martedì 10 gennaio 2006

- emilia schizofrenica

Questa cosa delle coop rosse, per le destre, è l'uovo di colombo: bisognava picchiarsi in testa per non averci pensato prima (e aver speso soldi e tempo in scemenze come Telekom o Mitrokhin), o congratularsi per aver saputo pensarci nel momento giusto (a 4 mesi dalle elezioni).

Voglio dire che tutto sommato ha ragione Fini, "che chi è nato in Emilia certe cose lo sa come vanno", o Giovanardi, che dice che certe volte fai fatica a capire chi sono i dirigenti delle coop e i politici, visto che fisicamente sono le stesse persone o parenti prossimi: e un esempio è Giovanardi stesso, che ha un fratello gemello che dirige un'assistenza sociale (che ha la pseudo-gestione sanitaria del Centro di Permanenza Territoriale di Modena), per cui di solito se vedi il suo faccione in Rai, si tratta del politico; se invece è Telemodena, è più facile che si tratti del presidente della Misericordia; in ogni caso non c'è scampo, come accendi la tv te lo trovi in casa, un Giovanardi.

Hanno tutti ragione: esiste in Emilia un collateralismo storico tra amministrazione e cooperative; così come esiste una lottizzazione di ogni cosa che può essere umanamente lottizzata, tra coop rosse, rosa e bianche; è un sistema che pur non essendo del tutto legale, funziona abbastanza bene, nel senso che riesce a erogare servizi e a produrre consenso. Per dire, la Mafia in Sicilia non funziona altrettanto bene: gli ospedali pubblici cascano a pezzi, le intimidazioni sono all'ordine del giorno, e ogni tanto brucia un capannone o muore qualche persona onesta. Queste cose in Emilia raramente succedono, per cui tutto sommato è ingiusto accusare il sistema emiliano di tutti i mali del mondo: ma che sia un sistema perfettamente "legale", questo no.

In compenso, è un sistema perversamente "simpatico", in un modo che ho cercato di spiegare in un post di quest'estate. Lo ricopio qui, credo che abbia un senso.

Chi può darti di più?

Se in questo periodo avete guardato un po' di televisione - giusto per tenervi aggiornati sul caldo che fa - ormai avrete familiarizzato con la nuova pubblicità della Coop. E magari vi sarete già chiesti: ma che razza d'idea è? Perché quella distinta signora di mezza età sgraffigna un camice e si spaccia per un'inserviente? Chi mai, entrando in un supermarket, vorrebbe ritrovarsi degradato da cliente a commesso? Insomma, che è successo ai creativi della Coop? Si sono bevuti il cervello? Non sarebbero i primi.

Francamente non so, non sono addestrato per capire se lo spot porterà qualche cliente in più nelle Coop. Ma so che ieri - complice il caldo - mi ha riportato per un attimo alla mia infanzia. Quando ero bambino e a volte in questi afosi dopopranzo mio padre mi portava con sé al bar, anzi, al "circolo". E prima estraeva dal congelatore il gelato che avevo scelto sul tabellone; poi passava dietro il banco, si preparava un caffè e infilava due monetine nella Cassa (il registratore non era ancora arrivato). Quel passaggio dietro al banco, compiuto con la massima naturalezza (mio padre era un socio fondatore), aveva per me qualcosa di elettrizzante. Un momento prima il papà era un cliente; un attimo dopo, era il gestore: libero di pagarsi da solo, di prendersi il resto, di lasciarsi una mancia. Proprio come la signora dello spot, che si mette e toglie il camice, e prova così l'ebbrezza di passare da una parte all'altra del mondo della Grande Distribuzione. Perché "la coop è lei", esattamente come mio padre "era il circolo". Non un semplice barista o cassiere; neanche un semplice cliente: l'uno e l'altro, nello stesso momento. Un socio. Chi può darti di più?

