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mercoledì 23 maggio 2012

"Non si celebra il nulla"

Trascurabili questioni di stile

Questo non è un pezzo sulla politica. Non c'è nulla che valga la pena di scrivere in questi giorni che non sembrerà ridicolo tra un mese. Non è neanche un pezzo sul calcio. Forse è un pezzo sullo stile. Il problema con lo stile è che se non sai cos'è, non capisci nemmeno che ti manca. La maggior parte delle persone ne ha quel poco che basta per capire che gliene servirebbe di più. E poi c'è Adinolfi. Purtroppo questo è anche un pezzo su Mario Adinolfi.

Adinolfi sta su twitter. Ha anche un blog a dire il vero, cioè lo aveva sul Cannocchiale, poi lo ha chiuso, poi lo ha riaperto, non lo so, non è che sia così interessante in fin dei conti. Io lo seguo su twitter, e tanto mi basta. Sì, non è un grande indizio di stile da parte mia. Su twitter Adinolfi ha tutta una teoria su cosa bisogna fare e cosa no, tutto un catechismo che vi risparmio; lui sostanzialmente lo usa per esprimere le sue opinioni politiche, festeggiare quando vince a poker e tifare Juventus. Quest'ultima cosa lo rende più di altri un cinguettatore molesto, perché, non so se ci avete fatto caso, poche cose si sopportano meno nel flusso di twitter di uno che non commenta nemmeno la partita in modo tecnico, no, lo usa solo per fare i cori come in curva, ma d'altro canto Adinolfi è così. Tifa la Juventus, la quale squadra almeno di questo non ha colpe. La domenica che ha vinto il campionato magari vi siete chiesti chi sono stati gli sfigati che hanno fatto invasione di campo, ecco, Adinolfi c'era e si è fatto pure il video col telefonino e l'ha pure messo su internet, perché Adinolfi è uno che in internet ci crede, sa come usare internet per farsi compat... per attirare l'attenzione sul personaggio. Vabbe'.
campioni di sto kazzo..ma andate a lavorare,con tutti i problemi ke ci sono in italia pensate a ste minkiate,poi se ce da andare a manifestare x sto paese ke sta andando in rovina nessuno si muove..siete dei pecoroni di merda,ke italiani di merda e pure ciukki,bravi coglionazzi pensate al calcio ke sicuramente vi darà da mangiare...koglioniiiiiiiiiii.­.....!!!!!!!!!!!!! (D'altronde, se carichi un video su youtube che reazioni ti aspetti? No vabbe' ma sei tu l'internettologo).
Ora io dirò una cosa di calcio, una sola. Non ho mai sopportato la Juventus. Quando sei bambino hai bisogno di una squadra che compensi la tua autostima, tanto meglio se è l'unica con due stelle sullo stemmino. Io probabilmente avevo un'autostima pazzesca, una sindrome da onnipotenza mai veramente rientrata, perché dopo attenta riflessione scelsi il Torino. Però voglio aggiungere un'altra cosa, un'ultima. Per quanto io possa avere odiato la Juventus bistellata dei miei tempi, il mio era un odio grondante di stima. Confusamente sapevo che non mi sarei mai potuto fare dei nemici migliori di Platini, di Zoff, di Boniperti, di Trapattoni. Era una squadra che aveva stile, non è solo un modo di dire. Anche quel modo di vincere ma non stravincere: per esempio il campionato mai due volte di fila, sarebbe stato inelegante. Il mio era un odio che si è incrinato in due momenti precisi, filtrando un dolore sincero: Juventus-Amburgo e Juventus-Liverpool. Ci soffro ancora a pensarci, che quella squadra non ha mai veramente vinto una Coppa come si deve. Se la meritava ma non è successo, e ciò me la rende un po' più Torino di quanto non sia Juventus. Quella Juventus non esiste più, anche questo non è un modo di dire. È cambiato tutto nel frattempo, stravincere è diventato un imperativo commerciale, però tutta la polemica sulla terza stella, ecco, al di là di tutto, è la morte dello stile. Uno sportivo che ha stile, se ritiene che gli sia stata fatta un'ingiustizia, se pensa che gli siano stati scippati due scudetti, alza le spalle e dice: va bene, siccome me li merito li rivincerò. Questo è lo sport, questo è lo stile, questo è l'unica labile connessione tra il guardar tirare calci a un pallone e il diventare uomini. Che era il fine per cui lo abbiamo inventato, lo sport moderno: diventare uomini. Non intrattenere bamboccioni quarantenni che si filmano l'invasione di campo, manco avessero vinto loro. (Sì, Adinolfi, non "avete vinto" voi tifosi: han vinto loro, voi al massimo avete pagato il biglietto, eh, ma questa cosa, se non ti è entrata a sedici, a quaranta è durissima).

