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venerdì 19 agosto 2022

112. Le tue strane inibizioni che scatenano il piacere

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con l'ultimo sedicesimo. Erotismo contro folklore, bella lotta no? No, forse no].


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1981: Sentimiento nuevo (Battiato/Pio, #11)


In Sentimiento nuevo l'eros si fa parola. L'esuberanza lessicale (che la renderà una delle canzoni più famose e parodiate) è qualcosa di più di un rituale di corteggiamento; è già parte dell'atto sessuale. È abbastanza chiaro che Battiato è con una ragazza (perlomeno non è mai stato così chiaro e non lo sarà più fino all'era Sgalambro), ma allo stesso tempo è anche in una sua nuvola culturale, fatta di riti dionisiaci, shivaismo tantrico e quant'altro. Tutto questo, se uno si ferma a pensarci, è abbastanza buffo (e infatti la canzone si presta molto bene alla parodia), ma è anche assolutamente realistico: abbiamo tutti una nuvola del genere intorno a noi, quando ci accingiamo al sesso. La nuvola è fatta di scene che abbiamo immaginato, che abbiamo visto (sempre di più ora che la pornografia è una commodity), che abbiamo persino vissuto: scene che ci eccitano, o a volte ci spaventano, ci spronano o ci trattengono. La nuvola non ci impedisce necessariamente di notare che dall'altra parte esiste un partner – e infatti Battiato non se ne dimentica, anzi ci dialoga come ben poche volte nel suo repertorio. Ha strane inibizioni che "non fanno parte del sesso" anche se a veder bene "scatenano il piacere"; inoltre ha una voce che lo cattura come le Sirene avrebbero catturato un meno astuto Ulisse – riecco la nuvola culturale – e una pelle che è come un'oasi nel deserto. Lei nel frattempo magari si sta immaginando di farlo con Lawrence d'Arabia – a volte, se si fa sesso con persone con cui si condividono interessi, le nuvole coincidono così tanto che sembrano annullarsi.


1988: Veni l'autunnu (#86)

Battiato, se stasera non m'inganno, ha scritto quattro canzoni prevalentemente in siciliano: Stranizza d'amuri (1979), Veni l'autunnu (1988), Il cammino interminabile (2001) e 'U cuntu (2009); quindi più o meno una al decennio – comunque più delle canzoni composte in inglese (quelle per Echoes of Sufi Dances non contano). Insomma il siciliano è la sua seconda lingua di compositore. Meritevole di menzione è anche Caliti junku (2012) per lo più in italiano anche se il titolo è siculo (mentre Il cammino interminabile ha un titolo in italiano anche se per lo più è in siculo). Di tutte queste canzoni, solo Stranizza è interamente in dialetto: in tutte le altre c'è almeno un verso in un'altra lingua: nel Cammino l'italiano all'inizio, in Veni l'arabo alla fine, in 'U cuntu il latino. Più che un complesso di inferiorità, è una specie di tensione al plurilinguismo: Battiato vuole sempre ricordarci che il vernacolo è una libera scelta, e che se vuole può parlare qualsiasi altra lingua (magari male, ma può farlo: in Veni l'autunnu la dichiarazione d'amore alla Sicilia viene interrotta da una frase da corso di arabo livello principianti). Come spiega in Caliti junku: un proverbio siciliano potrebbe anche essere arabo o tibetano: l'uso del dialetto non dovrebbe distoglierci dal significato universale. Eppure almeno le prime due canzoni sono anche atti d'amore per la sua terra natale. Veni e Il cammino sono due curiosi patchwork di modi di dire tradizionali, e quindi sono anche i due brani più apparentemente folkloristici. 'U cuntu è un'elegia sulla fine della civiltà come Battiato ne ha cantate tante. Stranizza è una canzone d'amore come Battiato non ne aveva mai scritte (e non ne scriverà più), il che ci autorizza a pensare che il siculo gli serva anche come schermo. Ma a questo punto non si può non ipotizzare che una simile funzione di schermo non sia da estendere anche a Veni, in cui col pretesto del folklore Battiato scrive cose molto impegnative alla sua terra: Sicilia bella mia, Sicilia bella. Che strano e complicato sentimento, no non te le posso dire le mie pene, chissà se tu sei in grado di capire, non so nemmeno io perché ti voglio bene.  

