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lunedì 28 febbraio 2005

Il disgelo

Caro Leonardo,
siccome tu sei me, non c'è bisogno che te lo spieghi: sono depresso.

Sono sempre depresso quando se ne va un'influenza. I dolori se ne vanno e resta tutto questo spazio per l'angoscia.
Di solito succede a febbraio, e quasi sempre è un giorno limpido. Io odio i giorni limpidi di febbraio, per diversi motivi. Se c'è ancora uno sprazzo di neve fuori, la luce è come moltiplicata, filtra dal mio abbaino e mi trapassa il cuore. E dire che sono vecchio, ormai. Ho fatto il callo a tutte le malinconie d'inverno e a tutti gli affanni della primavera: ma il disgelo è un'altra cosa. È una tristezza sorda e lucida.
Questa è la stagione in cui i ghiacci eterni si sciolgono, i canali tracimano, e le paludi padane si sciacquano nel fetido bidé adriatico. Significa che è passato un altro anno, e io non ho portato Letizia a vedere San-Gem.
Non ricordo neanche più quando abbiamo smesso di andarci. Una volta passavamo ogni Natale: un giro in gondola in Canal Chiaro, la messa nel Duomo sommerso. Bisogna dire che ogni anno era meno pittoresco e più fangoso. Poi ci fu il famoso assedio, perché i Padani delle Paludi avevano escogitato di sequestrare i monumenti dell'Umanità e chiedere un riscatto all'Unesco: ma essendo Padani fecero solo un gran casino, uno dei loro Incursori tirò la leva sbagliata, e la cupola pressurizzata intorno al Duomo s'incrinò. Questo almeno secondo l'inchiesta ufficiale. Qualche fallaciano suggerì che si trattava di un sigillo dell'Apocalisse, il quarto o il quinto, non so. Ma da allora in poi bisognava proprio volerle bene, a San-Gem, per tornarci. E io forse non le voglio così bene. Non più.
Vorrei anche vedere, dopo quel che ho fatto a Defarge.

Tempo fa, quando ci fu il ripulisti, e m'iscrissero d'ufficio a un corso di Rieducazione, facendomi firmare una liberatoria in cui affermavo di trovarmi molto bene in quel Campo lì, che il vitto era ottimo e che nessuno mi torturava contro la mia volontà, io ero un po' inquieto.
Sapevo benissimo cosa volevano da me: il rifugio di Defarge. Io, però, questo non glielo potevo dire, per mille ragioni di lealtà e decoro, e anche perché non lo sapevo. Se lo avrei saputo, magari avrei fatto l'eroe: ma non lo sapevo, punto. Farti torturare per una qualcosa che non sai è quanto di più assurdo possa succederti a questo mondo: e pensare che accade a molte persone, molte più di quanto non si creda.
Così gli dissi (le mani legate ai piedi posteriori della sedia, uno stivale chiodato sulla testa), all'Inquisitore io gli dissi: sentite, dove sia non lo so, ma se lo conosco un minimo è a San-Gem. Insomma, dove volete che sia. Dove volete che vada. Ma ve lo devo dire proprio io?

In seguito, dentro di me, si sono sviluppate due scuole di pensiero. La prima va molto forte nella stagione autunno-inverno, e sostiene che tecnicam non è stato tradimento. Tradimento è quando tu abusi della fiducia di qualcuno. Ma Defarge in questo caso non aveva avuto fiducia di me: era partito senza dir niente. (Troppo giusto, col senno di poi). Ma siccome non m'ha detto niente, io non posso averlo tradito. Mi sono limitato a esprimere un parere a un Inquisitore che me l'aveva chiesto. Un parere? Un'ovvietà. Come dire: d'inverno nevica. D'estate c'è il sole. A febbraio, il disgelo. Non ci sono più le mezze stagioni. E se Defarge non è qui, è a San-Gem. E una volta qui era tutta campagna. Questa è la prima scuola di pensiero.

La seconda scuola, che s'impone nella primavera-estate, muove da una differente considerazione: chi l'ha poi detto che Defarge fosse a San-Gem davvero, il primo posto in cui tutti l'avrebbero cercato? E allora chi lo sa, può darsi che sotto sotto, senza dirlo a nessuno, io davanti a quell'Inquisitore abbia dimostrato mostrato nervi saldi, scaltrezza e tempra d'eroe. Senza i compiacimenti sadomaso di chi per essere eroe deve per forza farsi un po' torturare. No. Prendere tempo, snocciolare ovvietà, confondere le acque, depistare, e nel frattempo recitare la parte dell'uomo nudo, legato a una sedia, che trema come una foglia e implora di non essere ucciso ché ha famiglia: riuscite a immaginarvi qualcosa di più eroico? Io no. Almeno per sei mesi l'anno, no.

Così lo vedi, Leonardo, il problema non è l'autunno-inverno. E neanche la primavera-estate. Io ho alibi comodi, confortevoli, per tutte le stagioni. Ma il disgelo. Il disgelo mi frega sempre.
Sono solo in casa, convalescente sul divano. Letizia è a scuola, Concetta a far la spesa. Mi hanno lasciato solo con la luce, quella impietosa luce azzurra. L'abbaino è una specie di specchio, e se stringo gli occhi riesco a specchiarmi. Ci sono io dall'altra parte. Come nel sogno. Ci sono io…

Rumore di chiavi. Un mazzo piccolo. Io riconosco le mie due mogli dal rumore che fanno con le chiavi.
Concetta per esempio ha un mazzo enorme, come la vecchia di Raskolnikov, un mucchio di ferraglia che si annuncia dalla tromba delle scale.
"Svelto, non abbiamo molto tempo".

Difatti questa è Assunta, e indovina un po', non è sola.
"Assunta, sei matta?"
"Anzi, mi sembra di essere rimasta l'unica persona un po' sensata in questo Trimonio".
"Se vi scopre… "
"Se ci scopre vedremo, ma tu sei a letto da una settimana con la febbre alta, e quando una persona sensata ha la febbre, chiama un dottore".

Già, un dottore. "Buonasera Immacolato".
"Buonasera dottor Damaso, posso essere onesto? Lei è l'ultima persona che vorrei vedere in questo momento".
"Che cattivo carattere oggi, eh? Buon segno. Molte persone vanno in depressione al termine della convalescenza".
"Ma và, non lo sapevo".
"Si scopra la schiena, andiamo. La ausculto un po' – e intanto facciamo il punto sul nostro comune amico. Dica trentatré".

Mi sembra di stare in una barzelletta. A un suo cenno, Assunta fila in cucina. Le fa rigare dritte le donne, lui.

"E andiamo Immacolato, un po' di collaborazione!"
"Trentatré, trentatré".
"Bene. Ma lei è un groviglio di nervi, sa? Si metta un attimo prono".
"È anche un fisioterapista, dottore?".
"Glielo detto, al Maggiore c'ingegniamo. Ora, come andiamo con Taddei? Lui comincia a spazientirsi. Ha preparato le risposte?"
"No".
"Troppo malato?"
"No, no. È più grave di così".
"Più grave?"
"Senta dottore, come avrà capito io sono un po' col culo a terra, attualm. Ma solo un po'. Metà acconto glielo posso rendere tra una settimana. Il resto tra un mese. Agli interessi che vuole lei, se vuole degli interessi. Mi dispiace, ma non posso più lavorare per lei. Ouch! Che cosa mi ha fatto?"
"Che brutti nervi che ha, Immacolato. Che brutti nervi".
Assunta bussa alla porta, neanche fosse in casa d'altri. "Qualcosa che non va?"
"Tutto bene cara, prego, lasciaci soli".

[continua]

venerdì 25 febbraio 2005

Un incubo e 10 domande

Caro Leonardo,
adesso va meglio, ma un febbrone così non mi veniva da anni.
L'influenza si è fatta annunciare da un sogno assurdo – io che non faccio incubi da quando ero bambino. Fu proprio l'altra sera, rincasando dall'ospedale.
Avevo camminato per un'ora, sotto una fitta pioggia di minuscoli grani di ghiaccio. Il sogno ricominciava da lì: di nuovo ero là fuori, sotto la pioggia, e camminavo, ma non avevo più una casa a cui tornare. Nel sogno sentivo una grande angoscia per Letizia. A volte era davanti a me e non riuscivo a raggiungerla. Altre volte era al mio fianco. Reggeva un orsetto che non era suo, suo fratello ne aveva avuto uno simile. Almeno una volta mi chiese: "Papà, cos'è Bar Taddei?"
"Tesoro, non te lo posso dire".
Io sapevo quanto fosse importante per lei, e mi vergognavo di non poterglielo. Temevo anche di offenderla, e subito la perdevo. Poi mi sentivo scuotere, ed era Assunta, arrabbiata, che mi chiedeva dove fosse Letizia. (Ho saputo più tardi che davvero Assunta venne a scuotermi, perché dal letto chiamavo Letizia a gran voce).
Nel sogno avevo paura di trovarmi solo con Assunta. Temevo che Concetta ci scoprisse e ci cacciasse via. Inoltre, ero vestito da Capitan America e me ne vergognavo profondam.
"Ma come sei conciato", rideva lei. E io – siccome la logica dei sogni è tutta particolare – continuavo a chiederle se avesse visto Letizia.
"Certo, eccola qua!" E mi porgeva l'orsacchiotto. Cercavo di spiegarle che Letizia non era l'orsacchiotto, invano.
Poi – sempre per via della logica nei sogni – l'orsacchiotto cominciò ad appartenermi perché lo avevo vinto a una Pesca del Festival dell'Amicizia, in un'estate di un agosto lontano, tirando a sorte un 52. Ma poi, invece dell'orsetto, mi veniva consegnata una Graziella azzurra, la bicicletta su cui salivo di nascosto a mia madre. Un attimo dopo ero in sella – e a quel punto mi svegliavo e mi trovavo in una galleria dell'inferno, nudo, in sella a una cyclette, ammanettato al portapacchi. Ciò che rendeva spaventosa questa parte del sogno era la straordinaria impressione di realtà: io sapevo che tutto il resto era sogno e quello era la realtà, per sempre, e non avevo più nessuna paura, ma un'angoscia orribile. Tutto intorno, disseminati fin oltre l'orizzonte, file di ciclisti uguali in tutto per tutto a me, salvo che indossano il passamontagna del Capitano. Sopra di me, non il cielo ma la volta di una caverna: sospesi alla volta, ancora ciclisti come me, capovolti. Come un grande specchio.
Poi la volta diventa davvero un grande specchio, e io penso: se guardo bene, riesco a vedere anche il mio volto riflesso. Guardo in alto. Mi vedo. Tutto tranne il volto. Metto a fuoco. Ora mi vedo. Ma non sono più io. O no?
Grido.

"L'altra notte avevi quaranta minimo".
"Come fai a dirlo, Concetta".
(Abbiamo perso il termometro).
"Deliravi".
"Dai, come nei romanzi! E cosa dicevo?"
"Di tutti i colori. Hai persino tirato fuori il 52, davanti ad Assunta, ho avuto paura. E parlavi inglese".
"Io? In inglese?"
"Qualcosa su un orsetto, mi pare. E a un certo punto ci siamo messi a ridere perché hai urlato forte: Sono giovane!"
"Guarda, non ti puoi immaginare lo spavento. Era come se il cielo fosse uno specchio, e io mi specchiavo, ma la mia faccia era diversa. Aveva vent'anni di meno".
"Ah, capisco lo spavento".
"Guarda che non niente male, sai".
"Oh, ma sei ancora niente male".
"F'nql"
"E adesso sei anche un uomo importante. Ti è arrivato un messaggio Supernet, stamattina".
"Per me? E che dice?"
"Non si sa. È tutto crittato, anche il mittente. Serve il riconoscimento oculare. L'unica cosa che si capisce è la parola urgente".
"Va bene. Dammi una mano ad alzarmi".

