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domenica 31 dicembre 2017

L'ultimo sanguinario, tempestoso Dylan

Tempest (2012)
(Il disco precedente: Christmas in the Heart)
Poi c'è una specie di canzone: Murder Most Foul).

Senti come fischia il vecchio Duquesne?
Fischia come per spazzarmi via.
Mi fermo un po' a Carbondale, poi riparto,
il Duquesne mi riprenderà con sé.
Mi dai del giocatore, del ruffiano,
Ma non sono né l'uno né l'altro.
Senti come fischia il vecchio Duquesne?
Come fosse l'ultima partenza.


È stato un lungo viaggio. Anche per chi come noi lo ha fatto tutto in un anno solo, concentrato, una stazione alla settimana. Per più di un anno abbiamo accettato l'idea che un insieme arbitrario di canzoni incise sullo stesso supporto ("disco") possano avere un senso, una qualità superiore (o inferiore, talvolta) alla somma delle parti. Alcune stazioni erano famosissime, altre in disuso; altre sconosciute, artificiali, monumentali, postume. Spesso abbiamo avuto la sensazione di ritornare indietro; talvolta ci siamo messi a fantasticare di ideali scorciatoie, o di stazioni immaginarie che avrebbero avuto più senso di quelle che invece esistono davvero (e che non hanno sempre senso). Tre o quattro volte siamo arrivati in una stazione che sembrava essere concepita come l'ultima - già Blonde on Blonde in qualche modo suggeriva questa sensazione. E poi i dischi con Lanois; alcuni confanetti; e tutti i dischi dal 2000 in poi: hanno tutti quell'aria di capolinea che non ci ha mai impedito di ripartire. Tempest, uscito nel 2012, allude all'ipotesi già dal titolo, che ogni buon ex studente anglofono collega, ancor prima che a un evento atmosferico, all'ultima opera di William Shakespeare. Quella però si chiama The Tempest, con l'articolo: fu Dylan stesso a ricordarlo ai giornalisti, almeno una volta. Segno che si era posto il problema; che non trovava poi così immodesto paragonarsi al più grande bardo inglese, dopo essersi paragonato più di una volta a Picasso - e proprio di Shakespeare avrebbe parlato nel primo biglietto di ringraziamento spedito all'Accademia di Svezia dopo l'annuncio del Nobel: uno Shakespeare impresario di sé stesso, che oltre a scrivere tot righe all'anno deve anche preoccuparsi di fundraising e oggetti di scena (“Dove posso procurarmi un cranio umano?”). Chissà se poi le cose andassero davvero così, se Dylan si sia realmente documentato sulle incombenze dei drammaturghi elisabettiani. Fatto sta che a un certo punto Dylan ha voluto chiamare una stazione "Tempest"; ha voluto che pensassimo che poteva essere l'ultima; quando gliel'hanno chiesto, ha negato; e in effetti ci sono state altre stazioni, ma ora che ci siamo lasciati parecchie miglia alle spalle ci rendiamo conto che forse è andata proprio così: Tempest era l'ultima.

Certo, il treno è andato avanti. E potremmo andare avanti anche noi, almeno per un po'. Ma in un certo senso Dylan è sceso. Il Dylan compositore, perlomeno: ovvero quello che ci interessa di più. Seguono altre tre stazioni di cover di lusso, una interminabile playlist di pezzi confidenziali che potrebbe essere quel tipo di musica che suonano nell'ascensore mentre uno va in paradiso, ecco, forse da Tempest in poi ci troveremo in un limbo del genere, e sai quanto ci divertiremo! Abbiamo tre stazioni per decidere se Dylan abbia preso più da Sinatra o più da Louis Armstrong o per caso niente da entrambi. Ma prima di tutto questo dobbiamo affrontare Tempest con la consapevolezza che è davvero, che ha proprio tutta l'aria di essere l'ultimo disco di inediti che Dylan ha voluto pubblicare. E com'è questo Ultimo Disco di Dylan, com'è? Beh:


Ha una della copertine più brutte mai autorizzate da Dylan ("Qualcuno è stato davvero pagato per questa cosa?" "Sembrano i primi passi su photoshop di uno studente del primo anno"). Ma dal punto di vista musicale, l'unico che c'interessi davvero, com'è?

È... straordinario (per un settantenne, almeno).

Senti come fischia il vecchio Duquesne?
Fischia come non ha fischiato mai.
Il blu lampeggia, il rosso avvampa
come sulla porta della mia camera.
E tu sorridi ancora dal cancello
come mi sorridevi un dì?
Senti come fischia il vecchio Duquesne:
come se non dovesse fischiare più.

La straordinaria opera di un settantenne. Temo che a questo punto del viaggio l'età del conducente non possa più essere considerata una curiosità. Per quanto ancora possano essere suggestive le stazioni, è il viaggio che sta diventando un'opera in sé; nessun treno dello stesso genere ha percorso un tratto così lungo e complicato. Forse non abbiamo neanche gli strumenti per descriverlo, il disco rock di un settantenne; ci mancano i punti di riferimento - persino i Rolling Stones (comunque partiti dopo) sono rimasti indietro, su una pista tutta loro che torna sempre alle stesse stazioni. La grandezza del Dylan di Tempest rischia di essere la grandezza di certi atleti che vanno alle olimpiadi senior per la quarta volta e finalmente vincono la medaglia perché i loro avversari storici nel frattempo sono morti. Allo stesso tempo, come si fa a ignorare che Dylan continui a suonare ottanta concerti all'anno all'età in cui voi vi immaginate davanti a un brodino caldo all'ospizio? Che stia ancora scrivendo canzoni mezzo secolo dopo aver pubblicato Blowin' in the Wind?




