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lunedì 7 marzo 2016

Litigare con le femministe

Qualche giorno fa, quando ho espresso la mia opinione sulla gravidanza surrogata, affermando che ogni donna è libera di gestire come vuole il suo corpo, e quindi anche di concedere il proprio utero affinché nasca un bambino che altri alleveranno come un figlio, qualcuno mi ha fatto notare che le femministe non sono d'accordo. In discussioni come questa, evocare l'opinione delle femministe equivale a scatenare l'inferno col napalm perché, insomma, chi è che ha voglia di litigare sull'utero con le femministe? Pare che ne abbia voglia io.


Non avessi niente di meglio da fare. Diciamo che potendo eviterei - infatti quando posso lo evito - però è innegabile che le mie modeste opinioni siano a volte, come dire, in frizione con quelle di alcune femministe. Ho detto 'alcune', e indovino già l'obiezione: stai tentando di dividerci. Sì. Le femministe sono tante, e non la pensano tutte allo stesso modo. Lo si è visto anche in questo caso: ci sono le femministe di Se non ora quando che fanno appelli contro la maternità surrogata; c'è Michela Murgia che risponde con obiezioni, a mio avviso, puntuali ed esaurienti - per cui se siete alla ricerca di un discorso serio, andate pure di là.

Tra i tanti femminismi, mi è comodo sintetizzarne un paio e immaginarmeli divergenti, se non proprio opposti. Il primo è libertario e pragmatico: quando dice "l'utero è mio" non intende un'idea platonica di "Utero" e un'altra idea platonica di "Mio", ma si riferisce in concreto all'utero che si ha in grembo, di cui si reclama l'immediato possesso. Una donna che ha il diritto di fare ciò che vuole col suo corpo, non potrà liberamente scegliere di metterlo a disposizione di una coppia che per vari motivi non può avere un bambino? Io dico di sì (altri dicono di no: impossibile che una scelta del genere sia "libera". Dev'essere per forza condizionata dalla miseria). Offrire in "affitto" una parte del proprio corpo non sarà sfruttamento? Se ne può discutere, ma questo vale per ogni prestazione lavorativa: non c'è una frattura mistica tra la mano che uso per lavorare alla fresa e l'utero che posso usare per dar vita a un bambino: entrambi sono sottoposti a usura, entrambi possono guadagnarmi da vivere, e in entrambi i casi il salario può essere da fame e configurarsi come sfruttamento.

Invece, sapete quando possiamo essere abbastanza sicuri che ci sia sfruttamento? Quando tutto avviene nell'illegalità perché una legge proibisce lo scambio. E questo a mio avviso è l'argomento finale contro il divieto - contro gran parte dei divieti: il proibizionismo non funziona. Non funzionò con l'alcol, non funziona con la droga, non risolve il problema dell'aborto, non si vede in che modo possa arginare il fenomeno delle gravidanze surrogate. Possiamo decidere di assisterle o normarle o possiamo chiudere gli occhi, definire il tutto immorale, e lasciare che chi può permetterselo corra qualche rischio in più. C'è un tipo di femminismo che preferisce questa seconda opzione. Un femminismo benpensante - possibile?

Tutto è possibile. Si parlava sopra del proibizionismo: è abbastanza antipatico ricordarlo, ma fu uno dei risultati dell'allargamento del voto alle donne (prohibition movements in the West coincided with the advent of women's suffrage). L'atteggiamento benpensante nasce di solito dall'impossibilità di adeguare il proprio mondo ideale alle cose che effettivamente accadono. In questo caso c'è un femminismo che reclama l'utero non come parte del corpo, ma come urna sacra della femminilità. Quel che accade lì dentro, spiegano, è una cosa che non può essere paragonata a nient'altro (e non è che abbiano tutti i torti: qualsiasi paragone è difettivo: ma in questi casi hanno l'aria di considerarlo una bestemmia). Le donne potranno anche cedere l'uso delle mani, degli occhi, dei piedi; ma l'utero è su un altro piano. Ci sono donne che consentono liberamente, senza compenso? Impossibile. Ci sono donne che volontariamente scelgono, in cambio di denaro? Sono state obbligate. Nessuna cifra, del resto, potrebbe valere una gravidanza. Sostenere il contrario sarebbe neoliberismo.

