mercoledì 7 luglio 2004

Tutta colpa di Arafat (continua da ieri)

Tutta no, ma le sue responsabilità Yasser Arafat le ha. E sono pesantissime:

"La vera presa di posizione palestinese fu però diversa e poco risolutiva; i palestinesi si presentarono al summit di Camp David senza una controproposta da proporre al tavolo gestito dal Presidente Clinton. Come spesso durante gli anni di negoziati una debolezza che si deve loro rimproverare è stata la mancanza di preparazione adeguata, come le mappe ad esempio per reclamare la loro verità, e alla fine, mancanza di alternative e piani politici da presentare alle controparti come loro "linee rosse" invalicabili".

Alcuni, cercando di spiegare il conflitto israeliano-palestinese, hanno parlato di "scontro di due narrative" diverse, che non si intendono fra loro. Per gli israeliani (e per i loro sostenitori nel mondo) il 91% della Cisgiordania poteva sembrare un'offerta soddisfacente: per i palestinesi profughi, o figli di profughi, anche il controllo del 100% della Cisgiordania resta un amaro boccone da ingollare, visto che la Cisgiordania non è che il 22% di quella che considerano la loro vera patria originaria. Ancora: per gli israeliani Barak è stato il primo ministro fin troppo conciliante che ha accettato di sedersi davanti ad Arafat e fargli la proposta più generosa mai fatta ai palestinesi; per questi ultimi, Barak è il premier che più di ogni altro ha favorito la creazione e il consolidamento degli insediamenti. Sì. Mentre Barak prometteva e prometteva (sempre percentuali, mai proposte definitive in nero su bianco), gli insediamenti aumentavano:

"A lungo nei mesi successivi si è parlato di Camp David come dell'occasione mancata. Sette anni dopo il processo di pace iniziato con la firma della Dichiarazione nuovi insediamenti israeliani erano stati costruiti, come quello di Har Homa tra Gerusalemme e Betlemme condannato anche da una risoluzione ONU, o i già esistenti erano stati potenziati facendo quasi raddoppiare il numero dei coloni del 70%; i palestinesi erano costretti ad una ancora più ridotta e controllata libertà di movimento dovuta alla costruzione di check points a marcare la linea di confine tra i Territori Occupati e lo stato di Israele; le condizioni economiche dei palestinesi erano peggiorate in modo visibile e allarmante; soprattutto i ritiri pattuiti dai precedenti accordi non erano stati rispettati dal governo israeliano. Anche la richiesta espressa da Arafat di compiere il terzo ritiro territoriale israeliano, previsto da Wye Plantation, prima dell'inizio del summit non venne presa in considerazione da Barak. La pressione esercitata su Arafat affinché accettasse le proposte di camp David era stata calcolata ma non considerata fino alla fine come possibile ostacolo alla riuscita del negoziato stesso.

Il passo verso lo scoppio della ribellione palestinese fu piuttosto breve ma calcolato; Ariel Sharon, capo del partito Likud, decise di fare una passeggiata dimostrativa sulla spianata delle Moschee nella Città Vecchia di Gerusalemme in territorio religioso e sotto amministrazione palestinese e accese una miccia potente, quella della disperazione dell'Intifada. Era il 28 settembre 2000".


D'accordo, si dirà, Barak non ha rispettato gli impegni: ma anche questa è colpa di Arafat, che doveva prima "porre fine alla violenza", e non lo ha fatto.

E qui si può rispondere in vari modi. Primo: ammesso che Arafat ne abbia voglia, ne avrebbe la possibilità? Nei primi mesi della Seconda Intifada, l'esercito israeliano ha colpito sistematicamente tutti i centri di potere e controllo stabiliti dall'Autorità Nazionale Palestinese (le sedi della polizia). Per molti mesi Arafat è rimasto assediato a Ramallah. Nello stesso tempo, gli si rimproverava di non saper controllare il suo popolo.
Ma non è stato soltanto a forza di bombardamenti che l'autorità effettiva di Arafat sul suo popolo è stata distrutta. Arafat è, nel bene e nel male, l'uomo che ha accettato una tesi: l'idea di uno Stato Palestinese in Cisgiordania e a Gaza, con capitale a Gerusalemme. Questa tesi non è gradita a una gran parte dei palestinesi. La maggioranza? Non lo so. Ma soprattutto, è stata rifiutata dai vertici israeliani, che sin dai tempi di Rabin hanno temporeggiato, alzato sul prezzo, e intanto edificato nei territori Occupati. Per il vecchio leader è stato sempre più difficile difendere la sua linea davanti a un popolo giovane, cresciuto con la mentalità dei profughi, che si scontra ogni giorno con la realtà dei check point e vede coi suoi occhi i cantieri degli insediamenti dove prima c'erano i villaggi.
Specie quando la sua linea è totalmente irrealizzabile – come Arafat deve essersi reso conto prima o poi, a Camp David o nella Sala Ovale, o piuttosto nel suo bunker di cemento durante l'assedio. I vertici israeliani (specie gli ultimi due, vecchi generali in pensione) non hanno nessuna intenzione di concedergli quello che vuole. Preferiscono giocare con lui come il gatto con il topo, blandendolo e rimproverandolo, come si fa coi detenuti.

Infine: anche ammesso che la colpa sia di Arafat (e le sue responsabilità le ha, lo abbiamo detto), signori: cosa facciamo? Cosa stiamo facendo? Lo arrestiamo, lo processiamo? Convochiamo nuove elezioni democratiche a Gaza e in Cisgiordania, come in Iraq? Io sono favorevolissimo. Arafat non mi è mai stato simpatico. Non ha il carisma di Mandela, ha vinto molte meno battaglie di Guevara, e come dirittura morale lascia molto, moltissimo a desiderare. È solo un vecchio guerrigliero che ha afferrato al volo quella che poteva essere la sua ultima possibilità di sistemarsi: diventare lo sceicco di un piccolo stato cuscinetto tra Israele e gli stati arabi confinanti. Ma quando si è trovato davanti all'occasione storica (o alle due occasioni storiche) di firmare delle cambiali in bianco, tornando a casa con un pugno di mosche, si è tirato indietro. Liquidiamolo, avanti.
Non mi pare però che gli israeliani ragionino in questo modo: da quattro anni, ormai, lo tengono a Ramallah sotto sorveglianza satellitare. Gli hanno fatto il vuoto intorno: la maggior parte dei suoi collaboratori storici è finito male. Del resto, non lo vogliono come capo dell'esecutivo: infatti dalla Road map in poi gli hanno fatto nominare un Primo Ministro che fosse un po' gradito a loro e agli Usa. Un modo molto strano di intendere la democrazia, ma probabilmente Israele ha una specie di esclusiva sulla democrazia in Medio Oriente. Così, "è tutta colpa di Arafat", ma nessuno sembra voler fare davvero a meno di lui. In giro non c'è nessun capro espiatorio altrettanto convincente.

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Mi chiedo poi perché scrivo certe cose. Chi la pensa come me le sa già: chi è contrario, mi ha già mollato da diversi paragrafi. Non è molto più semplice metter su la foto di qualche bimba palestinese con la testa scassata da un proiettile israeliano, e poi una breve filippica sulla crudeltà degli israeliani e sull'ipocrisia degli occidentali che ogni giorno fingono di non vedere? Vedere è capire, no? E allora cosa serve tirar fuori vecchi appunti, percentuali, argomenti… un bello schizzo di sangue, e siamo a posto. Siamo in guerra, del resto, ce ne siamo accorti (almeno finché Arafat non metterà fine alla violenze).

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