martedì 19 maggio 2015

Tradurre è un mestiere per signorine?

Dopo la laurea mi capitò di iscrivermi a un corso per traduttori. Detta così ha tutta l'aria di una truffa, e invece tre mesi dopo avevo un contratto a tempo indeterminato. Una volta nella mia città queste cose succedevano. Comunque.

Non ricordo molto del corso, a parte un paio di ragazze che lo frequentavano, e una battuta che a un certo punto fece un relatore: uno dei requisiti essenziali per fare una buona traduzione, spiegò, è avere un marito ricco. Presi nota. Se vado a vedere i miei appunti dell'università e oltre, ci trovo tante battutine argute, troppe. Oggi è la classica cosa che ritwitterei, pentendomi in mezz'ora. Rientra in una concezione un po' sessista del laureato in materie letterarie come "signorina di buona famiglia" che compie gli studi più per tenersi impegnata e incontrare persone interessanti che per reali esigenze economiche. Io purtroppo qualche tipo di esigenza del genere cominciavo ad avvertirla.

Ho smesso molto presto di fare traduzioni, benché l'attività in sé abbia di tutto per piacermi: sei da solo davanti a un testo e lo riscrivi, è meraviglioso (avendo tutto il tempo e i dizionari del mondo). Purtroppo farlo per mestiere significava per me accettare scadenze impossibili, vegliare tutta la notte scrivendo cose che al mattino risultavano indecenti, odiare i propri limiti e (soprattutto) non guadagnare abbastanza. Così dopo un po' ho smesso. Nessuno si è perso niente.

Questo non è un pezzo sul fallimento di ISBN edizioni. Non avrei nulla di originale da dire - quando un'impresa fallisce, molte persone si fanno male. Succede tutti i giorni, peraltro: non è strano che faccia più notizia una piccola azienda che smercia parallelepipedi di carta rilegata rispetto a una qualsiasi altra industria? Qualche mese fa fu Renzi, mi pare, a spiegare che negli Usa è diverso; negli Usa fallire è normale, una cosa che succede a tutti, si fallisce e poi si riparte, ecco, magari è davvero così - resta il fatto che i creditori fanno un bagno. A un certo punto Coppola si lascia sfuggire che gli stampatori avrebbero molti più motivi per protestare dei traduttori. Ma sono imprenditori, non intellettuali: quindi hanno una percezione del problema che il lavoratore cognitivo, magari fresco di laurea, non ha (e meno tempo da perdere su twitter?) Sanno che ogni contratto nasconde una percentuale di rischio: che su nessuno possono confidare al 100%, e in particolare su un editore di nicchia.

Il lavoratore cognitivo è l'anello più debole: ammesso che si renda conto del rischio, lo corre lo stesso perché è "un'occasione da non perdere", o perché non c'è altro all'orizzonte. Anche il fatto di essere in molti casi sottopagato - l'evidenza di avere un bassissimo potere contrattuale - non lo mette in guardia più di tanto. Del resto là fuori c'è sempre qualcun altro che può fare il lavoro che tu non accetti. L'anno scorso, mi pare, ci fu una lunga campagna per convincere cognitari e stagisti a non lavorare gratis, interessante se non altro per come fraintendeva un banale principio dell'economia: se da una parte università e corsi di giornalismo e scrittura creativa sfornano centinaia di migliaia di giovani apprendisti intellettuali disposti a tutto per "farsi un nome", hai voglia a far le campagne. Come puoi impedire loro di soffiare il lavoro ai penultimi arrivati? È cultura, è immateriale, non puoi fare picchetti all'ingresso. Puoi 'sensibilizzarli'. Cioè puoi trasformare una questione economica in un problema etico. Ma funziona? Con me non funzionerebbe - perché uso il condizionale? Con me non ha funzionato.


In Italia si scrive più di quanto si legge, lo sappiamo. E allora perché ci stupiamo del fatto che un sacco di gente sia disposta a farlo sottocosto o gratis? Ma così uccidono il mercato, dicono. Certo che uccidono il mercato. Che altro dovrebbero fare? Uno potrebbe persino sospettare che fosse il progetto iniziale dell'università di massa, e in ispecie della facoltà di lettere e filosofia di massa. Un'istituzione che sforna decine di migliaia di letterati all'anno cosa si propone di fare, se non distruggere il mercato letterario con la forza bruta del dumping salariale?