Le esponenti di questo tipo di femminismo, di solito, hanno una concezione abbastanza tortuosa del diritto all'aborto. Benché abbiano lottato per l'interruzione di gravidanza, non cessano di ricordare quanto essa sia traumatica, un male magari necessario, ma un male. E si capisce: se santifichi l'utero, poi non puoi ammettere che esista gente che abortisce semplicemente perché le fa comodo. No, devono tutte abortire tra le lacrime. Ora, sono il primo a incazzarsi quando leggo le puttanate del Foglio sulle tizie che abortiscono per andare in vacanza. Però l'idea che ogni donna debba sempre sentire ribrezzo per l'aborto è una proiezione morale. Ci saranno anche donne che hanno abortito senza grossi patemi, che non l'hanno vissuta "come tutta ‘sta tragedia che pare necessario continuare a raccontarsi". Dobbiamo far finta che non esistono?

Corriere.it

Col tempo ho trovato un altro parametro che mi sembra ormai infallibile. Di solito le femministe con cui vado d'accordo hanno un'idea abbastanza piana del fenomeno della prostituzione: sebbene in molti casi sia una forma di sfruttamento, reprimerlo non avrebbe senso. Peraltro se è un diritto della donna (e dell'uomo) disporre del proprio corpo come vuole, questo diritto contempla anche la possibilità di prostituirsi. Occorrerà quindi aiutare le vittime dello sfruttamento e sostenere i diritti delle sex-workers.

Invece per le femministe con cui non vado d'accordo è tutto un racket. Non esiste una prostituta libera: sono tutte sfruttate. Sempre. Una volta mi spiegarono che anche oggi, in Italia una qualsiasi donna libera che volesse tentare l'esercizio della prostituzione senza far parte di un racket sarebbe stata immediatamente raggiunta dagli emissari del racket medesimo, e fatta schiava. Perché non si dà prostituzione senza sfruttamento e schiavitù. Chi potrebbe mai acconsentire liberamente a pratiche così intime in cambio di denaro? La prima volta che ho sentito un discorso così ho alzato le spalle, vabbe', si vede che viviamo in due universi paralleli. Poi mi è caduto l'occhio sulla legislazione repressiva di alcuni paesi che eravamo abituati a considerare fari di civiltà - che so, la Svezia - paesi in cui un certo tipo di femminismo aveva avuto un po' di voce in capitolo. Anche in quel caso, si punisce il cliente perché non si ritiene una donna in grado di scambiare liberamente sesso in cambio di denaro. Qualsiasi cliente acceda a una prostituta la sta adescando, la sta corrompendo, la sta sfruttando. Affermare il contrario - affermare che una donna possa liberamente scegliere di affittare parti del corpo in cambio di denaro - significa cedere a una mentalità economicista, neoliberale.

Potrei obiettare, e l'ho già fatto, che l'economia almeno esiste, è un modo di descrivere gli scambi tra le persone: mentre questa mistica della femminilità, tra il romantico e il pagano, secondo me si adatta molto meno a descrivere il mondo in cui vivo. Ma devo anche confessare un sospetto. L'economia non è che spieghi tutto, ma potrebbe spiegare anche il fenomeno di un gruppo di donne che non sopporta l'idea che altre donne scambino sesso in cambio di denaro; né l'idea, ancora più estrema, che una donna possa dietro compenso mettere a disposizione il proprio utero. Quella che chiamate barbarie, altri potrebbero definirlo dumping.

domenica 6 marzo 2016

Cuore di un ragazzo che senza paura sempre lotterà

Le macchine rallentano, c'è un tamponamento. Una macchina è rovesciata sul fianco, sta per prendere fuoco. Sul ciglio del raccordo una donna si riscuote dallo choc e si mette a urlare: lì dentro c'è mia figlia. I poliziotti la trattengono. Arriva un tizio in felpa nera: cosa può fare? Quello che vorresti fare tu, quello che farebbero tutti. Solleva la fiancata di peso, strappa la bambina alla morte e se la mette in braccio. Per quale altro motivo pensavate di essere venuti al cinema?

Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti, 2016).