Il sistema di messaggeria via Supernet è roba da ricchi professionisti, ormai. Mentre fisso il lettore ottico per farmi riconoscere, mi viene un attimo di panico: e se fosse un sistema per spillarmi soldi? Un messaggio pesantissimo a carico del destinatario? Poi compare il nome del mittente: Ospedale Maggiore. Meno male.
In seguito, purtroppo, compare anche Damaso, seduto dietro la sua scrivania. Concetta, che è di fianco a me, spalanca la bocca e non la chiude più per un po'.

INIZIO MESSAGGIO

"Buongiorno Immacolato.
Ho saputo da Assunta della tua influenza, spero che tu possa rimetterti quanto prima. Ne approfitto per scusarmi per il modo in cui ti ho trattato l'altra sera. Ero al termine di un lungo turno straordinario, e avevo passato l'ultima mezz'ora a cercare di immobilizzare quell'energumeno... spero che accetterai le mie scuse.
Devo riconoscere che il tuo breve intervento è stato in un qualche modo risolutore. Dall'altra sera Taddei si è decisam ammansito. Tanto che stiamo riflettendo se non sia il caso di levargli le manette".

(È rimasto ammanettato tutto questo tempo?).
"L'idea che da qualche parte ci sia una persona che è in grado di comunicare con lui gli è di grande aiuto. D'altro canto, il fatto che tu sia mancato all'appuntamento che avevate fissato è stato per lui un grande motivo di frustrazione. Gli abbiamo spiegato che eri indisposto, ma non è che si fidi molto di noi. Nel frattempo ha stilato la lista delle prime dieci domande che tu gli avevi chiesto.
Ho pensato di fartele avere via Supernet, di modo che tu possa preparare risposte convincenti e misurate. Non sarebbe male se tu ti facessi vivo con le risposte al più presto, di persona o via Supernet. Addebita pure il messaggio al destinatario..."

(Che gentile).
"... provvederò io a scalarlo dal tuo compenso".
(F'nql).
Stacco. Compare il faccione di Taddei in primo piano. Una voce fuori campo che dice: Adesso puoi parlare. Si schiarisce la voce.
"Molto bene, signor... signor Immacolato, mi hanno detto che è ammalato e che in questo modo io posso comunicare con lei. Le faccio i migliori auguri e le pongo le dieci domande che mi aveva chiesto. Ci sono molte altre cose che vorrei sapere, ma queste mi sembrano indispensabili per cominciare.
(Adesso è lui a darmi del lei?)

Uno. Questa in realtà gliela avevo già fatta, ma spero che nel frattempo abbia controllato: chi ha vinto le elezioni americane del 2004?
Due. Osama Bin Laden è stato catturato?


"E chi diavolo sarebbe questo Osama..."
"Zitta, Concetta".

Tre. Qual è la situazione attuale del Medio Oriente? L'Iraq è una repubblica democratica? Mi sembra che questi infermieri non sappiano nemmeno cos'è l'Iraq. Mi sembra che non sappiano niente... mi dica lei, per favore.
Quattro. In realtà farebbe parte del Tre... Come è stato risolto il problema del terrorismo islamico nel territorio di Israele? Perché è stato risolto, non è vero?


"Mac, siediti, sei pallido come un cencio..."
"Ssst, Concetta, per favore".

Cinque. Nel nostro unico colloquio, a un certo punto lei accennava al fatto che gli Stati-Nazione non esisterebbero più. Si riferiva per caso all'Unione Europea? Qual è l'attuale assetto politico europeo? La Turchia ne fa parte?
Sei. Quali sono i nostri attuali rapporti con gli Stati Uniti d'America? Spero buoni.
Sette. Dai discorsi dei miei carcerieri infermieri, mi è parso di capire che l'Italia, o come diavolo si chiama adesso, è attualmente coinvolta in operazioni militari contro la Libia. Potrei avere qualche ragguaglio sulle ragioni e l'andamento del conflitto? La Libia è forse una dittatura islamofascista? Gli USA partecipano al conflitto?
Otto. Questa è solo una curiosità mia, credo legittima: perché sono stato vestito così? Potrei cambiarmi?
Nove. Mi è capitato di chiedere del caffè. Qui sostengono che il caffè in Italia non si beve più perché non… "non piace più a nessuno". Mi stanno prendendo in giro?
Dieci. Cosa c'è nella stanza 68? Mi riferisco alla stanza 68 di questo ospedale. Gli infermieri vi alludono spesso. Si tratta di minacce?".

FINE DEL MESSAGGIO


"Mac".
"Sì?"
"Il tuo nuovo lavoro…"
"Sì, è un'idea di Damaso".
"Perché lo hai accettato?"
"Perché stavamo alle pezze, come sai bene".
"Mac, ti sta incastrando".
"Eh?"
"Questo è materiale compromettente. Un tizio che ti fa delle domande sul caffè e sugli usastri via Supernet…"
"Concetta, è tutto a posto. È un progetto finanziato dal Teopop".
"Mac, ci vuole distruggere. Vuole portarci via Assunta e la bambina".
"Concetta, in tutta franchezza…"
"Ascoltami…"
"Tu mi preoccupi".
"No, tu mi preoccupi".
"No, c'ero prima io, scusa. Prima mi ferisci con un cutter; poi ti giochi i miei risparmi al lotto. E adesso mi salti fuori con un delirio paranoide. Concetta, tu non stai bene".
"Tu non stai bene. Ieri notte deliravi".
"Io ho avuto una febbre alta".
"Tu hai avuto una febbre alta perché l'uomo che si scopa tua moglie ti fa andare a spasso in una bufera di neve senza darti un passaggio! Ma lo capisci che vuol farti fuori!"
"Non era una bufera! Almeno il senso delle proporzioni!"

[Va avanti a lungo, ma mi fermo qui].

mercoledì 23 febbraio 2005

Il risveglio del Capitano (3)

Caro Leonardo,
quando alla fine sono arrivato all'ospedale, fradicio, il Cap era già sveglio, e mi guardava furente e imbavagliato dal vetro della corsia.
In quell'istante, ti dirò, non mi ha fatto una bella impressione. Era ammanettato ai due piedi posteriori della sedia su cui sedeva. Si tratta di una postura odiosa che conosco molto bene. Quando penso alla Rieducazione, mi vengono sempre due fitte ai fianchi.
"Ah, Immacolato, giusto te".
"Buonasera dottor Damaso. Non è che avete delle aspirine, qui".
"Senti, mettiamo in chiaro una cosa. Io ti pago. Anche piuttosto bene. Ti pago per un lavoro ed esigo puntualità".
Noto che ha già smesso di darmi del lei.

"Me la sono fatta a piedi da Porta San Felice. Con la neve si sono fermati i filobus…"
"Appunto perché nevica abbiamo dovuto togliere la corrente ai congelatori. Ordinanza comunale. Però vedi, Immacolato, nel mio congelatore non ci sono cento chili di macinato che posso congelare e scongelare quando voglio".
"Questo è meglio non farlo neanche col macinato…"
"Non interrompere. Lì dentro c'è un cervello, e io non posso continuare a tirarlo dentro e fuori senza aspettarmi dei seri danni cerebrali. Per essere franchi: questa è l'ultima volta che lo scongelo. O inizia a collaborare da stasera, o ciccia".
"Ciccia?"
"Nel cui caso, non avrò più bisogno dei tuoi servizi".
"E dovrò restituirti l'acconto".
"È chiaro. Stavolta è più calmo del solito, sai perché?"
"Tranquillanti?"
"Se ne avessi non li userei su di lui. Siamo riusciti a tenerlo un po' calmo promettendogli che stava arrivando uno importante, uno che conosce la risposta a tutte le sue domande. Spero vivam che tu le conosca".
"Al massimo me le invento".
"No. Quando non sai qualcosa, di' che risponderai più tardi, quando lui sarà pronto. A parte questo, meglio dirgli la verità. Le bugie sono più difficili da gestire".
"Ci sono delle verità che è meglio non sappia?"
"In che senso?"
"Per esempio: è il caso di dirgli subito che anno è, e che ha dormito per più o meno vent'anni?"
"Non lo so. Tu prova".
"Come 'prova', scusa, il neurologo sei tu".
"Se io sarei un neurologo vero non lavorerei qui, coglione. Entra adesso, e datti un contegno. Ti ha già visto".
"Mi ha visto? Ma io credevo che questo fosse uno di quei vetri a specchio che…"
"Ma per chi ci hai preso, la spectre? Vai, vai dentro".

"Ciao. Mi chiamo Immacolato, e tu probabilm sei Abramo Taddei, detto Bar. Mi hanno detto che hai domande da farmi".
Quando sei ammanettato ai piedi posteriori di una sedia, quello che ti fa incazzare è che non ti senti veram immobilizzato. Non lo sei. Sei sempre sicuro che ci sia un qualche sistema per liberarsi. Così inizi a contorcerti. Anche il Cap, appena ho aperto la porta, ha inarcato la schiena.
"Ti prego, no, non farlo. Rischi di…"

La sedia è di ferro e ha uno schienale ruvido e appuntito. Invariabilm, dopo due-tre minuti cadi a terra di pancia, con lo schienale puntato contro le vertebre, ed è tutta colpa tua, solo tua.
"Ecco, vedi. Aspetta, ti aiuto. Non urlare".
Gli tolgo il bavaglio, per sentirgli dire:
"Ma che fottuta tortura del cazzo è questa!"
"È una tortura stupida e artigianale. Tortura Teopop".
"E cos'è questo fottuto Teopop di cui tutti parlano".
Socchiudo le palpebre. "Il-Teopop-sei-tu".
"Ma che cazzo dici".
Spalanco le palpebre. "Scusa, è la forza dell'abitudine. Il Teopop è il… è il sistema nel quale viviamo".
"Ma siamo in Italia, sì?"
"Parzialm".
"Eeeeeh?"
"Intendevo dire: parzial-mente. Siamo un po' in Italia e un po' no".
"Ma possibile che in questo ospedale di merda non ci sia nessuno che ti sa rispondere a una fottuta domanda? Che cazzo vuol dire parzialmente? Siamo in Italia o no?"
"Noi non usiamo volentieri quella parola, Italia. È una cosa del passato. A noi il passato non piace".
"Perché non vi piace?"
"Perché non esiste. Così ogni tanto cambiamo i nomi alle cose. È un modo per abituarci ai cambiamenti. Inoltre, non esistono più le nazioni sovrane come le intendi tu".
"A-no?"
"No, esistono i sistemi. È una cosa un po' complessa. Se hai pazienza, posso spiegar…"
"Non ho nessuna fottuta pazienza. Liberatemi!"

Armeggia ancora con le manette. È molto energico. Guardo al vetro: dall'altra parte c'è Damaso con un bicchiere di cicoria in mano, che mi fa no con un dito.

"Non ti posso liberare, mi spiace. Non ho le chiavi".
"Credevo che tu fossi il capo ".
"No. Sono solo la persona che risponde alle domande".
"Oh, e va bene, fanculo. In che anno siamo? Duemilaetrecento? Cinquecento?"
"Vedo che sei cosciente di essere stato ibernato".
"Ma senti questo. Uno va a dormire e si sveglia in un fottuto congelatore in mezzo a un branco di sconosciuti in camice bianco che non sanno nemmeno chi ha vinto le elezioni del '04. Tu che fottuta spiegazione ti daresti?"
"Ricordi quando sei stato ibernato?"
"Col c… ricordo che ero sul divano che mi guardavo la notte delle elezioni, e un salatino fottuto mi è andato di traverso. Tutto qui. Mi sai almeno dire chi ha vinto?"
"Chi ha vinto cosa?"
"Le elezioni più importanti del mondo! Ma in che fottuto anno siamo? Ci sarà almeno scritto nei vostri libri di storia…"
"Senti, prima te lo dico meglio è. Siamo nel 2025".

