Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

mercoledì 7 gennaio 2026

Il Cristo in croce in classe

Il Cristo in croce in classe è ridondante,
il Cristo è una precaria alla lavagna,
l'alunno in quarta fila che si bagna
di sudore sotto il suo turbante.

Il Cristo in classe ormai ne ha viste tante,
finché l'hanno coperto con la Spagna
Politica – il Cristo non si lagna
se un chiodo sbuca ad ovest di Alicante.

È stato fermacarte e tirassegno,
e ben più di tre volte è già caduto
prima di esser deposto nel cassetto.

Ieri è risorto, e adesso fissa muto
la tavola degli elementi. Il Regno
dei Cieli è giusto a un tiro di gessetto.

martedì 6 gennaio 2026

I santi, non fateli in patria

7 gennaio: beato Ambroise Fernández (1551-1621), marinaio in Portogallo e martire in Giappone. 

Quante volte sarà capitato ai marinai, nel mezzo di qualche formidabile tempesta che svela l'enormità della natura e l'assurdità delle nostre pretese di domarla; quante volte sarà capitato di offrire a Dio in cambio della salvezza concessioni improbabili, del tipo: se mi salvo stavolta mi faccio frate? La maggior parte di questi voti, dobbiamo presumere, venivano rinnegati appena la nave giungeva sana e salva al porto e i marinai si ricordavano dell'esistenza di altre entità a cui fare altre promesse non necessariamente più semplici da mantenere. Ambroise Fernández però arriva a Nagasaki, che a fine Cinquecento era la "Roma del Giappone", la città più cristiana di tutto l'Oriente: forse anche per questo motivo riesce a onorare il suo voto e a entrare nella Compagnia di Gesù; vi avrebbe militato per più di mezzo secolo prima di venire imprigionato durante le persecuzioni che sradicarono completamente il cristianesimo dal Giappone, e morire dopo quattro anni di prigionia.

Il Kirishitan (o cristianesimo giapponese) è uno degli esempi più eclatanti che ci propone la Storia, di quanto essa stessa sia modificabile e cancellabile: per quanto abbia coinvolto centinaia di migliaia di persone, due secoli dopo lo sbarco di Francesco Saverio il cristianesimo in Giappone sembrava completamente scomparso, e per lo più lo era. Forse le tracce meno labili di un periodo in cui il Giappone aveva avuto scambi commerciali e culturali con le nazioni cattoliche resistono nella cucina: "tempura" deriva da têmpero, che in portoghese significa "quaresima": il periodo in cui i marinai portoghesi si rassegnavano a mangiare pesciolini e gamberi purché impanati e fritti. Di origine portoghese è anche la kasutera o castella, il dolce nipponico più simile al pan di Spagna.
 
Il motivo per cui a un certo punto i giapponesi si tennero dolci e fritture e chiusero con Cristo, al di là dei singoli episodi, è legato alla diffidenza del potere centrale per una religione che poteva fungere da veicolo culturale dell'imperialismo spagnolo. Per quanto i gesuiti, soprattutto, perseguissero l'idea di un cristianesimo svincolato dai poteri coloniali e compatibile col feudalesimo giapponese, la diffidenza col tempo avrebbe vinto. Il cristianesimo del resto si stava propagando proprio nello stesso periodo in cui prendeva forma lo shogunato, il regime centralizzato che da Edo/Tokyo avrebbe governato fino all'Ottocento.


7 gennaio: Beato Matteo Guimerà, vescovo sfortunato di Agrigento (1377-1450)

Nessuno è profeta in patria, che nel caso di Matteo Guimerà fu la città di Agrigento. Nato nell'ultimo quarto del Trecento, Matteo appartiene a quella generazione di francescani che pur facendo parte ormai di un ordine fortemente strutturato (Matteo studiò a Barcellona e si perfezionò a Padova), anelava a un impossibile ritorno alle origini, al recupero della figura ormai leggendaria del fondatore e al suo pauperismo integrale. Questo movimento, noto come Osservanza, trovava in Bernardino da Siena il suo leader carismatico: vi militarono altri francescani intransigenti come Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca, che avrebbero avuto una grande carriera all'estero, come predicatori, inquisitori e persino condottieri. A Matteo invece il destino preparava una sorte un po' più amara: o fu il papa (Eugenio IV), che ebbe l'idea di nominarlo vescovo della sua città natale. Il risultato fu che i girgentini, in particolare i membri del clero locale, che magari avrebbero apprezzato parole di vita eterna portate da un predicatore venuto da lontano, non furono altrettanto impressionati da un religioso che alle parole univa i fatti, dilapidando i beni della curia in opere di carità. E siccome una denuncia per malversazione non sarebbe andata molto lontano (Matteo dilapidava per gli altri, non per sé), non restava che accusarlo di avere un'amante. Il gossip funzionò meglio delle azioni legali: prosciolto da tutte le accuse, Matteo comunque preferì rinunciare alla carica. Sarebbe morto qualche anno dopo a Palermo, lontano dalle malelingue e in odore di santità. 

venerdì 26 dicembre 2025

Visto qualche bel film di recente (2025)? (Seconda parte)

Una battaglia dopo l'altra (P.T. Anderson, 2025)

[Titoli di coda]

"Beh che bello! due ore e mezza mi sono passate in un attimo".
"Eh, è un film d'azione".
"Ma di solito i film d'azione non mi piacciono".
"No, è che di solito non li guardi".

Credo che se si potessero trasformare tutte le nostre recensioni di One Battle in linee grigie, e si potessero sovrapporre tutte queste linee in un campo semantico, nella regione nerissima di questo campo potremmo estrapolare la frase "mi è piaciuto tantissimo, ma non è un capolavoro", il che è interessante – perché un film che ci piace tantissimo non dovrebbe essere un capolavoro? Cos'è poi un capolavoro? Per gli americani, che tendono a ragionare per generi in quanto compartimenti stagni, è un genere come un altro. Un giorno hai voglia di vedere un horror, un altro giorno una commedia, un giorno un Capolavoro. È un genere praticato da determinati cineasti che devono cospargere i loro film di elementi distintivi, affinché sia chiaro a tutti che è un film del genere artistico, del genere capolavoristico, Woody Allen per farla breve li chiamava "film europei", e mi domando se lo abbiano mai informato del fatto che anche il 90% della cinematografia europea è robaccia senza pretese. I film-capolavori ultimamente li fa Lanthimos, però fino a qualche anno fa li faceva anche P T Anderson. Stavolta però la Warner lo ha coperto di denaro per fare un film d'azione, e Anderson l'ha fatto senza grossi problemi perché lui, a pensarci, è sempre stato uno che crede che l'azione possa sostituire la parola (tutti i cineasti dovrebbero esserlo, ma lui più di altri).