Vai a vedere Jeeg Robot. Me l'hanno detto tutti per una settimana. Io nicchiavo, ero rimasto bruciato dal primo tentativo del cinema italiano di abborracciare un supereroe. In realtà Jeeg è agli antipodi del Ragazzo Invisibile, praticamente in tutto: al servizio di Salvatores si era messa una macchina industriale anche efficiente, ma che di supereroi non sapeva nulla e non ci teneva neanche troppo a informarsi - tanto è roba per ragazzini e i ragazzini si bevono tutto, no? No, sono anzi molto esigenti.

Invece Jeeg, per come ce la raccontano, è un progetto portato avanti in solitaria da un regista testardo che il target non lo ha studiato a tavolino, ma se lo porta tatuato su qualche organo interno. Jeeg è un film per il ragazzino che è rimasto intrappolato in ciascuno di noi. È un disadattato che si è arrangiato a vivere nel nostro condominio interiore - tutti i suoi amici o sono svaniti all'Apparir del Vero, o si sono trovati una famiglia e un lavoro - ma lui è ancora lì, rannicchiato su qualche puzzolente divano, vuole solo guardare porno e mangiare yogurt. Si esprime per citazioni misteriose, cartoni giapponesi, canzoni di vecchi Sanremo. Non farebbe male a una mosca ma allo stesso tempo è violento - la violenza è l'unico linguaggio che conosce - tanto violento quanto fragile.

Vai a vedere Jeeg Robot, mi dicevano. Avevano tutti la mia età, un brutto segno... (continua su +eventi!)
Vai a vedere Jeeg Robot, mi dicevano. Avevano tutti la mia età, un brutto segno. Perché noi quarantenni continuiamo ad andare al cinema a vedere questi tizi in calzamaglia, quando ce ne piace di solito uno su cinque, perché ci siamo intestarditi su una delle tendenze, diciamolo, più bimbominchia della storia del cinema? Dall’Uomo Ragno di San Raimi in poi, non ce ne siamo persi uno, e non ce n’è uno che ci abbia convinto per più di un film. Che cosa stiamo cercando esattamente? Abbiamo avuto l’approccio scanzonato alla Marvel, l’approccio serioso alla DC, il finto gotico di Burton, il bislacco Nolan. Film di genere, li chiamano: come se gli autori non avessero provato in tutti i modi a colonizzarli, a darci il supereroe intelligente, il supereroe tragico shakespeariano, il supereroe horror. Va’ a vedere Jeeg – e già sapevo più o meno cosa aspettarmi: una farsa in romanesco col coatto che “ci ha i poteri”, tante strizzate d’occhio citazioniste a chi è cresciuto a pane e anime. E invece?

E invece ho visto il tizio in felpa che riavvia una giostra e poi salva una bambina, e un inquilino della mia Tor Bella interiore si è messo a piangere come una fontana: finalmente! è questo che ho sempre voluto vedere, coglione. I supereroi non sono buffi, non sono seri, i supereroi fanno quello che vorresti fare tu se avessi la forza di schiacciare un termosifone. Non passano il tempo a strizzar l’occhio allo spettatore, a confortarlo sul fatto che è molto, molto più intelligente di così, ed è in sala soltanto per gentile concessione al suo bambino interno o esterno. I supereroi sono quelli che i bambini li salvano, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone. Non sono invincibili, anzi ne devono prendere tante dai gemelli cattivi – e perdere pezzi per strada.
Andate a vedere Jeeg Robot. Anche se ormai ce l’ha fatta: è ancora in sala dopo dieci giorni, anche in provincia di Cuneo (ad Alba oggi alle 18:45 e alle 21). Claudio Santamaria e Luca Marinelli mettono l’anima in due personaggi straordinari e implausibili, ma è Ilenia Pastorelli che continuerà a tormentarvi anche a fine visione: con gli occhi e gli strilli insopportabili di tutti i bambini che dovevate salvare, e non ne avete avuto il coraggio, le forze.

giovedì 3 marzo 2016

Si stampi chi può

Un'altra cosa di cui dovrei preoccuparmi e non ci riesco è l'acquisizione della Stampa da parte del Gruppo L'Espresso - no, in realtà mi preoccupo, ma dal punto di vista sbagliato. Dovrei spaventarmi per la paurosa concentrazione mediatica che verrà a crearsi, e invece continuo a fissare la direzione opposta. Dovrei puntare il dito su De Benedetti che compra, che cresce, che diventa sempre più pervasivo, e invece guardo gli Elkann che vendono, che salutano, che non sono più interessati a finanziare un organo di stampa in Italia. E dagli torto.

