Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

venerdì 29 ottobre 2004

Se tu fossi la Finlandia
(E invece sei la Palestina, ahitè)

Avevo una lunga serie di pareri, sul ritiro unilaterale da Gaza votato dal parlamento israeliano e sulla leucemia di Arafat, ma non sono riusciti a metterli insieme. La Palestina è troppo per me, decisamente.

Credo di fare cosa più utile a tradurre un pezzettino di una lunga rivista del quotidiano israeliano Haaretz a Dov Weisglass, avvocato personale di Ariel Sharon e suo tramite ufficiale nei rapporti con la Casa Bianca. Attraverso il suo un filo diretto con Condoleezza Rice (lui la chiama "Condi"), Weisglass ha condotto le trattative che hanno portato prima alla Road Map, e poi al ritiro unilaterale. La mia è una traduzione di lavoro: un tentativo di invogliarvi a leggere il pezzo intero in lingua originale.

Il pezzo (trovato grazie a Rat Race, sempre ottimo) è di più di due settimane fa (8/10/2004), quando il voto favorevole era tutt'altro che sicuro, ma è rimasto in mente anche a Sandro Viola, che commentando la vittoria di Sharon lo ha ritirato fuori qui, l'altro ieri. I toni di Weisglass possono parere un po' troppo immediati, se non brutali a chi (come me) non è abituato alle interviste anglosassoni (gli israeliani sono ancora più immediati degli anglosassoni, da questo punto di vista).
Quello che però lascia di stucco è la sostanza.

In controluce, l'eterno paradosso: il conflitto israelo-palestinese è una guerra, sì o no? Ci sono due popoli che lottano per un territorio, ci sono morti da entrambe le parti, dunque è una guerra. Ora Sharon – caso più unico che raro – vorrebbe ritirarsi dal conflitto senza venire a patti con l'avversario. L'avversario, infatti, non è ritenuto affidabile in nessun modo. Weisglass torna ossessivamente su questo concetto: "there is no one to talk to, no one to negotiate with". Dall'intervista lascia intendere di essere in qualche modo responsabile della definitiva "morte politica" di Arafat agli occhi di Bush (si riferisce a un "certo documento di intelligence che gli consegnai, che mostrava chiaramente quanto Arafat fosse coinvolto negli aspetti finanziari relativi all'organizzazione di atti di terrorismo. Quando emersero queste prove, a carico di una persona che aveva giurato 16.000 volte agli americani che avrebbe in ogni modo combattuto il terrorismo, Arafat fu cancellato. Da quel momento in poi fu come un morto").

Se l'avversario è inaffidabile, non si può venire a un compromesso con lui. Sharon (e prima di lui Barak), hanno sempre preteso la "fine del terrorismo" come premessa per cominciare un negoziato. Dove per "terrorismo" si indicano gli odiosi eccidi perpetrati da terroristi suicidi di Hamas, martiri di Al-Aqsa e Jihad islamica, ma anche la guerriglia interna dei territori. Come in Iraq, la parola "terrorismo" va incontro a una deriva semantica. In Iraq, più di un anno fa, Bush ha dichiarato la fine della guerra. Da allora ogni atto di violenza non è "guerra" (e tantomeno "resistenza", ci mancherebbe), ma solo e unicamente "terrorismo". E coi terroristi, si sa, non si può parlare. Israele insegna. E infatti, dopo aver preteso per anni il disarmo del nemico come premessa necessaria e non sufficiente al negoziato, Israele si trova costretta ad arrendersi a sé stessa, perché "non c'è nessuno con cui parlare". Si arrende comunque a condizioni molto buone: cederà Gaza (forse), ma terrà gli insediamenti in Cisgiordania. Mentre la proclamazione dello Stato di Nessuno slitta in data da definirsi.

Nel pezzo che ho tradotto, compare per due volte una formula che ha catturato da subito la mia fantasia, benché la trovassi assolutamente incomprensibile: "until the Palestinians turn into Finns": "finché i palestinesi non diventano finlandesi". L'idea che mi sono fatto, è che Weisglass preferirebbe trattare con un nemico ordinato e ragionevole come i finlandesi (?), piuttosto che con quei confusionari e arruffati palestinesi. A parte che i finlandesi, in guerra, sono tutt'altro che simpatici e remissivi (e i sovietici ne sapevano qualcosa): se io, per descrivere i paradossi della politica unilaterale di Sharon, avessi trovato un'immagine del genere, mi sarei attirato almeno una mezza dozzina di accuse di antisemitismo a mezzo link, con annesse foto di dittatori sanguinari, mail di insulti, etc.. Beh, stavolta è tutta farina del sacco del collaboratore di Sharon. Ho guardato e riguardato, ma non c'è niente da fare: "when Palestine becomes Finland" vuole proprio dire quello che sembra voler dire. O magari c'è un'ironia che il traduttore non ha colto (e continua a non coglierla).

Ultima avvertenza: a un certo punto Weisglass parla di "Management of the world", riferendosi, credo, all'Amministrazione USA. Ho deciso di non tradurre l'espressione: è comprensibile ed efficace.

L'evacuazione degli insediamenti a Gaza rafforza o indebolisce la posizione dei coloni in Cisgiordania?

