Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

lunedì 12 febbraio 2001

In uno dei molti articoli di commento che accompagnano la duplice pubblicazione delle sequenze del genoma umano, il genetista francese Jean-Michel Claverie scrive su "Science" che "un numero tanto basso di geni costituisce un cambio di paradigma, che potrebbe modificare radicalmente la nostra comprensione della complessità degli organismi e dell'evoluzione". Un cambio di paradigma che potrebbe costringerci a rivalutare completamente il peso del controllo della componente genetica su quello che siamo e facciamo, rilanciando il ruolo dell'ambiente e la sua interazione col genoma. Una vera e propria rivoluzione, insomma, che sembra dar ragione ai molti, anche tra i genetisti di punta, che combattevano da tempo il cosiddetto "determinismo biologico": una visione tutto sommato meccanica del vivente, e a quanto pare lontana dalla realtà.

Ha vinto l'ambiente
Non so voi, ma io sono proprio contento. Anche se non saprei dire cosa sia esattamente questo famoso genoma, se è vero che l'ambiente ha vinto sull'ereditarietà, io sono proprio contento. Ho sempre tifato ambiente; sin da quando vidi per la prima volta Una poltrona per due di Landis (con Eddie Murphy e Dan Aykroid, Akyroid... acc... insomma lui) io ero il vecchietto che puntava sull'ambiente e alla fine si aggiudicava il dollaro in palio.
Ci sono stati anni cupi in cui i dubbi mi tormentavano. Ogni tanto accendevi la tv e sentivi dire: Abbiamo scoperto il gene di questo, abbiamo scoperto il gene di quello. Il gene della timidezza. Il gene dell'intelligenza. Il gene dell'esuberanza sessuale. E insomma! Non solo i nostri guai diventavano incurabili, ma dovevamo anche passarli ai nostri discendenti. Questi insigni ricercatori non saranno mai sfottuti abbastanza. Sborsate pure cifre abominevoli per aggiudicarvi il copyright sul gene dell'autostima... Oggi leggo che il concetto di razza è scientificamente out, dico, non è una bellissima notizia?
Però anche i quei giorni mi dicevo, come Dostoevskij, che anche se si fosse scoperto che l'ambiente non c'entrava, noi dovevamo ostinarci a credere nell'ambiente, altrimenti dove andrebbe, tutta la poesia della nostra umanità, il famoso libero arbitrio? Noi valiamo qualcosa soltanto per la nostra capacità di cambiare le carte in tavola, di tradire le premesse da cui siamo generati. Almeno io la penso così, ma fino a ieri questo era solo un atto di fede. Adesso è qualcosa di più.
Chissà, forse da qui può nascere un'inversione di tendenza. Ora che sappiamo che l'ambiente è il importante, forse ricominceremo a occuparcene. Potrebbe persino tornare di moda la politica, intendo quella seria. Insomma complimenti. Oggi mi sento come se se stessero distribuendo il gene dell'allegria. Gratis.

venerdì 9 febbraio 2001

Sempre sul problema che La nostra cultura è costituita per gran parte da cose che in realtà non sappiamo, ma che ci comportiamo come se le sapessimo:

Sappiamo scrivere italiano?
Perché a scuola non si insegna come si mettono gli accenti? D’accordo, è una cretinata, ma proprio perché è una cretinata andrebbe imparata molto presto, e poi non ci sarebbe da pensarci più. Come le tabelline.
Sono stufo di correggere gli accenti ai docenti universitari… e poi mi confondo anch’io… ma insomma.
Oppure diciamolo, che tanto vale lasciar perdere e imparare sul serio l'inglese (o lo spagnolo).

Sappiamo parlare italiano?
In questi giorni il mio birignao modenese sta diventando una delle voci ufficiali del portale della Logos. Potrete sentirmi leggere, secondo le circostanze, notizie, favole e poesie.
Sì, e non mi vergogno.
Mah, forse dovrei.
Forse perché i miei datori di lavoro sono ispanofoni, e non se ne rendono conto… un modenese al microfono è una sinfonia di sibili, sputacchiate, con un vago sapor di strafottenza provinciale.
E siamo da capo: perché a scuola non insegnano dizione? Nella vita potrebbe tornare più utile che, poniamo, il latino.
Me per me è troppo tardi, e poi al diavolo, per-quel-che-mi-pagano. Continuerò a declamare e sputacchiare finché la pronuncia modenese non diventerà l’accento standard su internet, come il romanesco è lo standard in tv e il milanese lo standard in radio.
A's'vdam