Stavolta a soffiare è una vecchia locomotiva a vapore, la "Duquesne", metafora semplice e immediata della vita e della morte. È un soffio che gli ricorda chi è stato e chi non potrà mai non essere; è un fischio che annuncia il destino, come quello di When the Ship Comes In; se è della morte che si sta parlando, non è questa gran novità: ne parlava più ossessivamente il Dylan del suo primo disco di 50 anni prima. La novità è magari il modo sornione con cui ne parla: Duquesne è il brano più allegro, più sereno del disco, l'unico vero swing (e l'unica collaborazione con Robert Hunter, a mio avviso la più riuscita). Dylan attraversa la canzone come un vecchio giocatore con qualche brutta avventura alle spalle e un pensiero fisso che gli fa compagnia come una vecchia amante. Il riff della chitarra è un capolavoro di sintesi tipico del suo ultimo stile chitarristico (lui nel frattempo nei concerti era passato alla tastiera, segno che forse le articolazioni gli danno qualche difficoltà). Due note; di nuovo due note ma con una velocità diversa; di nuovo il primo intervallo di due note; e infine un intervallo un po' più esteso. Come la biella della locomotiva, che ha solo due direzioni e manda avanti un treno intero. Qui e in The Long and Narrow Way (che gira intorno a una versione semplificata del riff di Hoochie Coochie Man) il minimalismo chitarristico di Dylan potrebbe essere un modo per adeguare la musica ad articolazioni meno reattive: ma ricorda anche quel certo tipo di sbrigatività con cui affrontava i suoi cavalli di battaglia acustici già dopo qualche anno, accelerandoli e semplificandoli. Il vecchio Dylan contiene sempre il giovane Dylan.

Senti come fischia il vecchio Duquesne?
Come se facesse a pezzi il cielo.
Sei l'unica cosa viva che mi manda avanti,
sei una bomba a orologeria nel mio cuore.
Riesco a sentire una voce che mi chiama...
Dev'essere la madre di nostro Signore.
Senti come fischia il vecchio Duquesne?
Come se il mio amore fosse a bordo.



Poteva essere molto peggio, questo ultimo disco di Dylan. (Per esempio: poteva essere Together through Life).  Come uscita di scena di un grande autore, è comunque notevole: contiene almeno due brani (DuquesneTin Angel) che salgono immediatamente nell'empireo delle trenta canzoni migliori di tutti i Dylan: il che non si può dire di dischi più robusti come Modern Times Time Out of Mind. Allo stesso tempo contiene anche brani che possono lasciare perplessi (Long and Wasted YearsTempestRoll On John), come non succedeva ormai da parecchi anni; perché Dylan in Tempest si prende dei rischi che non si prendeva da tantissimo tempo, da quanto? Forse dal 1990 di Under the Red Sky. Ricordate che a un certo punto il viaggio si è fatto molto più tranquillo, senza più scossoni improvvisi, con tappe più lunghe e rifornimenti confortevoli, ma come dire, un po' ripetitivi? Ecco, Tempest non è così e sarebbe il suo più grande pregio - se non contenesse Duquesne Tin Angel, che sono pregi più grandi. Proprio quando ci aspettavamo l'Ennesimo Disco Alla Jack Frost, metà blues metà ballate confidenziali, il settantenne Dylan si rimette a pasticciare con altre cose; e i risultati non è che siano sempre limpidi, però...



Però a questo punto meglio così, davvero. Meglio cose torbide come Pay in Blood e persino filastrocche interminabili e inascoltabili come Tempest: meglio tutto questo all'ennesima collezione di rockabilly e blues, perdio, lo so che sono la quintessenza del folklore americano e una componente ineludibile della dylanità, ma sono su questo scompartimento da un anno e non so se sarei riuscito ad ascoltarne tre in più. In Tempest ce n'è il minimo sindacale (sul serio, probabilmente se non ne infila almeno un paio ad album Robert Johnson sale dall'inferno a complicargli i sogni): entrambe variazioni di Hoochie Coochie Man: la già citata Long and Narrow Way ed Early Roman KingsHoochie Coochie era un inno all'arroganza del maschio alpha; le nuove Hoochie Coochie di Dylan sono canzoni più trucide che arroganti, ma è un aspetto che condividono con quasi tutto il disco - è un disco che trabocca di sangue. Quel che più sorprende è che non sia sangue di Dylan. Lui stesso ce lo spiega per cinque lunghi minuti: “pagherò col sangue, ma non col mio”... (continua sul Post).

mercoledì 27 dicembre 2017

La CEI vuole i tuoi soldi per le sue scuole

Immagina di essere il sindaco di una città che ha qualche problema con il traffico. Una mattina irrompe nel tuo ufficio un tale, dicendo che ha un’idea che risolverà i tuoi problemi. Lo conosci, ha messo su un servizio di minibus in alcuni quartieri – è stato anche accusato di discriminazione perché assume solo determinate categorie di autisti. Ma insomma, che vuole? “I miei bus hanno qualche problema”, dice, “non sono abbastanza competitivi”. Come se fosse un tuo problema di sindaco. Gli suggerisci di abbassare le tariffe. “Non ce la faccio”, ammette lui, “ma ho un’altra idea. Perché non calare le tasse ai cittadini che scelgono di usare i miei bus invece che i vostri?” Tu ti domandi se hai capito bene. “Sì, hai capito bene! In questo modo darai ai cittadini il vero diritto di scegliere, e io riuscirò a riempire i miei veicoli.” Tu gli fai notare che se lui riempie i suoi, quelli del servizio pubblico si svuoteranno. “Meglio così, no? In questo modo potrai togliere alcune tratte, licenziare qualche autista e risparmiare un sacco di soldi! Ci stai?”

Se il tizio vi sembra un matto, spero che non siate devoti cattolici. Perché è più o meno quello che la Conferenza Episcopale Italiana sta chiedendo da anni: siccome la scuola statale ha dei problemi lo Stato dovrebbe finanziare le scuole paritarie cattoliche. Così finalmente potrebbero essere competitive – nel senso che potrebbero sottrarre alle scuole statali una maggiore fetta di utenti. In questo modo, secondo tanti vescovi e insigni personaggi, lo Stato risparmierebbe. E non poco: miliardi di euro! Proprio così. Chiedono soldi allo Stato per far risparmiare lo Stato. Paradossale, vero? Ma non potrebbero fare diversamente. L’articolo 33 della Costituzione parla chiaro: ai privati è garantito “il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione”, ma… “senza oneri per lo Stato”. Quindi l’unico sistema per scucire un po’ di soldi dal Ministero è dimostrare che buttandoli a pioggia sugli istituti paritari, lo Stato ne risparmierà. E per quanto possa essere difficile convincere qualcuno a risparmiare dei soldi regalandoteli, i cattolici non hanno mai smesso di provarci (continua su TheVision).