"Non nuoce in nessun modo gli insediamenti più remoti e isolati: per loro non è rilevante. Il futuro di questi insediamenti sarà definito tra molti anni, quando troveremo un accordo finale. Non è detto che proprio tutti questi insediamenti continueranno a esistere.
Ma d'altro canto, se si guarda ai grandi insediamenti, grazie a questo piano di ritiro abbiamo in mano la prima dichiarazione scritta dagli americani che essi saranno parte di Israele. Negli anni a venire, forse nei decenni, quando ci saranno negoziati tra israeliani e palestinesi, il padrone [master] del mondo batterà sul tavolo e dirà: "abbiamo già affermato dieci anni fa che quegli insediamenti sono parte di Israele".

Allora Sharon può dire ai leader dei coloni che sta evacuando 10.000 coloni, e che nel futuro ne evacuerà altri 10.000, ma che nel frattempo sta rafforzando la posizione degli altri 200.000, rafforzando la loro presa al terreno.

"Arik [Sharon] può serenamente affermare che questa è una svolta importante, grazie alla quale, di 240.000 coloni, 190.000 non saranno spostati dal loro posto. Non saranno spostati.
[…]

Dal suo punto di vista, quindi, lei considera come suo massimo successo l'aver congelato legittimamente il processo politico?

"È esattamente quello che è successo. Il termine "processo politico" è un groviglio di concetti e di concessioni. Il processo politico significa anche la creazione di uno Stato palestinese, con tutti i rischi che questo comporterebbe per la sicurezza. Significa lo sgombero dei coloni, il ritorno dei profughi, la divisione di Gerusalemme. Tutto questo, ora, è stato congelato".

Insomma, lei ha portato a termine la manovra del secolo? E il tutto con piena autorità?


Non mi piace la parola "manovra". Suona come se il risultato fosse alla fine diverso da quello che avevamo detto all'inizio. Invece abbiamo fatto tutto quello che avevamo detto. Dopotutto, da un anno a questa parte, ho ripetuto fino a sgolarmi che avevo trovato un sistema – in collaborazione con il Management del Mondo – per evitare che ci fossero imposte delle scadenze. Per evitare che l'incubo dei coloni fosse messo in agenda. Quell'incubo, io l'ho posposto a data da definirsi. Perché l'argomento su cui mi sono trovato d'accordo con gli americani è che una parte degli insediamenti non sarà mai sgomberata, mentre il resto degli insediamenti non sarà mai ceduto finché i palestinesi non si trasformano in finlandesi. È questo il senso di quello che ho fatto. Il senso è il congelamento del processo politico. Congelando questo processo, tu eviti la creazione di uno Stato palestinese, ed eviti qualsiasi discussione sui profughi, sui confini e su Gerusalemme. In effetti, tutto il pacchetto di cose che chiamiamo "Stato palestinese", con tutto quel che implica, è stato cancellato dalla nostra agenda per un tempo indefinito. E tutto questo in piena autorità: con la benedizione del Presidente e con la ratifica di entrambe le camere del Congresso. Cos'altro avremmo potuto ottenere in questo momento? Cos'altro avrebbero potuto chiedere ancora per i coloni?"

Le ripeto una domanda che le avevo già fatto: cedendo Gaza, voi avete salvato lo status quo in Giudea e Samaria?

"Continua a insistere su un concetto sbagliato. Il punto è questo: noi abbiamo creato una nuova situazione di fatto nei confronti dei palestinesi. C'era tutta un pacchetto di impegni che Israele avrebbe dovuto accettare. Questo pacchetto si chiamava "processo politico". Esso includeva una serie di elementi che non avremmo mai potuto accettare, e altri elementi che non potevamo accettare in questo momento. Ma siamo riusciti a prendere tutto il pacchetto e scagliarlo nel futuro più remoto. Abbiamo gestito la situazione nel modo migliore e siamo riusciti a rimuovere la voce "processo politico" dall'agenda. Stiamo educando il mondo a capire che non c'è nessuno dall'altra parte con cui parlare, e ora abbiamo ricevuto un certificato che dice proprio questo. Il certificato dice: (1) Non c'è nessuno con cui parlare; (2) Siccome non c'è nessuno con cui parlare, l'attuale situazione geografica rimane intatta; (3) Il presente certificato sarà revocato soltanto quando accadrà questo e questo – insomma, quando la Palestina diventerà una Finlandia; (4) Quando succederà, ci vedremo: per allora, Shalom.

lunedì 25 ottobre 2004

Squilla la storia
, ovvero: come ho imparato ad amare anche le suonerie polifoniche, tanto ormai.

(Continuerebbe da qui, ma ecco un rapido riassunto: l'altra sera ho visto uno spot di suonerie per cellulare su rai2, e mi sono preoccupato, tutto qui).

Rai2, se qualcuno se l'è dimenticato, sarebbe ancora servizio pubblico, ma qui non voglio aprire una discussione su cosa è servizio pubblico e cosa no. Sì, la paghiamo noi, e pazienza. Tante cose, paghiamo.
Dall'altra sera, però, paghiamo per un canale che rubacchia denaro ai nostri figli scemi, e la cosa, scusate, faccio ancora fatica a mandarla giù. Ho anche problemi a spiegarmela, fisicamente. Ho provato a fare uno schizzo, come se fosse un circuito elettrico.
Nel disegno c'è un ipotetico padre e un ipotetico figlio scemo: il padre paga il canone, il figlio paga la suoneria scema. Uno paga, l'altro paga. Se fosse un circuito elettrico, andrebbe in corto e incendierebbe la casa. Ma è un circuito di soldi, che entrano soltanto. Da qualche parte ci dev'essere una massa di soldi, che non passa più né per figlio né per babbo. E continua a crescere! E se scoppia? Sono molto preoccupato.