Succede qualcosa. Il Capitano, che fino a quel momento continuava a saltellare nervoso sulla sua sedia, si lascia cadere di peso. Mi guarda negli occhi. Nei suoi begli occhi azzurri c'è scritto: dimmi che non è vero.
Io mi frugo nella tasca. Da qualche parte devo avere… ecco. La tessera annonaria. Una cartapecora sottile con la scritta "2025" bene in evidenza. È un po' stropicciata, ma visibilm nuova. Gliela mostro. Aggrotta la fonte.
"Per stasera non ho altre prove con me; ma nei prossimi giorni, se sarai un po' più calmo, convincerò Damaso a farti uscire. Gireremo per la città e ti convincerai che non sto mentendo. Non ho alcun interesse a mentirti. Questo è il febbraio del 2025. Tu hai un buco di vent'anni abbondanti. Ma in questi vent'anni sono successe molte cose".
Lui sembra aver perso ogni curiosità.ora guarda un punto del pavimento.
"Mia moglie".
"Proveremo a rintracciarla. Ti dico subito che non sarà facile. Può anche darsi che non sia membra del Teopop, ma di un altro sistema. In quel caso sarà quasi impossibile".
"Devo andare su Internet".
"Non puoi, mi dispiace".
"Perché? È proibito?"
"No, noi non proibiamo nulla. Ma Internet non si usa più".
"Che cosa?"
"Ti prego, cerca di capire. Tu hai un buco di vent'anni, non è uno scherzo. Vent'anni fa Internet era una tecnologia all'avanguardia; oggi è desueta e non la usa più nessuno. Come i dischi in vinile o… i CD".
"Non avete più nemmeno i CD?"
"Buon Dio, no! Tu vent'anni fa ascoltavi ancora CD?"
"Va be', chi se ne frega. Se non c'è internet, ci sarà qualcosa di molto più avanzato, no?"
"Certo, certo che c'è".
"E allora voglio andare su quella cosa molto più avanzata, e trovare dove sta mia moglie".
"Non è possibile neanche questo, mi spiace. La cosa molto più avanzata non consente agli utenti ricerche di persone e oggetti per uso personale ".
"Ma è mia moglie!"
"Guarda, se è per quello non esistono più nemmeno i matrimoni".
"Eh?"
"Sono stati cancellati. E in ogni caso tua moglie oggi è bisbattezzata, quindi…"
"Bisbattezzata?"
"Ha cambiato nome. Abbiamo tutti cambiato nome. Sempre per il motivo che ti dicevo: abituarsi al cambiamento. Anche tu, forse è meglio se ti ci abitui. Per esempio: tu quanti anni hai?"
"Trenta".
"Ne hai trentuno. Tua moglie?"
"Ventinove. No. Trenta".
"No, Bar, non Trenta. Cinquanta".
"Ma certo, è naturale".
"Sei sicuro di trovarlo naturale?"
"Ma sì, sì. Ma lei magari è in pensiero per me".
"Bar, sono passati vent'anni. Hai capito? Vent'anni".
"Sì, sì, certo"

Scuote la testa, mansueto come un agnellino. Mi volto un attimo per gustarmi la faccia di Damaso. Sembra impassibile, ma ha ancora il bicchiere di cicoria pieno. Si è dimenticato di averlo in mano.
"Bar, ascolta. Nessuno ti vuole male, qui. Anzi, noi abbiamo bisogno di te. E tu hai bisogno di noi. Etcì".
"Salute".
"Grazie. Senti, adesso si è fatto tardi e io mi sto prendendo un accidente. Ma pensavo di tornare domani. Tu fa così: preparami una lista di domande. Dieci domande. Io le leggo e ti rispondo, così non perdiamo tempo. D'accordo?"
"Io… d'accordo. Ma dimmi almeno chi ha vinto quelle fottute elezioni".
"Italiane?"
"Americane!"
"Dammi un aiutino. I candidati erano…"
"Bush e Kerry".
"Ma sì, certo, Bush, il padre di quell'altro che…"
"Mi prendi in giro? Nel 2004 era Bush figlio!"
"Il figlio? Nel 2004? Sei sicuro".
"Come se fosse ieri. Anzi, è ieri per me".
"Sarà. Comunq credo che abbia vinto l'altro, come si chiamava…"
"Kerry?"
"Sì, direi di sì. Cioè, credo".
"E tu saresti quello che ha tutte le risposte?"
"Senti, è roba antica, in vent'anni ci sono stati tanti presidenti e non puoi pretendere che…"
"Ma quelle erano elezioni decisive!"
"Ma sì, certo, come no. Adesso scusa, devo andare.
Etcì".

lunedì 21 febbraio 2005

Il regime vintage

Caro Leonardo,
Tempo di merda (neve). E poi dicono: la terra si surriscalda. E più si surriscalda più a San Petronio nevica in gennaio. Una gran presa in giro. Io odio la neve, per strada mi si bagnano i piedi e non mi si asciugano più. E l'obbligo di staccare il frigo – che anche se non lo rispetti, dopo un po' la luce si stacca ugualm, quindi… le risse coi vicini di casa perché dal loro davanzale è sparito un pezzo di carne. Lo sanno tutti che è il cane del portiere. Adora succhiare le braciole congelate. O le seppellisce in qualche aiuola e le recupera frolle in primavera. I cani di San Petronio sono i più astuti del mondo, erediteranno la città.
Sono molto teso per via che stasera ho il mio primo colloquio con il Cap (scongelano anche lui). Sempre ammesso che smetta di nevicare e un filobus riesca a portarmi in Ospedale. A piedi rischio di prendermi un accidente. Beh, magari Damaso ha un'aspirina. In un ospedale dovrebbe averne. È bello avere amici dottori (come Assunta ben sa).

L'altro giorno in facoltà è successo un incidente curioso. Come promesso, ho visto Fahrenheit 451 coi miei studenti. Dev'essersi sparsa la voce che si proiettava roba bizantina in facoltà, così c'era quasi una dozzina di studenti, un successo. "Dopo una mezz'ora usciranno tutti", pensavo. E invece no, si sono bevuti tutto il noiosissimo film che è un piacere. La nouvelle vague torna di moda. Pazzesco. Vent'anni fa i film così te li tiravano dietro. Adesso più sono lenti e noiosi meglio è. L'anno prossimo provo con un muto in bianco e nero. La Corrazzata Potiemkin, perché no. Magari si commuovono e piangono. Ma forse è un film scoraggiato dal Teopop (il Teopop non proibisce, il Teopop scoraggia).

Per quasi tutto il film la biondina ha tenuto l'ipodo puntato sul video. Ha ripreso il film con quell'affare. Oltre a essere probabilmente proibito fortem scoraggiato, è anche dispendiosissimo. Continuo a pensare che un informatore userebbe mezzi più discreti.
Finito il film c'è pure stata un po' di discussione. Io non ero molto ispirato, volevo sparare il solito paio di palle e andarmene. Il trito argomento: perché i film fantascientifici del passato trattavano così spesso di regimi totalitari?

"C'è un motivo politico: la paura per il regime bolscevico, che in quel periodo controllava metà del Continente. Il ricordo ormai cristallizzato del nazismo. Ma ci sono anche ragioni più banali e contingenti. Per esempio, le scenografie.
Un film ambientato in un futuro, come questo, ha bisogno di scenografie avveniristiche molto costose. In questo caso la produzione se la cava con poco, come vedete. Una monorotaia nella campagna, un quartiere all'avanguardia ripreso dall'alto, qualche elettrodomestico 'strano', e il gioco è fatto".
"Ma prof, i telefoni…"
"Bravo, ma non chiamarmi prof. I telefoni, come hai notato, sono pezzi d'antiquariato. È un trucco molto semplice: invece di perdere tempo a immaginare il design di un telefono del futuro, si ottiene lo stesso effetto di spiazzamento temporale con un telefono del passato, che si immagina tornato di moda. Con un notevole risparmio di tempo, denaro e fantasia, perché l'oggetto del passato non va immaginato: basta recuperarlo da un trovarobe.
Tutto il film è giocato su questa specie di effetto vintage, anche se a distanza di 60 anni è difficile rendersene conto. Prendete l'autocisterna dei pompieri: le linee della carrozzeria rimandano alla prima metà del Novecento. Così le tute dei pompieri, che ricordano vagam le uniformi nazifasciste, ma anche le tute da operai. Tutto il futuro del film è ricostruito con scarti del passato. Possiamo interpretare questa scelta come un'ossessione per i regimi totalitari degli anni '30-'50, ma anche come una semplice scelta economica. Il passato è molto più facile da rendere, specie se è un passato vicino a noi e facilmente riconoscibile. Per spiegare allo spettatore che i pompieri sono 'i cattivi', non c'è bisogno di molte parole. Basta vestirli di nero.
Questo espediente economico finisce però per segnare il nostro modo di vedere il futuro. Negli anni '50 e '60 molti film di fantascienza ci mostrano il futuro come un incubo totalitario. Per motivi politici, ma anche perché l'incubo totalitario è l'opzione cinematografica più semplice ed economica. Per evitare di dovermi inventare scenografie fantasiose (e costose), io invento un regime totalitario che non solo è privo di qualsiasi fantasia, ma che la reprime: come i pompieri di questo film, che bruciano i libri. Siccome poi i regimi totalitari sono spesso in recessione economica, non ho nessuna necessità di inventare troppi accessori futuribili. Ci saranno ancora vecchie case in stile normanno, la gente si sposterà in treni non molto simili dai nostri. Addirittura, le scenette familiari non saranno molto diverse dalle nostre. In questo senso, dietro lo schermo del futuro, il film ruota su un dramma che più "anni '50" non si può: il marito rincasa stanco e vorrebbe mettersi a leggere in santa pace, ma la moglie casalinga e alienata insiste per guardare qualche stupido programma in tv.

A questo punto la biondina alza la mano.

"Sì?"
"Mi scusi, prof…"
"Niente prof".
"Non importa. Se ho capito bene lei sta dicendo che gli autori del film, come si chiamano…"
"François Truffault e Ray Bradbury".
"Quelli. Lei li sta accusando di essere i dittatori del loro mondo del futuro. Il loro piccolo mondo del futuro è piatto noioso e repressivo perché loro non avevano i mezzi e la fantasia per immaginarne uno meno piatto noioso e repressivo".
"Ma no, no, non sto dicendo questo".
"A me sembrava così".
"Ma no, è che… è che… È chiaro che, una volta immaginato questo mondo piatto noioso e repressivo, l'avventura dell'eroe del film consiste proprio nella rivolta, nello scardinamento del regime, nella conquista della libertà".
"Ecco, questa è un'altra cosa che non ho capito. Chi è l'eroe del film?"
"Ma… è Montag, il pompiere ribelle, no? Mi sembra chiaro".

In quel momento mi accorgo di avere addosso almeno 24 occhi perplessi. La biondina sta per riprendere, ma il quattrocchi davanti a lei la interrompe.
"Professore, io non sono tanto d'accordo. Quel pompiere uccide un uomo".
"Un uomo?"
"Il suo capo".
"Ah già, certo, sì".
"Lo uccide con lanciafiamme! Davanti a tutti! Nessun altro nel film compie un'azione talm crudele".
E la biondina, dietro: "È un uomo che si è fidato ciecam di lui. È quasi un padre per lui".
"E Montag lo uccide. A sangue freddo! Preferisce bruciarlo vivo piuttosto che dare alle fiamme qualche libro".
Cerco di riprendere la parola. "Ma non capite. I libri simboleggiano la fantasia, la capacità di scambiare le nostre vite con quelle dei nostri simili. Per Montag dietro ogni libro c'è un uomo".
Mi interrompe la biondina. "No, professore".
"Come sarebbe a dire no?"
"È esattam l'inverso. Per lui dietro ogni uomo c'è un libro. Gli uomini non gli interessano. Sua moglie non gli interessa. La fa piangere, fa piangere le sue amiche. Suo padre non gli interessa: lo brucia vivo. Lo ha detto lei: la sua ansia di libertà è quella del padre di famiglia che torna a casa e vuole soltanto leggere in santa pace. Immergersi nei libri. Dimenticare i suoi prossimi".
"È un maledetto feticista. Necrofilo, anche. Gli uomini gli interessano purché morti da un pezzo, e riconvertiti in carta".
"Su, ragazzi, calma adesso".
"Alla fine va a vivere nei boschi, in mezzo a un gruppo di gente alienata come lui, che non ha più veri rapporti umani".
"Ma non capite. Quelle sono le persone libere".
"Non sono d'accordo. Quelli sono ancora più alienati degli abitanti della città".
"Non comunicano più. Citano. Il citazionismo è la fine della comunicazione".
"Il citazionismo non è un bel lavoro".