Il film "non è un capolavoro", non ci prova nemmeno, non presenta quegli elementi stilistici che ci dovrebbero pensare Ok è Arte, o almeno Ok è P.T. Anderson, il geniale regista del Petroliere eccetera. No, è una storia, abbastanza semplice, raccontata per immagini in movimento. Il fatto che possa avere alla fine un decente riscontro commerciale è una buona notizia per Hollywood, perché la Warner – che più di altre produzioni è rimasta impastoiata nel filone superomistico, senza quasi mai tirarci fuori i soldi che avrebbe dovuto tirarci fuori – per una volta ha provato a fare qualcosa di diverso: niente omini in costume, niente Proprietà Intellettuali da rispolverare e mungere fino all'esaurimento, bensì ha preso un Autore e invece di chiedergli: fammi le tue cose da Autore, fammi le tue solite robine firmate che magari mettiamo in coda al botteghino il 70% dei nostalgici di Magnolia, gli ha chiesto: hai una storia? Vuoi farci un film con un grosso budget, ovvero attori importanti (ma tutti un po' stagionati, quelli che sono riusciti ad aggirare il medioevo supereroistico), però di cassetta, senza personalismi, con un grande movimento ma anche qualche spiegone qua e là perché la trama sia compresa anche dai deficienti o chi per metà del film ha intenzione di limonare? Benché con le poltroncine di adesso sia veramente complicato?

Se avesse floppato sarebbe stata non la fine ma quasi, altri vent'anni di gente che vola in pigiama di multiverso in multiverso, ma non ha floppato (non è nemmeno stato un grande successo; ma non ha floppato). E può essere un'occasione per rimettere in discussione certi compartimenti stagni, levare Lanthimos ai suoi lantimosismi, magari persino Tarantino potrebbe essere tentato di fare qualcosa di meno personale e più commerciabile. I critici se ne lamenteranno, ma avranno film più interessanti di cui lamentarsi. (Nel comparto "arty" potrebbe anche solo restare l'altro Anderson, quello che ha sempre fatto solo quello che voleva, che per qualche anno ai critici è piaciuto, e poi se ne sono stancati).


A House of Dynamite (Kathryn Bigelow, 2025)

Siamo militari, siamo coscienziosi e preoccupati, se vi stiamo per atomizzare è perché abbiamo vagliato con attenzione ogni altra possibilità e sappiamo quello che facciamo, ringraziateci. 
 
A un certo punto Kathryn Bigelow è diventata la regista ufficiosa del Dipartimento della Difesa (che adesso ha cambiato nome) e non voglio dire che abbia smesso di essere una regista interessante ed efficace, ma proprio questa efficacia, messa al servizio di un organo che ha evidentemente bisogno di giustificare le sue scelte davanti ai propri finanziatori, può rendere un più complicata la ricezione dei suoi film per chi, come me, non è che vada in giro a sventolare stelle e strisce e hamburger al bacon, insomma Zero Dark Thirty era un efficacissimo film che riusciva quasi, ho detto quasi, a farmi stare simpatici i talebani. Siamo d'accordo che non è la Riefenstahl, così come la Casa Bianca non è il Pergamon, ai nazisti piacevano i corpi atletici scolpiti dalla luce solare, mentre ai patiti di film su Washington piace un certo tipo di ritmo sincopato, fatto di tanta gente competente ed esperta di sessi diversi e colori diversi che si coordina, si scontra e si confronta in uffici con molti vetri e schermi illuminati, sempre ricordandosi di avere una vita privata, degli affetti, che deve però sacrificare al Dovere, è la stessa retorica di West Wing (che tanti danni ha fatto all'immaginario di una generazione di filoamericani) che la Bigelow rispolvera senza apparente sforzo, in un film che vola via rapido come un missile (anche se un missile suborbitale fa in tempo a esplodere tre volte).

Il messaggio è sempre la cosa un po' più imbarazzante, perché alla fine è il messaggio di chi ci ha evidentemente messo i soldi, la Bigelow se potesse stamparseli girerebbe probabilmente altre cose e più interessanti (Detroit com'era? non l'ho visto), ma insomma il messaggio di Zero era che Bin Laden l'aveva assolutamente trovato la CIA con una lunga e testarda inchiesta culminata in un blitz militare, e nessuno doveva farsi venire in mente altre e meno improbabili storie. Il messaggio di A House of Dynamite, se l'ho ben compreso, per carità potrei sbagliarmi, ma è: stiamo galleggiando in un mare di merda e chiunque, in un qualsiasi momento, anche solo per uno sbaglio, provocherà una piccola onda. Quindi ci servono soldi! Tantissimi soldi! Moltissimi più missili intercettatori, non importa se hanno il 50% di possibilità di fallire, anzi proprio perché hanno il 50% dobbiamo almeno raddoppiarli, ehi, ci sentite? Soldi, stampate soldi, perché ormai il mondo può esplodere anche solo se a un tizio a Pyongyang scappa uno starnuto. Questo è il messaggio, e cosa gli vuoi dire. Roger. Copy. Amen. Da bambino un pomeriggio vidi A prova di errore e credo di non essermi ancora ripreso, per cui con me sfondi una porta aperta, Kathryn. Però non lo so, mi sembra davvero un lungo smagliantissimo spot, Lumet e Kubrick non mi davano questa sensazione.



Cinque secondi (Paolo Virzì, 2025)

Un altro casolare in Toscana, proprio così. Intorno a uno dei luoghi comuni più slabbrati e sputtanati del cinema italiano, Virzì pianta la sua troupe e gira un film secco, tragico, con pochissime (e necessarie) concessioni alla commedia. Se solo esistesse un mercato per i mediometraggi, o i film a episodi – perché a volte il problema è tutto lì, uno scrittore se vuole può scrivere un racconto, il regista 90 minuti almeno li deve fare e Valeria Bruni Tedeschi sembra scritturata apposta per far salire il minutaggio. Non dà fastidio, non strafà, è solo in una specie di film a parte, ma va bene anche così.