Poi penso al destino delle suonerie. Sono come i divani, i set di stoviglie in alluminio, Gianfranco Fini, i Cugini di Campagna. Roba che stava nei ghetti delle tv locali, e pensavi non mai e poi mai sarebbe uscita da lì. E invece a un certo punto le telepromozioni dei divani sono diventati roba mainstream, sdoganata. E Fini fa il vicepresidente, e spiega San Francesco ai francescani.

Quando c'era la new economy, tutti avevano professioni divertenti e interessantissime, e le suonerie erano la feccia della feccia, in confronto i siti porno facevano cultura. A bolla scoppiata ci siamo resi conto che quel che restava della new economy si reggeva sul porno e sulle suonerie. I pochi soldi che giravano ancora, erano tutti usciti dalle tasche di erotomani o ragazzini scemi, che con le loro paghette hanno salvato quel poco di baracca.

Il problema è che la crisi non si è fermata alla new economy. Metti il comparto musicale: non vendono più un CD neanche per sbaglio. Tanto che un mercatino come quello delle suonerie equivale al 10% di un mercato storico, consolidato come quello musicale. Qualcuno comincia a chiedersi se le suonerie per cellulare non siano il futuro della musica pop: Madonna ha già attivato il suo servizio, magari spera di vendere più suonerie che dischi. Magari ce la farà pure. Ma avete presente la situazione? È come se gli scrittori e i loro editor cominciassero a pensare che il futuro della letteratura stia nei biglietti da visita, e Baricco aprisse un sito con i suoi biglietti migliori da scaricare a pagamento (non una brutta idea, pensandoci).

A questo punto mi chiedo se non sia il caso di rivalutarla, questa moda delle suonerie. Prima ha salvato un pezzo di Internet; ora, un pezzo di mercato musicale. Già due mondi salvati dai ragazzini scemi. Mica male Non è che le suonerie sono un po' le nostre sveglie di Topolino? Mi spiego.

In questi giorni si festeggia il 75° del grande crack della borsa di New York, una cosa che ormai è in tutti i programmi scolastici. Sappiamo tutti più o meno come andarono le cose: a Wall Street c'era una grossa bolla: quando scoppiò, trascinò nel cratere buona parte dell'economia reale.
Sappiamo anche più o meno come finì: perlomeno, esistono diverse narrazioni in merito. La più accreditata sui libri di testo e riviste del settore parla di revisione del capitalismo, delle teorie economiche di Keynes e del programma politico di Franklin Delano Roosevelt, di uno slogan che cade in disuso ("Laissez faire!"), temporaneamente rimpiazzato da uno nuovo e ambizioso: Welfare State.
Un'altra narrazione, che circola piuttosto sui libri illustrati e sulle riviste non specializzate, rammenta l'importanza della Sveglia di Mickey Mouse. Un simpatico oggetto che più o meno tutti abbiamo visto almeno una volta nella vita: una sveglia raffigurante Topolino (ancora seminudo, come nei suoi anni ruggenti), i suoi braccini come lancette. Niente più che un simpatico oggetto di merchandising, salvo che fu uno dei primi a essere immaginato e prodotto. Proprio durante la Grande Depressione: chi l'avrebbe mai comprato?

C'era da dire che uno dei pochi comparti a essersi salvati dalla crisi successiva al crack era stato proprio la carta stampata: la gente perdeva il lavoro e cominciava a saltare i pasti, ma in qualche modo continuava a leggere i quotidiani, con le strisce di Mickey Mouse.
Questo non deve stupire. Anche oggi, che lesiniamo sulla spesa, non per questo economizziamo sulla luce per guardare la tv. Senza la finestra sul mondo ci sentiremmo molto, molto più poveri. Un'intuizione ben più antica del 1929: i poveri hanno bisogno di circenses quanto di panem. Così, si narra, uno dei primi oggetti a essere fabbricato in serie e a vendere sensibilmente, dopo la crisi del '29, fu proprio la sveglia di Topolino: un oggetto (quasi) del tutto inutile, e di dubbio gusto. Più o meno come le suonerie polifoniche di oggi: (quasi) inutili, e piuttosto pacchiane, ma guai a sottovalutarle.

Anche perché la sveglia di Mickey e le suonerie hanno anche un'altra particolare in comune: squillano. Come a dire: in campana, la Storia passa anche un po' da qui. E ha qualcosa da dirci: sulla saturazione dei mercati, per esempio. Sul meccanismo di spremitura del consumatore occidentale: vediamo quanti diritti possiamo ancora togliergli e quante cazzate riusciamo ancora a vendergli (pochine, temo). Sul ruolo fondamentale che giocano le "giovani generazioni", come fascia di consumatori incalliti, che molto spesso non conoscono il valore di quello che spendono. Come dire che buona parte della nostra economia si basa sul plagio. E che, moralismo a parte, un sistema di questo tipo dovrebbe produrre tensioni intergenerazionali fortissime.