A questo punto, siccome sono vecchio ma non ancora del tutto scemo, capisco qual è il problema.
Il problema è che c'è un defargista in sala. Probabilm è il quattrocchi. Si è fatto sfuggire un defargismo tipico. "Il citazionismo non è un bel lavoro". Non credo che Defarge lo abbia detto, ma avrebbe benissimo potuto.
E forse c'è di più. Forse anche la biondina al suo fianco è una defargista. Forse, anzi, la vera defargista è lei, e il compagno sta defargizzando solo per darsi un tono. Tipico dell'età.
Ma questo significa anche che, essendo di gran lunga la biondina la persona più avvenente del corso, tutta la mia classe diventerà in tempi brevi un covo di defargisti scatenati. E io faccio in tempo a tornare in Rieducazione entro la fine del semestre. La cosa più saggia sarebbe allontanare la biondina, subito.

Apro il registro alla pagina delle foto segnaletiche. Il Quattrocchi si chiama… Teresino. Nato decisam nel giorno e nell'anno sbagliato.
"Teresino-del-Bambin-Gesù".
"Sono io, sì".
I compagni, è ovvio, ridacchiano.
"Teresino, non mi è piaciuto il tuo atteggiamento durante la lezione".
"Ma sono solo intervenuto con…"
"Sei intervenuto a sproposito e con una foga che non si addice al tempo e al luogo. Per questo motivo passerai la prossima lezione nell'aula 68".
Teresino sbianca. Anche il resto della classe ammutolisce. Si vede che non ho fama di duro. La biondina guarda in basso. È meglio battere sul ferro, ora.
"La settimana prossima mi consegnerete un elaborato. Un riassunto del film e le vostre opinioni in merito. Soprattutto le vostre opinioni saranno esaminate con estrema attenzione. Sono stato abbastanza chiaro?"
Altroché se lo sono stato. Defluiscono rapidam; molti non torneranno più. Ecco come ti stronco l'idra a nove teste del defargismo. Per ultimi escono Teresino e la biondina. Si bisbigliano qualcosa.
Lei mi fa un gestaccio.

giovedì 17 febbraio 2005

Il risveglio del Capitano (2)

Caro Leonardo,
come ben sai, sono all'Ospedale Maggiore, ospite dell'amante di mia moglie, davanti a una mummia congelata in calzamaglia, e mi sto giusto chiedendo: cosa posso fare io per Capitan America?


"Quel che ci serve", dice Damaso, "è una specie di interprete".
"Non di inglese, spero. Il mio è parecchio arrugginito".
"Niente inglese. L'uomo che ha di fronte è italiano".
"Italiano in che senso?"
"Nel senso che è nato nella Repubblica Italiana, come lei e come me, e risponde al nome pre-teopop di Taddei Abramo detto Bar, nato nel giugno 1973 in questa città. I suoi documenti erano allegati alla bolla di accompagnamento".
"Non lo avete trovato in un iceberg, allora".
"Non credo di sapere cos'è un iceberg. Taddei ci è stato consegnato sei mesi fa, nel quadro delle trattative trilaterali di pace tra noi, bizantini e usastri".
"Uno scambio di prigionieri".
"Precisam. Come sa, stiamo facendo il possibile per recuperare i nostri uomini catturati dagli usastri nella campagna del '20, e loro ce li restituirebbero anche volentieri, ma non abbiamo prigionieri usastri con cui scambiarli".
"Non facevamo prigionieri, eh?"
"Proprio no, per quanto ci impegnassimo. Tutto quello che siamo riusciti a rimediare sono 18 ustascia bizantini presi nella campagna balcanica del '19, che abbiamo scambiato con 6 marines usastri catturati dai bizantini nel '15. Poi abbiamo offerto i sei marines agli usastri, che in cambio ci hanno dato …"
"Taddei Abramo congelato in costume da Capitan America".
"Proprio così".
"Bella sòla".
"Apparentem sì, siamo stati abbindolati. Durante le trattative gli usastri avevano alluso a un agente segreto dell'SSS caduto nelle loro mani da molto tempo".
"L'SSS è stato sciolto da Defarge almeno dieci anni fa".
"Appunto. E siccome dopo il suo scioglimento l'archivio SSS era stato distrutto, poteva trattarsi di un bluff. In ogni caso l'offerta era assai ghiotta. Un agente dell'SSS redivivo poteva aiutarci a far luce su molte cose. Senza dubbio valeva sei vecchi marines".
"Non credo che l'SSS mandasse i suoi agenti in giro vestiti da superoi".
"E perché?"
"Ma… perché avrebbero dato nell'occhio".
"Ah, sì? Noi pensavamo che la tuta blu fosse in qualche modo mimetica, che imitasse l'abbigliamento usastro, militare o civile…"
"Buon Dio, no! Gliel'ho detto, era un personaggio dei fumetti".
"Ma non lo sapevamo. Non potevamo saperlo".

(Caro Leonardo, mai avrei creduto di dover rimpiangere l'era della tv. Pure, è così: la gente è più stupida da quando non c'è più la tv. No, non stupida: ignorante. Non sanno cos'è un iceberg. Non hanno mai visto un usastro, non sanno come si veste, per l'oro potrebbe benissimo andare in giro con una calzamaglia rossa bianca e blu. E questa sarebbe la nostra prossima classe dirigente. Sconfortante).

"Senta, da come parla di tutta stafaccenda, lei mi sembra qualcosa di più di un primario".
"No, non si faccia pensieri strani. Sono stato coinvolto in quanto neurologo".
"Credevo fosse pediatra".
"Neurologo, pediatra, endocrinologo… ci ingegniamo, qui. Attualm ho stipulato un contratto a progetto con l'Esercito. Il progetto consiste nel rianimare Taddei senza farlo impazzire. Per limitare lo shock da risveglio, è stato trasportato nella sua città natale. Ora, per quanto riguarda la rianimazione, è una cosa semplicissima: basta staccare la spina".
"E perché non lo fate?"
"Lo abbiamo già fatto diverse volte. Il problema è tenerlo calmo una volta risvegliato. Mi ha già mandato sei badanti in infermeria. Ogni volta dobbiamo ricongelarlo e resettare l'operazione".
"Ah, ecco, comincio a capire".
"…E siccome non può ricordare i risvegli precedenti, ogni volta si comporta allo stesso modo. Sbatte le palpebre, si alza, e chiede chi ha vinto le elezioni. Non siamo ancora riusciti a capire di che elezioni stia parlando, ma per lui sono fondamentali. Tanto che s'innervosisce, fa altre domande impossibili, diventa violento… eccetera".
"E qui arrivo io, con la mia famosa memoria".
"E con la sua conoscenza della cultura usastra. Lei può aiutarci a capire Taddei, e può aiutare Taddei a capire noi. Una specie di interprete, come le ho detto. È stata Assunta a convincermi".
"Assunta sa di Taddei?"
"Assolutam no. Ma mi ha parlato molto di lei. Senza saperlo è riuscita a convincermi che lei sia la persona giusta per questo lavoro. Tanto più che in questo modo io do una grossa opportunità a lei e alla sua famiglia".
"Opportunità?"
"Suvvia. Taddei ha 52 anni, ma ne dimostra grosso modo venti di meno. È ragionevole pensare che sia stato ibernato all'incirca vent'anni fa".
"Il che esclude che possa trattarsi un agente dell'SSS. E allora, perché darsi pena?"
"Perché quella che per il Teopop si sta rivelando una "sòla", come dice lei, in altre mani può essere un'arma micidiale. Ci pensi, Immacolato. Non pensi solo a quel che può fare per Taddei. Pensi a quel che Taddei può fare per lei".
"Per me?"
"Lei lavora al Progetto Duemila, non è vero? Non trova che Taddei potrebbe rivelarsi una risorsa straordinaria? Un uomo in diretta dal passato. Un uomo che conserva in sé milioni di ricordi diretti, freschi, non cristallizzati".
"Giusto un po' surgelati".
"Converrà che è ben diverso. E allora, che ne pensa?"

Che ne penso. Penso che non sono del tutto sicuro di volermi trovare a tu per tu col Capitano, in una stanza di ospedale, nel momento in cui scopre che ha ronfato per vent'anni. Penso che non posso dire di no a Damaso: abbiamo già speso il suo acconto. Penso che forse ha ragione: Taddei potrebbe essere una risorsa importante per il progetto Duemila. Per me. E per la mia famiglia, certo.

Ma soprattutto penso: Bar Taddei, Bar Taddei. Io ho già sentito questo nome. Bar Taddei. È come una pietra che rotola in qualche crepaccio della mia memoria: e rotolando fa questo rumore: Bartaddei, bartaddei. Siamo coetanei, anche se lui in qualche modo è rimasto indietro. Bartaddei. Potrei averlo già incontrato: in ogni caso non mi riconoscerebbe. E allora perché continua a tormentarmi questo suono, Bartaddei, Bartaddei? Che vuol dire?
"Penso che accetterò".
"Magnifico. Quando possiamo fissare il primo incontro?"
"Se non le spiace, preferirei cominciare la prossima settimana. Ho qualche lavoro arretrato, capisce".
"Altroché se la capisco. A lunedì?"
"A lunedì".
"Le preparo un contratto per allora. Saluti".

Bartaddei, Bartaddei.
Dove ti ho già sentito.

mercoledì 16 febbraio 2005

Il risveglio del Capitano (1)

Caro Leonardo, che te lo dico a fare?
Per quanto possa prolungare questa mia non brillante esistenza, sotto sotto io resto un uomo del Novecento.
E in quanto uomo del Novecento, per lunga parte della mia vita ho praticato la fantasia, ben sapendo che c'erano limiti invalicabili, e incrollabili colonne d'Ercole a segnare il confine tra fantasia e realtà. Per esempio: una catastrofe climatica, un innalzamento del livello del mare, un'onda anomala che dilaga nella valpadana da oriente e travolge nei suoi flutti una civiltà: questa era fantasia. Un ingorgo nel traffico, un cielo tossico e piccante nei bronchi: questa era realtà. La prima era vagamente plausibile, ma impossibile; l'altra, ordinaria amministrazione. Se una logica superficiale poteva talvolta suggerirmi un collegamento tra fantasie catastrofiche e grigia realtà, l'inconscio più profondo la negava: la valpadana sott'acqua, figurati. Non siamo mica in un film. (Per film si intendevano i lungometraggi, spesso usastri, in cui si mostravano tutte le cose di cui si desiderava esibire l'impossibilità).

Invecchiando ho poi assistito a tanti avvenimenti, compresa la famosa onda anomala (che arrivò per altro in modo del tutto banale, salvo non ritirarsi più). Oggi, se racconti ai bimbi che a San Petronio vent'anni fa non si respirava (e la spiaggia a San Lazzaro non c'era), ti guardano male. Realtà e fantasia si sono travasate, e le colonne d'Ercole sono sempre là, indifferenti. Tutto accade in un composto squallore, ma io ho deciso di non stupirmi più di niente.

Per esempio: scoprono 19 copie conformi della Piramide di Cheope in Antartide? Beh, senz'altro è seccante per il turismo egiziano. Wojtyla scappa in Argentina e Berlusconi lo rimpiazza? Cose che capitano. I tibetani scoprono il segreto dell'Immortalità (che a loro manco interessa) e… lo brevettano? Cazzi vostri, avete voluto il WTO? Crepate. Gli Usastri si accingono a lasciare il pianeta? Si vede che non ci meritano. I cinesi cominciano a dislocare le fabbriche nella piana di Catania? Prima o poi doveva succedere.
Questo per dirti che se Damaso voleva stupirmi coi suoi effetti speciali, aveva proprio sbagliato il soggetto. Un uomo congelato. Un uomo in calzamaglia. Ma io sono un uomo del Novecento, cocco, io ci sono cresciuto, a pane e uomini in calzamaglia.