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giovedì 18 agosto 2022

111. Nel fango affonda lo stivale dei maiali

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi col derby degli abusi di potere. Si sfidano oggi due invettive, ma anche due decenni l'un contro l'altro armati. Chi vincerà? Il primo sta già sventolando la bandiera di chi si arrende].

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1981: Bandiera bianca (Battiato/Pio, #6)

La cosa più sorprendente di questo sedicesimo di finale è che tra Bandiera bianca e Povera patria ci sono appena dieci anni – che almeno per chi è classe Pollution, come il sottoscritto, valgono venti se non trenta: Bandiera bianca la cantavamo alle elementari, Povera patria prima della maturità. Può darsi quindi che sia un mio errore prospettico a darmi la sensazione che Battiato abbia cambiato più pelli tra La voce del padrone e Come un cammello in una grondaia che da lì in poi. Sono due brani che risentono dello spirito dei tempi in cui sono stati composti, e a volte danno la sensazione di anticiparlo: l'ironia straniante di BB sta agli anni Ottanta come l'indignazione accigliata di PP ai Novanta. Ora, di solito quando parliamo di decenni non parliamo sul serio. Un decennio è un insieme arbitrario di anni, identificare questa o quella tendenza con un decennio è una semplificazione giornalistica che nessuno – nemmeno i giornalisti – prendono sul serio. Nessuno tranne Battiato. Lui a questa cosa dello Zeitgeist dei decenni sembra crederci davvero (del resto credeva agli oroscopi). È quello che possiamo dedurre da un passaggio di Tecnica mista sul tappeto in cui parlando di anni Settanta, Battiato spiega: "C'era un'influenza cosmica che si è fatta sentire su diverse città italiane. È durata circa un decennio. Poi tutto è sparito. In seguito è arrivato il decennio della discoteca. Adesso sembra che si sia entrati nel decennio dell'impegno. Così, avanti e indietro, come un balletto". Era il 1992, io stavo dando la maturità, e se l'avesse chiesto a me non mi sarei sentito in coscienza in grado di confermare questa cosa del "decennio dell'impegno". Sì, lo yuppismo anni Ottanta sembrava già morto e sepolto, c'era stato qualche movimento studentesco e la guerra del Golfo aveva stimolato un'ulteriore stagione di contestazioni. Evidentemente Battiato da queste rondini traeva l'impressione di una nuova Primavera dell'impegno politico. Non importa quanto poco ci stesse azzeccando, quanto il fatto che non voleva affatto presentarsi a mani vuote: Povera patria è un brano concepito tenendo conto delle "influenze cosmiche", come un regalo per una generazione che Battiato immaginava molto più arrabbiata e engagé di quanto poi dimostrò di essere. Il che prova che FB non è un rabdomante infallibile, e che noi come generazione abbiamo fatto pena (per fortuna le generazioni non esistono davvero, sono solo un insieme arbitrario di persone nate in un periodo x eccetera).


1991: Povera patria (#27)

"Quando qualcuno mi dice «con Povera patria sei stato profetico» mi viene da ridere. Quella canzone e quelle parole funzionavano quando le ho scritte, ma potevano andar bene nell’Antica Grecia, durante il Basso Impero Romano e anche in quello Alto. È una canzone che parla di una categoria umana immutabile, che, per mantenere la sua posizione di dominio sugli altri, usa la violenza, la falsità, ruba e manca di rispetto. Rappresenta un senso del potere malato. Appartengo alla categoria di quelli che non amano comandare, né essere comandati. In quella canzone parlavo di dittature tradizionali, che si vedevano, e purtroppo ce ne sono ancora. Ma sono davvero irreali i sistemi esoterici-materialistici che stanno governando le nostre vite attraverso il denaro". 