Zootropolis 2 (Jared Bush, Byron Howard, 2025)

C'è qualcosa di inquietante nel modo in cui la Disney gioca col mio cervello, e forse anche con quello di altri. Qualche anno fa, mentre Luca veniva salutato da esponenti della comunità Lgbt come il primo film Pixar a tematica scopertamente Lgbt, io mi guardavo intorno perplesso, perché tutta questa tematica proprio facevo fatica a trovarla: ehi (avrei voluto dire), guardate che è solo un film piacione che vi strizza l'occhio di nascosto ma se poi le cose si mettono male negherà di averlo fatto – ma forse adesso capisco come si sentivano i Lgbt. Lo capisco dopo aver visto Zootropolis 2, un film che ai miei occhi grida Palestina Libera! From the River to the Sea! Eppure mi guardo intorno e niente, nessuno se la prende, nessuno ci fa caso, tutto ok. Se poi sul piatto ci metti Andor, ci metti una stagione di Daredevil Contro Donald Trump, ebbene, c'è qualcosa di inquietante nel modo in cui di fronte a un potere costituito sempre più arcigno e opprimente, la Disney ci titilla mettendo in scena rivolte giuste, sacrosante e coronate dal successo. 



Lawrence d'Arabia
(David Lean, 1962)

Sono un po' deluso, di me stesso e dei miei lettori. Quando mesi fa notai che ultimamente le trame dei blockbuster ricalcavano sempre più spesso quella di Dune (protagonista viene creduto il Prescelto; anche lui si crede il Prescelto; scopre troppo tardi di non essere il Prescelto) non mi avete fatto notare l'ovvio, ovvero che Dune è semplicemente quello che succede se guardi Lawrence d'Arabia dopo aver ingerito qualche funghetto serio. A quel punto mi è tornato in mente un altro filmone in costumi coloniali, L'uomo che volle farsi re di Huston, tratto da un romanzo di Kipling; e dopo Kipling il romanzo che di film ne ha ispirati a dozzine, Cuore di tenebra. Insomma la struttura "alla Dune" è in pratica la riproposizione di un intreccio tipico della migliore letteratura anglosassone coloniale: e il fatto che stia riaffiorando qua e là oggi al cinema (anche Anora alla fine è la storia di una che si crede che i mafiosi russi la renderanno Cenerentola) dimostra quanto il colonialismo segni ancora l'immaginario occidentale. 

Sono deluso di me stesso perché, malgrado il mio feticismo per il Dottor Zivago, con Lawrence ho un rapporto difficile: l'ho sempre trovato molto bello (persino una volta su un televisorino in bianco e nero) ma ricamato intorno a un protagonista che m'infastidiva a pelle. Riguardarlo sulla piattaforma, in 16:9 e in lingua originale, è stato una vera illuminazione. Lawrence come biopic so che lascia molto a desiderare, ma è davvero il film del colonialismo, e in quanto tale è invecchiato benissimo. La prossima volta che vi trovate davanti a un video con un Mentana o un Mieli che tentano di spiegarvi Netanyahu, andate sulla piattaforma e guardatevi un pezzo di Lawrence, magari la rappresaglia prima dell'ingresso a Damasco. Non ci sono personaggi positivi (non ci sono donne), nessuno impara niente, la classica storia del freak che si trova a disagio nella società occidentale e dovrebbe trovare sé stesso in un mondo selvaggio si ribalta nella sua parodia, perché il sé stesso che trova è la parodia di un beduino assetato di sangue. O'Toole è di un'antipatia sublime, come se Bolt o Lean gli avessero detto: facci un Charlton Heston gay, e lui non una piega, che idea! Un Ben Hur gay.

martedì 23 dicembre 2025

I dischi di Natale dei Beatles?


Qualche anno fa, qualcuno lo ricorderà, mi misi per il Post a stilare la più verbosa classifica dei brani dei Beatles mai pubblicata – un pretesto per glossarnee ogni canzone. Il risultato fu pubblicato anche in un volume che potrebbe essere un'idea se non sapete più che regalo comprare al nonno. Ma benché nell'occasione sia riuscito a scrivere qualcosa a proposito di più di 250 brani, alcuni ne rimasero fuori. Si tratta per lo più di cosiddette rarità ("rarità" nel caso dei Beatles significa che le conosce solo qualche decina di milioni di appassionati). Un discorso a parte poi lo meriterebbero i dischi di Natale – ecco, qualcosa nell'aria mi dice che oggi è il momento di quel discorso a parte. E Buon Natale, come si dice da noi.


The Beatles Christmas Record (1963)
Per quanto suoni festoso e natalizio, il Christmas Record del 1963 dovrebbe essere stato inciso già il 17 ottobre, durante la sessione per il singolo I Want to Hold Your Hand / This Boy che nell'anno successivo avrebbe permesso ai Quattro di sfondare negli USA. Ora, siccome l'obiettivo originario era scrivere qualcosa a proposito di ogni brano dei Beatles, qui si tratta di stabilire se il Christmas Record vada incluso nel canone – a occhio, no. Non era stato concepito come tale; i Quattro non suonano e per la maggior parte dei cinque minuti non cantano nemmeno. I dischi di Natale per i fansclub britannici erano considerati dei semplici messaggi di auguri (e di scuse per non aver risposto a tutta la posta dei fans, "non ho abbastanza penne", spiega John). Venivano allegati al giornalino del club e avevano la stessa funzione che oggi potrebbe avere una clip su instagram o tictoc. Non erano nemmeno concepiti per durare: venivano incisi su un supporto (il flexidisc) economico e particolarmente fragile. Nel 1971 furono finalmente raccolti su un LP che nessuno sentì la necessità di ristampare fino al 2017.
D'altro canto, è pur vero che i Beatles stanno cantando delle canzoni, su un disco che è stato pubblicato ufficialmente, e quindi perché non dovremmo contare tra i loro brani ufficiali anche la loro versione del canto tradizionale Good King Wenceslas e della canzone della Renna Volante (con il gioco di parole Ringo/Renna)? Il flexi se non altro conferma che ormai i Quattro si trovavano a loro agio nei personaggi mediatici che si erano costruiti. L'unico che tra lazzi e frizzi prova a fare un discorso serio è Paul, che spiega come il miglior posto del mondo sia proprio quello dov'è in quel momento: la sala d'incisione. Ogni desiderio stava diventando realtà, Natale era già arrivato a ottobre, e sarebbe durato tutto l'anno.


Another Beatles Christmas Record (1964).