Si tratta ovviamente dell'impressione di un passante poco informato, che a una certa distanza dovrebbe vedere una battaglia per la creazione di un colosso dell'informazione, e invece, aguzzando la vista, riesce giusto giusto a notare un po' di traffico intorno a un vecchio palazzo in demolizione: la Fiat si è spostata altrove e si disfa delle suppellettili. C'è anche questo quotidiano molto prestigioso, lo usavamo per spiegare agli italiani come la pensavamo al Lingotto, e per dare un po' di voce ai nostri amici atlantisti - adesso al Lingotto c'è un centro commerciale, gli atlantisti sono meno interessati di noi, insomma a chi lo smolliamo? L'unico compratore disposto ad accollarselo è un concorrente, che può risparmiare sui costi di gestione mettendo assieme un po' di servizi. La chiamano sinergia, fusione, e ormai è da vent'anni che sappiamo cosa vuol dire davvero.

Spero tanto di sbagliarmi, visto che sta diventando un Leitmotiv: così come Renzi in politica, che si ritrova solo al comando non per brama di potere e neanche per lo straordinario carisma che non ha, ma perché i suoi concorrenti non hanno nessuna voglia di subentrare nella gestione quotidiana di un disastro, così L'Espresso (e Mondadori) si ritrovano unici attori in scena perché gli altri stanno scappando. Impossibile non accusare nostalgia per quella guerra di trent'anni fa, quando c'era in palio Repubblica e il destino dell'Italia e del mondo libero - più prosaicamente, c'era un immenso bacino di lettori, di inserzionisti da contendersi. Che poi è volato via.

Approfitto dello spazio per fare ammenda: pare che io abbia contribuito a diffondere una notizia falsa, e che l'Unità non abbia il buco che qualcuno intravedeva. Oggi il suo direttore smentisce e ribadisce che il quotidiano naviga, pur con mille comprensibili difficoltà nel "mare aperto del mercato". Ovviamente non mi riconosco nell'Unità di D'Angelis, ma credo giusto che esista, e necessario che un leader politico e un partito abbiano una loro voce - proprio come l'avevano gli Agnelli/Elkann, fin tanto che a loro serviva. Quello che davvero non capisco è di che "mare aperto" D'Angelis continui a parlare: intende lo stagno mezzo prosciugato in cui le ciurme di Repubblica e Stampa decidono di rimorchiarsi a vicenda e di disfarsi di un po' di zavorra improduttiva?

Io sto qua sulla riva e non è che ci capisca molto; ma secondo me un vero mercato in Italia non c'è quasi mai stato. C'erano importanti gruppi industriali che fino a qualche tempo fa avevano interesse a finanziare quotidiani (anche l'Unità, almeno al tempo di Soru): oggi non ci sono più o hanno i loro problemi. Alcuni saranno diventati scettici nei confronti dello stesso strumento, il quotidiano all'italiana, che fino a dieci anni fa aveva un senso residuale e adesso ormai sta diventando un gioco di società per anziani. Non è che io discuta la necessità dei Democratici di avere in edicola e su internet qualcuno che difenda quotidianamente le scelte di Renzi e irrida i suoi avversari. Non ho grosse simpatie per Renzi e per le sue avventure politiche ed editoriali, ma a questo punto non ho nulla da guadagnare da un suo fallimento in un campo o nell'altro, anzi. Sarebbero brutte notizie per tutti. Credo che il successo o l'insuccesso dell'Unità dipenderà dagli abbonamenti degli attivisti, certo, e soprattutto dai finanziatori che hanno deciso o decideranno di investire nel personaggio Renzi. Se l'Unità davvero ce la sta facendo, si vede che qualcuno ci crede. E meno male, davvero, che qualcuno sta ancora credendo in qualcosa.

Ma Trump non è Berlusconi

Un giorno - possibilmente da qui ai primi di novembre - dovrò tentare di spiegare anche a me stesso perché Trump non mi sta spaventando neanche un quinto di quel che mi spaventava il piccolo Bush. Nel frattempo però lascio un appunto sul paragone più banale che sta girando tra i giornalisti: quello con Berlusconi.