mercoledì 7 febbraio 2001


Il futuro è fattorino
Di questi tempi, quando ho il frigo vuoto, difficilmente trovo il tempo per andarlo a riempire. Non credo che in futuro le cose andranno meglio, per quanto riguarda il tempo; in compenso credo che sarà la tecnologia ad aiutarmi.
Infatti tra un paio d’anni, recessione permettendo, stimo di poter iniziare a fare la spesa on line. Andrò sul sito della coop (o della conad, a seconda dei prezzi, della grafica, delle politiche ambientali) e selezionerò i prodotti, invierò una mail, e un fattorino verrà a recapitarmi le sporte a casa (non sarà più umiliante abitare al terzo piano senza ascensore). Avrò così più tempo da dedicare al mio lavoro.
Rimarrà la fatica di controllare cosa manca nel frigo.
Ma tra cinque-sei anni, penso che anche questa fatica mi sarà evitata da un frigorifero intelligente che mi avverta da solo sulle scadenze delle merci, sulle carenze (se manca il latte), sulle eccedenze (troppi pomodori, poi vanno a male), sui gusti dei famigliari (le sottilette non vanno mai via), ecc.. Il frigorifero mi manderà una mail e io farò l’ordine ai fattorini. Avrò così più tempo da dedicare al mio lavoro.
Infine, tra meno di dieci anni, se non si sovrappongono crisi, calamità, pestilenze, se insomma la civiltà occidentale resiste, la tecnologia mi doterà di un frigorifero non solo intelligente, ma anche affidabile, il quale manderà direttamente le mail ai fattorini, senza chiedermi il permesso. Al massimo sarò io a chiedergli di tanto in tanto più o meno gelati, a seconda di come me la passo. Ma col tempo il frigorifero imparerà a conoscere i miei cicli e stati d’animo, non dovrò più dirgli nulla, arriverò a casa la sera con la cena già bella e recapitata dai fattorini, e avrò più tempo da dedicare al mio lavoro.
Il quale lavoro consisterà, se le mie previsioni non sono errate, nel fare il fattorino, sgobbando dodici ore al giorno per strada e su per le scale, a portare la spesa a un sacco di persone come me che non hanno il tempo di farla, perché anche loro fanno i fattorini.

(Questa forse è una metafora della nostra società postmoderna).

lunedì 5 febbraio 2001

Piccola proprietà intellettuale (inc.)
Oggi è passato Andrea e volevo passargli questa proposta per un business, era lui che me ne chiedeva sempre. Anche se ha l’aria di essere l’idea giusta nel momento sbagliato…
Sappiamo che nei prossimi mesi il gratuito su internet andrà ridimensionandosi: da luglio napster inizierà a chiedere soldi agli utenti – intanto stanno studiando il modo di inibire il comando “copy” sui siti, ecc.. Chissà, forse qualcuno comincia a pensare che l’utente medio sia pronto al grande passo: diventare un acquirente di file. Sarà vero?
Su wordtheque la maggior parte degli acquirenti erano gli stessi autori. Siccome gli spettavano il cento per cento dei diritti, si creavano situazioni paradossali (gente che telefona protestando: “mi hanno addebitato l’acquisto ma non mi hanno ancora accreditato la vendita”, ecc.). Il servizio è sospeso (non serve a niente e costa burocrazia), ma almeno ha dimostrato che persone anche a digiuno di computer, pur non avendo alcuna intenzione di acquistare on line, possono essere interessati a vendere. Dopotutto, perché no? Oggi il medio utente può mettere qualsiasi cosa on line, ma gratis. Perché non offrirgli una vetrina?
Attenzione: non si tratta di diventare ‘editori’. Non bisognerebbe prendere nessuna percentuale sulle vendite: non è bello, e, soprattutto, non conviene. Invece ci si fa pagare il servizio. Che cosa significa? Che si guadagna qualcosa anche coi file che nessuno venderà mai (e forse sono la maggioranza).
Può sembrare una semplice riedizione delle case editrici-bidone, quelle che da sempre stampano ‘on demand’, o per meglio dire, a spese dell’autore. Ma, oltre che la spesa sarebbe molto inferiore, oltre che sarebbe comunque opportuno mantenere una soglia (bassina) di qualità, potrebbe trattarsi del luogo ideale per l’utente medio che non è necessariamente uno scrittore, artista o programmatore maledetto, ma che ha del materiale a disposizione e vuole non tanto farci soldi, quanto vedere riconosciuta la propria proprietà intellettuale. Dandogli il 100% dei diritti noi gliela riconosciamo: nulla gli vieta di cedere a un editore vero, se ne incontra uno interessato, grazie al nostro sito-vetrina.
Alla fine quel che conta veramente non è ‘vendere’. Quel che conta è mettere le proprie cose in vetrina, proteggendosi però dal copia-incolla selvaggio.
A vedere bene si tratta di un nuovo modo per vedere internet. Non più la zona franca del tutto è gratis (ma non lo è mai stato), ma nemmeno l’ennesimo centro commerciale in mano alla grande distribuzione. Un più umano bazar dove chiunque esibisce la propria mercanzia. Chiunque di noi potrebbe almeno sperare di mettere da parte qualche soldo extra con qualcosa realizzato nel proprio tempo libero: un libro, una canzone in mp3, un programmino per dare da mangiare ai pesci rossi sullo screen-saver, ecc..
L’obiezione è sempre: “Ma chi comprerà questa roba?”
La risposta è: “Chi se ne frega, noi non ci facciamo pagare per i file che vendiamo, noi ci facciamo pagare la vetrina”.
Comunque per i primi due anni almeno bisognerebbe fare tutto gratis, per lanciare la cosa come si deve.
Il maggior pregio del progetto, mi pare, è l’esiguità delle spese: occorre soltanto attivare un contratto con una banca per l’e-commerce, e mantenere un portale efficiente. Nessun magazzino: si venderebbero soltanto file.
La cosa che principalmente mi sfugge è il ruolo della SIAE in tutto questo. Soprattutto per quanto riguarda gli mp3, che sarebbero il mercato più promettente (gli esordienti interessati a commerciare il proprio demo), ecc..
Beh, che ne dite?
Forse non ci si farebbero i miliardi, ma secondo me è un buon inizio. C’è l’aspetto proditorio che deve avere ogni buona iniziativa imprenditoriale (fare soldi sulle velleità creative della gente); e allo stesso tempo c’è anche un’idea globale, politica, contro la distribuzione massificata, per la piccola proprietà intellettuale, geee…

