domenica 3 luglio 2022

48. Viva la gioventù, che fortunatamente passa

[Questa, cosa pensate che sia? Non siate paranoici, nessuno vi guarda, nessuno deduce il vostro destino dalla curva del vostro naso, nessuno stabilisce quale funzione avete nel mondo, se siate giovani animali notturni o anziani amanti della luce. Questa comunque è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, cosa pensavate che fosse? Avevate dei dubbi? E perché li avevate?] 

Si vota qui


1972: Paranoia (#215)

Un giorno usciremo per le strade, cambieremo i semafori e le luci. Offriremo cipolle agli amici, dormiremo insieme in calde stanze tutte rosa. Romperemo l'asfalto con dei giardini colorati! Paranoia è forse l'episodio che più si avvicina all'idea di Battiato che aveva il suo management tra 1972 e 1973: un personaggio enigmatico e fuori dalle righe che il pubblico dovrebbe seguire con la curiosità con cui si osserva una curva pericolosa in cui da un momento all'altro potrebbe verificarsi un incidente. A riascoltarla oggi, sembra completamente avulsa da quello che stava facendo Battiato sia immediatamente prima (Fetus), sia immediatamente dopo (Pollution), sia durante (La convenzione, di cui Paranoia era il lato B). Il punto è proprio questo: è esistito un Battiato diverso in quegli anni, che ha lasciato più tracce visive che sonore: è il Battiato conciato con la maschera d'argilla, il Battiato che fa a pezzi la croce di legno ai concerti, un'idea folle di rockstar che coincide cronologicamente con l'invenzione di Ziggy Stardust, soprattutto nel concetto: una rockstar inventata a tavolino, che si comporta come tale ed esorta il pubblico a trattarla come tale. Quanto alla musica, non la conosciamo più di tanto: sappiamo che era molto più violenta di quanto le tracce salvate su Pollution lascino immaginare, e non la troviamo incisa sui dischi perché Battiato a un certo punto ne provò una genuina repulsione, tale da fargli abbandonare il personaggio proprio quando cominciava a funzionare. "Man mano che il ritmo cresceva ci scatenavamo tutti, ed era qualcosa di spaventosamente incontrollabile. Non era solo la gente che si lanciava le sedia in testa. Una sera il tastierista saltò addosso al violinista. Un'altra io ero talmente preso che mi accorsi solo a fine serata che mi ero ustionato la schiena con un cavo elettrico". Paranoia da un punto di vista formale è molto meno innovativa anche dei brani di Fetus; alla fine è una progressione di tre accordi e i tre accordi sono quelli del finale scatenato di Occhi d'or, ovvero di Hey Jude. È una via italiana al glam rock: prima dell'ingresso finale del sintetizzatore, la componente avanguardista del brano poggia tutta sulla prestazione vocale di Battiato, che deve fare il matto e ci riesce, anche se con qualche rigidità. Questo approccio teatrale alla canzone è una cosa che Battiato da qui in poi eviterà attentamente di fare, anche quando gli capiterà di riprendere canzoni di cantanti-attori come Brel o Lauzi (mentre dal repertorio cantante-attore italiano per eccellenza, Gaber si terrà sempre a distanza malgrado la lunga amicizia). È qualcosa che lo ripugnava.   


1974: Ti sei mai chiesto quale funzione hai? (#170)

Certo Battiato che me lo sono chiesto – e a quest'ora mi sono anche risposto – ma grazie per la domanda. Quando scrivo che certe cose di Pollution soffrono l'età, mi riferisco ad esempio il finale, che nelle intenzioni doveva essere qualcosa di maestoso e solenne, una cantata di Bach rallentata (Laß fürstin laß noch einen strahl) accompagnato dal rumore di un pianto che in interviste successive Battiato definisce come "dirotto", "una premonizione del futuro dell'umanità, sui gravi disastri a cui saremo andati incontro". E nel 1973 poteva davvero suonare così (non male, l'idea di chiudere con un pianto un disco così liquido). Riascoltato più tardi, è difficile accettare che FB sia così mortalmente serio. Gli effetti del synth tradiscono una certa obsolescenza, il ricorso al solito Bach sembra un espediente per allungare il brodo di un disco interessante ma già piuttosto breve, il "pianto dirotto" sembra più un singhiozzo prolungato e artefatto, come se in vista de funerale dell'umanità FB si preparasse per il ruolo di prefica.