Paragone ormai abusato non solo tra giornalisti italiani, a cui non sembra vero poter vantare vent'anni di esperienza di un mitomane col parrucchino (il che dimostra che in vent'anni non hanno messo a fuoco il problema): la cosa sta prendendo piede anche tra gli anglosassoni; per esempio ieri il Financial Times definiva Trump un "Berlusconi americano", benché privo del suo fascino e del suo talento per gli affari ("albeit without the charm or business acumen"). Ok, divertente. E forse la maggior somiglianza col caso italiano non sta nei due personaggi, ma proprio nella reazione incredula e stizzita che scatenano presso il ceto intellettuale, non solo a sinistra: effettivamente il passaggio dalla sottovalutazione all'indignazione al panico qui in Italia l'abbiamo vissuta più di vent'anni fa. E abbiamo capito - purtroppo un po' meno di vent'anni fa - che insistere sulle gaffes del tizio non fa che renderlo più forte verso il suo serbatoio elettorale: del resto in Italia l'anti-intellettualismo lo studiamo da un secolo, siamo passati per il fascismo e il qualunquismo ed evidentemente non abbiamo ancora trovato il vaccino efficace.

Detto questo, chi paragona Trump a Berlusconi mostra di non aver capito qual era il vero problema con Berlusconi: non il parrucchino, non le barzellette e le figuracce, le smorfie ai vertici internazionali (per quanto, via, chiamare kapò un europarlamentare tedesco) e nemmeno l'imbarazzantissima esuberanza sessuale, che è poi il motivo per cui all'estero lo conoscono e ce lo ricordano ridacchiando. Non è nemmeno il populismo - o meglio, il populismo è un problema grave, ma esisteva prima di Berlusconi e non è affatto tramontato con lui. E allora cosa?

C'è bisogno di ricordarlo? A quanto pare sì. Berlusconi possedeva quasi metà dell'etere televisivo, in spregio della normativa (Rete4 avrebbe dovuto finire sul satellite); e quando vinse le elezioni modificò la normativa e mise le mani anche sull'altra metà, quella pubblica. Nel frattempo era uno dei principali editori italiani, e uno dei principali concessionari di pubblicità, che raccoglieva sul mercato e rivendeva alle sue aziende. In sostanza per qualche anno in Italia non ci furono direttori di reti televisive e tg che lui non approvasse direttamente o indirettamente: malgrado fior di opinionisti assunti in queste reti o dai suoi giornali ci spergiurasse che no, Berlusconi non vinceva le elezioni grazie alle televisioni: che il fatto che continuasse a esercitare quel controllo, arrivando a fare i nomi di chi non voleva più in RAI, fosse semplicemente una coincidenza, una cosa che gli capitava di fare perché si sa, la tv è sempre stata il suo pallino.

Quanto a Trump, per quel che ne so è un palazzinaro e una celebrità televisiva. Ma non possiede la CBS, né la FOX, né la CNN né una delle Big Three: che di conseguenza possono decidere di parlare di lui come vogliono. Anche molto male. Forse avrete intravisto anche voi lo spezzone dello show di John Oliver (definirlo "comico" è riduttivo) dedicato a Trump: venti minuti di demolizione sistematica del personaggio, andati in onda su HBO e poi rimbalzati via internet in tutto il mondo. Ecco, questo su un canale televisivo italiano nel 2002 sarebbe stato impossibile. Negli USA invece si fa abitualmente, e si continuerà a fare persino nel malaugurato ma sempre più probabile caso in cui il mitomane di turno vinca le elezioni. Perché davvero, non è che le televisioni siano indispensabili per farti vincere.

Però in Italia aiutano.

