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mercoledì 30 settembre 2026

La lotta di classe in classe


[Questo pezzo è evidentemente uscito qualche giorno fa su Rivista Studio... e a proposito, oggi esce in edicola La fine del mondo con un pezzo mio! Purtroppo non è un fumetto]. 

Sono un insegnante di scuola secondaria (quella che tutti chiamano ancora “media”, e per inciso hanno ragione: “secondaria” è un brutto nome). Per circa vent’anni ho lavorato in una scuola in cui gli alunni di origine straniera superavano puntualmente la soglia massima prevista dalle circolari ministeriali – la parola chiave in questo caso era “deroga”: la mia scuola era sempre in deroga. Per vent’anni ho sentito i politici lamentarsi di questa cosa, e promettere che avrebbero trovato una soluzione. Per vent’anni la soluzione è stata, in sostanza, produrre circolari che ci impedivano di formare le classi, per poi consentirci di formarle lo stesso “in deroga”. E cosa succede quando una scuola sistematicamente rimane in “deroga”? Nulla, non succede nulla. 

Ora, mi rendo conto che questo modo di vedere le cose non è molto giornalistico. Per i giornalisti ogni fatto è importante in quanto notizia, ovvero dev’essere qualcosa di nuovo, possibilmente mai sentito, mai visto. Così, ad esempio, Giorgia Meloni fa notizia se promette di emanare un decreto legge che riduca il numero di stranieri per classe: nessuno l’aveva promesso prima! Per noi lavoratori della scuola, invece, tutto questo è ordinaria amministrazione. Domattina tornerò a scuola, e la percentuale di studenti di origine straniera sarà la stessa di cinque anni fa, di dieci anni fa: con quel lieve aumento che è ragionevole aspettarsi dall’andamento demografico. Del resto io faccio il mio lavoro, per lo meno ci provo; Giorgia Meloni fa il suo, che soprattutto verso la fine della legislatura comprende anche l’esternazione di promesse non necessariamente realizzabili. 

Proverò allora a far notizia così: io, insegnante democratico e progressista, non avrei in principio nulla in contrario alla proposta di Giorgia Meloni. La trovo viceversa assolutamente in linea con uno dei miei articoli preferiti della Costituzione, il terzo. Quello che non solo ci informa che siamo tutti eguali davanti alla legge (senza distinzione “di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) ma si dà anche “un compito”, lo chiama proprio così: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Quello che adoro di questo articolo è che prima enuncia un principio (davanti alla legge siamo tutti uguali), poi riconosce che “di fatto” le cose al mondo vanno molto diversamente, con una franchezza e un realismo che raramente troverete in una carta costituzionale. Un po’ come la Dichiarazione d’Indipendenza americana, che non promette la felicità, ma il diritto a cercarla (“the pursuit of happiness”): così la nostra Carta ammette che non siamo uguali, che forse non lo diventeremo mai davvero, ma che abbiamo comunque il diritto/dovere di provarci, il compito di rimuovere più ostacoli possibile. 

Questo spiega come mai, per esempio, la scuola è “obbligatoria e gratuita” (art. 34). Già. Cosa c’è di più democratico, di più egalitario, diciamolo: cosa c’è più “di sinistra” che immaginare che tutti possano vivere la medesima esperienza scolastica, venendo in contatto con lo stesso numero di studenti provenienti dall’estero? (Continua su Rivista Studio)

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