È tempo di conoscere suor Anna Monia Alfieri, presidente della federazione di scuole cattoliche Fidae Lombardia, e portavoce di chi in Italia lotta per il diritto di iscrivere i figli alle scuole paritarie. Un mese fa ha ottenuto un grande successo: ha presentato il suo nuovo piano, il Costo Standard di Sostenibilità, alla ministra dell’istruzione Fedeli, che lo ha trovato interessante (e non c’è dubbio che lo sia). Si tratta in effetti di una specie di rivoluzione copernicana: fino a questo momento le famiglie che ritengono giusto iscrivere i propri figli alle paritarie hanno dovuto pagare una retta, che mediamente oscilla tra 2000 e i 4000€ all’anno (a cui lo Stato aggiunge il Buono Scuola, una mancetta di 500€). Questa cosa – che una famiglia debba pagare una retta – per suor Alfieri è sommamente iniquo, dal momento che la stessa famiglia paga le tasse, e che parte di quelle tasse servono a pagare la scuola pubblica a tutti gli altri studenti. Secondo suor Alfieri chi paga la retta non dovrebbe pagare le tasse. Semplice.

Si potrebbe obiettare che la scuola pubblica è tale proprio perché la paghiamo tutti: e non paghiamo solo per i nostri figli, ma anche per i figli degli altri (la paghiamo anche dopo che i nostri figli si diplomano. La paga anche chi figli non ne ha proprio). Suor Alfieri ci risponderebbe probabilmente che questo è un modo vetusto di vedere la cosa pubblica, e che il futuro è la sussidiarietà: dove non arriva il pubblico con le sue scuole costose (costose?) può arrivare il privato più agile e snello. Anche se non è esattamente quello che sta succedendo.

Per ora, anzi, il contrario. Gli iscritti alle paritarie in cinque anni sono crollati del 13%. Un effetto della crisi (che però in teoria è finita) e della denatalità (ma per fortuna aumentano gli studenti stranieri, anche nelle paritarie). Per Suor Alfieri, si tratta dell’effetto di una vera e propria ingiustizia sociale. “Il sistema italiano è classista”, dice, perché “impedisce ai più poveri di iscrivere i figli in scuole non statali”. In effetti queste scuole non statali non solo costano parecchio di più alle famiglie, ma non garantiscono affatto risultati migliori, come continuano a mostrare le rilevazioni OSCE-PISA. Che senso ha pagare una retta per una scuola mediamente meno buona di quella che lo Stato ti fornisce gratis? E così, specie negli anni di crisi, gli studenti si sono progressivamente allontanati dalla scuola paritaria. Questo per suor Alfieri e tanti altri cattolici è un’ingiustizia: lo Stato dovrebbe aiutare le famiglie che vorrebbero scegliere le paritarie ma non possono permetterselo. E ci risparmierebbe! Sì, ma come?

Ricordiamo che lo Stato spende già per l’educazione meno di ogni altro Paese dell’Europa occidentale (Irlanda esclusa). Eppure sono già 6400€ a studente. Come fanno le scuole paritarie a spendere migliaia di euro in meno? Il sospetto è che si appoggino alle infrastrutture delle curie, che possiedono un po’ dappertutto in Italia immobili di pregio (su cui non pagano l’IMU); che gli ordini religiosi possano fornire un po’ di manodopera non pagatissima; e che in generale gli insegnanti abbiano stipendi inferiori ai colleghi statali che, ricordiamolo per l’ennesima volta, sono tra i meno pagati d’Europa.

Se le cose stanno così non sorprende poi molto che i risultati di queste scuole siano per ora inferiori a quelli delle scuole pubbliche: quello che in Italia sia pubblico che privato stentano a capire è che se vuoi un’educazione di qualità, ci devi investire soldi seri; attirare insegnanti bravi o formarli con cura; per ora invece abbiamo una corsa al risparmio che non è nemmeno destinata a rallentare, anzi: nei prossimi anni potremmo assistere a un’impennata, uno straordinario testa a testa tra poveri, una gara a chi taglia di più - anche grazie agli sforzi di suor Anna Maria Alfieri e al suo Costo Standard di Sostenibilità. Di che si tratta?

Dell’ennesimo tentativo di eludere l’articolo 33, però bisogna ammettere che stavolta l’approccio è davvero scientifico. Suor Alfieri ha messo assieme un pool di economisti che due anni fa hanno pubblicato uno studio serio, con tante tabelle e numeri. Invece di preoccuparsi di quanto costano le scuole adesso, si sono domandati: quanto dovrebbero costare? Quanto dovrebbe spendere la collettività per mandare un bambino alla scuola dell’infanzia (3201€ all’anno), alla scuola primaria (3395€), alle medie (4390€), al liceo (dipende: ad esempio al biennio scientifico 4300€), a un istituto tecnologico e così via? Le cifre variano poi a seconda di diversi fattori (tra cui le eventuali difficoltà economiche della famiglia, la presenza nella classe di un alunno disabile, ecc.). Sono tabelle davvero bellissime - le ho guardate e riguardate sperando di trovare un grosso buco da qualche parte, ma fin qui non l’ho trovato. Sembra che suor Alfieri e i suoi abbiano davvero calcolato tutto: lo stipendio medio dell’insegnante (non bassissimo), quello del dirigente e del suo staff; i bidelli; le utenze, le visite d’istruzione, i progetti di integrazione, il sostegno eccetera. Grazie a queste tabelle, oggi sappiamo qual è il Costo Standard di Sostenibilità di uno studente, ovvero quanto costa mandarlo a scuola. Indovinate? Costa meno di quello che spende oggi lo Stato: ma non un po’ meno: qualcosa come “dai 2,8 ai 7 miliardi” di meno, all’anno! Insomma è suor Alfieri ad aver scoperto un buco enorme in cui la scuola pubblica italiana ogni anno riversa un sacco di soldi. Ma sarà così? Senz’altro degli sprechi ci sono, ma in tanti casi lo Stato spende di più perché non si trova davanti quella situazione ottimale che è descritta dalle tabelle del libro. Lo Stato spende anche per scuole disagiate, nelle periferie o nelle montagne, magari poco frequentate ma necessarie. Per scuole di città allocate in edifici storici più difficili da riscaldare (per i quali a volte lo Stato paga l’affitto). Non è che spenda tantissimo (rispetto alla media europea), e magari non spende sempre in modo oculato, ma non può certo competere con un’idea di scuola astratta che per ora si trova soltanto nelle tabelle del libro, con tot alunni egualmente distribuiti su tot classi in tot corsi.