"Le dirò che forse la cosa che ci inquieta di più è proprio il costume ".
"Non glielo avete mai tolto?"
"Sì, sì, ma ci tenevo che lo vedesse come ci è arrivato".
"Non aveva per caso anche un cappuccio?"
"…"
"Un cappuccio blu, con un'A bianca sulla fronte e due ridicole alette bianche sulle orecchie, due minuscole ali di aquila… se ha presente com'è un'aquila".
"È fantastico".
"È anche un po' pacchiano".
"No, dicevo, è fantastico che lei… non mi sbagliavo sul suo conto. Come fa a conoscere la foggia del cappuccio?"
"Fa parte del costume".
"Si tratta di un costume particolare, dunq. Una specie di uniforme…"
"È il costume di un supereroe dei fumetti. Lei conosce i fumetti, immagino".
"Narrativa sequenziale. C'è tutto un canale Supernet che…"
"Quelli sono i fumetti in tv, non è esattam la stessa cosa. I fumetti sono nati a cavallo tra l'Otto e il Novecento, in America, e sono narrativa sequenziale su supporto cartaceo, con disegni misti a dialoghi e didascalie scritte. All'inizio li pubblicavano sui quotidiani, poi sono diventati un medium a sé".
"Aspetti, non ho capito. Come si fa a mettere su un foglio…"
"Si accostano tante vignette piccole, da sinistra a destra e dall'alto in basso, come le parole di un testo scritto".
"Affascinante. E lei ne ha viste?"

Se ne ho viste? Io ci sono vissuto dentro, bamboccio.

"…Ne ho viste, sì. Anche lei ne deve aver viste, quand'era bambino".
"Non mi ricordo niente. Quindi lei può aiutarci a identificare questo… personaggio?"
"Si tratta di Capitan America, un super-eroe usastro nato all'inizio degli anni Quaranta. I super-eroi sono uomini dotati di poteri sovrumani, che di solito mettono al servizio dell'umanità. In particolare Capitan America era l'interprete del patriottismo usastro, e divenne molto popolare con una serie di albi in cui sgominava torme di nazisti. Per dire, era in grado di fermare un carro armato a mani nude".
"E i lettori ci credevano?"
"No, ma leggevano ugualm. Era palesemente non credibile, ma proprio per questo assai divertente, mi segue?".
"No, credo di no".

No, non mi segui, non puoi. Ah, non fai più tanto l'arrogante adesso, eh? Sei nel mio territorio, adesso. Hai una mummia in calzamaglia in un congelatore e non ti resta che chieder consiglio all'uomo del Novecento. Generazione di mezzo, tzé. La vostra arroganza è pari solo alla vostra ignoranza.

"…Al termine della Seconda Guerra Mondiale il personaggio viene accantonato, per essere recuperato a metà anni Sessanta, quando la moda dei Supereroi conosce uno dei suoi ciclici revival. Così gli sceneggiatori immaginano che Capitan America venga ritrovato congelato in un iceberg, che l'avrebbe conservato integro per… vent'anni, più o meno".
"Mi suona in qualche modo familiare".
"Sì? Beh, sarà un archetipo dell'inconscio collettivo".
"In ogni caso, la sua conoscenza della cultura usastra è stupefacente".
"Grazie. Adesso però mi spiega chi è questo ragazzone e cosa dovrei fare io per lui".

[continua]

lunedì 14 febbraio 2005

Salve a tutti sono sempre io, Arci, quello che gestisce il sito e ogni tanto passa col riassunto.
Come forse saprete, Leonardo era un blog qualsiasi, fino a due mesi fa: un po' diaristico, decisamente prolisso, politicamente discutibile. All'inizio di gennaio sembrava aver chiuso; invece – a causa di un disguido di cui sono parzialmente responsabile – è soltanto slittato di vent'anni in avanti. Attualmente Leonardo scrive dal febbraio 2025. Scrive a sé stesso, perché dice di sentirsi più sicuro così. Purtroppo in questo modo continua a dare per scontate troppe cose che non sappiamo.

Per esempio: a volte dice che c'è stata una rivoluzione, altre volte una catastrofe, e non si capisce se stia parlando della stessa cosa. A volte ne parla come se alla rivoluzione avesse partecipato anche lui: in quel caso non deve essere riuscita molto bene, visto che l'Italia (o almeno parte di essa) è precipitata in un regime teocratico e sostanzialmente poco serio, il "Teopop", e lui stesso ha trascorso un periodo in un campo di rieducazione.

Questo Teopop si barcamena in una situazione di crisi economica abbastanza grave, con frequenti black-out che denunciano la penuria di materie prime. A capo del Teopop sembra essere il Papa, un Papa dalla lunga chioma folta che ricorda per certi versi una nota personalità politica dei giorni nostri, e che di recente si è svegliato da un coma vigile in cui sembrava ormai confinato per riprendere il controllo della nazione e dichiarare guerra a un'ex riserva del Perugia Calcio, ora dittatore di una nazione affacciata sul Mediterraneo. Costui dovrebbe essere il responsabile di una serie di attentati che hanno causato le sempre più frequenti interruzioni di energia, ma non ci crede nessuno.

Attualmente Leonardo non si chiama nemmeno più così, ma Immacolato: pare che durante la rivoluzione la gente sia stata 'bisbattezzata' coi nomi dei santi del calendario, e a lui è capitato l'8/12, Immacolata Concezione. Anche le città non sembrano avere conservato gli stessi nomi: Immacolato vive in una che si chiama San Petronio. Ha diversi mestieri, che tuttavia gli consentono un tenore di vita appena dignitoso: tiene un seminario (piuttosto disertato) alla Facoltà di Scienze Inutili della città, e lavora (assieme alla seconda moglie) al reparto nostalgia di Supernet, qualunque cosa sia questo Supernet. Compito del suo reparto è riproporre al pubblico da casa immagini e spezzoni di vent'anni prima (cioè, guarda che coincidenza, di adesso!), in modo da modificare la loro immagine del passato, prima che sia troppo tardi: questo alla luce di una teoria secondo cui i ricordi si cristallizzano definitivamente nella nostra mente entro i vent'anni e 45 giorni. Di questa teoria io non ho mai sentito parlare, ed è un peccato, visto che l'avrei formulata io stesso.

Immacolato vive in un Trimonio, che è come una famiglia, ma invece di avere due genitori ce ne sono tre: il Trimonio, come ha occasione di spiegare alla figlia Letizia, è una grande invenzione del Teopop, (cioè mia, perché io sarei una specie di eminenza grigia di questo movimento). I Trimoni sono costituiti, a scelta, da due mariti e una moglie o da due mogli e un marito, come nel caso di Immacolato. L'aspetto orgiastico della cosa non sembra sfiorare nessuno dei personaggi, che finora al sesso sembrano pensare molto poco: il che, da parte di una manciata di cinquantenni denutriti, sostanzialmente non sorprende. Delle due mogli, Concetta e Assunta, quest'ultima tradisce i coniugi con un medico trentenne facoltoso e intrallazzone; l'altra, forse a causa della gelosia, sembra sragionare, abbandonandosi a violenze domestiche e perdendo i risparmi di famiglia in un gioco di recente reintroduzione, il Lotto. Il caso, beffardo, vuole che sia stato proprio Immacolato a scrivere il testo della pubblicità subliminale che ha convinto Concetta a puntare tutto su un numero ritardatario, il 52 (la bicicletta, un sogno ricorrente di Immacolato e Concetta).

Morso forse dal senso di colpa, forse semplicemente dalla fame, Immacolato si decide a incontrare l'amante della sua seconda moglie, il dottor Damaso, che attraverso Assunta gli aveva fatto sapere di volergli offrire un lavoro. Durante un primo colloquio, in cui i due rivali si annusano, Damaso informa Immacolato che il lavoro, ben pagato, consisterebbe nell'accudire una persona. Che persona? Non lo sappiamo perché, sul più bello, Damaso interrompe la conversazione pregandolo di tornare il giorno dopo, come quando nelle soap gli sceneggiatori esauriti cercano di prendere tempo. Ed è tutto qui.

venerdì 11 febbraio 2005

Il Topo e il dottor Gatto

Caro Leonardo, non so bene da dove cominciare.
Damaso. Cominciamo da lui. Non me l'aspettavo così giovane. Tante cose mi aspettavo, tanti scenari mi ero fatto, strada facendo, ma questo no. Un tipo interessante, questo sì. Simpatico, e non brutto: stiamo pur sempre parlando dell'amante di mia moglie. Sicuro di sé, della sua professione; fresco di promozione, addirittura. Ma un trentenne, un bel trentenne biondo e quasi atletico, f'nql, no. Che ci trova in Assunta, uno così. Non ha abbastanza infermiere carine nei dintorni?
"Lei è Immacolato, immagino".
Mi ha preso così alla sprovvista che tutti i miei propositi di partire sulla difensiva sono andati a farsi benedire.
"E lei è il dottor Damaso, incredibile".
"Grazie dell'incredibile, ma perché?"
"Un primario così giovane".
"Sono meno giovane di quel che sembra. E non creda troppo a questa storia del primario, siamo quasi tutti primari adesso. Invece di aumentarci la paga, ci hanno tutti promossi. È un altro favoloso trucchetto Teopop".
Siamo in un bar qlsiasi sull'Emilia-Ponente, nobilitato da un videopoker originale dei Novanta. Do un'occhiata ai quattro angoli del soffitto: se è un tipo sveglio, capisce.
"No, non si preoccupi. Qui può parlare liberam".
"Forse io posso parlare liberam, ma lei no. Sono un microfono ambulante, lo sa? Ho la tessera dell'SSQ".

Il suo sorriso compassionevole era previsto e, ahimè, senz'altro meritato.
"Servizio Segreto di Quartiere? Complimenti, ma ora è fuori dal suo quartiere e dalle sue competenze".
"In ogni caso non mi parli più del Teopop in quel tono. Io sono uno zelante servo del Teopop".
"Immacolato, lei non capisce. Se dico che si può fidare, si può fidare. Perché crede che abbia voluto incontrarla in questo bar?"
"Perché è a due passi dal suo Ospedale".
"Non solo Ospedale: Territorio. E questo bar ne fa parte. È come se fosse mio. In effetti, è mio… Saverio, due espressi. Perché ride?"
"Ha ordinato caffè".
"Sì, offro io, è il minimo per il suo disturbo".
"Senta, il trucchetto dell'espresso può funzionarle con qualche collega influente, con qualche signorina, magari le è funzionato anche con mia moglie, ma non con me".
"Quale trucchetto, scusi".
"Il fatto è che la gente si è totalmente dimenticata il sapore del caffè. Crede di ricordarselo, ma non è vero. Così in certi bar c'è chi restringe la cicoria, la versa in una tazzina ardente e la spaccia per caffè. Molto semplice. Ma con me non funziona più".
"Vedo che è molto prevenuto nei miei confronti".
"Ma mi faccia il favore. Sa che a rieducazione promettevano il caffè a chi faceva le spiate migliori? E sa come mi sono sentito dopo aver mandato due compagni di camerata in isolamento, con una tazzina fumante di cicoria in mano?"
"Un pirla, presumo. Ma assaggi questa 'cicoria ristretta', adesso, la prego".

Saverio riemerge dalla cucina e mi porge una tazzina bollente. Il liquido è denso, due dita appena, con una lieve schiuma bruna. L'odore è… l'impressione di realtà è molto forte.
"Allora, che ne pensa?"
Come un colpo alla nuca, una Madeleine secca, implacabile. Sono forse in questo stesso bar, trent'anni fa, sorseggio un espresso e leggo un Carlino stropicciato. Se chiudo gli occhi ricordo persino il gilet del barista. Un gilet verde. Che anni ridicoli.

