venerdì 23 aprile 2004

Quest'anno festeggerò la Festa della Liberazione traslocando (è una liberazione?), non starò molto connesso e ho pensato una cosa:
Come i palinsesti televisivi, che a Natale sono meravigliosamente prevedibili, e ti ripropongono sempre la solita melassa, la fabbrica del cioccolato o una versione del Cantico di Natale, io potrei fare la stessa cosa col 25 Aprile: metter su le repliche dell'anno scorso...

Cantico del 25 aprile

(Fiaba emiliana del XXI sec. Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale, a parte l'allergia al polline).

Io ho sempre sognato di portarti in montagna il 25 aprile, Costanza: e ogni volta tu mi racconti una storia diversa. Se almeno mi dicessi: “non vengo perché non mi piaci”, ecco, capirei. Ma no, sembra sempre colpa mia.

I 25 aprili passati...

Già quand’ero bambino, tu andavi al corteo dell’Anpi con tuo nonno e io non potevo venire. Perché? Nessuno mi spiegava il perché. Tu ti facevi mezz’ora di corteo, poi ti davano la Fanta e lo gnocco fritto. E a me toccava un’altra Messa infrasettimanale. Perché?
“Ma mamma, cosa c’entra la Messa col 25 aprile?”
“Che domande. È l’Ascensione”.
“Ma mamma, l’Ascensione è stata la domenica scorsa”.
“Allora sarà la Pentecoste”.
“Ma no, la Pentecoste è domenica prossima”.
“Guarda sul calendario, ci sarà bene una qualche festa”.
“San Marco Evangelista”.
“Vedi? Ha scritto il Vangelo, è uno importante”.
“Ma scusa, Luca e Matteo e Giovanni mica ce l’hanno una festa, perché?”
“Perché, perché, perché… Quante domande, che fai, eh?”

Siccome facevo le domande sbagliate, ci misero anni a dirmi le risposte giuste. Che insomma, il 25 aprile di molti anni prima mio zio era scomparso, e nessuno sapeva nulla, tranne forse tuo nonno.
Fatto sta che il 25 aprile a te toccava la fanta, a me la festa di San Marco Evangelista; e poi il giorno dopo a scuola mi sfottevi.
“Maestra, quand’è che cantiamo Bella Ciao?”
“Quando finiamo il cartellone la cantiamo. Le sapete, le parole?”
“C’è Davide che non le sa”.
Questo era molto sleale da parte tua.

“Non è vero che non so le parole!”
“Non le sai! Non le sai! Ieri non sei neanche venuto a vedere i partigiani. Sei andato a Messa! Sei andato a Messa!”
“Però le so, le parole”.
Le avevo studiate. Tuttavia il contesto mi sfuggiva. Dunque, c’è uno che si sveglia la mattina (o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao) e incontra l’Invasor. Fin qui tutto bene. Questo Invasor però doveva già essere conciato male, poiché nella seconda strofa prendeva la parola e chiedeva al Partigiano:
“O partigiano, portami via (o bella ciao, etc.)
O partigiano, portami via
Che mi sento di morir”

Si era in guerra, evidentemente, e in guerra anche i nemici hanno il dovere di curare i feriti. Ma c’era di più, perché l’Invasore esprimeva un singolare desiderio:
“E se io muoio da partigiano (o bella ciao, etc.)
Tu mi devi seppellir”.

Com’era possibile che l’Invasor volesse morire da Partigiano? Trattavasi di tradimento? Ma che senso aveva tradire i suoi da moribondo? No, si trattava di un pentimento in punto di morte. Ce l’aveva ben spiegato don Marzio a dottrina, che in punto di morte ci si può pentire di tutti i peccati, ci si può perfino battezzare se uno non ci ha pensato prima, e si va in paradiso tranquilli.
(“E allora perché a noi ci hanno battezzati subito, che ci tocca andare a Messa e confessarci sempre?”
“Voi siete i bambini più vicini a Gesù, e lui da voi pretende qualcosina di più”).

Dunque l’Invasor in punto di morte si era pentito, aveva chiesto di farsi battezzare partigiano, ed era trasvolato nel paradiso dei Partigiani, un Paradiso in bianco e nero lassù in montagna, dove tutti si mettevano la brillantina sui capelli, mangiavano gnocco e bevevano fanta le feste comandate. Forse anche mio zio aveva avuto il tempo di convertirsi e trasferirsi lì: forse tra un po’ si sarebbe incontrato con tuo nonno e si sarebbero scambiati pacche sulle spalle.

“…E le genti che passeranno / mi diranno:”Che bel fior”. Vedi che la so?”
“Non la sai! Manca il fiore del partigiano”.
“Eh?”
E questo è il fiore del partigiano (o bella ciao, etc.)
E questo è il fiore del partigiano morto per la libertà.