Invece suor Maria è convinta che la scuola pubblica, già vittima di tagli straordinari nello scorso decennio, debba essere messa in competizione con altre scuole che, sulla carta, costano persino meno (ma per ora non ottengono risultati migliori). Una volta individuato il Costo Standard non ci sarà più bisogno di buoni scuola: saranno le famiglie a scegliere. Se vogliono andare alla scuola paritaria, pagheranno il Costo Standard direttamente alla paritaria, ma – attenti al trucco – non pagheranno l’equivalente in tasse. È il modello della sanità, ci spiegano: dove non arriva il servizio pubblico, ci pensano i privati. Sussidiarietà! A dire il vero fin qui tutto sommato è il pubblico che è arrivato dappertutto, dai più remoti paesini alle isole – e se nelle cliniche cattoliche è più difficile trovare chirurghi che praticano l’aborto, il sospetto è che anche nelle scuole cattoliche non sarà così facile trovare insegnanti che spiegano come l’aborto sia un diritto - e cosa sia il testamento biologico, e le unioni civili anche tra persone dello stesso sesso (gli insegnanti gay non sembrano avere vita facile nelle scuole cattoliche), e tante altre cose che fanno parte del mondo in cui viviamo ma vanno contro quelli che i cattolici definiscono “valori non negoziabili”.

Non è così strano che la CEI voglia difendere questi valori nelle sue scuole – non si capisce però perché lo debba fare a spese dei contribuenti italiani, tutto qui. Perché quello che la CEI, per bocca di suor Alfieri, ci sta proponendo, è di usare i soldi delle tasse di tutti per pagare un biglietto dell’autobus a chi vuole andare sull’autobus privato. Un autobus guidato da un autista che non è selezionato meglio di quello pubblico, né è meglio pagato; ma almeno arriva più in orario? Oggi no, domani – se lo paghiamo tutti un po’ di più – chissà.


sabato 23 dicembre 2017

Dylan sarà a casa per Natale

Christmas in the Heart (2009)
(Il disco precedente: Together through Life.
Il disco successivo: Tempest).

Un disco no, ormai c'è Spotify. Un dvd no, abbiamo Netflix. Un profumo te l'ho preso per il compleanno. Questo Natale mi sa che tocca a un libro. Così entro in libreria, nell'unica seria rimasta, e incontro proprio te. Ci salutiamo imbarazzati come se non ci conoscessimo da mezza vita; tu stavi giusto uscendo con due o tre sacchetti che vistosamente ignoro. Ora che non ci sei più e posso scegliere con libertà, do un'occhiata alle ultime uscite e in cinque secondi trovo:

1. Il libro che un po' desidero e che sicuramente mi hai appena comprato.

2. Il libro che desideri tu. Ma lo desideri nel senso che te lo devo comprare, o non hai resistito e te lo sei comprata da sola? Perché magari lo desideri troppo per fidarti di me, magari pensavi che ti avrei preso una sciarpa.

Mi sta mancando l'aria. Intorno a me tutti comprano cose come se fosse il gesto più naturale del mondo: è Natale. A volte fingo di dimenticarmi che soffro il Natale. Finché sei adolescente è ok, poi diventa una posa noiosa. Ma temo che non sia una posa, è proprio il momento sbagliato dell'anno per me, arriva troppo presto. Avrei centinaia di cose da fare ma sbam! Natale. Devo anche recensire Christmas in the Heart, il più assurdo dei dischi di Bob Dylan, o no?

I've done my window shopping
There's not a store I've missed
But what's the use of stopping
When there's no one on your list
You'll know the way I'm feeling
When you love and you lose
I guess I've got the Christmas blues

"Più divertente dei chipmunks, riconosciamoglielo" (Robert Christgau).

Ognuno ha le sue liturgie che non sa più giustificare; tu per esempio ovunque sei nel mondo a Natale cerchi di andare a messa. Non ci sarebbe niente di strano, senonché tu odi le messe natalizie e detesti i preti che si sentono finalmente sotto i riflettori e decidono che davanti a una folla rassegnata a restare in piedi per un'ora pronunceranno l'omelia della vita. Così ti ritrovi in giro nel pomeriggio del 25 - uno dei momenti più bui dell'anno, malgrado tutte le luci. Dai comignoli essuda ancora il vapore del brodo di cottura dello zampone - finalmente trovi una chiesa ancora aperta. Ti butti dentro, è tutto buio e vuoto e la prima cosa che senti è un tizio che cerca di cantare Adeste fideles. Non ha voce e non sa il latino, ma in un qualche modo strano funziona. È un vecchio parrocchiano che ha deciso di venire a digerire il Natale qui, cantando la messa più sfigata di tutte. Come un Babbo Natale ubriaco. 

"Adesti fide-e-leis, leity thriooomphanteis
Venitew veni-i-tew ad Bethle-e-ehm..." 

(La pronuncia di zio Bob non è meno corretta di quella di qualsiasi studente di liceo. È solo diversa dalla nostra, ma forse quella degli antichi era più simile alla sua. Anche loro avrebbero pronunciato qualcosa di più simile a "reghem anghelor'm", piuttosto del nostro "regem angelorum". D'altro canto non ce l'avevano, il Re degli Angeli, quindi di cosa stiamo parlando?)

"Cosa stiamo ascoltando?"
"Il disco di Natale di Bob Dylan".
"Sì, ma perché?"
"Beh. perché... è Natale".
"È stonato".
"No, tecnicamente non è stonato. È solo un po'..."
"È fastidioso".
"Dici? io lo trovo commovente".
"Mi fa male alle orecchie. Perché lo stiamo ascoltando?"
"È per beneficenza".

Who wears boots and a suit of red?
Santa wears boots and a suit of red.
Who wears a long cap on his head?
Santa wears a long cap on his head!



Il più bel video in cui canta Bob Dylan è Must Be Santa. Indossa svariati cappelli buffi e una parrucca assurda e non si è mai calato così bene in una parte. È un vecchio zio che senza troppo dare nell'occhio sta tenendo accesa una festa. Quando c'è bisogno di far partire le danze, lui canta. Quando tutti ballano, se ne sta in poltrona col sigaro. Nel momento esatto in cui hai bisogno di un bicchiere, lui tira fuori due bottiglie pronte. È una festa di famiglia, e quindi è intergenerazionale, incasinata, e devi stare attento perché prima o poi voleranno bottiglie. Nel finale arriva il Babbo vero, che scambia con Babbo Dylan un'occhiata di profonda comprensione. Bah, che mondo. Ormai fanno entrambi lo stesso mestiere.