Mentre invece (e questo mi sorprende sempre) tutta questa tensione non c'è, e se guardiamo alle "giovani generazioni" del passato, ci accorgiamo facilmente che esse destavano molto più panico di quelle attuali, pur consumando molto meno (e forse divertendosi di più). Sì, d'accordo, avranno i pantaloni a vita bassa, il piercing e tutto quanto: ma non si fanno più in vena, non gridano più slogan incomprensibili, non prospettano più rivoluzioni. Tutto sommato hanno il ruolo in un sistema un po' più grande, che si basa anche sui loro consumi futili.

Fioretto per la prossima volta che senti una suoneria scema: chiudi gli occhi, conta fino a dieci, e pensa che quella suoneria sta facendo andare avanti il sistema, sta salvando qualche comparto dell'economia, sta finanziando la musica che ascolti, la tv che guardi, il sito internet che leggi, e magari tante altre cose futilissime che ti fanno sentire molto, molto meno povero di quanto tu non sia.
E ringrazia.

venerdì 22 ottobre 2004

Inferno con chitarra

In assenza di uno scup di Mantellini, tocca forse a me dirvelo: l'altra sera su rai2 vendevano suonerie per cellulare.

Come faccio a saperlo? Be', mica vivo su un'isola deserta, io. Stavo guardando… stavo guardando… stavo aspettando i cartoni animati.
Prima dei cartoni animati, su rai2, c'è una trasmissione di successo che anche se non la vuoi guardare te la fanno rivedere tutta al telegiornale, per punizione che non sei stato attento.
Si chiama l'"isola dei famosi" e al tg garantiscono che "fuori non si parla d'altro: per strada, al lavoro, al mercato, a scuola".

Io tra l'altro "fuori" ci vado anche spesso, tanto più ora con la famigliola a carico, e quindi dovrei farci caso. Ma ahi! il fato a me prescrisse una vita intera in mezzo a campioni non significativi.

Al mercato, per esempio, non riesco mai ha capire se parlano o no dell'Isola dei famosi, perché non sono ancora molto pratico di urdu, una lingua molto popolare a Carpi e in Pakistan. I rari autoctoni di solito stanno guardando le etichette in cerca di prezzi al chilo e offerte speciali.

Al lavoro, la mattina, le mie colleghe non guardano la tv, (come ho realizzato alla quinta volta che ripetevo la gag di Tonino Guerra: "sorridi, siamo nell'era dell'ottimismo"). Non la guardano per diversi motivi: forse sono snob. Forse, dopo una diecina d'ore di monitor, hanno davvero poca voglia di rincasare e accenderne un altro. Non lo so: fatto sta che non la guardano, e quindi non sanno che l'era dell'ottimismo è cominciata. Magari pensano ancora a Guerra come al grande sceneggiatore e poeta. Bah.

La sera vado a scuola, così ho la possibilità di entrare nell'argomento: tra italiano, storia e geografia, vuoi che manchi un pretesto per parlare del popolare programma? Insomma, l'altra sera, con la scusa che si parlava del continente americano, mi sono messo a discutere di Antille con fare allusivo. Niente.
"…ed essendo una fascia tropicale è interessata dai cicloni, come quello del mese scorso, ricordate? (descrive curve sinuose col righello sulla Carta Fisica)… è passato da Haiti, poi è girato intorno a tutta Cuba, è arrivato in Florida, ed è passato anche per… L'isola dei famosi!

Silenzio glaciale.
(Ma con quel vago retrogusto, avete presente, di pirla).

A me dispiace, perché in fondo l'argomento si presta a un sacco di quelle considerazioni intelligenti che a me piacciono tanto, e anche a chi viene qui a leggerle, immagino. Per esempio potrei direi che con l'isola dei famosi si conclude definitivamente la stagione storica del femminismo. Cioè, c'è stato un periodo in cui le donne hanno lottato per avere dei diritti civili e politici: poi hanno preteso la parità dei sessi; finché in alcuni contesti (specie in occidente) non è sembrato addirittura che le donne potessero eccellere in qualcosa, e mettere sotto il maschio. Beh, si trattava solo delle degenerazioni di una società malata. Può darsi che nel grigio mondo moderno fatto di uffici, qualche creatura in tailleur abbia potuto affettare attitudini al comando, ma una volta spogliata di ogni cosa che non sia il perizoma, e infilata in una situazione di reale emergenza, essa si rivela quale è (o almeno quale noi vogliamo che sia): incapace di qualsiasi cosa che non sia accapigliarsi con le consimili in eterne e incomprensibili discussioni, mentre il maschio esce in silenzio e va a procacciarsi il cibo.

E poi, sentite questa, come vi immaginate l'inferno? La mia idea di inferno è pesantemente influenzata da una puntata di "Ai confini della realtà" vista da bambino, dove un signore che ama leggere rimane dopo un olocausto nucleare l'ultimo uomo sulla terra, in un mondo pieno di libri, e ha appena rotto gli occhiali da vista.
Su rai2 c'è qualcosa del genere: un ragazzo su un'isola deserta, tutto solo con una chitarra, ed è scordata. Con tutta la più buona volontà non sarei mai riuscito a immaginare qualcosa di più sadico. Cosa ci attende la prossima stagione? E altre considerazioni che fanno molto blog di costume.

Ma nel frattempo è partita la pubblicità, e stavolta si tratta di suonerie. Per cellulare. Su Rai2. E mi sembra di sognare. Sono davvero così all'antica?