Secondo Paolo Jachia (Battiato Voglio vederti danzare, Ancora 2022), lo "stivale dei maiali" che affonda "nel fango" non è necessariamente l'Italia. Gli stivali potrebbero essere, suggerisce quelli sempre tirati a lucido dei generali golpisti, Perché no, e allo stesso tempo perché in una canzone intitolata "Povera patria" uno stivale non dovrebbe ricordarci la sagoma di suddetta patria? Nel tentativo di stemperare, per quanto possibile, i collegamenti di Povera patria con l'attualità italiana del periodo in cui è stata scritta, Jachia recupera la citazione qui sopra, tratta però da un'intervista di ben vent'anni dopo (su Sette, supplemento del Corriere della Sera, 2011). L'impressione è che lo stesso Battiato si adoperi per trovare una chiave che gli consenta di ri-attualizzare Povera patria, un brano che rischiava di essere indelebilmente associato a un periodo ormai lontano: le stragi di mafia, l'inchiesta Mani Pulite, e così via. Nel 2011 invece Battiato è molto più interessato alla speculazione finanziaria, alla dimensione virtuale se non fittizia del denaro: ne parlava anche in Dieci stratagemmi, ma quel che è interessante è che prima no, prima non ne aveva praticamente mai parlato.  

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martedì 16 agosto 2022

110. La musica contemporanea mi butta giù

[Coraggio patrioti, eccoci a uno snodo cruciale della Gara delle canzoni di Franco Battiato, con due brani suscettibili di innumerevoli interpretazioni, comprese alcune parecchio bizzarre].

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1979: Il re del mondo (Battiato/Pio, #51)


Un giorno in cielo fuochi di Bengala: la pace ritornò, ma il Re del mondo... ci tiene prigioniero il cuore. Non credo che a nessuno mai sia passata per il cervello l'idea di leggere Il re del mondo come una canzone antiatlantista: eppure sentite come filerebbe bene. Abbiamo perso la guerra: ci hanno raccontato che siamo in pace, ma la verità è che abbiamo perso, che siamo sudditi, che siamo schiavi del Re del mondo (l'imperialismo americano). E ora tutto ciò che facciamo è privo di autentico senso; la cosiddetta democrazia non è che un rito fittizio che officiamo per illuderci di avere un senso ("più diventa tutto inutile più credi che sia vero"), e distoglierci da una realtà che ci vede obiettivi strategici del prossimo conflitto nucleare, noi e i nostri ex camerati giapponesi che nelle metro hanno già le maschere a ossigeno. Solo nel "giorno della fine" recupereremo, bruciando, quella libertà che probabilmente non abbiamo mai meritato: e non ci servirà l'inglese. Una cosa curiosa di questa interpretazione, è che non è affatto forzata. Non richiede particolari torsioni del testo, non muove da rebus o sciarade, e soprattutto non ha bisogno di appoggiarsi a dati extratestuali. Anzi, il motivo per cui nessuno la prenderebbe mai sul serio è proprio il fatto che chi conosce Battiato non se lo immagina a intonare un lamento per la perdita della sovranità post-1945. Sono cose di cui non ha mai parlato; è molto più facile seguire le linee interpretative che lui stesso più volte ha additato, Guenon eccetera. Ma se conoscessimo soltanto la canzone, e nulla del suo autore, non avremmo molte difficoltà a riconoscere nel Re del mondo un'elegia sovranista. E se non possiamo credere che l'autore la intendesse consapevolmente in tal senso, nemmeno possiamo escludere che l'inconscio di Battiato (nato e cresciuto a pochi km da una delle più importanti basi Nato nel Mediterraneo) non abbia visto nella nostra condizione di italiani – occupati da più di mezzo secolo anche se facciamo finta di no – una metafora dell'illusorietà dell'esistenza. 


1980: Up Patriots to Arms (Battiato/Pio, #19)

A proposito di interpretazioni: ho sempre trovato buffo come tutti – almeno dai Disciplinatha in poi – abbiano preso sul serio un pezzo come Up Patriots to Arms che invece per me vuol dire, quasi letteralmente: armiamoci e partite. Ma se mi sbagliassi io? La mia chiave di lettura muove, in questo caso, dal contesto extratestuale: è l'alba degli Ottanta, anni di piombo e '77 stanno generando una crisi di rigetto ideologico, nessuno si aspetta che i cantanti invitino all'impegno, anzi tutto il contrario. Sono gli anni in cui slogan e simbologie politiche vengono completamente decontestualizzate: i punk inglesi si adornano di svastiche per puro sfregio, Battiato declama inni patriottici più o meno per la stessa ragione. Non sto dicendo che quello che canta in Up Patriots non abbia senso – ne ha molti – ma il senso non è la priorità: FB secondo me sta giocando a mettere insieme tutto quello che gli interessa, a vedere se montato in un certo senso funziona. A partire dall'inizio, la poesia araba letta col Tanhauser in sottofondo, perché? Perché sì: è un po' come fissare dei paletti, mi chiamo Battiato, spazio da Wagner alla poesia araba: se la cosa vi interessa possiamo proseguire. Questa è la mia lettura, ma potrebbe riflettere più le mie idee che quelle dell'autore. Per esempio seguendo qualche link sono cascato su un'interpretazione molto più raffinata, che nel verso "noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre" riconosce la missione dei discepoli gurdjieffiani, "luci esoteriche che possono nel loro piccolo salvare il mondo". Io invece ci leggevo un'autodenuncia di meretricio, da parte di un artista di avanguardia che decideva di votarsi al pop da classifica. E se la mia interpretazione potrebbe essere la più vicina all'intento di Battiato nel 1980, può anche darsi che più tardi avrebbe preferito sottoscrivere l'altra. Quel che è certo è che ha continuato a cantarla per tutta la carriera, divertendosi molto, anche quando erano altri artisti a tirarla fuori.  