"Mestiere un po' di merda eh?"
"È quel che so fare".
"Ma senti c'è una cosa che mi sono sempre chiesto. Come hai cominciato?"

"Guarda, ho ricordi molto vaghi. Ero un vescovo che si preoccupava per la dote di alcune ragazze... oppure ero il dio Odino che galoppava su un cavallo a otto zampe... è passato del tempo, capisci. E tu?"

"Anch'io ne so poco. Ero un un poeta beat, forse, oppure un profeta hippie..."
"Tu? Hippie? Ma sei sicuro?"
"No appunto. Ma a un certo punto ero senz'altro un ragazzino senza un soldo che cantava nei caffè. Sai cosa ricordo bene?"
"Il freddo".
"Puoi dirlo".

Ding Ding Ding
(Il brano di gran lunga più riuscito è Winter Wonderland. Uno dei problemi degli artisti che incidono dischi natalizi è che molto spesso devono farli in estate, ed è difficile azzeccare il feeling. Dylan in Winter Wonderland ce l'ha fatta alla grande. Senti come canta "When it snows, ain't it thrilling"? C'è proprio tutta la soddisfazione di un vegliardo alla finestra che vede scendere la neve e torna bambino. Non l'ho mai sentito sorridere tanto come mentre canta "In the meadow we can build a snowman", chissà che pupazzi facevano ai tempi in Minnesota).

"...Un freddo atroce, dio, l'inverno è una cosa orribile. Soprattutto quando arrivi a fine dicembre e pensi, beh, quanto inverno ci resta da soffrire? E invece è appena iniziato".
"È per questo che il nostro lavoro è importante, Bob".

A un certo punto, credo durante la lavorazione di Shot of Love, Dylan arrivò in uno studio e decise che avrebbe inciso White Christmas di Bing Crosby, solamente perché aveva sentito dire che Bing Crosby aveva lavorato lì. Fu il solito buco nell'acqua e a tutt'oggi non si sono ancora trovate le registrazioni, ma è la prima manifestazione di un interesse di Bob Dylan per il Natale.

(La canzone più triste è I'll Be Home for Christmas, un pezzo strappaventricoli di Bing Crosby che nel 1943 speculava sulla malinconia dei soldati che non avrebbero fatto in tempo ad arrivare a casa a Natale: ci sarò, canta Dylan, conta su di me, prepara il vischio e i regali sotto l'albero perché sarà a casa per Natale... almeno nei miei sogni. In 40 minuti del disco è l'unico momento in cui serpeggia il sospetto che sia tutto finto, che il Natale di Dylan sia l'invenzione di un vecchio signore rimasto solo con le sue vecchie canzoni, che nessuno inviterà a una festa).

Dylan in effetti non è mai stato natalizio, neanche nel suo periodo gospel. Il suo inverno è un mondo orribile dove si muore sul marciapiede, e gli ultimi spiccioli ti servono per comprare una pallottola per ogni membro della famiglia. Sai chi è sempre stato natalizio? I Beatles, loro sì. Anche se non hanno mai scritto una vera canzone di Natale - i loro dischi natalizi poco più che curiosità - i Beatles hanno quel quid. Sanno di zenzero, di cannella. Tutti vogliono bene ai Beatles, anche se li odiano. Il tempo passa e loro restano lì, per sempre uguali a sé stessi. Scaldano il cuore, rallegrano i bambini. Tutte cose che Bob Dylan per tantissimo tempo non si è posto il problema di fare. Là fuori il mercato dei dischi crollava, e artisti che fino a qualche anno prima, se gli avessi chiesto: "che ne pensi di un album natalizio?" ti avrebbero riso in faccia - non siamo mica negli anni Cinquanta, nonno! - ma a un certo punto il mercato si è piegato che nemmeno il Titanic, ed eccoli all'improvviso tutti in vetrina col cappuccio e l'albero e il vischio, i pattini, le renne, vi prego comprate il nostro disco di Natale! Ma il caso di Dylan è un po' diverso - se non altro non aveva bisogno di soldi, anzi. Ha dato tutto in beneficenza, al World Food Programme. Molto nobile da parte sua.

D'altro canto, chi è che regala davvero gli album natalizi? Vi hanno mai regalato un album natalizio? (Continua sul Post)

venerdì 22 dicembre 2017

Il M5S non ha tutta questa voglia di uscire dall'Euro


La novità delle ultime ore è che finalmente Luigi Di Maio, leader elettorale del Movimento Cinque Stelle, ha voluto dirci se lui uscirebbe dall’Euro o no. Messo alle strette da Myrta Merlino all’Aria che tira (La7), ha ammesso che: nel caso in cui si arrivasse a un referendum; come extrema ratio; dopo averle provate tutte; se proprio l’Europa non ci volesse ascoltare… Di Maio voterebbe per uscire. Anche se le cose non stanno più come nel 2013, ha spiegato, l’Europa sta cambiando, ci sono molte opportunità… e a questo punto la Merlino, impaziente, ha cambiato argomento.
 
Insomma, è stata tutto tranne che una risposta categorica. Di Maio ha preferito dilungarsi in premesse, in distinguo, in quella cautela così tipica dei leader politici pre-Berlusconi. Se Di Maio è sempre sembrato tra i grillini il più morbido, diplomatico – insomma il più democristiano – Matteo Renzi tra i post-democristiani è sempre parso il più irruente: e anche in questo caso non ha perso tempo a replicare, via tweet. “Stavolta Di Maio ha fatto chiarezza, bisogna ammetterlo: lui voterebbe per l’uscita dall’Euro. Io dico invece che sarebbe una follia per l’economia italiana”.
 