"Molto… molto verisimile".
"Lo prendo come un complimento. La macchina è una saeco domestica del '04, in realtà se ne trovano parecchie nei ferrovecchi. La miscela è una partita di arabica che mi hanno regalato alcuni clienti gialli che volevano disfarsene. Lo sa, i cinesi non amano molto l'arabica. Preferiscono…"
"Va bene, lei vuole farmi intendere che è molto potente e traffica addirittura coi gialli. Me lo tengo per detto".
"Traffico? Io sono un medico. Se un giallo si fa male, io lo curo. Se il giallo poi vuole farmi un dono, io lo accetto di buon grado".
"E d'accordo. Mettiamo che lei è il medico di fiducia dei gialli a San Petronio. Inoltre è giovane biondo e bello. Mi spiega perché deve andare a letto con mia moglie e offrire un caffè vero a me?"

Di solito non sono così diretto, ma è il primo espresso da dieci anni, uno shock per il sistema nervoso, come lui ovviam sa.
"Non avrebbe dovuto berlo d'un fiato. Dovrebbe avere più riguardo per la sua età".
"F'nql".
"Be', almeno abbiamo rotto il ghiaccio. Riguardo alle sue domande: il motivo per cui io allacciato una relazione con sua moglie è abbastanza semplice: la trovo una donna affascinante e, soprattutto, molto intelligente. Non capita così spesso di incontrare una persona in grado di sostenere conversazioni di buon livello. Può darsi che vivendo così a stretto contatto con Assunta, lei non se ne renda conto: ma sua moglie è una gemma rara".
"Ma per favore…"
"D'altro canto, io sono orfano di madre, e può darsi che in lei cercassi qualcosa di edipico… di solito quando uso questa parola, "edipico", la gente sgrana gli occhi. Vedo che lei non lo fa, Immacolato. Nemmeno Assunta lo fa. Sono anche queste piccole cose che apprezzo in voi due: un buon dizionario. È sempre più difficile trovare interlocutori con un buon dizionario. E un buon dizionario, è indizio di elasticità mentale, un'altra dote sempre più rara. Venendo alla seconda domanda: perché le sto offendo un caffè? Veram intendo offrirle molto di più: un lavoro. Bene, non c'è nessun mistero. Ho bisogno di uno specialista che mi faccia un lavoro molto particolare, e credo che lei sia la persona più qualificata per farlo".
"Io?"
"Questo significa che, per una legge economica un po' snobbata, ma tuttora funzionante – parlo della legge della domanda e dell'offerta – io sarò costretto a farle un'offerta molto generosa, perché in effetti ho bisogno di lei".
"E se le chiedessi un anticipo immediato?"
"Che fretta… non vuole sapere nemmeno in cosa consista il lavoro?"
"Senz'altro. Ma se le chiedessi duemila denari, qui, sull'unghia?"

Per un istante, almeno, sono riuscito a perplimerlo. Ora si sta tastando la giacca, cerca un libretto.
"No, niente assegni. Le persone come me non possono intascare assegni, come dovrebbe sapere".
"Non c'è problema. Saverio! Favorisci duemila?"
Saverio annuisce e torna in cucina. Damaso ammicca soddisfatto. I motivi per detestarlo crescono di minuto in minuto. "Spero di essermi conquistato un po' della sua fiducia, ora", dice.
"Mi parli del lavoro".
"Ah, qui viene il difficile. In sostanza dovrebbe, diciamo… accudire una persona".
"Come, scusi?"
"L'orario è trattabile, io pensavo a non più di dodici ore la settimana, tre pomeriggi, o mattine se preferisce. So che ha altri impegni professionali e non le chiedo certo di sospenderli. E pensavo a uno stipendio iniziale di mille a settimana.
"Mille a settimana?"
"Anche questi trattabili. Ma aspetti a trattare, è meglio se prima vede la persona".
"Ma scusi, le sembro una badante?"
"Non cerco certo una badante, tra l'altro saprei dove trovarne. Cerco lei".
"Perché?"
"Perché ha memoria, un buon dizionario, elasticità mentale, e niente da perdere".
"Senta, io sono un rieducato. Se c'è anche la minima possibilità di mettersi nei guai col Teopop, io mi tiro subito fuori".
"Veram è il Teopop stesso che finanzia il progetto".
"Lo dice lei. Come posso fidarmi?"
"Vediamo… potrebbe fidarsi dell'uomo che sinceram vuole bene a sua moglie e a sua figlia, e non lascerebbe mai che un marito e padre esemplare si ficcasse nei guai. Che ne dice?"
"Dico che non posso razionalm fidarmi dell'uomo che ha conquistato mia moglie e mia figlia, e che a questo punto potrebbe essere tentato di mettermi nei guai per togliermi di mezzo".
"E allora non le resta che fidarsi dell'acconto che io adesso le metto in mano".
"Con tutto rispetto: non è molto".
"Come acconto o come prova di fiducia?"
"Come entrambi".
"Va bene, del resto non deve scegliere stasera. Ci pensi un po' e venga a trovarmi in ospedale, uno di questi giorni, sempre a quest'ora. Passi in accettazione e chieda di me. Vorrei mostrarle una persona molto particolare".
"Cos'ha di particolare?"
"Oh, tanto finché non vede non crederebbe. Quel che posso dire di lui è che… non viene da questo mondo, ecco. Verrà?"

Sta giocando come il gatto col topo. Sa che verrò, perché ho già in mano l'acconto. Sa che dovrò dire di sì comunq, perché mille denari a settimana non li ho mai guadagnati dalla rivoluzione in poi. Sa tutto, e si diverte.
"Verrò domani, e se il lavoro non mi piace le restituirò… A proposito. Non dica ad Assunta dell'acconto".
Annuisce, sinceram divertito: "Sarà il nostro piccolo segreto, d'accordo".
Gioca a fare il bismarito, mi dà la nausea. "Ora devo scappare, mi scusi. Lei resti ancora un po', si faccia offrire qualcos'altro da Saverio. E mi saluti la sua Letizia".
"Non ci penso nemmeno".
"Come vuole, a domani".

Il gatto si è ritirato, il topo riflette. Il topo ha memoria, un buon dizionario, elasticità mentale, e niente da perdere. Forse fa ancora in tempo a salvarsi.
Il topo ha duemila denari in tasca, Conci potrà pagare i debiti, questo è importante. Col gatto, vedremo. Non è il primo che si mette a giocare con me: eppure sono ancora qui.
Facciamo finta che sia una vittoria.

mercoledì 9 febbraio 2005

L'ora di vertigine

[Questa è la lezione con cui ho inaugurato il nuovo seminario di narrativa ucronica, davanti a sei studenti che probabilm avevano sbagliato corridoio. Un ciccio in ultima fila, con tutta l'aria di un informatore; due tizi anonimi; tre ragazze abbastanza carine, due brunette e una bionda coi tacchi. I tacchi non sono molto in linea col Teopop, specialm se ostentati in prima fila. Forse si tratta di uno scambio culturale. Oppure una studentessa della classe alta: pare siano sempre più sfacciate.
Io non sono molto concentrato. Voglio fare in fretta, stasera ho un appuntamento con l'amante della mia seconda moglie. La prima cosa che dovrò chiedergli è un anticipo per un lavoro che ancora non so che sia. A questi racconto le solite due palle sulla vertigine, e via].

"Sia lodato Gesù Cristo, inauguriamo questo seminario di narrativa ucronica. Io mi chiamo Immacolato e la mia qualifica è di docente aggiunto, quindi vi esorto a non chiamarmi professore, qualche mio collega potrebbe prendersela a male e mandarvi... nell'aula 68, ah-ah".

[Non ride mai nessuno. Ma intanto ho fatto caso ai due registratori che sono posati sulla mia cattedra. Uno è un normalissimo walkman sony di 25 anni fa, tenuto assieme col nastro adesivo: complimenti a chi proverà a riascoltarmi con quell'affare.
L'altro è, se non mi sbaglio, un ipodo, di quelli che registrano su chip. Devo averne visti un paio in tutta la mia vita. Perché mai uno che possiede un affare del genere dovrebbe perdere tempo ad ascoltare le mie lezioni?]

"Chiamatemi docente. Il corso di questo semestre è dedicato alle proiezioni del futuro, un argomento che volevo trattare da un po' [un argomento che forse non vi farà scappare dopo tre lezioni]. Voi sapete già come la nostra concezione del tempo storico sia radicalm cambiata nel corso degli ultimi anni. Fino a qualche tempo fa amavamo raffigurare il nostro cammino nel tempo come una marcia fiduciosa verso il futuro, in cui il passato veniva lasciato alle spalle, senza essere mai veramente perduto. In sostanza, l'uomo era un conquistatore, che progressivam annette a sé nuove porzioni di futuro.
Questa concezione trionfale è stata messa in crisi, negli ultimi anni, da una serie di studi, alcuni portati coraggiosam avanti da gloriosi pionieri del Teopop".

[Una volta si usava far l'inchino, a questo punto. La facoltà è scaduta di molto da quando sono state reintrodotte le sedie].

"Non mi dilungo su questi argomenti che dovreste già conoscere bene. Per farla breve, ci siamo resi conto che il passato…

[S'ode un bisbiglio collettivo, gli ultimi resti di una lunga coazione a ripetere:
"…è perduto".]

…per sempre. Quello che noi consideriamo "ricordi" sono, nella maggior parte dei casi, interazioni della nostra fantasia con alcuni oggetti grezzi, come foto, vecchi documenti eccetera, gusti, odori, che suscitano quella particolare sensazione a cui è stato dato il nome scientifico di… qualcuno lo rammenta? Un nome francese…"

"Maddalena, Prof?"
"Che in francese si dice…"
"Non lo so prof".

"Madeleine. E io non sono un Prof. Se la nostra presa sugli eventi del passato si è in gran parte rivelata illusoria, il futuro continua a essere in gran parte imponderabile. Abbiamo smesso di vedere nel tempo una marcia trionfale, una guerra di conquista: oggi più facilm immaginiamo il nostro percorso nel tempo come una caduta libera. È una visione antica, in realtà, che secondo alcuni risalirebbe ai Greci.
Noi non marciamo, dunque, bensì precipitiamo nel futuro come da una rupe. Precipitiamo a testa in su: intorno a noi scorrono immagini dei luoghi dove siamo appena stati, del nostro cosiddetto passato. Paradossalm, più le immagini sono vicine a noi, più ci sembrano mosse e indecifrabili. Molto più nitido appare il cielo sopra di noi, la cima da cui siamo caduti, il cosiddetto passato remoto. Abbiamo anche calcolato dopo quanto tempo un evento passato raggiunge questo orizzonte nitido in primo piano: il Muro di Cristallo. Qualcuno si ricorda?"

[Il ciccio in fondo sta russando]

"Vent'anni?"
"E quarantasette giorni, signorina, esatto.
Quanto al futuro – anche il più immediato – esso continua a essere un assoluto mistero. Possiamo fare congetture, ma esse sono miseram fallaci. La più diffusa è riassunta nella frase "Fin qui tutto bene". Che significa: "dal fatto che finora non c'è stato nessun impatto, io deduco che ancora per molto non ce ne sarà". Congettura che ha ben poco di logico, come vedete".

[Dalle facce direi che non vedono un bel nulla, ma andiamo avanti].

"Per la verità, accanto ai cantori del "fin qui tutto bene", vi sono sempre stati intellettuali che hanno cercato di capovolgersi e fissare il futuro, con le tecniche concesse dalla scienza e dalla fantasia dei loro tempi. Le immagini che ci hanno restituito, le loro pre-visioni, non sono naturalm meno fallaci dei nostri ricordi. Ma è interessante la sensazione che ci fanno provare. Non più il caldo conforto di una madeleine, bensì, quel brivido particolare che forse già conoscete…"

[Macché, 'sti qua manco il loro indirizzo, conoscono].