Sabato sera c'è stata Juventus-Napoli, finale di Coppa Italia. Per i non esperti: è un trofeo nominalmente importante, ma sempre un po' snobbato dal pubblico. Per alcune squadre di livello medio è un palcoscenico fondamentale. Comunque stiamo parlando di un trofeo professionistico, ci si aspetta che tutti diano il meglio. Adinolfi, che su twitter aveva appena finito di esternare la sua opinione criminologica sulla bomba di Brindisi (Non è una bomba di mafia, questa è opera di un Brevnik all'italiana, trovatelo subito), si è messo subito a spiegare che la Coppa per lui era un "portaombrelli", non gli interessava, e vabbe'. Ha vinto il Napoli e Adinolfi ha commentato così:


E uno dice sì, un po' acidino, ma d'altronde è un tifoso, bisogna entrare nella semantica dei tifosi. Magari tra un po' cancella. E dopo un po':
Capisci che twitter è demoniaco? Perché son tutte opinioni non richieste, cioè Adinolfi, fermati, che rosicata indegna, che piccola grande figura di merda stai facendo, e perché? Sei un personaggio pubblico, ti sei anche candidato, e questi sono quei momenti in cui uno ti legge e pensa: fortuna che non t'abbiamo eletto. E non ha niente a che vedere con le tue idee o le tue appartenenze, ha unicamente a vedere con lo stile, però non credo di potertelo spiegare se non sai cos'è. C'è una differenza, ci dovrebbe essere, tra il "tifare" una squadra e regredire a uno stadio infantile di sfottò e pappapero. La famosa questione generazionale. Il guardare all'estero, dove i trenta-quarantenni si fanno sotto nel mondo della politica: vatti a vedere se un trentenne di belle speranze inglese si mette a commentare una partita così sui twitter. Io scommetto di no. Il "tifo", nei Paesi sportivi, implica un rispetto per gli avversari, per la competizione, per la bellezza del gioco, che tu in questi piccoli momenti mostri di non sapere neanche dove sta di casa, e spero violentemente che tu non sia rappresentativo di una tifoseria o di una società. Comunque magari era solo lo sfogo di un momento e dopo un po' gli è passata.

Non gli è passata.
Questa è una piccola storia che avrei dimenticato subito, non fosse che ieri Adinolfi si è messo a festeggiare - stavolta non la Juventus, ma sé stesso, perché è stato eletto in Parlamento. Sì. È andata così. A Civitavecchia è stato eletto un sindaco già parlamentare, ma tra le due cariche c'è incompatibilità e quindi dovrà dimettersi, e lo scranno libero spetta per legge al primo dei non eletti nella stessa lista, che era evidentemente Mario Adinolfi. Secondo lui è una grande vittoria di internet, infatti Adinolfi è un grande esperto di internet, ha avuto anche per anni un blog sul Cannocchiale. E ha un sacco di gente che lo segue su twitter. Per cui insomma tra l'incredibile consacrazione di Adinolfi che entra finalmente alla Camera e il risultato comunque apprezzabile delle liste appoggiate da Grillo, è tutto un trionfo di internet.

Certo, c'è il particolare trascurabile che Adinolfi era in una lista del PD, partito di cui ha stracciato la tessera un anno fa, con un intervento molto polemico nei confronti della segreteria Bersani. Al tempo noi pochi adinolfologi (razza strana) ci domandavamo in cosa consistesse abbandonare il PD, dal momento che Adinolfi non aveva nessun ruolo a nessun livello: di solito i divorzi comportano qualche rinuncia, ma non era chiaro a cosa stesse rinunciando il nostro. Per esempio, a un eventuale seggio in parlamento qualora se ne presentasse l'eventualità? No, pare di no, adesso che si è liberato un posto Adinolfi si è sbrigato ad annunciare che entrerà nel gruppo del PD, "da indipendente": che bella espressione anni Ottanta, mi fa tornare in mente Zbigniew Boniek. Un altro stile, comunque.