Dunque, i giochi sono fatti: il M5S vuole uscire, Renzi vuole restare, votate di conseguenza. Nessuna sfumatura, nessuna cautela, Renzi è così. C’è un bivio – c’è sempre un bivio per lui – e lui sa sempre da che parte stare. Il M5S promette referendum, Renzi li fa. Poi al massimo li perde. Ma se Renzi sposa la causa europeista e perde, quanto margine avranno i vincitori per fingere che gli italiani non abbiano un parere preciso sull’uscita dall’Euro? Da cui la domanda: di chi deve aver più paura, oggi, un europeista? Di un leader del M5S che glissa, prende tempo, mette le mani avanti, o di un leader del PD che abbraccia convinto la causa dell’Euro, salvo che rischia di perdere le elezioni, tornare nell’ombra e trascinare con sé anche questa causa?
Beh, in fondo perché scegliere? Possiamo avere paura di entrambi... (continua su TheVision)

Certo, il M5S sull’argomento dà la sensazione di giocare sporco. A parole sembra anti-Euro, nei fatti è un po’ più guardingo. Benché molte dichiarazioni di Beppe Grillo e compagnia non siano più rintracciabili sul blog, i titoli di certe pagine sono inequivocabili: per esempio se uno clicca su www.beppegrillo.it/fuoridalleuro non ci trova distinguo, non ci trova cautele, ma un bello slogan: “ORA PUOI SCEGLIERE SE VIVERE O MORIRE”. Eppure, se uno si mette a cercare qualche tirata antieurista di Grillo su Youtube può rimanere colpito da quante volte lo stesso Beppe è stato sentito gridare: “io non voglio uscire dall’Euro! Io non ho mai detto di uscire dall’Euro!” Forse Grillo non l’avrà mai detto (l’ha detto), ma senz’altro i voti degli antieuro non gli hanno mai fatto schifo. È la stessa ambivalenza che il M5S ha adottato coi vaccini, quella capacità di comunicare su più livelli e a volte lasciar passare anche qualche contenuto contraddittorio, grazie alla quale il Movimento rimane un punto di riferimento per i NoVax anche dopo aver dichiarato ufficialmente di essere a favore della “massima copertura vaccinale”.

Il punto è che l’ambivalenza e la cautela di Di Maio non sono caratteristiche di facciata che servono a stemperare i contenuti senza compromessi del M5S. Anzi: Di Maio è un buon leader del M5S proprio perché riesce a mantenere quell’ambiguità che è sempre stata congeniale al M5S. La stessa ambiguità che gli consente di attirare i voti degli sciachimisti, anche se non si trovano più dichiarazioni ufficiali del Movimento sulle scie chimiche.

Questa ambiguità la si potrebbe liquidare come uno dei limiti del M5S, che lo condanna a rappresentare il dissenso e a non trasformarlo mai in proposte politiche concrete… ma se uno si guarda un po’ intorno, nello spazio e nel tempo, non fatica a rendersi conto che le cose non stanno così. Il M5S è ambivalente su tanti argomenti, proprio come tanti grandi partiti europei, la cui forza consiste proprio nel riuscire a far coesistere dietro una stessa bandiera elettori che hanno idee diverse. Il M5S non ha una linea precisa sull’Euro? Neanche i Tories l’avevano – tant’è che hanno trasformato una lotta interna in un referendum. Già, a proposito, il famoso referendum sull’Euro.

È abbastanza chiaro che sarebbe un disastro – chi aveva ancora dei dubbi, dopo l’esempio inglese dovrebbe averli superati. Il caso italiano sarebbe ancora più catastrofico, perché non si tratterebbe di uscire da una comunità economica, ma da un’area monetaria. Ammesso che ciò si possa realizzare, sappiamo quale sarebbe l’effetto nell’immediato: risparmiatori e investitori cercherebbero di abbandonare i titoli italiani (e le banche italiane). Per fortuna che un referendum del genere è incostituzionale – no, la fortuna non c’entra niente, fu la saggezza dei nostri padri costituenti che nell’articolo 75 esclusero esplicitamente il ricorso al referendum autorizzativi alla ratifica dei trattati internazionali. Sia come sia, l’abbiamo scampata bella? Non esattamente. A dispetto di chi continua a liquidarli come novellini della politica, i pentastellati non ignorano affatto la questione costituzionale, e quando raccolsero firme per un referendum, non le raccolsero per uscire dall’Euro (quesito inammissibile), ma per modificare la Costituzione e introdurre i referendum propositivi.

Lo ripeto perché l’ho sempre trovato divertentissimo: quando misero fuori i banchetti #fuoridalleuro, i grillini non stavano davvero chiedendo un parere ai cittadini sull’uscita dall’Euro. Stavano raccogliendo firme per… proporre in Parlamento una legge che… consentisse di raccogliere altre firme per… indire un referendum sulla proposta (non vincolante!) di… uscire dall’Euro. Dove si capisce un’altra straordinaria intuizione politica di Grillo e Casaleggio: se vuoi fidelizzare i tuoi elettori, devi dare a loro degli obiettivi di massima, ma anche dei traguardi intermedi, che si possano raggiungere facilmente e che ti diano la soddisfazione del percorso compiuto. Dall’Euro non siamo ancora usciti, ma quando nel novembre 2014 i grillini riuscirono a raccogliere 50.000 firme in un week-end, non esitarono a gridare #vittoria! A quel punto l’importante non era più uscire dall’Euro o no, ma ridare voce ai cittadini o no.

A Renzi, che irride l’antieuropeismo irresponsabile degli avversari, bisognerebbe ricordare che ai tempi in cui viaggiava verso il 40% dei consensi, lui stesso non si esprimeva nei confronti di Bruxelles con parole molto diverse da quelle che adesso usa Di Maio. Anche lui sosteneva che molte cose sarebbero dovute cambiare, ed era pronto a fare la voce grossa con la Merkel se necessario. Minacciare un referendum anti-Euro è il modo in cui anche i pentastellati provano a fare la voce grossa. È un bluff pericoloso? Senza dubbio. E a questo punto i renziani ne sanno qualcosa, di bluff pericolosi. Peraltro fino all’anno scorso non avevano nulla in contrario all’idea di introdurre i referendum propositivi: anzi, era uno dei punti della riforma Boschi. Se non fosse stata sconfitta nelle urne, a quest’ora forse i grillini starebbero già raccogliendo firme per indirne uno. Quindi, sì, l’abbiamo scampata bella. Ma non grazie a Renzi, almeno fin qui.

sabato 16 dicembre 2017

Insieme attraverso i brutti dischi

Together through Life (2009)
(Il disco precedente: Tell Tale Sign.
Il disco successivo: Christmas in the Heart).