Inciso il 26 ottobre, al termine della sessione conclusiva di Beatles For Sale, è probabilmente il meno musicale dei flexidisc natalizi, anche se è interessante proprio per alcune trovate rumoriste che anticipano sperimentazioni molto successive: all'inizio c'è un tentativo di suonare Jingle Bells che degenera subito, con pianoforte, armonica in chiave sbagliata e quello che sembra un kazoo (probabilmente è carta velina su un pettine, la riascolteremo solo in Lovely Rita e sembrerà una straordinaria innovazione). I Quattro leggono un copione scherzandoci sopra, i ruoli ormai sono chiari: Paul è il ragazzo fortunato che continua a meravigliarsi e ringraziare per tutti i dischi che vende, e soprattutto per l'enorme privilegio di lavorare in uno studio ("qui abbiamo inciso le prime nostre canzoni... sembrano tanti anni fa"). Lennon è il ragazzaccio che lo prende in giro. (Paul: "se non fosse per voi fans, chissà dove sarei..." John: "A militare"). George è il beatle concreto che ha dei prodotti da promuovere: "Grazie per aver visto il film, mi aspetto che qualcuno lo veda anche più volte... il prossimo sarà diverso, col colore" (John: "il verde!"); Ringo è lo svagato: "Vi domanderete dove siamo stati quando non eravamo qui, ebbene in... Australia... Nuova Zelanda... Stati Uniti... Australia... no aspetta l'ho già detta"). In coda una canzone popolare irlandese, Can You Wash Your Father’s Shirt, si spegne quasi subito: ma l'urlo "Christmas!" che continua a riverberare nel silenzio è una gran trovata, anzi penso che la riciclerò nel prossimo nastrone natalizio.




The Beatles Third Christmas Record (1965)



"Uno dei nostri anni migliori, da quando li contiamo. E noi sappiamo contare un sacco di grandi anni". Il 1965 è veramente l'anno cruciale della storia dei Quattro. Le canzoni incise sono 36, più o meno come l'anno precedente, ma a parte un paio sono tutte originali: la rivalità cordiale ma sempre meno sotterranea tra Lennon e McCartney (con il secondo per la prima volta in lieve vantaggio) è il motore che li consente di consegnare alla Storia della musica almeno una dozzina di brani che cambieranno le carte in tavola per tutti. È più che appropriato, così, che il disco di Natale cominci con una versione ubriaca di Yesterday, che poi nel corso del messaggio diventerà Christmas Day. Stavolta a quanto pare c'era stato un tentativo di produrre un disco di Natale più professionale (una finta trasmissione da una radio pirata, quelle che stavano stravolgendo i gusti dei teenager inglesi promuovendo i dischi che la BBC non aveva il coraggio di suonare). Il progetto fu accantonato e i Quattro rimasero fedeli al format dei due anni precedenti: canzoni balorde e qualche messaggio di ringraziamento per le lettere del fanclub, sempre meno sincero ("grazie soprattutto per le lettere con la gomma da masticare"). Lennon è il probabile autore di due frammenti originali: una canzonaccia natalizia da pub, Happy Christmas to Ya List’nas, e una filastrocca, Christmas Comes, But Once in a Year. Nel mezzo i Quattro tentano di intonare qualcosa di sensato, dal tradizionale Auld Lang Syne che Lennon dirotta verso Eve of Destruction, e It's the Same Old Song dei Four Tops, immediatamente stoppata da George Harrison che anche stavolta sembra il più sobrio del gruppo e ricorda agli altri che non si può, c'è il copyright. Così alla fine tornano su Yesterday, il pezzo che per poco non era uscito come un singolo solista di Paul, e che tra tante pietre miliari posate nel 1965 forse è stata la decisiva. All'inizio del 1965 i Beatles erano ancora una rock band, più eclettica di altre, ma dal sound sempre riconoscibile; alla fine del 1965 erano un progetto musicale aperto a qualsiasi possibilità. Nel mezzo c'era stata Yesterday, un brano che Paul non sapeva da dove gli era venuto, e che vincendo una lunga titubanza aveva inciso con un quartetto d'archi – e senza il contributo degli altri tre, che qui sembrano volerla massacrare senza pietà. O forse era un tentativo di farla propria, visto che ai concerti non sapevano ancora come arrangiarla. Dopo Yesterday i Beatles non sarebbero stati più gli stessi e per quanto questo fosse già un presagio della fine, nessuno in quel momento aveva la minima intenzione di tornare indietro.


Pantomime (1966)
Everywhere It's Christmas (non attribuita)

Nel 1966, per la prima volta, i Beatles non riescono a incidere l'album invernale; e questo malgrado l'altra attività fondamentale del gruppo – i concerti – si sia interrotta del tutto a fine agosto. Lennon poi si è assentato per recitare in How I Won the War e quando si ricongiunge coi tre è troppo tardi per lavorare a un intero 33 giri: quello inciso prima dell'estate ha richiesto quasi tre mesi di lavoro. Del resto l'asticella è sempre più alta, nessuno si aspetta più dai Beatles una collana di canzoncine incise in fretta e furia: anzi ora il loro nome è legato a produzioni innovative e di qualità. Persino quella buffonata del flexidisc di Natale per il fan club: persino quella va realizzata con cura e professionalità. Pur rimanendo nell'ambito della buffonata: Everythere It's Christmas, il primo brano, rimane nel solco delle strofe goliardiche improvvisate soprattutto da Lennon nei dischi precedenti, anche se qui McCartney lo accompagna al piano. Il brano apre e chiude il disco come una parentesi, proprio come nel 1967 capiterà a un altra canzone un po' buffonesca, Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band; e in generale tutti i sette minuti del flex sembrano una parodia di quei primi acerbi concept album coi recitativi parlati, che arriveranno nei negozi di dischi inglesi solo verso il 1967.


Orowayna (non attribuita).

"Our story opens in Corsica". La copertina di Pantomime, per la prima volta, indica una scaletta di canzoni e recitativi. "Orowayna" è il secondo brano, che comincia immediatamente dopo il primo, non dissimilmente da quanto sarebbe successo in Sgt Pepper's: l'album che in quei giorni stavano cominciando a mettere assieme, anche se non se ne rendevano ancora conto. Paul sta raccontando una bislacca leggenda natalizia ambientata in Corsica, e il coretto che lo accompagna svela per la prima volta nella produzione dei Quattro una sensibilità per un tipo di musica 'etnica', nonché la pratica di scandire sillabe a caso, scelte per il suono evocativo.


Please don't bring your banjo back 

"Ti prego, non portarti dietro il banjo, non so dov'è finito. Me ne ero appena andato quando divenne la cosa nuova. Banjo, banjo dappertutto, non riesco a scordarmi le loro canzoni... e se ne vedo in giro un altro, andrò a comprarmi un grosso pallone". 