Questo non era un pezzo di politica. Era un pezzo sullo stile. Per esempio. Cosa c'è di peggio di sputare nel piatto in cui si mangia? Ci può essere qualcosa di peggio? Sì, qualcosa c'è: riprendere il piatto dopo un po' e rimettersi a mangiare come se nulla fosse. Da indipendente. D'altro canto, che senso ha parlarne. Chi legge fin qui, o condivide il mio parere su Adinolfi (e allora è inutile continuare) o è Adinolfi. Nel qual caso non credo che possa capire cosa intendo per "stile". Probabilmente pensa che lo stia prendendo in giro perché è sovrappeso. No, Adinolfi, giuro, il girovita non c'entra niente.

martedì 22 maggio 2012

The Uncanny Rita da Cascia

22 maggio - Santa Rita da Cascia (1381-1447), donna dei prodigi.

Con l'aiuto dell'Onnipotente, vincerò

(Si legge intero qui)
Erano mesi che aspettavo, ma finalmente oggi è il 22 maggio e vi posso mostrare in tutto il suo splendore la monumentale Santa Rita di Cascia di Santa Cruz, Rio Grande do Norte, Brasile. Coi suoi 56 metri d'altezza, la signorina qui (opera di Alexandre Azedo Lacerda) può serenamente mangiare in testa al Redentore di Rio de Janeiro, e anche la Statua della Libertà deve stare molto, moolto attenta, che Rita è appena un metro più bassa, ma ha l'aria più robusta. Poi che altro dire. Io la prima volta che l'ho vista ho avuto un'illuminazione, ho capito che dovevo tenere una rubrica dei santi da qualche parte. Solo i santi ispirano cose del genere. I santi, i supereroi americani e i robot giapponesi, ma sulla distanza io non scommetterei troppo su Daitarn3 o l'incredibile Hulk. Rita c'era prima di loro e ci sarà anche quando loro se ne saranno andati, con la sua spina retrattile in fronte e il suo crocione contundente. Ma chi era Santa Rita da Cascia? Perché la chiamano la Santa degli impossibili? Ma anche: dove accidenti è Cascia? In provincia di Perugia. Rita è una di quelle sante più invocate che conosciute, e c'è un motivo. La Rita originale, quella su cui si sono incrostati i miracoli più fantasiosi, è un personaggio piuttosto inquietante.


Nata sul finire del difficile XIV secolo (epidemie, recessione economica, terremoti, tutto un repertorio che ormai vi è noto), Rita è un altro esempio anti-romantico e anti-illuminista di donna che vorrebbe disperatamente entrare in convento, se la famiglia non la costringesse a sposare un uomo violento e darle due figli. Il marito, ufficiale di qualche soldataglia di ventura, finirà ammazzato in una delle classiche faide famigliari con le quali si ingannava il medioevo nei piccoli centri. Se Sant'Albano è un Edipo battezzato alla benemeglio, Rita è la Medea cristiana, che per spezzare le catene dell'odio non uccide i suoi due figli, ma prega Dio di prenderseli con sé alla svelta, che alla fine è la stessa cosa. Nel giro di un anno Dio la esaudisce, la faida secolare s'interrompe, ma il senso di colpa la schianta. Forse la spina che le si conficca nel cervello, trent'anni più tardi, ne è ancora un segno. Rifiutata dal convento delle agostiniane, Rita si fa miracolosamente paracadutare entro le mura di cinta dai suoi tre amici altolocati: Sant'Agostino, San Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, non ancora santo ufficiale (ma grazie a lei lo diventerà). Quando se la ritrovano in casa, le sorelle fanno buon viso a cattivo gioco: bisogna dire che all'inizio Rita è la collega ideale, se ne sta sempre confusa sullo sfondo. L'unico episodio singolare avviene nel 1432, quando al termine della funzione del Venerdì Santo sulla sua fronte spunta una spina della corona di Gesù. La badessa proibisce allora a Rita di recarsi a Roma in pellegrinaggio, ché non son cose da mostrare in giro, le suore trafitte da spine. Rita al pellegrinaggio ci tiene molto, ha intenzione di perorare la causa di beatificazione di Nicola da Tolentino: così la spina per qualche giorno si ritrae, e Rita può partire. Ricomparirà miracolosamente al suo ritorno a Cascia. Ha ormai cinquant'anni: porterà la spina in fronte per altri quindici, medicando quotidianamente la ferita, il suo chiodo fisso. Le cronache non riportano altre stranezze, salvo una stravaganza che la vecchierella si sarebbe concessa sul letto di morte: a un parente venuto a trovarla chiese di portarle una rosa del suo vecchio orto. Il tizio osserva, imbarazzato, che siamo in pieno inverno, ma si reca ugualmente nell'orticello e in mezzo alla neve... trova una rosa appena sbocciata. È chiaramente un miracolo postumo, suggerito a qualche anonimo predicatore dall'elemento della spina. Sono postumi, e di origine antichissima, anche i miracoli a base di api, che le avrebbero depositato il miele nella bocca da bambina (lo stesso prodigio è attribuito a Sant'Ambrogio e ad altri). (Continua sul Post...)

