliore, ma la speranza di un mondo migliore. Purtroppo, se devo essere onesto, non mi sembra di vivere così.
Mi sembra di vivere in un regime di moderata disperazione, che curo con quello che trovo sul mercato occidentale: qualche soddisfazione sul lavoro, una vita domestica abbastanza tranquilla, la mia bella pagina web per la libertà d'espressione… e poi c'è l'intrattenimento. Massicce dosi d'intrattenimento – questo è l'oppio nostro. Persino quell'ateo fiero che è Gianluca Neri, secondo me, sarebbe pronto a immolarsi per il suo decoder. E guai a dirgli che è roba da rincoglioniti – lui risponderà che i fenomeni mediatici vanno studiati, criticati, capiti. Ebbene, con le religioni il discorso è lo stesso. Sono fenomeni mediatici millenari, che tutto meritano fuorché d'essere snobbati: vanno studiati, criticati, capiti. Se non altro, perché hanno funzionato per centinaia di generazioni – i reality show non dureranno altrettanto. Non credo, perlomeno.
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