(continua, ma poco)

martedì 19 ottobre 2004

La mala interpretación


Io guardo troppo Ferrara, ahimè lo so, è un po' il mio reality show à moi. Mi piace quando s'incazza, mi fa incazzare quando è tranquillo. Ma il suo turbamento nei confronti de la Mala Educación ha turbato di riflesso anche a me. Tanto che alla fine sono pure andato a vederlo. E alla fine mi sono chiesto se lui avesse visto lo stesso film che ho avevo visto io. Non è che qualche buontempone di un suo amico gli aveva fatto lo scherzo di Buñuel, portandolo a vedere un pornazzo gay, magari il primo della sua vita? Sono cose che a una certa età si accusano.

Ora, se non avete visto La Mala Educación; se volete andarlo a vedere, non leggete più di così.

Se invece ci siete andati, ditemi la verità (la verità). Trovate che abbia qualcosa a che vedere col film che ha sconvolto l'eloquio di Giuliano Ferrara la settimana scorsa, che a furia di parlarne dopo un quarto d'ora non aveva ancora né presentato gli ospiti né annunciato la pubblicità? Quello che secondo il suo ospite di non so quale gruppetto cattolico era un monumento al nichilismo dell'Occidente, un esplicito invito ai musulmani a sgozzarci? Non sto scherzando, ha detto proprio così. Anche lui, che razza di film l'avevano portato a vedere?

Non si tratta di omofobia: molti dei miei migliori amici sono omofobi, ma non è che alla prima scena di sesso omo si accaldano e si mettono a ideologizzare da vetero-comunisti bacchettoni.
Anzi, faccio outing: sono un po' omofobo anch'io. Ogni tanto, per cercare di superare i miei pregiudizi (ma in realtà per fortificarli) vado a vedere qualche film dove i gay sono esattamente come me li immagino: coloratissimi, edonisti, spensierati, travestiti, un po' checche, e ascoltano i Dead or Alive. Quest'estate per esempio mi sono visto Party Monster, con Macaulay "ho perso l'aereo" Culkin e Marylin Manson: lo consiglio a tutti gli amici omofobi. Lo consiglierei anche a Ferrara: ci trova tutti i pretesti per tutti i tramonti dell'occidente che gli servono.

Cercare invece un pretesto nella Mala educación, denota un'allarmante fame di pretesti. È un film contro la Chiesa? Sicuri? È un film sulla passione omosessuale? Stiamo parlando del film di Almodóvar che è nelle sale attualmente?
O stiamo parlando del film che i personaggi di Almodóvar girano nel 1980? (Lo dice la didascalia, all'inizio: Madrid, 1980). Una "storia vera" di abusi, seduzioni e vendette, ambientata intorno a un collegio di preti. Roba scandalosa… nel 1980. Fino all'intervallo sembra davvero un classico film di denuncia.
Poi però Almodóvar ci distrugge tutto quanto davanti agli occhi, mettendo a rischio quello che è un aspetto fondamentale di una narrazione: il patto finzionale. Quel contratto non scritto per cui lo spettatore accetta di considerare "vero" tutto quello che succede in scena, dai titoli di testa a quelli di coda. Per quanto possa sembrare poco verosimile: se vado a vedere l'Uomo Ragno, io accetto di credere, per due ore esatte, che l'Uomo Ragno esiste (ed è appena meno forte del Terribile Hulk). Così, se vado a vedere la Mala Educación, io accetto l'idea che Ignacio esista, venga sedotto da Padre Manolo, e torni anni dopo travestito a vendicarsi. Non ho motivo, non ho diritto di dubitare della storia che mi viene raccontata attraverso i flashback, nel primo tempo.
Finché, dopo l'intervallo, scopro che non erano flashback, ma scene del film che Enrique ha tratto dal racconto di Ignacio. E che Ignacio non è nemmeno "il vero" Ignacio. A questo punto, a cosa posso credere?

Crederò al film di denuncia? Il personaggio del prete brutale, quello che spezza il collo di Ignacio con un gesto, è una pura invenzione di Enrique: un modo spiccio per destare scandalo (nel 1980). Cosa farò? Mi scandalizzerò per una scenetta finta, appiccicata a una sceneggiatura finta?

O crederò piuttosto al film sulla passione omosessuale... ma la "passione" di chi, poi? Quella del finto Ignacio, che si fa penetrare con malcelata malavoglia soltanto per raggiungere i suoi scopi (liberarsi dal fratello, sfondare come attore)? Quella del "vero" Ignacio, che quando finalmente appare in scena – eroinomane, ricattatore – è la versione più smitizzante che si possa dare della figura del travestito? Se dovessi cercare una passione un po' pura, dovrei a questo punto riabilitare il "cattivo del tuo film", l'ex padre Manolo: corruttore di minori, complice di un assassinio e, oltre la fine della pellicola , ricattatore: con tutta la più buona volontà, non ci riesco. Resta la "passione" del regista, la foga in cui si getta nelle sue storie come in una vasca di coccodrilli. Passione per il proprio cinema, volontà di "spingere al limite" i propri personaggi. Il rapporto tra Enrique e il finto Ignacio è chiamato "provino": ha inizio soltanto nel momento in cui il primo accetta di essere il regista dell'altro, e termina il giorno della fine delle riprese.