Le mode vanno e vengono, i Beatles devono anticiparle – e allontanarsene rapidamente. È un lavoraccio, qualcosa che oggi sarebbe affidato a un algoritmo, vent'anni fa a un ufficio marketing: nel 1966 a quattro ragazzi di Liverpool con un po' di esperienza, molto fiuto, e qualche collaboratore che per fortuna continua a fidarsi ciecamente di loro. Il 1966 è apparentemente l'anno meno produttivo dei sette che hanno trascorso incidendo assieme: a metà dicembre, invece del solito LP, avranno da offrire al pubblico soltanto un 45 giri, che tra l'altro non riuscirà nemmeno ad arrivare al primo posto nella classifica inglese (non ci riuscirà perché è un singolo "con due lati A", Strawberry Fields Forever e Penny Lane, e i negozi comunicano le vendite soltanto di uno dei due titoli). In tutto, contando il singolo natalizio, quello primaverile (Paperback Writer) e l'album (Revolver) risultano "appena" 19 incisioni. Se la quantità è un po' calata, la qualità è sempre in crescita: Revolver oggi è considerato quasi unanimemente l'album più importante. È anche uno di quelli che ha richiesto più tempo, e segna l'inizio di una fase in cui i tempi in sala di registrazione si dilateranno. Una situazione in generale più congeniale a McCartney che ai colleghi: tra i quali Lennon sta già dando la sensazione di perdersi, di non riuscire a spiegare quello che vuole a George Martin, e a volte anche a sé stesso.



Christmas Time Is Here Again (1967)



Col titolo Christmas Time Is Here Again indichiamo ormai due oggetti molto diversi. Il primo è il flexidisc natalizio del 1967, che riprende il formato a 'siparietti' dell'anno precedente, ma con un'ambizione più organica – si tratterebbe di una serie di provini di artisti esordienti per una trasmissione radiofonica natalizia. Il secondo è il tema ricorrente del flexidisc, cantato insieme dai Quattro: una sorta di ritornello che quasi trent'anni dopo sarebbe stato ritagliato e rimontato come un brano a se stante per il lato B del singolo Free As A Bird. Benché ottenute con lo stesso materiale, le due Christmas Time sono profondamente diverse.

Il flexi natalizio è l'ultima occasione per i Quattro di incidere qualcosa in quell'anno (il 1967) che più di tutti identifica una fase precisa della loro produzione: tant'è che anni dopo, pubblicando Fab, George Harrison spiegò che voleva scrivere una canzone "alla '67". È l'anno più sperimentale: dopo la cesura del 1966, in cui i Beatles avevano inciso relativamente poco (un LP e due singoli) e pubblicato tutto, nel 1967 le sessioni ad Abbey Road (e non solo) diventano più frammentarie ed episodiche e presentano un bilancio di almeno 25 brani, alcuni dei quali resteranno nel cassetto per un anno o persino di più (Carnival of Light aspetta ancora la pubblicazione). Il disco primaverile, Sgt Pepper's, in un certo senso è l'ultimo a rispettare la formula del long playing con 13-14 canzoni, che i Beatles avevano pazientemente rispettato dal 1963, ma che evidentemente stava stretta; l'uscita invernale, Magical Mystery Tour, arriverà nei negozi inglesi con un formato bizzarro (un doppio EP). È anche l'anno della tragica morte del manager, Brian Epstein, che sembra non lasciare un segno superficiale nella produzione dei Quattro – anche se nel medio termine sarà uno dei fattori del loro scioglimento.


 
The Christmas Record 1968 



Per la prima volta i Quattro non incidono assieme il disco con gli auguri di Natale (il che retrospettivamente fu interpretato come un segno della disgregazione), ma inviano i loro contributi al dj Kenny Everett. Non sappiamo in che misura quest'ultimo sia responsabile del collage sonoro – tra l'altro di qualità sorprendente, considerato che allora si lavorava ancora a quattro piste. Il risultato è meno pretenzioso di Revolution 9, ma forse più interessante. E tuttavia si avverte la sensazione che una certa spinta propulsiva si sia esaurita: a ogni Natale i Quattro dimostravano di poter fare qualcosa di più, stavolta si sente la presenza in sala di un regista la cui preoccupazione principale è dimostrare che questo disco non è troppo diverso dai precedenti: i Beatles sono ancora i Beatles, continuano a strimpellare inni bislacchi composti per l'occasione (l'unico vero contributo musicale originale è una schitarrata di Paul, Happy Christmas, Happy New Year, Happy Easter) e a maltrattare il loro repertorio (Obladì Obladà stonata apposta, Helter Skelter accelerata a 45 giri, Nowhere Man devastata da "Tiny Tim" e il suo ukulele). Non è chiaro se i virtuosismi ritmici dei battiti di mano siano stati realizzati da Ringo, qui in grande rilievo ma sempre più come attore che musicista. John aggiunge una poesia per lui e Yoko, George sembra come sempre il più tranquillo, l'acqua cheta che sta per mettere in crisi i ponti.




The Beatles Seventh Christmas Record (1969) 


Non era mai capitato che il disco di Natale cadesse in un periodo tanto 'silenzioso': i Beatles non pubblicavano materiale inedito da settembre, un'enormità per loro. Il vuoto era stato parzialmente riempito da Cold Turkey, un singolo della Plastic Ono Band; e anche il settimo disco di Natale dà la sensazione che John e Yoko stiano prendendo il controllo della barca. George sparisce quasi immediatamente, dopo aver salmodiato i suoi auguri come un hare krishna; Ringo fa una cosa simile ma ne approfitta per reclamizzare svergognatamente il suo ultimo film, The Magic Christian: quasi una strizzata d'occhio subliminale. Paul è l'unico ad aver fatto i compiti: forse è già rinchiuso nel suo cottage e tra le varie canzoni che sta provando alla chitarra ne ha senz'altro una adatta ad augurare un buon Natale e un felice Anno Nuovo. Ma dura appena mezzo minuto: negli altri sei, sostanzialmente, ascoltiamo John e Yoko fare i buffoni; il che oggi forse ci commuove, ma al tempo doveva sembrare abbastanza spiazzante, perché fino a pochi anni prima, in questi dischi John faceva il buffone con Paul, e invece ora è Yoko a prestarsi agli scherzi, con una disponibilità sorprendente. Mentre lo ascoltavano, i fans non avevano del tutto rinunciato alla speranza che il silenzio fosse solo temporaneo, e che i Quattro si sarebbero presto rimessi assieme. Era una speranza che il disco di Natale non nutriva affatto, anzi.

sabato 13 dicembre 2025

Visto qualche bel film di recente (2025)? (prima parte)

Infatti l'ho visto su una piattaforma
Io sono la fine del mondo (Gennaro Nunziante, che quando dirige Checco Zalone è efficacissimo e qui invece proprio non ce la fa).