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109. Perché bella ragazza padovana ti vuoi fare una comune giù in Toscana

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi c'è Voglio vederti danzare contro un'altra canzone – anzi, contro i frammenti di un'altra canzone].

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1980: Frammenti (Battiato/Pio, #94)

È vero che Frammenti ha battuto Inneres Auge di un solo voto; è vero che, chiunque avesse vinto il testa a testa, si sarebbe trovato davanti un avversario insormontabile: è tutto vero ma è anche vero che malgrado tutto Frammenti è ancora qui: un brano che non fa nessuno sforzo di non sembrare un riempitivo (in un disco, peraltro, che non arriva ai 30 minuti); un brano in cui Battiato sembra aver messo il pilota automatico, lasciando i suoi turnisti a svagare con quello che ai turnisti più piace suonare: forse il rock'n'roll. Un testo che sembra fatto dei 'frammenti' avanzati dalle altre canzoni, un po' come E lasciatemi divertire di Palazzeschi era fatta con la "spazzatura delle altre poesie". Patriots è un disco che piace davvero al nostro pubblico votante, che agli highlights di dischi più recenti preferisce i riempitivi dei dischi anni Ottanta. Ferma restando la preminenza della Voce del padrone, Patriots è l'unico disco che si può vagamente accostarle, con cinque brani su sette ammessi ai sedicesimi. Sembra che quello che più ci piace sia il Battiato ancora vagamente non a fuoco, il Battiato che sta ancora cercando la formula esatta sia per esprimersi sia per vendere dischi (magari erano due formule diverse).  

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

Abbiamo già suggerito di riconoscere, in alcune composizioni di Battiato, il trucco dell'asta del barbiere: ovvero la sensazione che la musica salga sempre più (di ritmo o di tono) mentre invece il baricentro non si sposta. In Voglio vederti danzare il trucco non c'è: la canzone sale davvero di quattro tonalità, dal Si bemolle della prima strofa al Mi di Nei ritmi ossessivi. Un tour de force che doveva renderla particolarmente impegnativa dal vivo (e forse spiega perché a un certo punto confluì in un medley, con una strofa in meno). Alla salita di tono corrisponde un senso di accelerazione che forse non riguarda i bpm (bisognerebbe avere la pazienza di cronometrare), ma si trasmette ad esempio nelle variazioni del riff, quella melodia fin troppo cantabile che quando si arriva a metà canzone diventa un pezzo di bravura. Ma torniamo alla progressione, perché quello che Battiato reitera su quattro chiavi diverse non è un giro di accordi qualsiasi, ma il più caratteristico tra quelli che ha adottato negli anni '80. Alla tonica (I: "Voglio vederti...") segue la dominante (V: "danzare") e quindi, ed è qui che riconoscete la firma di Battiato anche se siete stonati come campane, la sopratonica (ii: "come le zingare nel deserto"). Altri pezzi in cui troviamo I-V-ii: la coda di Cuccurucucù ("With a little help from my friends"), il ponte della Stagione dell'amore ("Se penso a come ho speso male il mio tempo che non tornerà"), la strofa dell'Animale ("Vivere non è difficile"): magari non tantissimi ma, come si vede, molto significativi. Se poi si osserva la parentela tra sopratonica (ii) e sottodominante (IV) (per i chitarristi da spiaggia: tra Do e La-, oppure tra Fa e Re-, che se ci pensate in un giro di Do sono quasi intercambiabili), al mazzetto va aggiunta senz'altro Sentimento nuevo e... Te lo leggo negli occhi. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo, in attesa che uno specialista si scomodi a smentirci: è una cadenza di sapore barocco, qualcosa che Battiato potrebbe avere ascoltato sin da bambino sull'organo di chiesa.

