Ma potrebbe essere un errore più grave del solito. È in effetti abbastanza curioso come questo 15 ottobre nessuno lo abbia visto davvero arrivare, a sinistra come a destra. In fondo le manifestazioni studentesche hanno un ritmo stagionale – e il malcontento dei giovani dovrebbe essere un dato acquisito. Soprattutto le notizie dalla Francia potevano farci immaginare che presto o tardi anche le scuole italiane avrebbero iniziato a vibrare per simpatia con quelle d’Oltralpe. Le scuole del resto sono gli stessi edifici fatiscenti di cui ci stavamo lamentando ai tempi del Covid: benché negli anni successivi siano entrati nel cono d’ombra da cui uscivano soltanto in occasione delle periodiche sparate del ministro. Alla retorica sui banchi a rotelle è subentrata quella sui metal detector, o su impianti di aria condizionata che ancora un mese fa sembravano importantissimi e poi con le prime nebbie abbiamo smesso di parlarne (del resto non è chiaro con che energia li potremmo far funzionare). Soldi ne sarebbero anche arrivati, col PNRR: tutti investiti in strumenti tecnologici che invecchiano velocissimamente, costringendo gli insegnanti, dopo i soliti corsi sulla buzzword del momento (l’Intelligenza Artificiale!) a riscoprire la lavagna di ardesia e i compiti in classe scritti con la penna a sfera. Nel frattempo l’attenzione degli adulti si è spostata altrove, ma gli studenti in quelle scuole ci vivono tutti i giorni.
E così eccoci arrivati a un autunno molto più caldo del previsto, con studenti in piazza senza che nessuno gliel’abbia chiesto. I sindacati presi di sorpresa, i politici completamente distratti dalle stucchevoli schermaglie pre-elettorali: Ucraina sì, Ucraina no: una questione in realtà importante, ma che diventa un oggetto strumentale di dibattito tra forze politiche costrette dalla legge elettorale a presentarsi assieme. Allora forse la vera notizia è questa: tra adulti e studenti si sta rialzando un muro che sembrava completamente sgretolato già trent’anni fa, quando generazioni diverse partecipavano senza grandi difficoltà alle manifestazioni antiglobaliste condividendo linguaggi e obiettivi. Oggi questa condivisione non c’è più: gli adulti che continuano a leggere i giornali nazionali o a dare un’occhiata in tv ai talk politici rimangono risucchiati in un dibattito autoreferenziale; nel frattempo i giovani scoprono quel che succede in Francia attraverso Tiktok e Instagram – lenti distortissime e appannate, ma dall’altra parte almeno c’è il mondo.
Gli studenti del resto non sono che la punta dell’iceberg – o se preferite, il canarino nella miniera. Tra le loro priorità, accanto alle più prevedibili – la Palestina, l’emergenza climatica, la pace – comincia a comparire una parola che non avevamo mai associato agli adolescenti: il carovita. Del resto il prezzo al gasolio è alle stelle, e accanto agli studenti potrebbero nei prossimi giorni muoversi i più imprevedibili fiancheggiatori: i camionisti. Potrebbe veramente essere l’inizio di un nuovo tipo di mobilitazioni, più vicino al modello francese: slegato dai partiti e fomentato da rivendicazioni di categoria. Dietro una calma apparente, l’Italia è in ebollizione, e i partiti non sembrano in grado né di controllare né di capire cosa sta per succedere. Se poi qualcosa succederà, i primi a pagare saranno i giovani in piazza: è una lezione che abbiamo imparato sulla nostra pelle venticinque anni fa.

Nessun commento:
Posta un commento
Puoi scrivere qualsiasi sciocchezza, ma io posso cancellarla.