Dio mio. Dio mio che imbarazzo, che sofferenza. Duro non è che non sappia semplicemente recitare; dà l'impressione di non saper vivere, di vestire a disagio un costume da essere umano senza avere ricevuto un training adeguato. Gli occhiali scuri servono a mascherare l'incapacità di manovrare le pupille o aggrottare le sopracciglia; la cadenza palermitana occulta l'incapacità di esprimere sentimenti attraverso la modulazione della voce. Tutti noi quando parliamo possiamo usufruire di vari registri: possiamo urlare, sogghignare, sibilare, ecc. Duro non lo sa fare, ha solo il suo tono metallico standard e, se proprio il copione lo richiede, un'altra vocina fastidiosissima che dovrebbe ripetere i rimbrotti che gli facevano da piccolo i genitori ("non bere la coca cola"), ma è talmente acuta fa farci ipotizzare che sia la voce interiore del bambino che quei rimbrotti li subiva, ed evidentemente non li ha mai superati.

Così un film che dovrebbe agitare lo strale del politically uncorrect, alla fine lo rivolge per lo più contro sé stesso, fornendoci l'immagine più impietosa possibile dell'autocoscienza di una personalità nello spettro autistico. Il motivo per cui allo spettatore è richiesta una sospensione della credulità fortissima (nel mondo reale Duro sarebbe stato menato a sangue al minuto 3, titoli di coda) è che tutto avviene in una realtà immaginata da lui, in cui tutti dovrebbero per qualche motivo lasciarsi manipolare da questo tizio che non sa nemmeno dire le bugie. Tutti gli credono, tutti lo perdonano, tutti recitano in modo esageratamente teatrale (o forse è il contrasto con la sua fissità terribile), perché probabilmente è così che lui vede il mondo: un posto dove tutti recitano e fanno un sacco di smorfie, che lui non sa fare, e nemmeno capisce a cosa servano.


Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius) (Questlove)

È morto D'Angelo, proprio pochi giorni dopo che lo avevo rivisto mentre cercavo tutt'altro, in un docufilm dedicato a Sly Stone che è sottotitolato Il fardello del genio nero. D'Angelo veniva intervistato non tanto per parlare di Sly (ovvio che ne parlerebbe benissimo), ma per rinforzare la tesi contenuta nel sottotitolo, ovvero una peculiare difficoltà che avrebbero gli artisti afroamericani a gestire la propria genialità. Un senso di colpa ancestrale, la necessità di affrancarsi da un contesto sociale misero e problematico, senonché appena ti affranchi appena un po' ti senti un traditore, ecc. Una tesi abbastanza convincente, e però io stavo guardando il docu su Sly Stone per un altro motivo: cioè pur dando per scontato che aveva avuto tanti problemi a gestire la sua genialità, io dopo tanti anni faccio ancora fatica (è imbarazzante ammetterlo) a capire in cosa questa genialità consista.

Sly & the Family fa parte di quell'esiguo insieme di artisti che mi devo far piacere con la forza, perché se dovessi essere davvero sincero con me stesso, ecco, no, mi sembra sempre che nelle sue canzoni manchi qualcosa. Non so mai cos'è – di sicuro non il groove – però a volte mi sembrano sorrette soltanto dal groove, come se fosse un male. Ma non è vero, ci sono anche le melodie, eppure oh, non so spiegarmelo, non c'è niente da fare, a me Sly Stone sembra un autore incompleto. E per quanto milioni di dischi venduti stiano lì a dirmi che mi sbaglio, niente riesce a togliermi dalla testa l'idea assurda che anche Sly condividesse questa sensazione, e che il suo fardello personale si sia ingrossato man mano che il pubblico riconosceva in lui un genio, una pressione crescente a esprimere una genialità che nessuno sa esattamente in cosa consista ma a un certo punto c'è un popolo intero che la pretende, e tu che fai, non ti droghi? Magari drogarsi aiuta, ma poi invece si scopre che è l'esatto contrario, ah, troppo tardi. La sua prima canzone di successo (Sing a Simple Song) partiva proprio dall'ammissione della propria impostura, cioè insomma come faccio a scrivere una canzone facile, una canzone che funzioni, dunque ci mettiamo il ritmo, poi la melodia, poi i battimani, e piacerà? E dopo questa, cosa mi dovrò inventare? Qualche sostanza mi potrà aiutare? Vasodilatatori, autoreclusione, farsi odiare dal pubblico e dai collaboratori arrivando puntualmente in ritardo ai concerti, autosabotaggio, autotrasformazione in macchietta televisiva, e tutto sommato non gli è andata nemmeno così male, è sopravvissuto a Michael Jackson e a Prince.

Qualche mese dopo l'ha seguito D'Angelo, e io non ho molto da aggiungere. Avrete già indovinato che fa parte dello stesso esiguo insieme di artisti che, per quanto mi ci sia sforzato, non riesco a capire. Anche lui così raffinato, eppure così incompleto, perlomeno alle mie stupide orecchie. Non mi sembra che sia molto chiaro il perché abbia fatto due dischi in vent'anni, e forse è giusto così, non è che il vissuto degli artisti deve per forza far parte del pacchetto. Ma se davvero era, come a volte sembrava, perennemente insoddisfatto del suo lavoro, se tutti questo vociare di genialità intorno a lui gli ha creato più problemi che vantaggi, ecco, posso capirlo, e forse questo mi può aiutare un poco a decifrarlo.


L'Eternauta (Bruno Stagnaro, 2025)

Mi sento praticamente in dovere di guardare l'Eternauta, però se devo essere sincero tutta questa voglia di vedere gente per strada che muore all'improvviso senza un motivo, ecco, no: è angoscia, è disagio, non ne traggo nessun piacere emotivo, già la vignetta del padre che si accascia al suolo rantolando "i bambini", ripresa in qualche libro scolastico come esempio di narrazione a fumetti, non dico che mi traumatizzò la preadolescenza, ma insomma è proprio una cosa che mi rende triste senza motivo e di motivi ne avrei pure.