lunedì 21 maggio 2012

Hanno rotto i maroni (i Maya)

Parlo da una casa - lievissimamente danneggiata - a 40 km dall'epicentro, anche se per fortuna la notte della scossa ero altrove. Non ho rimproveri da fare al mondo dell'informazione, tranne uno. Quando ho cercato testimonianze di prima mano, su internet le ho trovate quasi in tempo reale. Ma presto sono arrivate le immagini, anche sulle tanto snobbate emittenti locali. Ieri pomeriggio conoscevo già l'entità dei danni nel mio comune, e gli edifici pubblici che stamattina sarebbero rimasti chiusi. Tutto sommato la televisione mi ha dato tutto quello che mi serviva, più una cosa che non mi serviva affatto, e questa cosa è la telefonata di Red Ronnie.

Ecco, io non avevo veramente bisogno che il Tg1 (ma non solo il Tg1) mi facesse ascoltare le speculazioni di Red Ronnie a proposito di congiunzioni astrali e profezie Maya. Mi domando in effetti chi ne abbia bisogno. In generale, se c'è qualcosa di cui a 40 km dall'epicentro non si sente alcun bisogno, è un po' di paura in più, un po' di procurato allarme. Red Ronnie probabilmente non se ne rende conto, ma chi ha deciso di intervistarlo per il Tg1 dovrebbe. Non si fanno i tarocchi sulle emittenti nazionali del servizio pubblico: non si cura il malocchio con le fatture e non si tirano in ballo le Pleiadi per un sisma con epicentro a Finale Emilia. Se era uno scherzo, non faceva ridere. Ma non era uno scherzo, vero? (Continua sull'Unita.it, H1t#2^7)

 E allora ci restano due possibilità. O al Tg1 non sono più in grado di distinguere tra scienza e ciarlataneria, o ritengono che la ciarlataneria vada benissimo per il loro pubblico: dopotutto poco prima del Tg1 su Rai2 c’era Paolo Fox con l’oroscopo. Dopotutto col suo libro sulle profezie Maya il presentatore di Voyager ha fatto guadagnare alla ERI edizioni RAI dei bei soldini. Se lui ha potuto terrorizzare una generazione di preadolescenti con favolette sulla fine del mondo, perché anche Red Ronnie non può buttar lì i Maya e un vulcano in Honduras in una telefonata? Dopotutto almeno è in buona fede, Red Ronnie.
Ecco, io non so davvero quale delle due ipotesi sia la peggiore. Sul serio al Tg1 qualcuno considera autorevoli le opinioni di Red Ronnie sugli allineamenti astrali che provocano i terremoti? E se invece le ritenete scemenze, perché le diffondete a ora di pranzo su una popolazione che – lasciatevelo dire a 40 km dall’epicentro – è piuttosto terrorizzata? Qual è il senso, visto che stavolta non avete nemmeno, come aveva Giacobbo, un libretto da venderci? Temo che un senso non ci sia, che ormai si è capito che l’apocalisse tira così bene che si distribuisce gratis anche quando non ce n’è alcun bisogno, quando non serve a nessuno. http://leonardo.blogspot.com

domenica 20 maggio 2012

Bernardino 5 Stelle

20 maggio - San Bernardino da Siena (1380-1444), predicatore.