1988: Fisiognomica (#42)

Fisiognomica non dà solo il titolo all'album del 1988, ma contiene anche la chiave necessaria a capire la copertina. A un primo livello di lettura, si tratta semplicemente di una foto ritratto di Battiato bambino, prima che un incidente calcistico non gli conferisse la peculiare conformazione nasale che forse nella sua carriera di cantante ha avuto qualche importanza. (Questo in effetti è un buon argomento contro la fisiognomica: i nostri lineamenti non sono il nostro destino, se l'ambiente li può cambiare). A un livello più profondo, la copertina rimanda a un'altra che nel 1988 era completamente scomparsa dai negozi di dischi: Sulle corde di Aries. Non era così facile capirlo a quel tempo, ma Battiato stava temporaneamente tornando sui suoi passi: il nuovo disco cominciava con un ritmo di tabla che al tempo suonava abbastanza inedito, ma si rifaceva proprio al disco di 15 anni prima. La strofa di Fisiognomica è libera e salmodiante come quella di Sequenze e frequenze o No U Turn. Assomiglia anche un po' a un recitativo – Battiato in fondo ha appena finito di comporre la Genesi e quando si rimette a scrivere è convinto di lavorare a un'altra opera: non sa che quello che sta per venire fuori è un nuovo disco di canzoni. Un'altra cosa imprevista è la spiritualità della canzone, più ambigua del solito, che valse a Battiato un invito in Vaticano: nella strofa Battiato descrive con generosi vocalismi un'arte della divinazione basata sui tratti somatici; nel ritornello tutto improvvisamente si smorza, ai suoni orchestrali subentra un umile organetto e Battiato, su note più basse, riconosce che contro il dolore questo tipo di sapienza è vana: bisogna rivolgersi al Signore. "Credimi, siamo niente. Dei miseri ruscelli senza fonte".  Se non è un'apertura al cristianesimo (e un tradimento del paganesimo), non fa nessuno sforzo per non sembrare tale.

2012: Quand'ero giovane (Battiato/Sgalambro, #87)


La notte non mi piace tanto; l'oscurità è ostile a chi ama la luce. Anche nei suoi momenti più ispirati, Apriti Sesamo lascia nell'ascoltatore il sospetto di trovarsi davanti a un'opera senile. Benché Sgalambro continui a essere accreditato in tutte le canzoni, Quand'ero giovane sembra essere completamente farina del sacco di Battiato, che a un certo punto sembra davvero perdere il filo del discorso: voleva parlarci delle sue esperienze giovanili, e invece si mette a lamentarsi della contemporaneità. ("Si accavallano i giorni come onde, ci sovrastano le cattive notizie in questi tempi di forti tentazioni, ci sommergono"). Il filo lo recupera dopo il memorabile ritornello ("Viva la gioventù che fortunatamente passa"), regalandoci due istantanee dal suo apprendistato milanese: le code di puttanieri "al parco Ravizza o al monumentale" ("Compravano sesso, e spesso diverso!") e "l'atmosfera eccezionale" delle balere "la domenica di pomeriggio", quando non era ancora subentrata l'angoscia per l'incipiente lunedì. Sembra più prosa che poesia, la voce è affaticata, la sensazione di ascoltare i ricordi su una panchina del parco è difficile da scacciare. Alla fine c'è un assolo di organo Hammond – quando mai avevamo sentito un Hammond in Battiato? Lo suona Carlo Boccadoro, verso la fine piglia a schiaffi la tastiera come aveva fatto Battiato nel duomo di Monreale.

Nessun commento:

Posta un commento

Puoi scrivere quello che vuoi. Se è una sciocchezza posso cancellarla.

Altri pezzi