Poi penso che ok, nessuno mi costringe a vedere l'Eternauta, anche da un punto di vista culturale mi sono già abbondantemente coperto col fumetto, la storia più o meno so già dove andrà a sbattere e se ci sono variazioni importanti le recupererò in venti minuti su wikipedia, tra l'altro l'Eternauta è uno di quei capolavori in un certo senso seminali, ovvero che quando escono lasciano sgomenti perché mostrano qualcosa a cui nessuno aveva ancora pensato (un'apocalisse urbana! Superstiti che lottano contro mostri di casa in casa!) dopodiché vengono ripresi da centomila epigoni, alcuni dei quali, è statistica, finiscono per produrre contenuti più aggiornati, più interessanti, per cui alla fine uno può anche dire sì vabbe' ma prima di tutte queste apocalissi zombie c'è stato l'Eternauta, ma se poi va a rileggerselo, l'Eternauta, non lo trova necessariamente migliore di tutto quello che è successo dopo. È semplicemente il primo, anche se dal suo punto di vista non lo era affatto perché in fondo riproponeva la wellsiana Guerra dei mondi; a dargli quello scatto in più fu appunto l'ambientazione contemporanea urbana, il survivalismo, l'angoscia senza requie, la disillusione latina per l'apparato statale. Un altro scatto importante lo fece nel decennio seguente un regista, anche lui d'origine latina, sostituendo agli alieni i cadaveri: trovata geniale non solo perché i cadaveri spaventano di più, ma perché da un punto di vista dei trucchi e degli effetti speciali sono davvero più convenienti, e questo credo sia il vero motivo per cui da Romero in poi gli zombie hanno fatto il botto e le invasioni aliene sono relativamente passate di moda (anche lo scenario tipicamente sf "i robot prendono il potere" cinematograficamente non aveva molte speranze, rispetto alla possibilità di conciare un centinaio di comparse da cadaveri).

Alla fine non credo che al mondo freghi un granché se ho voglia o non ho voglia di guardare l'Eternauta, ma forse il problema è un altro: che invece un sacco di gente sì – magari si sentono anche loro un po' obbligati – ma evidentemente c'è mercato per le apocalissi urbane, per alieni assassini o cadaveri antropofagi, per gente innocente che muore all'improvviso e pochi superstiti angosciati che si arrabattano come possono. A me questa roba, lo dico sinceramente, dà una grande angoscia, ma a milioni di persone no, o comunque è un'angoscia che trovano piacevole, rassicurante. Probabilmente Lopez e Oesterheld con quell'idea della neve assassina scoprirono una miniera d'oro che ancora oggi macina dollari, euro, pesos, alla gente piace vedere gli innocenti morire e immedesimarsi, suppongo, nei sopravvissuti. È una considerazione che mi mette sempre un po' a disagio, esco di casa la mattina e intorno a me c'è gente che magari si diverte con The Last of Us, come impedire loro di immaginare di farmi fuori con un fucile a pompa. Vivono tra noi, magari sono la maggioranza, un giorno forse prenderanno l'iniziativa, forse è meglio se faccio provviste, mi procuro armi di difesa, mi studio la situazione, magari alla fine me lo guardo anche, questo Eternauta.

domenica 7 dicembre 2025

Tutti uguali davanti alla legge – ma davanti a Delrio?


Egregio onorevole Delrio,

credo che lei meriti almeno un po' di franchezza: chi le scrive questa lettera non la stima come politico, e soprattutto come legislatore. Anzi credo veramente che da questo punto di vista lei sia un disastro. A distanza ormai di dieci anni, se ogni tanto mi capita di pensare a un decreto approvato da un parlamento (e ahimè, sottoscritto dal Presidente della Repubblica) che contenga non soltanto caratteri di palese anticostituzionalità, ma un vero e proprio affronto al senso comune, a quella minima definizione di democrazia che impariamo tutti sui banchi di scuola quando sono ancora banchi molto piccoli, questa idea che i cittadini siano tutti uguali davanti alle legge, ecco: quando penso a una legge che nega questi minimi principi... mi viene sempre in mente il cosiddetto decreto Delrio, la legge 56 del 7/4/2014, e in particolare quell'asciuttissimo comma 19: "Il sindaco metropolitano è di diritto il sindaco del comune capoluogo". Così, con uno sbrigativo colpo di penna, lei aveva tolto a milioni di italiani il diritto di essere rappresentati dal loro sindaco "di aria vasta", per il semplice e allucinante motivo che non sono cittadini del comune capoluogo, ma di altri comuni che a lei evidentemente non interessavano: a lei e ai suoi colleghi che la appoggiarono in quella iniziativa riformatrice clamorosamente anticostituzionale, che la maggioranza dei cittadini bocciò sonoramente appena ebbe la possibilità di farlo: così che di tutto quel grande disegno restano soltanto, qua e là, certi decreti orribili, purtroppo ancora in vigore, quasi a ricordarci di quanto sia fragile la democrazia se lasciamo responsabilità legislative alle persone non adatte. 

Ecco: a dieci anni di distanza, onorevole, io devo confermare quell'impressione; magari è soltanto una coincidenza, ma nel momento in cui si è trattato di nuovo scrivere una proposta di legge orribile, che che sfida il buon senso e la Costituzione – una proposta di legge che immagino nessuno dei suoi colleghi avesse troppa voglia di associare al proprio cognome e alla propria immagine pubblica – eccola di nuovo sul luogo del delitto, eccola di nuovo pronto a sobbarcarsi l'ennesima sfida a quell'articolo 3 della Costituzione che a questo punto forse davvero a lei non piace; sì, a volte è anche una questione di gusti. Glielo recito: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". E a questo punto glielo chiedo – e chiedo a lei la medesima franchezza, per favore: cosa c'è davvero che non sopporta in questo articolo? Perché non perde l'occasione per ignorarlo, per sfidarlo, per offenderlo?

Ho letto in giro che la sua bozza anti-antisemitismo va inquadrata soprattutto in un più generale conflitto di correnti all'interno del partito in cui non ha rinunciato a militare, il PD: e in effetti la ricordo, pochi mesi fa, piuttosto insoddisfatto della direzione imposta dalla segretaria Elly Schlein: segretaria eletta in regolari primarie, i cui risultati promettenti da un punto di vista elettorale sono davanti agli occhi di tutti. Ma lasciamo stare per un attimo la guerra di bande, la tendenza quasi automatica dei centristi di quel partito a sabotarlo quando non riescono a controllarlo. Ci sono tanti modi per opporsi a un progetto politico che non si condivide: tanti modi che non prevedano di legare il proprio nome a un'altra legge orribile e incostituzionale, che assume come punto di partenza un documento ridicolo (la definizione IHRA sull'antisemitismo), da anni irriso da chiunque affronti seriamente la questione in ambito accademico e legislativo. Ma le voglio chiedere, onorevole: avrebbe davvero bisogno di consulenze accademiche, e del parere di persone che l'antisemitismo lo conoscono davvero non per interposta persona, per comprendere le gravi contraddizioni logiche di quella paginetta, un documento che magari all'inizio era stato stilato in buona fede, ma poi è stato visibilmente distorto, e le tracce di quella distorsione appaiono evidenti (si comincia parlando di ebrei, e si finisce proibendo tout court le critiche allo Stato di Israele)? Non si diventa legislatori per diritto di nascita o divino; lei qualche studio deve averlo pur fatto, un minimo di analisi del testo dovrebbe rientrare nelle sue competenze: come può aver letto quella definizione e averla presa per buona? E se davvero l'ha fatto, come può in coscienza ritenersi in grado di promuovere iniziative legislative? Davvero dobbiamo presumere che lei sia troppo ingenuo per rendersi conto della trappola in cui è caduto?