(Si legge intero qui).

'Ci saranno bombe, terremoti, falsi profeti
che vi diranno che ve l'avevano detto...'

C'è crisi. Da parecchio. Ce n'è così tanta che non ci ricordiamo nemmeno quand'è cominciata, e nulla ci lascia sperare che possa finire. Le vecchie ricette non funzionano più, i vecchi partiti si sono scannati tra loro senza portarci nulla di buono. C'è confusione e non c'è nessuno che ci spieghi cosa fare. No, veramente uno c'è. È un tizio fuori degli schemi. Per dire, è esperto di Apocalisse e di teorie economiche. Però non è tanto questo l'importante. L'importante è che lui si fa ascoltare. Gli altri sono noiosi e battibeccano sempre, lui quando occupa la scena può tenerla per ore, giorni, settimane. Si capisce che ne sa a pacchi, ma non te lo fa pesare; cita gli economisti ma anche i barzellettieri, ti fa spetasciare dal ridere, certe volte; altre volte ti fa pensare. Quando arriva in città, col suo battage pubblicitario un po' rozzo ma innovativo, le ragazze fanno la fila per occupare i primi posti, dove si sente tutto. I ragazzi occupano i secondi posti, dove si vedono meglio le ragazze. Insomma è l'uomo dell'anno, del decennio. Dove passa ammainano le bandiere dei partiti e innalzano la sua. Gli hanno offerto cariche importanti, ma lui la politica preferisce lasciarla fare agli altri. Quello che veramente gli interessa non sono gli onori (ne ottiene), né i guai (se li procura). Quello che davvero vuole fare, lo sta già facendo: predicare è la sua più grande gioia, continuerà finché le forze non lo abbandoneranno. Sto ovviamente parlando di Bernardino degli Albizzeschi, il più grande predicatore del quindicesimo secolo.

Ma non è che nel ventunesimo le cose vadano troppo diversamente. A chi continua ad affettar stupore per gli exploit di Beppe Grillo, porto questa ipotesi in regalo: forse Grillo non è affatto un uomo nuovo, forse è l'incarnazione di un archetipo dell'inconscio collettivo che noi italiani ci portiamo dentro da secoli: il Grande Predicatore. Grillo è tutto lì, un meraviglioso affabulatore, uno spacciatore di apocalissi da coniugare secondo necessità. In un altro secolo si sarebbe messo un saio addosso e avrebbe detto più o meno le stesse cose: guai a voi banchieri usurai affamatori del popolo, guai a voi politici corrotti, le cose stanno per cambiare, eccetera (continua sul Post...)


giovedì 17 maggio 2012

Perché sono omofobo

L'omosessualità è apparsa come una delle figure della sessualità quando è stata ricondotta dalla pratica della sodomia ad una specie di androginia interiore, un ermafroditismo dell'anima. Il sodomita era un recidivo, l'omosessuale ormai è una specie (Michel Foucault, La volontà di sapere, 1976).


Oggi è la giornata mondiale contro l'omofobia, dicono, e pensavo di celebrarla con un piccolo autodafé. Siccome ogni tanto mi viene rivolta l'accusa di essere io stesso omofobo, vorrei cercare di spiegare e spiegarmi il perché questo è successo, succede e succederà. Non è un pezzo polemico, in teoria; in pratica qualcuno con cui litigare lo trovi sempre; ma questo pezzo è da intendersi più come la fine di un litigio, quella parte noiosa che alcuni chiamano "spiegazioni", e che molti giustamente saltano: potete anche saltare questo, al massimo la prossima volta che mi date dell'omofobo ve lo linco e ci date un'occhiata. È anche parecchio autoreferenziale.