Immagino che se invecchi abbastanza riesci ad arrivare a un momento in cui rimpiangi qualsiasi cosa. Io perlomeno credo che potrei arrivarci, per dire ultimamente a volte penso a un autogrill. Non provo nostalgia di una ragazza che andavo a trovare - cioè la provavo, ma ormai è una nostalgia che ha perso il suo sapore, come un bubblegum molto rimasticato - non provo più nostalgia per la città in cui abitava. Anche quel tratto di autostrada ormai per me è un tratto qualsiasi. Ma a volte mi fermavo in autogrill e quello ancora un po' mi manca. L'hanno buttato giù per farne uno più grande che invece non mi ricorda nessuno. Stavamo dicendo?

"Che se invecchi abbastanza riesci ad arrivare in quel momento in cui rimpiangi qualsiasi cosa".

Ah già. Bob Dylan per esempio, a un certo punto ha smesso di avere nostalgia per The Freewheelin'. Ma anche per Blonde on Blonde Blood on the Tracks. Dylan a un certo punto deve aver cominciato ad aver nostalgia per quando registrava certi suoi dischi inutili, bruttini, senza capo né coda. È la famosa legge dei vent'anni: negli anni Quaranta era tornato di moda lo swing degli anni Venti (ma Mussolini aveva piuttosto nostalgia di quando i fascisti marciavano sulle capitali). Negli anni Sessanta si credevano tutti partigiani. Negli anni Settanta improvvisamente si ricordano di quanto era smagliante e cromato il rock'n'roll. Negli anni Ottanta avevano tutti nostalgia di quando negli anni Sessanta si credevano tutti partigiani. Nel 2008, Dylan è maturo per provare nostalgia per i dischi più deprimenti che ha fatto; roba come Knocked Out Loaded, o Down in the Groove, roba che mette tristezza solo a pensarci - ma se la lasci decantare per vent'anni, quella tristezza a un certo punto deve assumere un sapore interessante. Ve lo ricordavate di com'era difficile essere dylaniti negli anni Ottanta, quando il nostro registrava quaranta tracce con quaranta musicisti diversi in cinque studi in sei mesi e un attimo prima di buttar via tutto pubblicava i cocci? E noi glieli compravamo, e glieli ascoltavamo, e glieli stroncavamo... Che nostalgia.


Quelle belle giacche di una volta
non torneranno più
Ehi Bob, ma lo sapresti fare ancora un disco triste e buttato lì come Down in the Groove? Nah, io dico di no. Ormai sei diventato una macchina, non te ne accorgi? Hai una band che non sgarra una battuta, hai musicisti che sanno quel che vuoi suonare un attimo prima che tu voglia suonarlo. Ogni tre-quattro anni fai uscire il tuo cd da un'ora, metà blues e metà altro, e non c'è un solo critico che osi criticarti davvero, ormai sei un'istituzione. E dire che una volta erano la specialità della casa, i dischi venuti male. Erano anche un po' la garanzia della genuinità del prodotto: se volevi la ciambella di Dylan, sapevi di non poterti aspettare il buco. Ma quei tempi sono finiti ormai, ormai le ciambelle di Dylan sono fatte con lo stampino, non riusciresti a sbagliare un buco nemmeno se ti ci impegnassi, scommettiamo?

MOTIVI PER CUI TOGETHER THROUGH LIFE, USCITO NEL 2008, FU IL SUO DISCO PIÙ BRUTTO IN 20 ANNI.

1. Ve ne viene in mente un altro? Come passa il tempo, sono già 20 anni che è uscito Oh Mercy. In seguito abbiamo avuto Under the Red Sky (che secondo me è piuttosto bruttino, ma vedo in giro che piace), i due acustici, Time Out of Mind“Love and Theft” Modern Times. Appena sette dischi in vent'anni! In compenso la qualità ha smesso di oscillare sull'ottovolante come le succedeva negli orribili anni Ottanta e nei complicati Settanta. Together non è un disco brutto come Self Portrait Knocked Out, ma rispetto ai tre dischi precedenti ha qualcosa di dissonante, di irrisolto, di affrettato - qualcosa che in fondo ci mancava. Ben tornato, cattivo Bob, cos'hai combinato stavolta? Hai licenziato i tuoi fedeli musicisti? Non risulta, eppure si capisce da subito che c'è qualcosa che non va. Appena parte Beyond There Lies Nothing, con quella tromba un po' stonata (chi la sta suonando?) e poi... la fisarmonica?



2. La fisarmonica. Ogni tanto succede che uno strumento insolito dia un colore particolare a un disco di Dylan - l'organo di Kooper in Blonde on Blonde, il violino di Scarlet Rivera in Desire, il sax di Street-Legal, e quella fantastica batteria elettrica in Empire Burlesque, ve la ricordate? che nostalgia. Ecco. Together Through Life è il disco di Dylan con la fisarmonica in tutti i brani. La suona David Hidalgo, chitarrista-pluristrumentista dei Los Lobos. Non la suona male. Ma la suona in tutti pezzi, ed è una maledetta fisarmonica. Se voglio sentire le fisarmoniche ascolto Raul Casadei. Ok, forse è un problema mio. Probabilmente uno choc infantile. Odio le fisarmoniche.

3. Il mandolinoNon così onnipresente - si sdilinquisce all'inizio di Life is Hard, ma di solito è molto più discreto, però allora dillo che lo fai apposta. Fisarmonica e mandolino, come ai tempi di Joey: non dirmi che rimpiangi anche quelli. This Dream of You, 35 anni dopo Joey, è il secondo tentativo di scrivere una ballata all'italiana, con quell'idea tutta particolare di italianità che possono farsi a Manhattan quando vanno a mangiare le fettuccine Alfredo. Certo che ce ne vuole di nostalgia del disastro, per tornare sulle orme di un delitto come Joey. Di quali altri delitti senti la mancanza, Bob? Qual è la cosa peggiore che rifaresti? Non so, un altro tour coi Grateful Dead? Troppo tardi, Garcia non c'è più. In compenso puoi sempre rimetterti a collaborare con...