Alla fine, è vero che ci si ritrova spiazzati. Il meccanismo di attese del primo tempo ci aveva preparato a una morale forte, qualcosa del tipo: "abbasso gli abusi concentrazionari dei collegi cattolici, viva la libertà del corpo!" Ma il collegio cattolico si rivela un set di cartone, i corpi "liberati" non fanno che rincorrersi, ricattarsi e uccidersi. Non so se a qualcuno il finale ispiri un senso di fine dell'occidente (con o senza sgozzamenti): a me lascia solo un brivido. È tutto molto freddo, ma non mi posso lamentare.
Entrando, mi aspettavo di vedere un altro film sui quei meravigliosi fantastici incredibili pazzi feticisti travestiti, e il loro meraviglioso mondo colorato, Cuore Matto e quezas quezas quezas. Mangime industriale per la mia crassa omofobia.

Mi trovo invece davanti un film sulle fredde passioni di un narratore, che dalla sua villa fuori città continua a ritagliare fatti di cronaca e a distribuire torti e ragioni. Continuo a sentire brividi (sarà il cambio di stagione).

Ma questo a Ferrara non diciamolo. Fingiamo che lo scandalo sia un pacco o un culo in primo piano, e i preti che s'innamorano dei bambini. Dai, facciamo che siamo a Madrid nel 1980, in pieno tramonto dell'occidente. La sua faccia è pur sempre uno spasso, e domani, comunque, un altro giorno.

Un'antologia delle pretese più irritanti e dei vizi meno sensati del cinema contemporaneo... (Seconda visione, e chi se no).

venerdì 15 ottobre 2004

L'ombelico è un problema complesso

Chi crede ai sondaggi e alle inchieste, chi li fa, sembra affezionato a questa idea:
che la gente, interrogata, dica sempre la verità. Gratis. A degli sconosciuti. Quando è già così difficile dirla a sé stessi.

La verità, tutte le volte che mi sono trovato un microfono davanti, mi è parsa la più remota delle opzioni – ma basta parlare di me e del mio ombelico. Parliamo invece di quello di Calozza Clarissa, classe II C, tutta allegra sotto il burqa nero: il motivo di tanta eccitazione?

A domanda risponde che l'idea non è sua, ma della compagna e amica del cuore Belloni Vanessa, che l'altroieri nel putiferio seguito alla circolare a un certo punto ha esclamato: ma perché non facciamo come quelli là di Avezzano? Sabato mattina tutte in burqa! I tradizionali veli afgani sono stati cuciti dalla mamma di Clarissa, sarta part-time. Ah, quindi la mamma è d'accordo… "Le abbiamo detto che ci servivano i costumi di Halloween". Diaboliche: hanno scelto l'unica festa che non compare sul calendario. Non su quello di Frate Indovino (non ancora).

L'amica del cuore Vanessa veramente si è già liberata del travestimento, scoprendo magliettina viola e piercing ombelicale di ordinanza. "Avevo un caldo…". Sì, come no. A metà ottobre è definitivamente autunno, qui: piove da tre giorni, ma di avviare le caldaie scolastiche non si parla. Sono effettivamente i giorni a maggior rischio raffreddore. Ma chi conosce Vanessa ha imparato a non sottovalutare il potere della sua miracolosa epidermide. Peccato sia crsciuta a Grezzano sul Paviglio (MO), e non negli USA: altrimenti Vanessa sarebbe finita dritta negli X-Men in virtù della sua melatonina mutante, che in agosto immagazzina su uno sdraio di Cesenatico il calore necessario a scaldare l'ambiente circostante da settembre ad aprile. Intorno a lei, non è un caso, i ragazzini avvampano. L'ombelico di Vanessa non va in letargo nemmeno a Natale: al rinfresco dell'anno scorso si è presentato in aula magna adorno di un campanellino, jingle bells, jingle bells. Idea copiata da un catalogo sisley, ok, ma tutti abbiamo copiato qualcosa o qualcuno a 16 anni. È comunque probabile che pensasse proprio a quel campanellino il Preside, quando l'altroieri ha pensato bene di riciclare la circolare di Avezzano, cambiare luogo e data e farla girare nelle classi. Una provocazione bella e buona!

Ora, siccome l'amica del cuore Vanessa ha detto che fa caldo, anche a Clarissa tocca aver caldo, e levarsi come minimo il cappuccio: ahi.
Lei pure, a suo modo, meriterebbe di finire in un film di mutanti. Qualcosa tipo The Revenge of Acne Monster. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di effetti speciali.
Clarissa non è brutta, no: è solo inguardabile, e lo sa. Ed ora è nervosa. È nervosa perché ha i brufoli. E ha i brufoli perché è nervosa. Chi può interrompere il circolo vizioso? Chi può impedirle di osservare la sua pelle, sottoporla a un micidiale cocktail di prodotti per l'igiene, massaggiarla compulsivamente, strizzarla, strizzare le strizzate, seguire diete sballate, interromperle con disastrosi abusi alimentari? Chiunque le passi vicino può distogliere lo sguardo, ma lei no: la sua pelle le è sotto gli occhi in ogni momento. Una camicia di forza?

Per ora si leva il burqa, ché alla sua amica non piace già più, e scopre anche lei una magliettina gialla, e tra la magliettina e il cinturone un budello roseo, concentrico: l'ombelico è da qualche parte lì in mezzo: il piercing, se c'è, sta passando un brutto momento. Eppure Clarissa Colozza (La Cozza, per gli amici più fidati) ama il suo pancino: è la cosa più rosea gommosa e liscia che ha. Le lebbra bianca non ha ancora raggiunto il punto vita. Si massaggia teneramente e, interrogata, risponde.

