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giovedì 12 ottobre 2017

Finisce la legislatura, svelto! vota una legge elettorale a caso

Come forse sapete, si sta votando alla Camera l’ennesima legge elettorale – la terza in questa sola legislatura. Per evitare che venga impallinata come la penultima, il governo Gentiloni ha deciso di porre la fiducia, come fece il governo Renzi con l’Italicum tre anni fa. Come forse immaginate, la legge elettorale che verrà approvata è brutta – come del resto era brutto l’Italicum, anche se lì la filosofia era diversa. Quest’ultimo era concepito per regalare il Parlamento al leader che fosse riuscito a conquistare il 40% dei voti. Dopo le europee Renzi era convintissimo di riuscirci; pochi mesi dopo, i suoi uomini stavano già bisbigliando che forse la legge andava cambiata. La nuova legge, invece, scaturisce da un’amara constatazione: al 40% non ci arriverà né Renzi né nessun altro. A questo punto è abbastanza normale, se i partiti sono tre, che almeno due si accordino in Parlamento per rendere più complicata la vita al terzo. Specie se il terzo in questione è il M5S, che potrebbe perfino vincere la conta dei voti, ma che tra tutti è il meno disponibile alle alleanze post-elettorali.


Avremo dunque due partiti (il PD e Berlusconi +Salvini) che lotteranno come leoni fino alla mattina delle elezioni, per accordarsi come agnelli la sera dello spoglio dei voti. Questo meccanismo, che nel lessico degli osservatori politici viene chiamato “inciucio”, è universalmente esecrato, ma al momento appare abbastanza inevitabile. Nel caso i numeri lo permettessero, potrebbero esserci delle scissioni. Ad esempio, un pezzo di centrodestra potrebbe staccarsi (ricordate Alfano, tre anni fa?) e andare al governo col centrosinistra, oppure il contrario: è un fenomeno che sul finire dell’Ottocento fu battezzato “trasformismo” e che ha resistito a cinque o sei sistemi elettorali diversi. Al centro del Parlamento, nel loro dorato isolamento, i grillini continueranno a recitare il ruolo dei duri-ma-puri.


Salvo meteoriti o altre catastrofi, dovrebbe finire così... (ho scritto un altro pezzo per TheVision, si chiama: Sorpresa, la nuova legge elettorale farà schifo come le altre).

Salvo meteoriti o altre catastrofi dovrebbe finire così. Ed è normale che finisca così: in un sistema tripolare vince chi si allea e perde chi resta solo. Le proiezioni e i sondaggi (che sbagliano spesso) ci dicono che finirebbe così con qualsiasi sistema elettorale, e quindi tanto varrebbe trovarne uno semplice e condivisibile. Invece la nuova legge elettorale che verrà votata alla Camera nei prossimi giorni è particolarmente complicata ‒ un po’ uninominale un po’ proporzionale, e sembra voler raccogliere qualcosa di peggio da entrambi i sistemi (il first-past-the-post dei britannici e i capolista ubiqui italiani). C’è anche il rischio che non sia costituzionale.

Naturalmente questo ce lo potranno dire soltanto i giudici costituzionali, e sappiamo che ci metteranno un po’. Ma visti i precedenti è lecito diffidare. Come forse ricordate, gli stessi giudici hanno già dichiarato incostituzionali le ultime due leggi elettorali, il Porcellum di Calderoli e l’Italicum di Renzi. Chiedo scusa per gli odiosi nomi in finto latino, ma almeno ci aiutano a districarci nella situazione in cui versiamo: con un parlamento eletto con una legge incostituzionale (il Porcellum), che avrebbe dovuto cambiarla al più presto, salvo che l’ha sostituita nel 2015 con un’altra legge comunque incostituzionale (l’Italicum). In particolare i giudici avevano obiezioni sul ballottaggio, che sarebbe scattato qualora nessun partito avesse raggiunto il 40%. Una cosa che non esiste in nessun’altra democrazia del mondo. Il ballottaggio si fa in Francia, per esempio, ma per eleggere una carica monocratica (il presidente della Repubblica). Possibile che gli estensori della legge non si rendessero conto della differenza tra una repubblica presidenziale come la Francia, e una parlamentare come la nostra? A un certo punto, più che un problema politico, sembra un problema culturale; soprattutto quando ti rendi conto che tra gli ingegneri costituzionali più competenti che abbiamo in parlamento c’è Calderoli (non sto scherzando, ormai è davvero uno di quelli che ne sa di più: figurati gli altri).

Diciamo che in Italia il dibattito sulla legge elettorale sembra pesantemente condizionato da un paio di argomenti molto rozzi e quasi universalmente condivisi:

1. La governabilità: qualsiasi legge i parlamentari scrivano e approvino, dovrebbe avere come fine ultimo il rendere l’Italia governabile. Cioè? Cioè, come Renzi ripeté fino allo sfinimento, la sera delle elezioni si deve conoscere il capo del governo: e questo capo del governo deve durare tutti i cinque anni della legislatura. Peccato che la democrazia parlamentare non funzioni così – ma non importa. Prima ancora che una democrazia parlamentare, l’Italia dev’essere governabile.