"…la vertigine. Se le immagini che ci arrivano addosso possono essere del tutto fuori fuoco e illusorie, quel brivido è reale, ed è il senso ultimo della nostra indagine. Noi non vogliamo veram sapere su cosa sbatteremo tra dieci, venti, cento anni: peraltro, non c'è nessun modo di saperlo davvero. Ma vogliamo sapere che stiamo cadendo, in questo preciso momento. Anche il futuro, come il passato, non esiste. Quel che esiste è la nostra angoscia per esso, la nostra vertigine. Ed è la vertigine che studieremo assieme nel corso di questo semestre".

[Ora stanno pensando che fanno ancora in tempo a disiscriversi e provare con Tecniche Domestiche… È ora di indorare la pillola].

"Stavolta ho pensato di privilegiare la narrativa audiovisiva, così sono riuscito a corrompere il custode e a scaricare alcuni lungometraggi del secolo scorso. Cose che Supernet non ha mai messo in onda, direi…"

[Il ciccio in ultima fila si è svegliato di botto. I filmini! Il prof ci fa vedere i filmini!]

"La prossima settimana cominciamo con un lungometraggio bizantino di metà Novecento. Per oggi direi che è tutto, sia lodato Gesucrì".
"Sempre sia".
"Ah, stavo per dimenticarmi che giorno è oggi. Ricordatevi che siete cenere".
"... e cenere torneremo, Amen".

[Vorrei scappare, invece aspetto. Magari qualcuno ha delle domande… nessuno. In realtà volevo solo vedere chi passa a prelevare l'ipodo. La biondina, naturalm.
Mi ha sorriso].

lunedì 7 febbraio 2005

Il Trimonio spiegato a mia figlia (2)

Continua da venerdì.
Sto spiegando il Trimonio a mia figlia, che è perplessa.
Ora siamo su divano, davanti a noi Supernet mostra il Pontefice che si sbraccia dal balcone di una clinica. Non ho mai capito se giornalisti e spettatori siano solo contenti della guarigione, o se non sperino di assistere di persona a una polmonite fulminante. Dev'essere un ambiguo misto di tutt'e due.
Dall'altra parte di una parete di cartone, so che Concetta mi ascolta. So che ha gli occhi sbarrati e non riesce a dormire. La conosco troppo bene.

"Non ho capito, papà. La Bibbia dice che ci si deve sposare in tre?"
"No, però non dice neanche il contrario. E molti personaggi importanti avevano due mogli, come Abramo o Giacobbe".
"E c'erano anche donne con due mariti?"
"No, questo in effetti è un'assoluta novità".
"Quando sono grande, voglio avere due mariti".
"Hai ancora molto tempo, per fortuna".
"E poi voglio avere un bambino".
"Ma se ti sposi con due uomini, dovrai averne almeno due".
"Perché due?"
"Ogni Trimonio deve produr mettere alla luce due bambini, è la regola".
"Ma se uno non se la sente?"
"Tesoro, avere bambini è molto importante. Un altro dei motivi per cui fu istituito il Trimonio, era il fatto che se ne facevano sempre meno. A un certo punto tutte le coppie facevano solo un bambino, e così nel giro di una generazione gli italiani rischiavano di diventare la metà, mi segui? E questo non andava bene".
"Ma non potevano farne due?"
"No, diventava sempre più faticoso, e sia la mamma che il papà dovevano lavorare".
"E se uno dei due stava a casa?"
"Non c'erano abbastanza denari per crescere i bambini. Ma Arci aveva pensato anche questo. Lui ragionava in questo modo: non c'è nulla di grave se caliamo un po', ma non dobbiamo dimezzarci. Allora possiamo fare così: invece di avere due genitori che produc che fanno un bambino, con un calo demografico del 50%, noi possiamo avere tre genitori che ne fanno due, riducendo il calo del 33%. Questo funziona anche per il lavoro: se chiederemmo a ogni madre di famiglia di stare in casa a badare ai bambini, noi ridurremmo la forza produttiva del Teopop al 50%. Ma col Trimonio, noi possiamo avere due coniugi che lavorano, e il terzo che sta a casa e bada ai due bambini. Risultato: 66% di forza produttiva esterna, 33% di autogestione familiare, e…"
"Papà, noi le percentuali a scuola non le abbiamo ancora fatte".
"Scusa, hai ragione. Ma insomma, il Trimonio risolveva un sacco di problemi".
"A me non sembra tanto".

Ora le cose si fanno difficili. Cerco di abbassare il volume di Supernet, invano. Ultimam il comando del volume non funziona più tanto bene. Spegnere non è il caso, darei una brutta immagine della famiglia, e poi magari la bambina si spaventa.

"Tesoro, non devi pensare soltanto a noi. Arci pensava alla situazione generale, non ai casi particolari".
"È vero che una volta mamma Sunta non era sposata con voi?"
"Sì, all'inizio c'eravamo soltanto io e Conci. Ci siamo sposati nel giorno del nostro bisbattesimo, ricordi? L'otto…"
"L'otto dicembre, Immacolata Concezione, per cui tu ti sei chiamato Immacolato e lei si è chiamata Concezione, anzi Concetta, me l'hai detto ottantamila volte, papà".
"E dopo un po' è nato quel debosciato di tuo fratello".
"Cosa vuol dire debosciato?"
"Hai presente tuo fratello? Ecco. Poi io sono andato in un lungo… lungo…"
"Viaggio d'affari".
"Per conto del Teopop, esatto, e mentre ero via mamma Conci ha fatto amicizia con mamma Sunta, che ti stava aspettando, così quando hanno fatto domanda al Teopop di sposarsi, il Teopop si è commosso e ha chiesto che io… che io tornassi dal mio lungo viaggio, e così siamo diventati un perfetto Trimonio, con due figli, un papà e una mamma che lavorano e un'altra mamma che sta in casa. Fine".
"C'è una cosa che non ho capito".
"Lo so, ma te la spiego un'altra volta, è ora di lavarsi i denti".
"Però, papà, quando tu eri giovane il Trimonio non esisteva".
"No".
"E adesso ti sembra una cosa normale".
"Certo tesoro, la cosa più normale che c'è".
"E allora quando io sarò grande, ci si potrà sposare in quattro, sembrerà una cosa normale".
"Ancora con questa storia? No, tesoro, non ci si potrà mai sposare in quattro".
"E come fai a saperlo, papà? Conosci il futuro?"
"No, ma… insomma, in quattro non avrebbe senso".
"Invece in tre ha senso".
"Sì, in tre ha senso. È molto meno divertente di quel che credevamo, ed è difficile, ma io sono tanto contento di essere sposato con le due mamme, e di essere tuo papà".
"Papà, io vorrei parlare con Arci".
"Tesoro, è impossibile, Arci è andato via".
"E nessuno sa dove?"
"No, nessuno sa dove. Buonanotte".

***

"Sapevo che eri sveglia".
"Ciao".
"E piangi, pure? È qualcosa che ho detto?"
"No, no sei stato abbastanza bravo. Ma lei è tanto piccola…"
"È ancora per Assunta, allora?"
"No, la puttana non c'entra. Ho fatto una cosa terribile".
"Tu? Hai comprato altra conserva scaduta?"
"Seh".
"Assunta, ce la faremo anche stavolta. Basta bollirla a bagnomaria, e i batteri…"
"Ho bisogno di soldi ".
"Va bene. Appena arriva la busta di gennaio, di solito a metà febbraio arriva…"
"No, Mac. Io ho bisogno di soldi adesso".
"Adesso?"
"Entro la settimana minimo".
"Ma il prestito…"
"È appunto il prestito che è scaduto due settimane fa ed è da saldare con gli interessi".
"Però, come passa il tempo. Va bene, lo sai dove tengo la mia scorta, no?"
"Certo che lo so".
"E allora?".
"Ho fatto una cosa terribile".

Ahi.

"Non so cosa mi sia preso, io… ero sicura di vincere".
"Di vincere cosa? Concetta, eri sicura di vincere cosa?"
"Su Supernet continuavano a dire: 'giocate, giocate, si vincono i miliardi…'"
"Ti sei giocata la mia scorta al lotto?"
"Ma non l'avrei mai fatto, ma… è successa una cosa assurda. Ho fatto un sogno".
"Un sogno".
"Nitido, come nero su bianco, una specie di ordine: gioca! E poi una bicicletta. Ho sognato che pedalavo".
"Hai sognato di pedalare?"
"Insomma non so che mi ha preso, non l'avevo mai fatto. Ho controllato su Supernet, la bicicletta è…"
"52, sulla ruota di Sanmarco".
"Proprio il numero che non esce mai, quello dei miliardi! Pensavo che fosse la volta buona. Sono stata così stupida, vero?"
"Sì, sei stata stupida, ma non è tutta colpa tua. Ed è strano il sogno che hai fatto".
"Perché?"
"Devo averlo fatto anch'io".
"E hai giocato?"
"No, no. Ma è molto strano".
"Ti prego, non dir nulla alla puttana".
"Non dirò nulla ad Assunta, ma tu devi fare pace con lei. E tra due giorni avrai i soldi".
"Mac, nessuno ci farà un altro prestito".
"Niente prestiti. Chiederò un anticipo. C'è una persona che mi ha offerto un lavoro".
"Un altro?"
"Un altro, sì. Non mi lasci molta scelta".
"Se tu sapessi che vergogna…"
"Mi posso immaginare, ma adesso basta. Ti ho detto che non è tutta colpa tua. Adesso dormi".
"Non posso dormire".
"Dormirai".

Ci siamo a lungo vegliati a vicenda, abbracciati. Il respiro regolare di Letizia, nell'altra stanza, si mescolava alle battute di un programma Supernet in replica.
Il volume.
Non si controlla più.

venerdì 4 febbraio 2005

Il Trimonio spiegato a mia figlia

"Papà-Mac?"
"Sì?"
"Perché la mamma vuole bene a un altro uomo?"

Caro Leonardo,
non era senz'altro ieri sera che mi sarei messo a spiegare il Trimonio alla mia piccola Leti.
Non mentre le cose sembravano filare liscie, tutto sommato. Assunta non si era presentata a cena con una scusa qlsiasi. Apparecchiando, Concetta aveva annunciato a monosillabi che non avrebbe mangiato, perché aveva mal di testa anzi sonno anzi nausea e si ritirava in camera, e i piatti li avrei lavati io. Leti si era subito offerta di aiutarmi, per il grande amore che porta al profumo del detersivo al limone. Così avevamo stabilito che lei avrebbe risciacquato i piatti che le passavo, e intanto avremmo parlato di come vanno le cose a scuola.

Ma Leti non aveva voglia di parlare della sua scuola. Voleva invece parlare del nostro Trimonio.

"Papà-Mac?"
"Sì?"
"Perché la mamma vuole bene a un altro uomo?"

Anche questa doveva succedere prima o poi, ma proprio ieri sera?

"Tesoro, sono cose che capitano ai grandi. Anche tu, quando-sarai-grande…"
"Papà no, quella frase era vietata. Lo avevi promesso!"
"Hai ragione".
"Tu lo conosci, l'uomo che piace a mamma Sunta?"
"Sì, credo di sì".
"È il dottore, quello da cui siamo andati per il vaccino, te lo ricordi?"
"Certo"

(Assunta aveva deciso d'informarci della sua relazione un giorno d'autunno che pioveva, e Supernet ogni mezz'ora interrompeva le trasmissioni con paurosi bollettini sull'incredibile virulenza del bacillo influenzale in arrivo dalla Corea, mentre Concetta faceva e rifaceva i conti di casa senza trovare i denari per vaccinare la bambina.
"Conosco un uomo all'Ospedale Maggiore", aveva detto.
Un uomo).

