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sabato 31 ottobre 2026

A scuola coi fumetti

[Questo pezzo è uscito qualche tempo fa sulla Fine del mondo]. Quando ero bambino, i fumetti non erano mai abbastanza. I genitori mi garantivano al massimo un Topolino alla settimana e, nelle occasioni speciali, un Asterix. I Topolini mi finivano dopo mezz’ora. D’altro canto ero sicuro che ce ne sarebbero stati sempre di nuovi. Gli Asterix invece duravano molto di più; si potevano rileggere infinite volte, e ogni volta ti regalavano nuovi particolari. Ma avevano un terribile inconveniente: un giorno sarebbero finiti. Quindi già verso i sei anni il problema era chiarissimo: mi servivano più fumetti.

Così ho iniziato ad andare a scuola.

Ci sarei andato in ogni caso, perché la scuola nel mio Paese è obbligatoria. Paese curioso, leggi strane: si erano convinti che un popolo ignorante è un popolo schiavo, e così l’istruzione elementare diventò obbligatoria e gratuita. Ha funzionato? Non saprei dirlo. Ma senza scuola avrei letto meno fumetti. 

Li portavano i miei compagni: l’abitudine diffusa di acquistare un Topolino a settimana aveva creato problemi logistici non ancora superati (ci avete fatto caso a quanti Topolini affollano le ultime bancarelle dell’usato). A quel tempo ce n’erano molti di più dappertutto, cantine e solai ne rigurgitavano, ed erano meravigliosamente sgualciti e vecchi. Presto mi resi conto che i più vecchi erano i migliori. Le storie più complesse, il linguaggio più arcano, a volte non riuscivo a seguire bene, e questo mi stimolava. C’era stata dunque un’età dell’oro, prima della caduta. Quando oggi sento dire che la scuola di una volta era migliore perché insisteva sui classici, posso confermare, perché a scuola ho letto i Classici di Walt Disney, una storica collana che ristampava le storie migliori. Ancora oggi, quando sento parlare di Classici, devo fare un certo sforzo per ricordare che si tratta di Cicerone o Manzoni, e non di Carl Barks o Romano Scarpa. Disegnatori che ho imparato a riconoscere meglio di Rembrandt e Tiziano, molto prima di conoscerne i nomi.

A scuola c’era poi una stupenda biblioteca ֪– in realtà uno stanzino, ma per me stupenda, perché quei fumetti mai li avrei trovato altrove. Una Storia di Roma che aprii perché volevo capire qualcosa dei nemici di Asterix. Così imparai i nomi di re e imperatori; ancora oggi, se tengo una lezione sull’antica Roma, chiudendo gli occhi rivedo quelle vignette. E la spietata Storia d’Italia a Fumetti di Enzo Biagi, che in tv sembrava un giornalista tranquillo, ma conduceva evidentemente una seconda vita di fumettista truculento. C’erano anche degli Asterix, ma mi mettevano a disagio: mostravano un Asterix impacciato con problemi quasi più grandi di lui, e certo più grandi di me: non riusciva a evitare che i compagni venissero raggirati da un indovino ciarlatano, o che si facessero irretire da un centro commerciale romano edificato nella foresta. Mentre io a scuola mi baloccavo con le quattro operazioni, nel mondo del fumetto era successo qualcosa: Asterix stava crescendo, aveva smesso di girare il mondo e aveva scoperto i problemi sociali, l’economia, la politica? E io non ero pronto, ma forse fu allora che sulle strisce del diario di qualche compagno incontrai Charlie Brown. Anche lui non era pronto a niente. Niente più avventure per mare e per terra: solo brevi osservazioni, in una gabbia inesorabile di quattro vignette. I ragazzi avevano passioni intense ma astratte, difficili da condividere: il baseball, Beethoven, una coperta calda. Crescere era inevitabile, ma i Peanuts non avevano fretta e con le loro stravaganze mi stavano avvertendo che era tutto normale: era normale coltivare manie insolite, perdere la voce davanti a una compagna, e rifugiarsi in un mondo completamente immaginario, come lo Snoopy aviatore alla Grande Guerra. Mi hanno tenuto compagnia per tutta la scuola media, senza giudicarmi. Soffrivano con me, sorridevano con me, restavano con me ogni volta che perdevo una partita, o un aquilone non spiccava il volo.

Avevo ancora un diario di Linus quando arrivai al liceo, ma nulla poteva prepararmi a quello che mi aspettava. Lì la storia comincia a farsi confusa e variopinta, perché un mio compagno aveva un padre edicolante e portava in classe roba incredibile, dall’Uomo Ragno a Corto Maltese. Il gusto dell’avventura mi era tornato, insieme alla speranza che qualche avventura finalmente toccasse anche a me. Dovevo superare alcune prove: rompere il ghiaccio colle ragazze, non aver paura dei film dell’orrore. Non avrei mai smesso di aver paura dei film dell’orrore, ma i fumetti mi aiutarono anche stavolta a trovare un compromesso: a un certo punto i compagni cominciarono a passarsi gli albi di Dylan Dog (un bel ragazzo, benché apparentemente impacciato quanto me) che mi avrebbe raccontato tutte le trame di tutti i film che mi ero perso. Le teste mozzate e i globi oculari trafitti, nei disegni, mi spaventavano meno che in tv, e così ce l’ho fatta: sono diventato grande. Grazie alla scuola, e soprattutto ai fumetti che mi ha fatto leggere.

Ogni tanto ci ripasso ancora – anzi, ora che ci penso, lavoro là. Tra le altre cose insegno Storia antica, una materia che senza Asterix forse non avrei mai amato. Continua a essere un posto interessante, anche se ci sono sempre meno fumetti. Ma è un problema generale, anche le edicole stanno chiudendo. Così che quando becco una studentessa che invece di seguire la lezione sta sfogliando un manga, quasi mi commuovo (la nota gliela do lo stesso).

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