Più tardi, quando io stesso ho iniziato a girare il banco e scambiarmi da solo le cento lire per il pac-man, non ho mai smesso di sperimentare quella strana sensazione, ogni volta che mi ritrovavo dalla parte della cassa. Per un breve istante l'intero bar era a mia disposizione, sotto la mia responsabilità: e tutto questo, senza nemmeno bisogno di lavorare.
Col tempo la passione per il pac-man è sfumata; non mi è mai passata, invece, la voglia di girare dietro i banchi. Così, senza avere nessun talento per la ristorazione, mi è capitato di fondare un circolo con alcuni miei amici. Dalle nostre parti è abbastanza facile (è più difficile restare aperti): e se sei un circolo, puoi far bere e ballare senza bisogno di licenze.
Per questo anche a me, come alla signora dello spot, è capitato di afferrare il primo camice o grembiule o tesserino e giocare per un'ora o un giorno a fare l'inserviente, il cameriere, il gelataio, il servizio d'ordine; senza chiedere un soldo, perché alla fine cambiar lavoro ogni giorno è perfino divertente. E - se togliamo il sesso - a una certa età forse non c'è nulla di più appagante di girare un banco, e trovarsi all'improvviso nel mondo degli adulti: sentirsi investito di una percentuale di responsabilità, sperimentare il sottile brivido del potere; avere per una notte a propria disposizione un frigorifero, una cassa, un mazzo di chiavi. Senza esagerare con le preoccupazioni: quando ci si stanca di tutta questa maturità, basta girare di nuovo il banco, e siamo di nuovo semplici ragazzini, semplici clienti. Ma con qualche complicità in più con l'amico o il cugino, che stasera fa il buttafuori e sarà felice di farti entrare.…

Forse una delle molle che spinge molte persone a darsi al volontariato è proprio l'opportunità di quel magico giro dietro un bancone. Che è più gioco che lavoro: nessuno si aspetta da te una vera professionalità; è sufficiente che tu sorrida e sia simpatico. Come la signora dello spot: non so se il suo comportamento sia concepibile in Sicilia o in Lombardia. Ma in Emilia, altroché. Sapere che il bar sei tu, il supermercato sei tu; la polisportiva, l'ambulanza, il cinema, il festival, sono altrettanti banconi facilmente aggirabili quando vuoi: ecco il sogno emiliano, che solo da lontano si può confondere col comunismo. Il comunismo era un ideale violento di collettivizzazione; in Emilia hanno prevalso la cooperazione, la cooptazione, e un'incarnazione singolarmente bonaria del potere, coi suoi sindaci paciocconi. È difficile prendersela con loro, anche quando aprono CPT o speculano sulle privatizzazioni delle municipalizzate: perché? Perché alla fine senti che anche il sindaco sei tu, la giunta sei tu, il consiglio comunale sei tu (non ti hanno già chiesto di candidarti? Strano, sarà per la prossima volta), e i loro difetti sono anche i tuoi. Si capisce, se il bar sei tu, non è il caso di lamentarsi troppo dei servizi. O rischi di trovarti con lo spazzolone in mano. Sul serio, da noi se protesti troppo rischi di trovarti sulle spalle un assessorato: chi può darti di più? La cooptazione non perdona.

Se dovessi scegliere un rappresentante politico di questa emilianità, non avrei dubbi per un istante: Romano Prodi. Che fa politica da una vita (trent'anni fa era ministro sotto Moro), eppure non ha mai dato l'impressione di farlo per mestiere; piuttosto un'improvvisazione estemporanea, una missione di volontariato; un grembiule da infilarsi e sfilarsi prontamente, proprio come quello della signora dello spot. Passava di lì, ha trovato una fascia da leader che non usava nessuno, se l'è infilata e ora gira indefesso tra gli scaffali, chiedendo i clienti di dargli una mano a scaricare, perché "lo Stato sono io, e siete anche voi". È impossibile prenderlo troppo sul serio - si vede che il grembiule non è il suo - ma in un qualche modo riesce simpatico, i suoi difetti sono troppo familiari. Per contro, un politico del tutto anti-emiliano mi sembra Sergio Cofferati, che invece di cooptare occupanti di case sfitte e pancabbestia, parla di "ripristinare la legalità". Legalità? Ma che c'entra la legalità con la gestione emiliana del consenso? Manca poco che dica "lasciatemi lavorare".