venerdì 2 febbraio 2001

Piccolo test di geografia
Nei giorni del concorso ho studiato un po’ di geografia fisica, questa cenerentola tra le materie. Per esempio, ho re-imparato come funziona la dinamica astronomica delle stagioni, l’influsso dell’inclinazione dell’asse terrestre, etc.. È una nozione che mi tocca recuperare da capo diciamo ogni cinque-dieci anni, tutte le volte a prezzo di un enorme sforzo di astrazione.
In geografia le cose più difficili sono quelle più scontate. Per esempio: la luna ruota o no su sé stessa? Voi cosa ne dite? Io e F. ne discutiamo spesso, di solito di notte e coi bicchieri mezzi vuoti.
Ed eccone un’altra ispirata dal cielo di oggi, perfetto cielo limpido di febbraio con le nevi del Cimone sullo sfondo… siete pronti? Bene. Perché sulle montagne fa più freddo?
Questo, per esempio, sul mio manuale di geografia (per le superiori) non c’era. Probabilmente è considerata una nozione troppo elementare. Dovrebbe far parte di quella ‘cultura di base’ geografica che dovremmo già avere assunto… dove? Alle elementari? Dal seno materno? In uscita con gli scout?
Bene, io so benissimo che sulle montagne fa più freddo, ma non credo di sapere esattamente il perché. Ho alcune teorie, ma mi piacerebbe sentire le vostre. (Qui a fianco ho aggiunto un link per scrivermi). Per ora nessuno mi ha risposto con la perentorietà di una nozione assunta una volta per tutte.
Vorrei poter dimostrare come in realtà la maggior parte di noi non sappia perché sulle montagne faccia freddo, anche se crede di saperlo.
E cioè: quello che noi chiamiamo cultura è ciò che noi crediamo (o facciamo finta) di sapere…
Due libri e tre gravidanze
La storia dei miei concorsi è una storia di infinite umiliazioni.
L'università ti vizia, ti ammansisce con basse dosi di burocrazia, e soprattutto, quando non è a numero chiuso, t'illude che la quantità non sia un problema, mai: anzi, più si è, più gli esaminatori vorranno sbrigarsela con noi.
Malgrado avessi avuto a disposizione tutti gli elementi necessari a capirlo per tempo, devo ammettere che il risveglio è stato brusco. Sul mercato del lavoro i laureati in lettere valgono molto poco, perché sono troppi. Se si fa un concorso (posto che ci sia un motivo per farlo, a parte la campagna elettorale), essi parteciperanno a migliaia. Così il concorso durerà più di un anno (12 mesi esatti tra lo scritto e l'orale).
"Abbia pazienza", dicevo ieri per telefono a una signorina della sovrintendenza, "ma quel che ho scritto sulla domanda del '99 proprio non me lo ricordo. Voglio dire, per me un anno, un anno e mezzo è praticamente una vita. Ho scritto anche (petulante) un paio di articoli, e..."
"Sì, lo so, che avete tutti scritto due libri, e tre gravidanze, ma il problema è che siete in troppi, per cui se vuole provare a darmi il suo nome e cognome, io andrò a cercare..."
(Contrito)"La ringrazio, la ringrazio tanto..."
Non so esattamente di quanto, ma direi che una gravidanza valga molto di più di una pubblicazione, in termini di punteggio.

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