Ognuno poi ha i suoi parametri, le sue pietre di paragone: il mio canarino-in-miniera è Giuliano Ferrara, a cui Trump dà un certo fastidio. Per il populismo? Ferrara ne ha avallati di peggiori. Per il cattivo gusto? Parliamo del tizio che si mise il rossetto e andò in piazza col cartello "siamo tutti puttane", per solidarietà col capo accusato di avviare minorenni alla prostituzione. E allora, insomma, cosa c'era in Berlusconi che Ferrara non riesce a trovare in Trump? Secondo me è una questione preconscia: Ferrara non pensa, Ferrara annusa. E per quanto inspiri, non riesce a sentire quell'odore di vero potere che gli darebbe alla testa. Per un Berlusconi si sarebbe messo in mutande; per un Bush era disposto a millantare consulenze con la CIA; per Trump niente. Lo trovo molto indicativo.

martedì 1 marzo 2016

O con Vendola o con Adinolfi

Vorrei poter dire che le reazioni alla paternità di Nichi Vendola mi hanno sorpreso e un po' scandalizzato - soprattutto quelle venute da sinistra - ma purtroppo non è così. Si tratta di reazioni prevedibilissime, quasi automatiche, che spiegano abbastanza bene perché l'Italia ha una legislazione molto arretrata su questi temi (no, non è colpa di Adinolfi o delle sentinelle in piedi: loro al massimo ne approfittano, come è giusto che la squadra di tiro alla fune scarsa ma costante approfitti di un avversario che non ha capito da che parte bisogna tirare).

Chiariamo subito la mia opinione: per me non si può e non si deve impedire a nessuna persona in possesso delle sue facoltà di avere un figlio, e quindi nemmeno a Vendola. Non lo chiamo esattamente diritto, non credo che la collettività debba adoperarsi perché chiunque possa avere un figlio; ma se qualcuno vuole averne uno, coi mezzi che la tecnologia oggi consente (maternità surrogata), non credo nemmeno che la collettività si debba mettere in mezzo.

Non ritengo peraltro che ne sia capace, nei tempi medio-lunghi: sul serio credete di poter impedire a chi porta un utero di disporne come vuole? Come intendete recintarli, esattamente, questi uteri? Non si era appena deciso che appartenevano alle portatrici? Io la penso così, e in seguito cercherò di difendere questa opinione senza insultare chi la pensa diversamente. Non sarà semplice, perché davvero, nulla mi infastidisce più di un prepotente: e quando arriva qualcuno a spiegarmi che la sua idea della genitorialità è l'unica giusta, e che gli altri dovrebbero essere genitori soltanto alle condizioni dettate da lui, ecco: a me questa sembra prepotenza. Io non vengo a dire a voi come dovreste essere genitori. Se non volete figli in provetta, non fateli.

Paradossalmente, mi arrabbio meno coi cattolici. Loro perlomeno sanno quello che vogliono e soprattutto quello che non vogliono. Le loro opinioni sono basate su assunti non dimostrabili, ma coerenti: per loro la libertà della donna di disporre del proprio corpo viene dopo il diritto del nascituro. Quest'ultimo, malgrado debba ancora nascere, secondo i cattolici ha idee molto chiare: desidera una famiglia naturale composta da almeno un padre e la madre. Loro la pensano così, e si comportano di conseguenza. Se vinceranno loro, l'utero sarà effettivamente recintato e riassegnato a un Ente morale che col pretesto di impedire "l'affitto" veglierà affinché nessuna portatrice ne disponga troppo liberamente. La stessa definizione di "utero in affitto" tradisce il disprezzo degli eredi degli antichi padroni, che possedendo tutto non avevano bisogno di affittare nulla. Ma insomma quella è la direzione in cui tirano la corda, e secondo me è quella sbagliata: quindi tiro dall'altra parte. A volte mi lamento perché barano (tutta l'offensiva sul "gender"), ma non li biasimo certo per il fatto che stiano tirando in direzione opposta alla mia. È lo scopo del gioco.

Nutro viceversa un'insofferenza crescente per chi ha deciso di stare dalla mia parte ma forse non ha capito dove stavamo tirando: e adesso sta lì, si guarda smarrita e impiccia i compagni di squadra. Davvero, se per voi il nascituro ha il diritto naturale di avere un padre e una madre, dovreste passare dall'altra parte. Non è niente di personale. Se appena scoprite che da qualche parte nel mondo una donna ha deciso di ospitare per nove mesi un nascituro dovete immaginare che ci sia stata una costrizione - se siete sicuri che Vendola e il suo partner abbiano pagato, e trovate che pagare in cambio del temporaneo e consensuale uso dell'utero equivalga alla mercificazione del corpo - evidentemente ritenete che esista nel corpo qualcosa di sacro che quel corpo non può gestire in autonomia.