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lunedì 15 agosto 2022

108. Distese di sale e un ricordo di me

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi la Tunisia – che ha sconfitto l'Iraq ai trentaduesimi – se la gioca contro la Germania Est. Ma è anche il derby Milva/Alice].

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1982: Alexander Platz (Battiato, Cohen, Pio, #23)

In un'intervista che ovviamente stasera non trovo, qualcuno si arrischiò a chiedere a Battiato quale fosse la sua voce femminile ideale, tra quelle con cui aveva lavorato; invece di eludere saggiamente la domanda e spiegare che ogni voce ha le sue qualità bla bla, Battiato rispose secco: Milva. Ora, una risposta del genere potrebbe anche essere stata dettata dal calcolo di quanto sarebbe stato più difficile telefonare a lei piuttosto che ad Alice o Giuni Russo per chiedere immediatamente scusa – però è curioso che Battiato abbia citato, delle tre, quella che non ha mai duettato con lui (che io sappia) e l'unica che non gli debba il successo, la definitiva consacrazione: senza Battiato, Milva avrebbe venduto diversi dischi in meno, ma sarebbe tuttora Milva. 

Devo confessare una velata antipatia per Alexander Platz; non tanto per lo scippo ad Alfredo Cohen (che alla fine magari gli mise in tasca qualche soldo), non per lo sfondo un po' stereotipato, ma perché credo che abbia rubato la scena a tanti altri solchi di Milva e dintorni, probabilmente il disco più riuscito della factory Battiato-Pio-Radius, con suoni irresistibilmente affini a quelli della Voce del padrone, cui somiglia più che ad altri dischi di Milva (e ad altri dischi di FB). E mi dispiace sinceramente che Battiato abbia deciso di includere nel suo repertorio questa piuttosto che Poggibonsi (coi ricordi di guerra di Giusto Pio!), o Non sono Butterfly (non conosco Singapore; spiegami perché mai mi vuoi schiava per amore), o persino Aeroplani in cui si dimostra che in quegli anni Battiato e Pio avrebbero tirato fuori una hit anche musicando l'orario ferroviario; non lo fecero, ma misero in una canzone un tabellone degli aeroplani in partenza e funzionava. Certo, Alexander Platz era stato il singolo di successo; anche se quando FB lo riprese in Giubbe Rosse, sette anni dopo, era ormai un ricordo lontano. Anche Milva non smise di incidere canzoni di Battiato, ma la formula di quel disco del 1982 era andata persa e non è stata più recuperata. 


1984: I treni di Tozeur (Battiato, Cosentino, Pio, #10)

Se poi ci andate, a Tozeur, e ammirate i motivi di mattoni colorati che adornano il centro storico, sappiate che quando compose la canzone Battiato non li aveva ancora visti; cominciarono a posarli proprio nel 1984. Tozeur è effettivamente un capolinea della rete ferroviaria tunisina, ma i "treni" a cui ci si riferisce sono con tutta probabilità quelli turistici della Lézard Rouge, che coprono la tratta Métlaoui- Redeyef passando dalle gole del Selja, dove è possibile vedere le miniere abbandonate di fosfato (non di sale, ma "fosfato" non suonava così bene, e poi dalle foto sembra sale). Tozeur è una città antica, forse antichissima (il toponimo potrebbe avere un'origine egizia), sorta in un'oasi che ne ha fatto la capitale tunisina del dattero, e che negli ultimi anni ovviamente combatte la desertificazione, ma nelle gole del Selja il cambiamento climatico si è fatto sentire in modo più paradossale, con piogge torrenziali che nel 2009 per un anno hanno causato la sospensione del servizio ferroviario. 