L'accusa di omofobia è meno scontata di quella di antisemitismo, socialmente meno pericolosa di quella di pedofilia; in ogni caso dà un po' fastidio. Io poi sono convinto, da molto tempo, che un gay dovrebbe avere gli stessi diritti che ho io, compreso quello di sposarsi e crescere figli; per quel poco che posso fare cerco di contrastare l'omofobia nel mio ambiente di lavoro; ho conosciuto e voluto bene a persone omosessuali, cosa un po' banale da dire ma pure è successo; ero cautamente favorevole a un testo di legge che riconoscesse l'aggravante per omofobia; e il video di Small Town Boy mi fa venire i lacrimoni. Per cui quando mi ritrovo iscritto tra gli omofobi mi sembra sempre un po' un'ingiustizia. All'inizio pensavo che si trattasse del mio attendismo, che è un tratto della mia personalità che ha sempre fatto arrabbiare molte persone, buoni ultimi i gay. In sostanza io ho sempre amato i compromessi e diffidato dei duri e dei puri, ce l'avevo con Bertinotti nel '98 e tutto quanto, e sono tuttora convinto che se nel 2007 fossero passati i Dico, oggi la qualità di vita di molte famiglie gay italiane sarebbe lievemente superiore - il solo fatto di aver uno status riconosciuto da una legge italiana accelererebbe anche il processo verso il definitivo riconoscimento della parità e del diritto al matrimonio, perlomeno io la penso così, e non credevo di essere omofobo per questo. E infatti questo in realtà c'entra in modo molto relativo. Ci ho messo un po' di tempo a capirlo: il mio attendismo è oggettivamente snervante per molti che mi leggono, ma non è il motivo per cui alcune conversazioni terminano con qualcuno che mi dà dell'omofobo. C'è qualcosa di più profondo.

"Omofobo" è un curioso portmanteau. Generalmente lo usiamo per intendere una "persona che odia gli omosessuali": però il suo significato letterale sarebbe: colui che ha paura di sé stesso. In questo senso io potrei essere effettivamente un po' omofobo, e mi domando chi non lo sia mai stato. Il nostro corpo è una fonte inesauribile di ansie e paure, molte delle quali coinvolgono la sfera sessuale e l'identità di genere. È un argomento fin banale: chi ha paura degli omosessuali teme soprattutto l'omosessuale che è in sé. Se vi soffermate sulle dichiarazioni omofobe di questo o quel politico o attivista vi accorgerete che implicano l'idea (folle) che tutti possiamo diventare omosessuali, se non stiamo attenti. C'è chi paventa l'estinzione del genere umano, e non dice una battuta: ci crede. L'omosessualità per costoro non è soltanto una malattia, ma è anche altamente contagiosa. Nel loro fanatismo, questi signori hanno capito una cosa che altri gay temo non afferrino: siamo tutti omosessuali. Potenzialmente. No, non è vero. Cioè, in realtà ne sappiamo poco, molto meno di quanto crediamo di saperne.

Tra l'altro fu uno scout ad alto livello.
Do per scontato che chi legge qui conosca un po' la storia del rapporto Kinsey. La figura dell'entomologo che studia la sessualità degli americani in piano maccartismo, giungendo a conclusioni ancora oggi sorprendenti, è insieme modernissima e antica, come la serie classica di Star Trek: mostra un futuro radicalmente diverso da quello che poi c'è stato. È profondamente alieno, per esempio, l'approccio; per noi, qui nel 2012, la cosa più importante è definirsi: etero, omo, trans, eccetera. A Kinsey questo tipo di etichette non diceva nulla, lui partiva dalle esperienze: non chiedeva ai suoi campioni Chi sei?, Come ti definisci, ma Cosa hai fatto? E scopriva cose che ci sorprendono ancora: che il 37% dei maschi intervistati aveva avuto un'esperienza omosessuale; che il 46% degli stessi aveva provato attrazione per persone di ambo i sessi. Spesso nelle discussioni si tira in ballo Kinsey per ricordare una fantomatica stima della "popolazione omosessuale" tra il 5 e il 10% (è un errore che ho fatto anch'io): non è esattamente così, ma soprattutto non è il dato più interessante; perlomeno, mi pare più interessante il fatto che negli USA degli anni '50 un terzo della popolazione maschile avesse avuto almeno un'esperienza omosessuale e quasi la metà avesse provato attrazione per qualcuno del suo stesso sesso: se comunque accettiamo di prendere per buona la stima del 10% di omosessuali 'esclusivi' (il gradino 6 della scala Kinsey) ci rimane una fascia grigia del 40% che forse ci spiega meglio perché Giovanardi, se vede due gay baciarsi, può avere paura sul serio. Prendendo per buone le stime di Kinsey potremmo avere 4 possibilità su 10 che Giovanardi, un politico cattolico di centrodestra, un bacio così lo abbia trovato almeno in un periodo della sua vita desiderabile; un apostrofo roseo che un politico cattolico di centrodestra deve assolutamente cancellare con un vigoroso tratto nero (o un virgineo bianchetto), ne va della carriera politica nel centrodestra. Molti omofobi sono realmente omo-fobi. Non sono nati eterosessuali (gradino 1 Kinsey): ci sono arrivati rinunciando a qualcosa, che a volte può bussare e ripresentarsi, il che fa paura. Visto che si doveva parlare di me, ammetto che no, non ha mai bussato nessuno, per ora. Però i gradini di Kinsey qualche turbamento me lo danno. Non siamo tutti omosessuali; non siamo nemmeno tutti bisessuali; però non siamo neanche quasi mai eterosessuali grado 1; insomma cosa siamo? Non lo sappiamo, e questo ci rende diffidenti.