4. Robert Hunter"Hunter è un vecchio amico, potremmo probabilmente scrivere un centinaio di canzoni assieme se pensassimo che ne valesse la pena"... è un'affermazione che suona vagamente minacciosa. Hunter era un membro atipico dei Dead: benché scrivesse per loro, non li seguiva dal vivo. Il suo rapporto con Dylan ha qualcosa di inspiegabile. Robert Hunter è l'autore di una delle canzoni che Dylan ha cantato più dal vivo, Silvio. La leggenda ci dice che aveva trovato la pagina col testo nello studio dei Dead. Cosa ci abbia trovato proprio in quella paginetta nessuno lo sa. È un rock senza infamia e senza lode: Hunter ne ha scritti a dozzine, Dylan ne ha scritti centinaia. Nel 2008 si ritrovano insieme e decidono di scriverne un altro po', casomai ce ne fosse venuta la mancanza (non c'era venuta). Hunter è un grande autore? Ha scritto tantissima roba, ma niente che abbia mai veramente superato il suo ambito di competenza (per dire: mi sapreste dire un grande successo dei Grateful Dead?) Io i Dead non li ho mai capiti e non saprei neanche esattamente dire cos'hanno di diverso i testi di Together - forse sono più brevi del solito, ecco, magari Dylan portava la penna e Hunter le forbici. In questo caso bravo Hunter, perché uno dei pregi di Together è che dura un quarto d'ora meno del solito (ma mezz'ora più del necessario).



5. I just want to make love to you. Metà dei brani, che ve lo dico a fare? sono blues o derivati. Blues in 8 misure, blues in 12 misure, rockabilly, rock and roll, non è che non conosca certe differenze, ma sapete una cosa? Mi rifiuto, è come quando un birraio pretende di farti degustare delle lager, ma andiamo. E il retrogusto, e i profumi, e neanche fosse cognac, sant'iddio, è birra, servila fredda e non rompere i coglioni. Che Dylan sia uno dei più grandi bluesman della storia è ormai fuori discussione; se ne poteva discutere al massimo nei primi mesi del '64, quando con Subterranean Homesick Dylan aveva stravolto il genere come un calzino, dimostrando che il blues per lui non era antiquariato, ma qualcosa di vivo e pulsante. Ma ormai sono trent'anni che per Dylan suonare il blues è giocare in difesa. Come quando gli chiedono: perché suoni cento concerti all'anno? E lui risponde che B.B. King ne suona trecento, che discorso è? C'è che nessuno se la prende se B.B suona gli stessi blues da una vita, e nessuno dovrebbe prendersela se Dylan fa la stessa cosa. Negli ultimi vent'anni ne ha buttati fuori talmente tanti che potrebbe persino aver messo lo stesso blues in due dischi diversi, con due titoli diversi, e nessuno se ne sarebbe accorto - nessuno. I blues si somigliano tutti; alcuni si somigliano più di altri; in Together a un certo punto Dylan sembra volerci cantare I Just Want to Make Love to You (ma si chiama My Wife's Home Town). Jolene è un vecchio rudere r'n'r che cerca di commuoverti al bancone così gli paghi da bere anche stasera. In Forgetful Heart fa capolino un riff che sembra il tema di Peter Gunn (e il rullante della batteria sembra un po' svitato); Shake Shake Mama è la cosa più divertente del disco, ma è come quando hai voglia di birra e te ne servono una fredda, va bene? Vuoi farmela pagare il doppio perché è artigianale? Non siamo tutti un po' vecchi per queste stronzate? (continua sul Post)

venerdì 15 dicembre 2017

Addio Cuneo (e grazie dei pistacchi)

Non andremo più a ramengo
per le sale piemontesi
(benché il cuore batta ancora
e la luna si palesi):
È stata una sera di cinque anni fa esatti. Senza tanto spiegare pubblicai qui una finta recensione di un film. Niente di troppo originale, senonché il pezzo a un certo punto si interrompeva, con un link che invitava a leggere il seguito su un magazine on line della provincia di Cuneo. Non solo non avevo mai visto il film in questione, ma non ero nemmeno mai stato in provincia di Cuneo, così è abbastanza normale che qualcuno l'abbia preso per uno scherzo. Invece era proprio così: avevo iniziato a collaborare con Piùeventi.

"I make garbage, for the money and the pussy".
Ero convinto che sarei durato qualche mese; sono passati cinque anni in cui, salvo qualche rara interruzione, ho visto un film alla settimana e in un qualche modo ho fatto finta di recensirlo. Mi sarebbe piaciuto festeggiare il quinto anniversario andando a vedere il film numero 250 (perché a parte il primo li ho visti tutti - cioè quasi tutti, dai), ma un mese fa Piùeventi ha sospeso pubblicazioni e collaborazioni. A me ovviamente manca già tantissimo.
stanca il fodero il suo brando,
sfianca l'anima il suo petto:
anche il cuor si va stancando
e agli amanti serve un letto.
In questi cinque anni ho visto tanta robaccia e una manciata di film davvero molto belli; due Scorsese, tre Eastwood tre Larraín e quattro Woody Allen che mi sarei probabilmente perso. Un sacco di film di supereroi, veramente troppi. Ho imparato ad amare Luc Besson anche se usa il 10% del suo cervello, a detestare Sorrentino che invece prima mi piaceva, ho cercato di prendere le distanza da Virzì ma non ce l'ho fatta. Ho visto tante cose, Star Wars Episodio IV in anteprima e Frozen, i Lego e Kevin Spacey trasformarsi in un gatto; e voi obietterete che non è la peggior cosa che abbia fatto Kevin Spacey - ma non ne sono così sicuro. Ho visto persino degli horror - tra le fessure delle dita, ma li ho visti, dove non erano riusciti i miei amici delle medie ce l'ha fatta la Provincia di Cuneo. Quando ho iniziato, avevo già scritto qualcosa di cinema, ma non è che ne capissi molto e sapessi come si scrive una recensione. Col tempo avrei imparato, mi dicevo. Cinque anni dopo, devo dire che continuo a non capire un cazzo di cinema e non sono ancora capace di scrivere una recensione - non ho neanche la sensazione di essere migliorato, però quanto mi sono divertito?

Così addio Piùeventi, posso solo ringraziarti. Di avermi sempre pagato puntuale, ma soprattutto d'avermi dato qualcosa che alla mia età è più prezioso di un bonifico: una scusa per andare al cinema. Quella scusa che più di tutto stasera mi manca - in sala c'è un altro Star Wars ma io ho un'età, ormai, e un sacco di roba da fare (se nei prossimi mesi dovesse crollare il prezzo dei pistacchi, non sorprendetevi troppo).
Sì, la notte è per sognare
ma ormai il giorno appar fulmineo:
non andremo più a ramengo
per i cinema di Cuneo.

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