“Non la sai! Non la sai! Perché i fiori ti fanno starnutire!”
“È perché sono allergico. Non è giusto che mi prendi in giro perché sono allergico”.
“Davide è allergico! Davide è allergico!”
“Maestra!”

Sono allergico ai pollini delle graminacee: per me il 25 aprile è una benedizione. Prima che il polline dilaghi in valpadana, invisibile, nel profumato mese di maggio, c’è il tempo di farsi la prima scampagnata dell’anno. Poi sarà tempo di tossire e starnutire. Poi sarà troppo caldo. Poi verrà la pioggia e il freddo, e ancora un altro anno passerà, e un’altra volta ti inviterò fuori, invano.
La butti sul politico, e sembra sempre che sia colpa mia.

In quarta superiore, per esempio, ricordo che litigavamo tutto il tempo. Tuo padre, segretario di sezione del PSI, ti aveva promesso l’iscrizione alla Bocconi, ma voleva vedere risultati. E invece per tutto gennaio non si era nemmeno riusciti a fare lezione. Colpa dell’occupazione.
“Hai sentito che quella stronza della prof di matematica vuole abbassare le medie?”
“Dai, vuol solo farci paura”.
“Tutta colpa di questi cazzo d’Iraq, che manco so dove sta sulla carta. Ma si può essere così deficienti? Io non so”.
“Era per il petrolio…”
“Certo che era per il petrolio. E allora? Vi siete fatti i vostri 15 giorni di vacanza? Avete fatto le vostre marce? Avete sventolato le vostre bandierine? Bravi. Avete fermato la guerra?”
“Vabbè, abbiamo discusso, abbiamo fatto qualcosa insieme, abbiamo reso una test…”
”Avete concluso qualcosa? L’unica cosa che avete concluso è che in matematica avrò sei e alla Bocconi col cazzo che ci vado. Siete contenti?”
“Senti, Costanza… io con quegli altri pensavamo di andare su in montagna per il ponte”.
“Tu e chi?”
“Mah, io, Vitto, Toni, Pedro…”
“Bravo, bella gente, complimenti”.
“Non è che ti andrebbe…”
“…di venire su coi tuoi amici che a parte farsi le canne e le seghe mentali sulla rivoluzione non sanno mettere insieme un discorso decente? Quei comunisti del cazzo?”
“Ma non dire così, dai… se tuo nonno ti sentisse”.
“Lo sai cosa sei, Davide?”
“No, non lo so. Dimmelo”.
“Un deficiente sei. Proprio tu, mi tiri fuori la storia di mio nonno”.
“Tuo nonno era un partigiano, tu dovresti essere fiera di lui”.
“Mio nonno ha ucciso tuo zio, lo sai?”

“Eh?”
“L’ha portato dietro l’argine e gli ha fatto scavare la fossa. Lo sanno tutti in paese. E tu no”.
“Sapevo che c’entrava per qualcosa, ma… in fin dei conti…”
“In fin dei conti cosa?”
“Mio zio era nella milizia!”
Ricordo che hai scosso la testa, delusa, come migliaia di altre volte. A 17 anni eri più alta di me, più sveglia di me, ci tenevi ai vestiti e ai voti in matematica. Non ci saresti venuta con me in montagna, neanche morta.
“Tuo zio e mio nonno si filavano la stessa ragazza. Uno ha ucciso l’altro. È andata così”.
“Sì, però..."
"Però cosa?"
"Mio zio era un fascista!”
“E per questo andava ucciso? Il giorno dopo che se ne sono andati i tedeschi? Ma la conosci la Storia?”

Questo era molto sleale da parte tua. Io avevo otto in Storia, in Italiano e in Filosofia, e anche se in quarta superiore arrancavamo con la Riforma Protestante, non vedevo l’ora di crescere e studiare l’antifascismo e la lotta partigiana.
“Comunque grazie dell’invito, ma devo studiare. Matematica”.
“Se ci ripensi…”
“Non ci ripenso. Cerca di non farti troppe canne”.
“Cercherò”.
Mai fumata una canna. Sarò allergico anche a quelle.

Alla fine probabilmente hai fatto bene a non andarci, alla Bocconi. A quei tempi sembrava chissà cosa. Poi ci fu qualche scossone, Milano non andava più tanto di moda, anche tuo padre per un po’ non si è più candidato. Finché non saltò fuori un partito tutto nuovo.
Era già il 1994, io facevo Lettere, e il 25 aprile ricordo che presi tanta pioggia a un corteo.
“Vi ho visto in tv! Che sfigati”.
“Eh, certo, si capisce”.
“Ancora dietro al 25 aprile… vi resta solo quello, ormai”.
“Eeeeetchm!”
“Allergia?”
“No, è proprio raffreddore”.
(continua domani)

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