Egregio onorevole, tenterò di spiegarle perché la definizione IHRA è un testo sciocco che nessun adulto dovrebbe prendere come punto di riferimento per iniziative legislative. Farò appello, per l'occasione, persino alla sua fede cattolica, perché anche da questo punto di vista c'è qualcosa che non va; insomma, lei è d'accordo con l'antica idea che le persone debbano essere giudicate – se proprio le vogliamo giudicare –  per le loro azioni? Non per la loro religione, non per la loro "razza", non per condizioni sociali o idee le quali, se restassero semplicemente "idee", non farebbero male a nessuno? Ci crede a questa cosa che è uno dei punti di partenza della nostra cultura millenaria? 

Perché chi ha pervertito la definizione dell'IHRA non ci crede, e l'ha scritto nero su bianco in frasi molto semplici. Qualcuno in quella stanza era convinto dell'esistenza di singole persone e di uno Stato che non possono essere giudicati per le proprie azioni – gli altri sì, quelle persone e quello Stato, no. Si è ben guardato di definire meglio questo carattere di eccezionalità (perché quello Stato sì e gli altri no?), ma è chiarissimo che questa eccezionalità esiste nella Definizione, ed è quello che vuole ottenere chi promuove la Definizione. Pensi solo a questo comma, davvero molto semplice: per la definizione è antisemitico "fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti". Lei lo legge e approva, ma certo, cosa c'è di più antisemitico di chiamare nazisti gli israeliani. Forse che io ho intenzione di paragonare Netanyahu a un nazista? No, onorevole, io non paragono Netanyahu a un nazista. Non ne ho bisogno, il nazismo è la risorsa dei polemisti senza fantasia. Ho così tante parole e argomenti per definire Netanyahu, che se le usassi qui ora tutte probabilmente sarebbe lei a implorarmi di dargli del nazista e farla finita. 


Ma sa che le dico? Lasciamo perdere Netanyahu. Lasciamo perdere qualsiasi riferimento alla "politica israeliana contemporanea". Fingiamo che non esista. Fingiamo che Israele sia il Paese più liberale del mondo, un Paese dove sia tutelata ogni scelta religiosa, politica ed esistenziale. Molti lo fanno già; fingiamo anche noi per amore di ipotesi. E immaginiamo che in questa nazione perfetta, faro delle nazioni, a un certo punto qualcuno voglia fondare un partito nazista. Perché no? Se tuteliamo ogni opinione, perché non potrebbe nascere un partito nazista anche tra Tel Aviv e Gerusalemme? Voglio specificare: un partito nazista vero, con le svastiche, le aquile, le SS, tutto il pacchetto. Un partito che se nascesse qui da noi, e le combinasse una sfilata sotto casa, lei stesso non potrebbe che esclamare: ma questi sono nazisti. Si tagliano anche i baffi quadrati, tutto. Ecco. Se succedesse a Reggio nell'Emilia (o a Chicago, Illinois) lei potrebbe esclamare pubblicamente: questi sono nazisti! Se poi andassero al governo, lei potrebbe denunciare: ma al governo ci sono i nazisti! Se poi perseguissero politiche coerenti col proprio programma elettorale (conquiste per acquisire "spazio vitale", minoranze in campi di sterminio), lei, finché riuscirebbe a parlare, confido che continuerebbe a protestare, insomma, ma questo è il nazismo! Ne sono sicuro. 

Se invece lo stesso partito vincesse le elezioni tra Tel Aviv e Gerusalemme, lei dovrebbe mordersi le labbra, perché la definizione IHRA lo considera antisemitismo. Se poi ottenessero una maggioranza alla Knesset, se le morderebbe ancora più forte, ma la definizione IHRA è pur sempre la definizione IHRA. Se infine cominciassero, non so, sempre per amore di ipotesi, ad allargare il proprio spazio vitale con offensive militari, a recintare le minoranze, ad affamarle e a bombardarle, lei dovrebbe continuare a stare zitto, perché chiamarli nazisti secondo la definizione IHRA è Holocaust inversion!, e l'Holocaust inversion è un peccato mortale di pensiero. Ora, lo capisce che qualcosa non va? La Definizione non dice semplicemente che paragonare un tale israeliano a un nazista è antisemita. Dice che sarà da qui in poi antisemitico "fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti". Si rende conto a quanto era goffo chi ha lasciato nel testo finale quell'aggettivo, "contemporanea"? Perché davvero leggendo quella frase dobbiamo presumere che Israele non possa essere paragonato al nazismo qualsiasi cosa faccia, in qualsiasi momento storico. Chi ha scritto questa cosa stava semplicemente chiedendo una deroga a quel principio di buon senso per cui qualsiasi persona, e qualsiasi Stato, sarà giudicato per le proprie azioni. No, chi ha scritto questa riga della Definizione ci teneva a sancire che lo Stato di Israele non potrà essere paragonato al nazismo, mai. Gli altri sì, Israele no. Lasciamo perdere i motivi storici per cui questo paragone è più fastidioso di altri: qui non si tratta di un semplice fastidio, qui si tratta di stabilire un carattere di eccezionalità. C'è uno Stato che non può essere giudicato con i metri degli altri, uno Stato che non può essere mai paragonato agli altri. Non importa che azioni nel frattempo stia commettendo, e pensa un po' la coincidenza: ultimamente sta commettendo crimini di guerra conclamati. 

Egregio senatore, credo che basterebbe questo esempio a spiegare a una persona in buona fede perché la definizione è irricevibile, e perché nei fatti provochi molto più antisemitismo di quanto ne riesca a combattere. Purtroppo io a questo punto non la do affatto per scontata, la sua buona fede. Cordiali saluti, buon Natale e buon Anno, eccetera.

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