"Sì, il burqa è un modo per protestare contro la circolare del preside, che vuole toglierci la libertà di vestirci come vogliamo, di apparire come siamo. Io credo che i vestiti facciano parte dell'identità di una persona, cioè, se scelgo di mostrare l'ombelico a scuola mica scandalizzo nessuno".

Questo è quanto ha da dirvi Clarissa.
E voi magari le credete.

Passiamo ora a Randolla Domenico, prof progressista, che stamattina già si è alzato male. Il sabato lavorativo non si addice al prof di Lettere: in più, la prospettiva di imbattersi alle nove del mattino nell'ombelico nudo della Cozza gli ha chiuso la bocca dello stomaco a metà colazione.
"E dire", pensa lui, "che la ragazza avrebbe anche stile. Certe acconciature… i golfini che portava l'anno scorso… la Belloni, quella specie di velina in trentaduesimo, ha copiato un sacco da lei. Eppure…"
Sull'autobus Randolla continua a riflettere sull'apparente mistero: ogni anno, 'ste ragazzine si scoprono un po' di più, e lo eccitano un po' di meno. Per fortuna, eh! Però la cosa è triste, ti dà proprio l'impressione di invecchiare. "Quand'è l'ultima volta che mi sono eccitato per una ragazzina? vediamo…"
Poi gli viene in mente un film, non si ricorda neanche il titolo, ma inglese. Roba da ggiovani – era rimasto sulle poltrone in fondo per paura di imbattersi in qualche alunno suo. Il protagonista, appena disintossicato dall'eroina, andava in discoteca e si faceva immediatamente agganciare da una ragazza, che se lo portava in casa. La ragazza non era niente di speciale, la situazione non era niente di speciale, la scena di sesso niente di niente di speciale. Ma poi…
Al mattino, quando il protagonista si sveglia, ha una visione abbacinante: la ragazza si sta vestendo. Una gonna blu, una camicia azzurra, e… forse persino una cravatta. Un'uniforme! L'uniforme di una scuola britannica!
In quel momento, il protagonista realizza che è stato sedotto da una minorenne.
E il prof Randolla, appeso al trespolo dell'autobus, ripensandoci ha un'erezione.

Ora che è arrivato sul luogo di lavoro, e ha assistito scotendo la testa alla manifestazione finto-talebana, se gli mettete il microfono davanti vi dichiarerà:
"Guardate, io mi considero un progressista, ma stavolta mi sento assolutamente dalla parte del mio preside. La libertà non consiste nello scoprire un centimetro in più di pelle, come ritengono questi studenti. Sono loro piuttosto a essere schiavi di una moda sempre più esigente. Qui rischiamo di creare un nuovo tipo di emarginazione, non più sociale, ma estetica: chi non entra in una camicetta, chi non si può permettere di mostrare l'ombelico, resta fuori dal gruppo. Io, fosse per me, re-introdurrei le uniformi, come in Inghilterra. Le ragazze… e i ragazzi, devono capire che a scuola sono tutti uguali, non c'è il ricco e il povero, e nemmeno il bello o il brutto. C'è solo chi si impegna e chi no. Essere uguali davanti a chi vi giudica: questo è il vero senso della libertà".

E questo è quanto ha da dirvi il prof. Randolla.
E magari voi credete pure a lui.

mercoledì 13 ottobre 2004

Sprangate Mario 


"Leonardo, la tua missione di stasera è la seguente:
in 6000 battute devi infilare Eugenio Scalfari, Quentin Tarantino, la Gialappa's Band, Stan Lee, Umberto Eco, Renzo Arbore, Silvio Berlusconi e Liala, usare al meno una volta la parola "generazione", le prime righe dell'Inno di Mameli e una citazione dall'Antico Testamento a scelta.
Il brano deve inoltre riassumere l'evoluzione dei gusti e dei costumi degli italiani negli ultimi 15 anni, e terminare con un invito alla speranza.
Questo cappello introduttivo si autodistruggerà in 90 sec… – puf.


Ora (e poi magari cambiamo argomento), se dovessi riassumere in due parole gli anni '90, per prima userei "autoindulgenza". Questo è lo spirito profondo del Bar Mario: un posto dove tutti possiamo continuare a essere quelli che siamo, con le nostre discussioni sul campionato, le partitine, il flipper, eccetera. Senza bisogno di uscire, perché fuori non c'è nulla di meglio, anzi: sono gli altri che spingono per venire al nostro bar (e noi li fermiamo alla frontiera).
L'altra parola che userei è "sdoganare", che ha assunto un significato nuovo proprio in quel decennio, in un contesto che davvero più significativo non si può. I più anziani se lo ricorderanno: la usò il fondatore del gruppo L'Espresso/Repubblica (Eugenio Scalfari) per riferirla al fondatore del gruppo Mediaset/Mondadori (Silvio Berlusconi). L'oggetto "sdoganato" in questione era il Movimento Sociale di Gianfranco Fini, uno dei tanti oggetti trash degli anni '80 che nel decennio seguente è diventato qualcosa di importante, con cui fare i conti, un fenomeno sociale, di costume, una pagina di Storia, fratelli d'Italia l'Italia s'è desta (la simpatica marcetta che negli ultimi anni si sente cantare con sempre minore ironia). Ma tra mondo-Mediaset e mondo-Espresso c'è veramente poco che in quegli anni non sia stato "sdoganato", rivalutato, riabilitato, elevato a fatto di costume e quindi di cultura.