E allora, scusate, cosa ci fate qui? Vi servirà un Ente morale che decida cosa si può vendere e cosa no, cosa si può affittare e cosa no: le braccia sì, altrimenti non avremmo agricoltura nemmeno nei nostri campi di pomodori; le corde vocali sì, altrimenti io non potrei sopportare di ricevere uno stipendio. I reni, forse? Ma perché non avete mai denunciato la mercificazione dei reni? non è un po' sospetta questa cosa? L'utero, sicuramente. L'utero per voi è sacro, l'utero non può essere gestito dall'individuo, davanti all'utero si deve sospendere qualsiasi forma di economia? Ok, allora scusate, avete sbagliato squadra.

Quelli che credono nelle cose sacre sono dall'altra parte: quelli che pensano che l'economia non sia semplicemente il modo in cui gli uomini gestiscono gli scambi tra loro, ma una degenerazione di quel bello stato di natura in cui al limite si barattava un pesce per un pomo, sono di là. Sono anche ben organizzati, hanno una gerarchia che si difende bene, e tuttavia non preoccupatevi: sono molto ospitali con le pecorelle smarrite. Sedicenti comunisti che rinnegano l'economia, sedicenti femministe favorevoli a recintare l'utero e a regolarne i comportamenti: cosa state facendo ancora qui? Scusate, ma noi saremmo quelli progressisti: magari ci poniamo qualche problema su come andare avanti, ciò non toglie che è avanti che vogliamo andare. Voi invece avete in mente l'eden del matriarcato, magari con un po' di baratto. Non ha neanche senso litigare. Diciamo che c'è stato un grosso equivoco, e ognuno proceda per i fatti suoi.

Gli effetti davvero speciali

Come tutte le intelligenze collettive, l'Academy che assegna i premi Oscar non ha esattamente i riflessi pronti: tanto più notevole risulta il successo di Mad Max, che avrebbe potuto ottenere anche più statuette, se non si fosse dovuto scontrare con preti pedofili, banchieri ladri e DiCaprio. Mi piace pensare di aver assistito allo sdoganamento di un genere, la fantascienza, che fino a qualche anno fa era stato confinato ai margini: e giustamente, visto che era ormai associato a blockbuster fracassoni e assurdi alla The Core.

Per questo il premio che in assoluto mi ha fatto più piacere è quello su cui davvero non contavo: gli effetti speciali a Ex Machina. Un film piccolo, con un budget modesto che Iñárritu avrebbe bruciato in una settimana di riprese "solo luci naturali". Ex Machina lottava contro macchine da guerra milionarie: Star Wars, lo stesso Mad Max col suo tripudio di stuntmen, il costosissimo orso digitale di The Revenant, il pianeta Marte di Sopravvissuto, rimodellato nell'altopiano del Wadi da Ridley Scott con videocamere 3d. Contro colossi come questi, Ex Machina poteva opporre solo un'idea, una trovata vecchio stile: riprendere Alicia Vikander e cancellarne parzialmente le forme col Rotoscope. Il caro vecchio Rotoscope - no, niente nostalgia. Si usano i vecchi mezzi perché costano poco, e perché funzionano bene: il risultato è straordinario, e ha commosso persino i giurati dell'oscar. Sarò onesto: fino a domenica ero convinto che la maggior parte non se lo fosse nemmeno visto, Ex Machina. Hai in gara l'orso che maciulla Di Caprio, hai le astronavi anticate degli Jedi, hai Mad Max, cosa stai lì a guardare un film tutto parlato dove l'unico effetto è un'androide carina?

E invece l'androide ce l'ha fatta, perché è davvero inquietante il modo in cui gioca con i nostri desideri e la nostra percezione. Ci mostra un volto adorabile, ci ricorda a ogni istante che sotto c'è un vuoto. Qualcosa di freddo e ostile. Eppure ci cascheremo ugualmente. Ex Machina è una trappola non proprio perfetta, ma è un bell'esempio di quello che sta succedendo alla fantascienza al cinema negli ultimi anni, a partire direi da Moon di Duncan Jones. Budget piccoli, idee forti. Ha funzionato così bene che sta influenzando anche i prodotti ad alto budget: Her, Gravity, Interstellar, The Martian. Manca ancora un vero capolavoro che segni i tempi: diciamo che la primavera è promettente.

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