Mi capita molto spesso di pensare alle stime di Kinsey, quando discuto di omosessualità, e questo mi frega, perché davvero Kinsey è un altro mondo: persino il modo in cui usa le parole è diverso da quello con cui si usano oggi, e questo fa sì che non ci capiamo. Per esempio, io tendo a concepire l'omosessualità come una possibilità, mentre per molti interlocutori l'omosessualità è una comunità precisa. La comunità LGBT non è unita soltanto dagli orientamenti sessuali (che tra l'altro sono diversi, lo dice la sigla stessa), ma da un'ideologia. Ora magari qualcuno protesterà che non è vero. Capiamoci: ideologia non è una brutta parola. Non credo possano esistere comunità senza un'ideologia condivisa che le tiene insieme. Non sta a me definire quale sia l'ideologia gay-lesbica-bisessuale-transgender. Nel corso degli anni e dei litigi ho solo fatto caso a un paio di cose. Per esempio, l'innatismo. Non so quanto sia diffuso, ma mi capita sempre più spesso di discutere con gente convinta che gay si nasce. Non mi è difficile immaginare che molti gay o lesbiche si sentano tali "dalla nascita", però resto persuaso che tutt'intorno ci sia un'enorme fascia grigia di gente che nasce e cresce, come dire, confusa. Affermare questa cosa (con un po' di statistiche alle spalle) non implica che queste persone vadano rieducate o mandate dallo psicologo o quant'altro: non sto parlando di persone "confuse" perché sono nate gay e le voglio rieducare: sto dicendo che sono confuse perché stanno sul 2 o sul 3 o sul 4 della scala Kinsey, e se non fosse per le rigidità della società (di qualsiasi società), resterebbero lì: e invece a un certo punto devono scegliere una cosa e rinunciare all'altra. È quello che fanno. Milioni di persone in Italia, non saprei proprio dire quanti, scelgono la loro identità di genere, e non sempre scelgono la cosa giusta, e a volte hanno paura di essersi sbagliati, e questa paura possiamo anche chiamarla omofobia. (Mi accorgo che ho già scritto tantissimo ed è tardi, continuo un'altra volta)

martedì 15 maggio 2012

Tre bicchieri mezzi pieni

Il nove maggio - data storica - il presidente della prima potenza mondiale, Barack Obama, ha dichiarato di aver cambiato posizione sul matrimonio gay: le discussioni coi familiari, ma anche il confronto coi politici dei due schieramenti, lo hanno convinto che "alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito sposarsi". La strada verso il riconoscimento legale del matrimonio nei 50 Stati è ancora lunga: quella di Obama non è una proposta di legge federale, ma un'opinione personale, seppure espressa in campagna elettorale dall'uomo più potente del mondo. Io credo che nessuno che abbia a cuore la parità dei diritti si sia trattenuto dal festeggiare il nove maggio; immagino che nessuno abbia perso tempo a rimproverare Barack Obama di avere avuto, fino all'otto dello stesso mese, una posizione ambigua, se non reticente o retrograda. Meglio tardi che mai, meglio adesso che poi.