"Certo che mi ricordo".
"A me sta simpatico, lo sai?"
"Bene".
"Papà, ma lui non può venire a stare con noi?"
La piccola, ecco dove voleva arrivare… "No, tesoro, no. Lui non può entrare nella nostra famiglia".
"Però la mia compagna di banco, l'Elisabetta, lei ce li ha due papà, e vivono tutti e due insieme con lei".
"E quante mamme ha l'Elisabetta?"
"Una".
"Lo vedi? Lei ha due papà e una mamma: totale, tre. Tu hai due mamme e un papà: quanto fa?"
"Fa sempre tre".
"Certo, per questo si chiama Trimonio. Ognuno deve avere tre genitori, questa è la regola".
"Ma perché proprio tre?"
"Tesoro, tre è il numero perfetto. Vedi, una volta, quando il Trimonio non c'era, la gente era triste, le famiglie nascevano e morivano in un niente, i papà e le mamme si litigavano i bambini, tutta un'enorme confusione senza senso, mi segui?"
"Sì".
"Finché un giorno un gruppo di persone, che si riuniva in segreto per cercare di risolvere i problemi del mondo, decise di studiare con attenzione la faccenda e cercare di proporre delle soluzioni nuove. Qualcosa a cui nessuno avesse pensato prima".
"Chi c'era questo gruppo di persone?"
"Tesoro, nessuno lo sa. Si trovavano in segreto, appunto".
"Ma tu non c'eri?"
"No, beh, io… andavo e venivo, portavo il carrello con le paste. Ma è stato tanto tempo fa, sai. Insomma, questo gruppo di persone, che sono i fondatori del Teopop, si consultarono un uomo molto intelligente. Gli dissero: abbiamo grossi problemi coi rapporti di coppia. Gli uomini e le donne non fanno che litigare, e poi ci sono anche uomini che vogliono stare con altri uomini, e donne che vogliono stare con altre donne, e questi uomini e queste donne vogliono ugualmente crescere dei bambini, il che ci pone altri problemi di natura etica che non abbiamo più voglia di porci, perché sono irresolubili e in definitiva una gran perdita di tempo; potresti risolverci tutte queste complicazioni, e farlo in fretta, per favore? Perché noi tra una settimana facciamo un colpo di stato e andiamo al potere".
"Cosa vuol dire colpo di stato?"
"Scusami, non importa. L'importante è che questo uomo molto intelligente, che si chiamava Arci…"
"Quello che faceva gli esperimenti con te?"
"Proprio lui. Be', lui ci pensò su una mezz’oretta e poi disse: avete mai pensato che forse il problema è la coppia? Perché non proviamo a inventarci qualcos'altro, qualcosa di più stabile? La coppia è un concetto incerto, traballante, come la bicicletta, se non è in movimento cade. Non è molto più stabile il triciclo?"
"Cosa c'entra il triciclo, papà?"
"Era un esempio per spiegare la grande differenza che c'è tra una Coppia e un Trimonio. La Coppia deve sempre sorvegliare il suo equilibrio; il Trimonio invece è stabile, perché è sorretto da tre persone, come le ruote di un triciclo, e se una delle tre persone ha problemi, ce ne sono ancora due su cui si può contare. All'inizio però la gente non ne voleva sapere".
"Perché?"
"Sai, la gente non si fida delle cose nuove. Dicevano: da che mondo e mondo si è sempre fatto in due. E Arci rispondeva: ma guardatevi attorno, signori. Non vi è mai venuto in mente che da che mondo e mondo si è sempre fatto male, che sarebbe ora di provare a fare un po' meglio? Ma loro scuotevano la testa e dicevano: se aumentiamo le persone in una famiglia, aumenteranno anche i litigi".
"E lui cosa rispondeva?"
"Lui spiegava che i litigi di coppia sono i peggiori, perché si è sempre uno contro uno, e nella maggior parte dei casi uno deve cedere di sua spontanea volontà, e questo alla lunga lo avvelena. Mentre quando si è in tre o più, i litigi sono più facili da contenere, perché, per esempio, si può votare, e ci sarà sempre una maggioranza e una minoranza; oppure, molto spesso quando due litigano la terza persona cerca di rimetterli d'accordo".
"Come tu con le mamme?"
"Sì, vedi. Probabilm se avessi una sola mamma, e lei non fosse qui ora, io sarei molto arrabbiato con lei".
"Come mamma Cetta".
"Ma siccome mamma Cetta è già molto arrabbiata, io sono portato a sentirmi meno arrabbiato di lei, perché devo stare nel mezzo. Arci questo lo capiva, ma gli altri non gli credevano. Gli dicevano: non puoi generalizzare queste cose".
"E lui?"
"E lui rispondeva, perché no? Anche voi non fate che generalizzare i rapporti di coppia, perché io non posso generalizzare quelli in tre? Solo perché non si sono ancora visti? Ma appena si vedranno, sembreranno naturali e imperfetti come se fossero sempre esistiti. Altri gli dicevano: ma noi siamo cristiani e la Bibbia non lo permette".
"Davvero?"
"Macché, infatti lui rispondeva: la Bibbia è un libro molto grande, sfogliatelo bene e vedrete che vi permette qlsiasi cosa".

(Continua).

mercoledì 2 febbraio 2005

All'inferno, e pedalare

Caro Leonardo, è da non crederci.
Il pezzo sui numeri ritardatari del Lotto, 'ribattuto' da me è finito in prima serata, a quanto pare funzionava. Un bel colpo, se l'avessi firmato io: ma tecnicam si trattava di un pezzo di Loreto.
"Almeno te l'avran pagato bene. Mi devi il sessanta per cento, se non sbaglio".
"Mi dispiace, mi hanno fregato".
"Chi? Quelli del Tg?"
"No. Sì. In un certo senso. Cioè, alla fine sei stato tu".
"Io?"
"Il tuo pezzo era così convincente. Così, tornando a casa… Sai quel tabacchino che c'è qui sotto, no?"
"Loreto, mi stai prendendo in giro. Non puoi averlo fatto davvero. O puoi?"
"Pensavo che con un po' di fortuna… e poi più si va avanti più le probabilità aumentano, no? È la legge dei grandi numeri, così…".
"Ti sei giocato il compenso".
"Io che di solito non gioco mai. È la prova che sono stato traviato. E sei stato tu, tu! con che faccia mi chiedi dei soldi, adesso?"
"E hai giocato il 52".
"Ma cos'ha quel numero? Perché non esce mai? Sul serio: Perché?"

Intanto c'è la guerra. Come in ogni decorso bellico, dopo i primi dieci giorni si comincia coi funerali di Stato in pompa magna. Stavolta è toccato a un volontario del Genio Infermieri, un ventiseienne di San Gennaro finito su una mina con l'ambulatorio cingolato. Lascia una bimba di sei mesi, una moglie casalinga e un bis-marito disoccupato: per intercessione pontificia quest'ultimo è stato assunto in una ditta del quartiere. Un ex manifattura pirotecnica riconvertita nel settore bellico, uno di quei sottoscala che sono la gloria produttiva del Nostro Bel Paese, dove realizziamo prodotti che fanno il giro del mondo: tipo le mine anticarro fatte a mano.

È da queste piccole cose che si capisce che Sua Santità è in forma – e dallo stato di agitazione del mio capo, Antonio-Abate. Fino a due settimane fa era il primo a raccontare barzellette sull'Uomo in Coma Vigile, ogni aneddoto di vent'anni fa era buono per far ridere gli utenti. La sera del Messaggio Unificato dev'essersi inghiottito un manico di scopa: ora non fa che girare per l'ufficio con passo militare e occhio clinico. Si aspetta di essere epurato alla minima grana.
"E questo cos'è?"
"Eh? Questo? È uno spot che ho trovato da qualche parte, stavo pensando di proporlo in trasmissione".
"È di vent'anni fa?"
"Precisam".
"Non ci capisco niente. Perché il signore gira su quella bicicletta finta?".
"Si chiama cyclette, signore, era un attrezzo ginnico. Quand'era ragazzino ne avrà ben visto uno…"
"Lo sa che io avuto un'adolescenza difficile…"
"Già, mi scusi"
"…e non è che mi ricordi molto del mondo di prima. Del resto, se ricorderemmo, non avremmo bisogno della sua prodigiosa memoria, Immacolato. Ma insomma, perché costringere un vecchietto a fare ginnastica? eravate così ossessionati con la forma fisica?"
"Non è ginnastica, direttore: sta cercando di produrre energia per l'uso domestico, vede? La cyclette è collegata a una dinamo".
"Aaaah, ingegnoso. Ma era conveniente? Voglio dire, per spingere quei pedali servono tot calorie. Quello che risparmi in luce lo paghi in spese alimentari. Non rischia di finire la tessera mensile prima del…"
"Si tratta di un'esagerazione, direttore. Nessuno ha mai collegato una cyclette a una dinamo per cercare di risparmiare energia, naturalm".
"…naturalm".
"È uno di quegli spot di vent'anni fa che cominciavano a gettare ombre sul benessere acquisito. A quel tempo la maggior parte delle pubblicità ci trasportava ancora in un mondo di macchine di grossa cilindrata, ristoranti di lusso, eccetera. Verso la metà degli anni Zero si impone questo tipo di pubblicità proletarizzante, in cui il consumatore si specchia in un sé stesso un po' più povero: una tendenza incoraggiata anche da molti sondaggi d'opinione del tempo. Ricordo che al tempo trovavo l'idea di impoverire nel futuro molto elettrizzante. Non mi chieda il perché".
"Non te lo chiedo".
"Avevamo un'idea molto romantica della povertà a quel tempo. Consumavamo molto, ma non rinunciavamo alle nostre oasi private di povertà. Prendevamo d'assalto gli outlet, i negozi in saldi. Violavamo la legge, duplicavamo i Cd, ci divertivamo. La povertà era un mondo immaginario in cui riuscivamo a far fruttare il nostro famoso genio nazionale. Come questo vecchietto che pedala per ascoltarsi la partita: lui non è un semplice consumatore, lui è un uomo che si conquista il suo diritto ad ascoltare i gol. È allo stesso tempo buffo, ingegnoso, eroico e ribelle. Noi volevamo essere così".
"Direi che ci siete riusciti, complimenti…"

Touché. In quel momento è passato Pioquinto:

"Io non so fino a che punto possa funzionare in trasmissione. È un frammento di passato che fa subito venire in mente il presente".
"Appunto. Così gli utenti smetteranno di considerare i razionamenti energetici una novità, e si ricorderanno che sono iniziati giusto vent'anni fa!"
"Così presto?"
"Se vogliamo tirarla per i capelli…"
"Tiriamola, tiriamo pure i capelli".
"Vent'anni fa l'Enel aprofittò dell'installazione del contatore elettronico per ridurre la portata energetica delle famiglie. Iniziò in modo soft, abbassando le soglie di tolleranza per i sovraccarichi. Improvvisamente i contatori delle case si misero a saltare, i vhs a perdere le impostazioni (molti di loro non furono reimpostati mai più). Quando il malcontento cominciò a prendere forma, l'Enel fece la sua offerta: duecento euro a chi voleva farsi alzare la soglia da 3 a 4,5 kilowatt".
"A condominio?"
"No, signor direttore, a famiglia".
"A famiglia? E cosa ve ne facevate, di tutti quei kilowatt?"
"Mah, in un modo o nell'altro, riuscivamo sempre a non farcela bastare. In fondo bastava accendere lavatrice e lavastoviglie insieme e..."
"Lavatrice e lavastoviglie? Contemporaneam nello stesso condominio?"
"No, nella stessa casa".
"Sarà stato un caso limite, qualche edonista sfrenato che..."
"No, capitava a tutti. Sarà successo anche a me, probabilm, senza pensarci. L'energia è una droga, lo sa".
"Tre kilowatt a famiglia! Però vi sentivate tanto poveri dentro, eh?"
"Erano altri tempi, direttore".
E Pioquinto: "Roba dell'altro mondo. Tre kilowatt al giorno. Poi uno si chiede perché ci fu la catastrofe. Dio dovrebbe mandarvi tutti a pedalare all'inferno, altroché!"

È buffo, lo so, ma da allora l'immagine di tutti noi cinquantenni, nudi e calvi in un girone di malebolge, incatenati a scomodissime cyclette, costretti a pedalare per mantenere costanti le fiamme dell'inferno… mi è rimasta dentro.
Cristallizzata. Come se l'avessi già vista o sentita da qualche parte. O me la fossi sognata.
Ma è da tanto tempo che non ho più sogni da ricordare.
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