È abbastanza chiaro come Battiato in Tozeur mescoli due scenari che sente particolarmente affini: il Nordafrica delle miniere di sale e una Sicilia rurale in cui tua madre mi vede e si ricorda di me. Poi c'è quel distico pazzesco sulle chiese abbandonate in cui si preparano rifugi e navi interstellari – non ero quindi l'unico al mondo a trovare le chiese simili ad astronavi, o forse ho cominciato a farlo ascoltando Tozeur? È che certe chiese hanno proprio profili che oggi diresti aerodinamici, non è così assurdo immaginarle decollare. Comunque questa idea che a sud si viva "a un'altra velocità", cioè un po' più lentamente, e che l'epitome di questa idea sia il trenino di Tozeur che va a vapore, va un po' in crisi quando scopri che il suddetto trenino va a vapore perché è un treno per turisti, su Tripadvisor addirittura lo consigliano "per grandi e piccini" – laddove se si tratta di andare a Tunisi o Sfax, probabilmente anche i tunisini gradiscono velocità più elevate. Vabbe'. Benché sia stata composta per l'Eurovision, Tozeur sembra pensata per la radiodiffusione estiva: non è propriamente un tormentone estivo, ma il modo in cui si aggancia al nostro vissuto suggerendoci immagini esotiche, persone che abbiamo conosciuto che forse sono al paese e incontrano i nostri genitori, mentre noi siamo ancora qui a sudare in città, vecchi treni scalcagnati che ci portavano in vacanza.

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sabato 13 agosto 2022

107. Rozzi cibernetici signori degli anelli, orgoglio dei manicomi

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi una spiaggia solitaria sfida una città-formicaio].

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1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

Più scrivi e più scrivi scemenze, per esempio una volta devo aver scritto che Magic Shop coi suoi tre accordi era la progressione più semplice di tutto il catalogo di Battiato, ovvero mi ero dimenticato che Summer è tutta giocata su due accordi due: un Fa e un Re-, ovvero l'intervallo I-vi. Così semplice – banale, diciamolo – così ipnotico se recitato con calma (la parte strumentale di Wish You Were Here): Battiato non ha bisogno d'altro per mettere assieme un brano di grande efficacia. Alla fissità degli accordi corrisponde la staticità della scena: siamo soli davanti al mare, a ogni onda (Fa maggiore) segue una risacca (Re minore). Possiamo quindi aggiornare questa lista di Rick Beato, che all'inizio del video spiega cosa rende 'grande' una canzone di due accordi: ottime melodie ovviamente, ottimi arrangiamenti, ma soprattutto quando entra il ritornello "deve succedere qualcosa": e sappiamo che in questo caso succedono più cose. Il tre quarti incespica, il ritmo sembra sparire del tutto, e la melodia si scioglie in quello che al tempo era il ritornello più cantabile di Battiato (insieme a Cerco un centro): mare, mare, mare, voglio annegare. Tutto questo succede nello stesso disco in cui troviamo una delle progressioni più complesse e stratificate, Gli uccelli, a riprova della straordinaria duttilità a cui sono arrivati FB e Giusto Pio al loro terzo album pop. 


1998: Shock in My Town (Battiato/Pio, #26)

Al momento Shock in My Town è la più recente tra le trentadue superstiti – l'unica successiva all'Imboscata. Un primato del genere, meritato o meno, ha un suo senso: quando uscì, Shock sembrava in qualche modo un ritorno del 'vecchio' Battiato. Era un'impressione abbastanza superficiale, che più da un ascolto della musica o da una comprensione del testo muoveva dal dettaglio più vistoso: il ritornello in un inglese improbabile, più battiatese che comprensibile ai britannici; la bislacca rima "my town/velvet underground", l'accigliata denuncia dell'incipiente apocalisse; tutto questo 'faceva Battiato' e tanto bastava per convincere molti programmatori radiofonici: il che sorprese Battiato stesso, persuaso di avere scritto un brano più duro del solito e non un'autoparodia. Invece in un qualche modo Shock in My Town era la mossa che ci si aspettava da lui: un'invettiva contro la contemporaneità infiorettata di anglismi a capocchia. Shock in My Town, ad ascoltarla bene, non suonava affatto 'vecchio Battiato' ed esibiva uno dei testi in cui sembrava più facile separare lo Yan Sgalambro ("rozzi cibernetici signori degli anelli, orgoglio dei manicomi") dallo Yin Battiato ("Shock emozionali, sveglia Kundalini"). A meno che i due non stessero giocando a farsi il verso a vicenda, e conoscendoli potrebbe anche essere il caso. 

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