2. Niente inciuci: le alleanze pre- o post-elettorali, gli accordi, i compromessi, i rovesciamenti di fronte… tutto quello che in fondo è l’essenza della politica, è sporco. Anche quando è inevitabile. Anche quando sono gli stessi elettori a non esprimere una maggioranza definita. Si vede che gli elettori sbagliano. La legge elettorale dovrebbe… correggerli.

Questi due argomenti li trovo perfettamente sintetizzati, purtroppo, nell’amaca domenicale di Michele Serra: “PARLANDO non da costituzionalisti, ma da avventori appoggiati al bancone del bar, diciamoci che un maggioritario secco secco, papale papale, avrebbe per questo paese un difetto imperdonabile: consentirebbe di sapere, appena chiuse le urne, quale partito o coalizione governerà per cinque anni; e gli altri li manderebbe a fare il nobile mestiere dell’opposizione”. Quest’ultimo nobile mestiere, par di capire, consiste nella semplice rappresentanza: chi ha la maggioranza dovrebbe comandare, e gli altri limitarsi a protestare civilmente, senza nemmeno tentare di spostare il baricentro.

Per inciso: ve lo immaginate Michele Serra appoggiato a un bancone di un bar, che ciancia di sistemi elettorali con la cassiera? Io ho qualche difficoltà. Abbiamo tutti diritto ad avere opinioni da bar, approssimative e tagliate col coltello; a tutti, anche alla firma prestigiosa in cima alla Repubblica è concessa la facoltà di fare un passo indietro, ogni tanto, di togliersi gli occhiali e guardare i problemi da lontano. Perché a volte davvero un po’ di miopia selettiva aiuta: i dettagli inutili spariscono, il quadro d’insieme si chiarisce. Ma credo che ci sia un limite oltre il quale la miopia diventa cecità. Questo “maggioritario secco secco” che per cinque anni chiuderebbe ogni questione che cos’è? È mai davvero esistito fuori dai sogni umidicci dei politici italiani?

Vediamo. Se per “maggioritario secco” s’intende l’uninominale anglosassone, il confronto è presto fatto. Il Regno Unito è politicamente più stabile della Repubblica italiana? Non esattamente. Non ultimamente. L’uninominale secco – un sistema un po’ rude, che data dal Seicento – assegna ogni seggio al candidato che abbia preso anche un solo voto in più degli altri (“First past the post”). Questo rende le elezioni britanniche uno sport completamente diverso da quelle continentali. Si può vincere un seggio con quindicimila voti e perderne uno con ventimila. Il che significa che si può ottenere una maggioranza di seggi anche senza una maggioranza di voti (qualcosa di simile a quello che ha combinato Trump negli USA, anche se lì il sistema è ancora più complicato). Ai partiti piccoli conviene quindi concentrarsi su pochi distretti, invece che far campagna a livello nazionale (i partiti autonomisti in Scozia e Ulster risultano sovrarappresentati: da noi c’è da aspettarsi un ritorno al territorio da parte della Lega). Con lo stesso numero di voti, a volte un partito ha la maggioranza assoluta e a volte no: Cameron nel 2015 ce l’aveva con undici milioni di voti, Theresa May l’ha persa con tredici milioni (e ha dovuto cercare un accordo sottobanco con gli antiabortisti nordirlandesi). Agli occhi di un continentale ha tutta l’aria di un terno al lotto, ma se i brits sono abituati così da secoli si può anche capire la loro resistenza a cambiare. Si fa più fatica a capire chi propone sistemi del genere in Italia: e invece con la nuova legge elettorale sbarcherà da noi il first-past-the-post. Sarà il modo in cui eleggeremo 232 deputati su 630, e 102 senatori su 315. Gli altri li dovremmo eleggere con un sistema proporzionale, ma siccome non sarà concesso il voto disgiunto, i partiti più forti saranno comunque avvantaggiati rispetto ai più piccoli. Con tutte queste distorsioni, la repubblica diventerà almeno più governabile? Le simulazioni dicono il contrario: anche con l’uninominale secco nel 2013 ci saremmo ritrovati con un hung parlament, un parlamento senza una maggioranza definita.

Ma immaginiamo che invece funzioni: che grazie a qualche misteriosa alchimia, uno dei tre partiti che attualmente i sondaggi danno tra il 28% e il 20% riesca a ottenere una maggioranza finalmente stabile in parlamento. Dobbiamo ipotizzare che uno dei tre prenda, diciamo dieci milioni di voti (il PD alle europee ne prese undici, e sembrava già un exploit incredibile), così uniformemente distribuiti da vincere la maggior parte dei seggi uninominali e proporzionali. Resta il problema che di solito alle elezioni politiche in Italia votano più di trenta milioni di persone. E quindi avremmo un partito con dieci milioni di voti su trenta che ottiene la maggioranza assoluta dei seggi – sicuri che la Corte Costituzionale non troverebbe niente da eccepire? A me pare che abbia bocciato l’Italicum per molto meno. Certo, magari mi sbaglio: non sono un costituzionalista. Ma a questo punto mi domando se in parlamento ce ne sia almeno uno – a parte Calderoli, naturalmente.

3 commenti:

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