Ma c'è poi differenza con i due innamorati postmoderni di Eco (ne parlavamo qui), quelli della frase "per dirla con Liala, ti amo disperatamente?" Sì: la differenza è che quei due 'citavano' Liala (e la citazione non poteva non andare senza ironia); i loro fratelli minori post-post-moderni la 'sdoganano': niente più ironia, Liala diventa un'autentica maestra di vita. Ed ecco che in libreria arrivano nuove scrittrici (e scrittori) che a Liala si rifanno senza pudore, anche con un certo orgoglio.
Ecco il limite di postmoderno e parodia: per funzionare, hanno bisogno di una comunità di fruitori che condivida tutta una serie di conoscenze: ergo, non possono durare molto più di una generazione. Poi, fatalmente, vengono fraintesi, presi sul serio, 'sdoganati'. La parodia diventa copia conforme all'originale, l'ironia sempre più rarefatta, fino a scomparire del tutto, in una nuvoletta di autindulganza. Uno rimasto in pieni anni '90 è Tarantino: lui non si prende gioco della 'pulp fiction' che ha nutrito il suo immaginario: l'ha sdoganata da un pezzo e adesso la rimette in scena, semplicemente. Mette una dozzina di boss giapponesi intorno a un tavolo, ci scappa una testa mozzata e lui spiega: la scena si rifà ai Yakuza movies. Tutto qui? Sì, tutto qui. Dobbiamo ridere? No, non fa ridere. Dobbiamo semplicemente passarci il tempo, siamo al Bar Mario e stiamo riguardando per l'ennesima volta quel film con Bruslì. O i cartoni dell'Uomo Ragno, riveduti e riadattati al 2004, ma filologicamente fedeli agli albi originali di Stan Lee. Allora vien voglia di andarseli a rileggere davvero, gli albi di Lee, per scoprire una cosa piuttosto curiosa: era più ironico lui, nei confronti di un modello narrativo ormai troppo rodato e ridicolo (Superman, di cui l'imbranato e caustico uomo ragno era già parodia), che Sam Raimi, nel 2004, con la sua pretesa di dare evidenza plastica e drammatica a un Doctor Octopus che quarant'anni prima era solo uno spauracchio per bambini. Stan Lee era postmoderno! Noi, al confronto, poveri primitivi. Ecco, non c'è nulla di nuovo sotto il sole.

Un altro esempio, prima di morir di noia. Due decenni riassunti in due programmi tv: Indietro Tutta e Mai dire Gol.
Cosa hanno in comune? Sono due trasmissioni caciarone e, in modo diverso, innovative (vogliamo usare la parola? Rivoluzionarie). Entrambe arrivano a rivoluzionare la tv attraverso l'improvvisazione. Entrambe fanno tv al quadrato: Indietro Tutta è una parodia del quiz nazional-popolare, Mai dire Gol comincia a parodiare le interviste dei calciatori e poi dal calcio finisce a invadere tutto il palinsesto, fino alla recente reincarnazione in Mai dire Grande Fratello.
E cosa hanno di diverso? Per prima cosa, la durata. Arbore mise fine bruscamente all'esperimento Indietro Tutta dopo neanche una stagione: niente repliche. Aveva capito quando fermarsi. Non si può improvvisare in eterno: prima o poi si finisce per fossilizzarsi negli stessi riff. Ma non poteva rendersi conto nel 1987 di quanto le ragazze coccodè o il cacao meravigliao non fossero una presa in giro di una tv che non c'era ancora, bensì l'anticipazione della tv che ci sarebbe stata, tutta tette e televendite, sempre più sorrisi e sempre meno ironia. O forse sì? Si era reso conto che, invece di ridere della pessima tv, l'aveva 'sdoganata'? Può darsi: in seguito ha lasciato il Paese e si è dato alla missione di sdoganare le orchestre di liscio nel mondo.
La Gialappa, per contro, sta per riuscire in quello che non è riuscito a Pippo Baudo o Corrado: sopravvivere a Mike Bongiorno, diventare i conduttori più longevi della tv italiana. A differenza di Arbore, che ha rotto il giocattolo appena ha capito che stava diventando qualcosa di serio, Mai dire Gol è diventato negli anni lo sdoganatore per eccellenza. I calciatori hanno imparato a dare risposte buffe per guadagnarsi un passaggio televisivo in più: le bellone hanno imparato a ridere a bocca spalancata. Dai e dai, con due o tre battute fuoricampo si sono sdoganate pure le ballerine. E i reality show. A 15 anni di distanza, la domenica sera di Italia 1 è diventato un festival dell'autoindulgenza: tette e culi come al drive-in, ma si ride meno. Si ride, più che altro, per inerzia, perché abbiamo sempre riso e la regola del Bar Mario è che si fanno le stesse cose, sabato briscola e domenica gialappa.

Per chi ha resistito fin qui, ho una buona notizia: i '90 sono finiti. Non c'è più niente da sdoganare: è tutto perfettamente regolare, ora, tutto meravigliosamente borghese.
E quindi, ora, possiamo ricominciare a spaccare tutto con rinnovato rigore. Spegnere la tv e sprangare il bar, con quel pezzo di merda di Mario che ha messo la piadina a tre euro e ottanta. Non c'è nulla di nuovo sotto il sole: al tramonto segue l'alba, infallibilmente. Ci vediamo di là.

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