Tutti scrivono, pochi leggono, le librerie chiudono. Per favore non sorprendetevi, è una cosa che va avanti almeno da vent'anni - e do per scontato i traduttori che sbigottiscono perché non vengono pagati ne abbiano al massimo 30-35: gli altri hanno avuto tutto il tempo per accorgersi dell'aria che stava tirando. Con tutto quello che è successo al mondo e in Italia, crisi dell'11 settembre e crisi dei subprime, e il transito da cartaceo al digitale, è sorprendente pensare che ISBN sia durata 10 anni, dando lavoro a nove persone. Sul serio, non me lo sarei mai immaginato. Molte riviste che hanno fatto la storia delle lettere italiane sono durate assai meno. Non credo che sia più un modello sostenibile per l'editoria italiana, anche se decine di case altrettanto piccole e coi conti in ordine mi danno torto.

Resto comunque molto perplesso quando qualcuno invoca le leggi del mercato, in Italia, per gente che prova a vendere libri. Ormai mi sembra di aver capito che il "le leggi del mercato" in Italia sono una specie di culto: chi le invoca non necessariamente le conosce; si affida a esse come il cattolico ai Misteri della Fede. Di solito ciò succede proprio in ambiti dove queste leggi non hanno mai funzionato. Il calcio, ad esempio, altrove è una seria realtà industriale; in Italia è un'attività in perdita, un potlach per centinaia di imprenditori di provincia che devono dimostrare qualcosa a sé stessi e ai colleghi. La scuola dell'obbligo - benché l'assurdità di mettere in competizione tra loro le scuole elementari sia chiara a tutti - epperò non c'è niente da fare, bisogna farsi concorrenza, è la Legge del Mercato. Oppure i quotidiani d'informazione, gran parte dei quali stanno in edicola perché rappresentano il punto di vista di importanti gruppi economici, disposti anche a buttarci dei soldi: e però se ogni tanto un quotidiano perde il suo committente economico e politico, qualcuno invoca la "legge del mercato". Qualcosa di analogo succede anche coi libri.

Intendiamoci, se per "industria culturale" definiamo quella che sforna saghe cartonate a ciclo continuo, se la cava ancora bene: addirittura io ho la sensazione che gli studenti medi di oggi comprino e sfoglino più dei loro coetanei vent'anni fa (c'è da dire che son libri scritti in caratteri grandi). C'è anche chi sostiene che, se l'unica cultura che vende è quella lì, allora è l'unica che esiste, o perlomeno l'unica che ci meritiamo: insomma che per "cultura" si debba considerare quello che vedi in vetrina alla Feltrinelli. Io non sono così sicuro che successo editoriale e qualità letteraria siano correlate; nel passato non era così, e soprattutto non è così per me, che spesso ho voglia di leggere libri che interessano forse qualche centinaio di persone in tutta l'italofonia. Sono contento di trovarli ancora sugli scaffali, ma onestamente non capisco il modello di business che mi consente di trovarceli. A volte temo che dietro ci sia un traduttore-schiavo; altre volte mi faccio coraggio e mi dico che è semplicemente un tizio/a che ha sposato un ricco/a. E a quel punto lo invidio pure, chissà che belle mattinate passa, in veranda, con un laptop e un bricco di caffè.

2 commenti:

  1. come hai scritto in fondo, la frase iniziale non è sessista: per fare il traduttore puoi anche sposare una ricca. (Però a quanto ne so io l'età media dei traduttori letterari è maggiore)

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  2. Oltre ad avere un marito ricco, la traduttrice ideale dovrebbe - così la responsabile di un corso di traduzione letteraria, frequentato diversi anni fa, ci introdusse con una punta di sarcasmo questa figura professionale - anche non essere troppo giovane, in modo da avere avuto il tempo di diventare colta, e non avere figli, o con figli già grandi e indipendenti. Forse esistono traduttrici ideali in Italia, chissà. Tante altre, sicuramente, si fanno 'il mazzo' e si adattano a vivere con sobrietà - sempre per citare la responsabile del corso.

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