È il solito discorso del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: se davvero c'interessa che le cose cambino, un po' di ottimismo aiuta. Ne abbiamo bisogno molto più noi che i connazionali di Obama. Prendiamo il caso dell'onorevole Mariapia Garavaglia (PD), che all'alba di venerdì risultava ancora nell'elenco degli aderenti alla Marcia per la vita di Roma. Guardiamo al bicchiere mezzo pieno: domenica, nello stesso elenco, non c'era più. Non che abbia cambiato idea: probabilmente è ancora convinta che l'aborto sia un omicidio, anzi un genocidio. (Continua sull'Unita.it, H1t#127, ma lascio i commenti aperti anche qui).

 In fondo questa è la linea della Conferenza Episcopale, e la Garavaglia non ha mai fatto mistero del suo allineamento con la CEI. Se alla fine non s’è presentata, è perché sostiene che la marcia è stata ‘strumentalizzata’ dagli estremisti, e vabbe’. Guardiamo il bicchiere mezzo pieno: il movimento pro-life italiano è ormai stato colonizzato dalla destra meno presentabile, la retorica dei bambolotti-feti incollati ai crocefissi non è fatta per conquistare le simpatie dei moderati. Non possiamo fare molto per cambiare le idee della Garavaglia (non possiamo neanche fare un granché per evitare di votarla, se insistiamo a voler votare PD e il meccanismo elettorale resta l’orrore che è), ma certe posizioni la Garavaglia fa sempre più fatica a spacciarle per moderate, sempre più fatica a esternarle. Alla fine è un buon bicchiere mezzo pieno, secondo me.
Nei giorni scorsi sui giornali e in rete si è parlato molto di scout cattolici e omosessualità. Più precisamente: la più grande associazione di volontariato cattolico giovanile, l’AGESCI, ha fatto notizia per il suo dibattito interno sull’omosessualità, e in particolare sull’opportunità che gli eventuali educatori omosessuali facciano coming out. Per molti che hanno commentato questa notizia, il bicchiere era più che mezzo vuoto, vuotissimo: le posizioni espresse dai relatori di un convegno (spacciate su Repubblica per “linee guida dell’AGESCI”) sono state denunciate come retrograde e omofobe. E lo erano.
Ma la vera notizia è che centinaia di educatori dell’AGESCI le considerano tali. Lo mostrano le quasi cinquecento firme in calce a un documento stilato il 6 maggio - una data meno storica del 9, ma che vale comunque la pena di festeggiare: nel documento si prendono nettamente le distanze dalle relazioni del convegno, e tra le altre cose si legge: “Crediamo fermamente che non si possa concepire, né tantomeno si possa ascrivere al nostro modo di pensare, che l’inclinazione sessuale, come l’omosessualità o l’eterosessualità, sia intrinsecamente e di per sé una discriminante per essere dei buoni capi educatori, né tantomeno per essere degli uomini e donne di valore a questo mondo. L’inclinazione sessuale di per sé non determina l’intenzionalità educativa, cuore pedagogico e operativo del nostro servizio”. Possono sembrare affermazioni ispirate al semplice buonsenso, ma per i membri di un’associazione cattolica italiana rappresentano una posizione impegnativa, al limite della sfida esplicita alla linea ufficiale della Chiesa. I firmatari del documento non rappresentano l’associazione, ma meritano di fare notizia molto più di tre relatori di un convegno: e mostrano come si sta evolvendo una delle realtà più importanti del cattolicesimo italiano.
Il bicchiere insomma mi sembra anche più che mezzo pieno. C’è qualcosa che si muove nelle parrocchie. Si muove lentamente, ma la direzione è quella del riconoscimento di pari dignità e pari diritti. Non abbiamo tutti la stessa fretta, non abbiamo tutti la stessa pazienza, ma non è una gara: a certe decisioni dobbiamo arrivarci assieme. Sarà ancora lunga: tanto vale assaporare i bicchieri mezzi vuoti che troviamo lungo la strada. http://leonardo.blogspot.com

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