Io non so se il modello emiliano sia in un qualche modo esportabile: eppure è una domanda d'attualità, visto che in un giorno non lontano potremmo assistere a sfide al vertice tutte bolognesi (Prodi, Fini, Casini, Bersani). Sarebbe interessante. Gli emiliani non sono stati spesso al potere; per contro, un romagnolo c'è rimasto per vent'anni, con un modo di fare tutt'altro che bonario; eppure anche lui improvvisando è riuscito per un po' a farsi condonare magagne enormi.

Non lo so - forse sono troppo emiliano per capirlo. Del resto è un po' che ho smesso di girare intorno ai banchi, e di infilarmi grembiuli che non mi calzano. Forse sto invecchiando, mentre cerco impegni veri, vocazioni, carriere. La verità è che continuo a improvvisare (non so fare altro): ma con sempre meno fantasia.

Anche al vecchio circolo di mio padre, nessuno gira più il banco per versarsi da bere: è da anni che hanno assunto un barista. Ci sono in giro troppe facce nuove, facce strane, facce che non conosci e non si conoscono tra loro. Non è questione di pregiudizi, ma come fai a fidarti?

E anche al supermercato: in teoria, sei tu. In pratica, non riesci ad affezionarti a una commessa, tanto è il turn-over dei contratti a tempo determinato. Che importa, tanto tra qualche mese apre il nuovo iper.

7 commenti:

  1. La cosa più bella su Prodi l'ha detta un giornalista emiliano, edmondo berselli, "gronda bontà da tutti gli artigli". E' perfetta anche per le coop.

    Che a tuo padre gli emiliani gli avranno fatto aprire un circolo ma un iper neanche se zìga in cinese. che te lo dico io

    RispondiElimina
  2. bella analisi.essendo emiliano d'adozione capisco bene cosa intendi e credo che, come dici tu, fuori dall'emilia la maggior parte della gente faccia fatica a comprendere.
    Mi sono permesso di citare il tuo post su alcuni blog dove si parlava della vicenda unipol. credo non sia un problema. ciao, gianluca

    RispondiElimina
  3. No che non è un problema, figurati. Anzi, mi puoi dare il linq?

    RispondiElimina
  4. l'ho segnalato su http://gago.splinder.com/.
    lo trovi nell'ultimo post che parla dell'argomento (parla, diciamo che ci scherza su..è un blog di satira, anche se presumibilmente lo conosci già)

    RispondiElimina
  5. Io vivo in umbria, e qui le cose non cascano a pezzi come in sicilia, le butttano giù direttamente le ruspe del comune, anzi, di qualche cooperativa al soldo del comune, se questo serve ad aumentare le quote di mercato.
    Esempio, fare una coop in pieno centro storico è un po' un problema, visto che devi sventrare qualche chiesa come minimo, quindi la si fa a 50 metri dal centro storico, sventrando solo un vecchio zuccherificio, in modo che la gente protesti, ma non troppo.
    Però questi 50 metri sono attraversati dal fiume, un bel problema, ci saranno ingorghi ovunque, abbattiamo i ponti di collegamento e facciamoli più larghi e più grossi.
    Certo la gente a questo punto si incazza perchè sono ponti storici, ma basta tirare giù una scusa qualunque, tipo che il fiume rischia la piena, e se qualcuno dice che l'ultima piena è stata un secolo fa gli si dice che c'è l'effetto serra, che com'è noto fa piovere di più.
    infine si condisce il tutto, con piccoli accorgimenti di marketing, ops di politica di conservazione del territorio ecc.. tipo mettere tutti i parcheggi della città a pagamento tranne quelli vicino alla coop.

    Fortuna che ci sono i comunisti e i verdi che ancora contano qualcosa e hanno il coraggio di alzare un attimo la voce.

    RispondiElimina
  6. beh, spesso i vecchi zuccherifici sono più brutti delle coop.

    Ma in coscienza: se l'Umbria fosse un paradiso liberale, pensi che il tuo paese avrebbe ancora tutti i vecchi ponti e lo zuccherificio in piedi? O non ci sarebbe un bel Carrefour o un Auchan a 50 m. dal centro storico, con parcheggio gratis ecc. ecc.?

    RispondiElimina

Puoi scrivere quello che vuoi, ma se è una sciocchezza magari la cancello.

Dimmi.

Offrimi un caffè

(se proprio insisti).