Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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martedì 16 dicembre 2003

Fine di un altro grande Irrigatore

Noi tutti non vediamo l’ora – oltre che di aver sconfitto il Terrorismo – di dialogare con l’Islam moderato. E cioè? Di cosa parliamo quando parliamo di Islam moderato?

Senza dubbio non parliamo di democrazia in senso stretto, insomma, di elezioni. Non ora, non qui. Su questo a destra come a sinistra siamo d’accordo: le masse islamiche non sono pronte per la democrazia, se chiamate alle urne reagiscono in maniera tutt’altro che moderata. Esempi? L’Iran rivoluzionario, l’Algeria degli anni Novanta. Di elezioni come quelle, l’Occidente avrebbe fatto volentieri a meno.
E naturalmente, parliamo di Islam laico, che in fondo è un controsenso (ma a controsensi così, noi laici col crocefisso a scuola siamo talmente assuefatti da non rendercene conto). Le gerarchie religiose ci incutono sospetto – e giustamente, dopo gli esempi di ayatollah e talebani.

Quindi: fuori le elezioni, fuori le scuole coraniche. Cosa resta? Molto spesso resta poco. Di solito l’unica struttura ‘laica’ solida e ramificata in questi paesi è l’esercito. Alla fine, in Algeria, ci siamo trovati a stare dalla parte dei generali. Perfino in un Paese relativamente laico come la Turchia, l’esercito è stato per molto tempo il vero baluardo laico contro il fondamentalismo religioso, e forse lo è tuttora. Naturalmente, dove c’è l’esercito c’è sempre un po’ di nazionalismo, ma quello non guasta mai, vero?
D’altro canto non bastano due stellette da generale per essere un leader islamico moderato. Dovrai dimostrare anche senso pratico, costruire infrastrutture per il tuo Paese, essere leale con i tuoi alleati e combattere, se è il caso, anche per il loro interesse. Dopodiché, che importa se proprio non sei democratico. Sarai giudicato per il bene che hai fatto al tuo Paese.

Ricapitolando: quando parliamo di Islam moderato, pensiamo a un regime un po’ laico, un po’ nazionalista, un po’ militarista, con un leader che si dà da fare per costruire infrastrutture e combatte anche per il nostro interesse. Detto così, è l’identikit politico di Saddam Hussein, il tizio che hanno arrestato ieri in una buca.

Forse non mi sono spiegato bene; allora riprovo copiando la pagina di un libro che a me è piaciuto molto, La famiglia Winshaw (What a carve up!), pubblicato da Jonathan Coe nel 1994 (Feltrinelli 1996). Il protagonista sta facendo una ricerca sull’editorialista Hilary Winshaw – uno dei personaggi più antipatici della Storia della letteratura. A un certo punto ne mette due di fianco, scritti a quattro anni di distanza. In mezzo c’era stata la prima guerra in Iraq. Ma funziona abbastanza bene anche dopo la seconda.

Oggi è arrivato sulla mia scrivania il bollettino di un gruppo che si fa chiamare Sostenitori della democrazia in Iraq, abbreviato in Sdi.
Essi dichiarano che il presidente Saddam Hussein è un brutale dittatore che tiene le redini del potere con la tortura e l’intimidazione.
Ebbene, io ho da dire due pargolette a questo stupido branco di Sdi: fatevi i fatti vostri!
Chi è responsabile dei programmi di assistenza sociale che hanno portato così profondi miglioramenti in ogni angolo dell’Iraq, nei servizi che hanno come obiettivi la casa, la scuola e la sanità?
Chi ha offerto di recente agli iracheni il diritto alla pensione e il salario minimo garantito?
Chi ha fatto installare nuovi e più efficienti sistemi di irrigazione e di drenaggio, chi ha concesso generosi prestiti ai cittadini e promesso “benessere per tutti” sino al Duemila?
Chi ha dimostrato di essere una figura così proba da indurre il presidente Reagan a cancellarne il nome dalla lista dei leader politici accusati di reggere il gioco dei terroristi?
E chi, ancora, fra tutti i leader del Medio Oriente, si è messo il contante sulla bocca, proprio lì, e ha chiamato a raccolta così tanti imprenditori e industriali inglesi perché lo aiutino a ricostruire il paese?
Esatto! È lui, il “brutale”, il “torturatore” Saddam Hussein.
Piantatela, Sdi! Prendetevela piuttosto con l’abbaiare degli ayatollah. Magari la vita in Iraq non è perfetta, ma oggi è meglio, molto meglio di come è stata per troppo tempo.

Dunque Saddam lasciatelo perdere. Io dico che è un uomo con cui possiamo stabilire rapporti d’affari.

Non capita spesso che un programma televisivo mi faccia dar di stomaco, eppure quello di ieri sera è stato un’eccezione.
C’è forse qualcuno in tutto il paese a cui non sia venuto da vomitare guardando Saddam Hussein al telegiornale delle nove, che metteva in mostra i cosiddetti ostaggi che egli perversamente di propone di usare come scudo umano?
Quella è un’immagine che non dimenticherò mai, finché avrò vita: lo spettacolo di un bambino visibilmente terrorizzato e indifeso, che veniva toccato e palpato da uno dei più efferati e spietati dittatori della terra.
Se mai qualcosa di buono può venire da un’esibizione così rivoltante, sarà quella di far rinsavire la lobby dei cosiddetti pacifisti e far loro capire che non possiamo starcene con le mani in mano lasciando che questo “cane pazzo” del Medio Oriente se la svigni senza saldare il conto per i suoi crimini atroci.
Non parlo solo dell’invasione del Kuwait. Tutti gli undici anni di presidenza di Saddam Hussein sono una lunga, stomachevole, storia di tortura, intimidazione, brutalità e assassinio. Chi non mi crede sulla parola dia pure un’occhiata a uno degli opuscoli pubblicati dal Sdi (Sostenitori della democrazia in Iraq).
Non ci sono dubbi in proposito: è finito il tempo di stare a guardare; è tempo di passare all’azione.

Preghiamo che il presidente Bush e la signora Thatcher lo capiscano. E preghiamo anche che il coraggioso, indomito ragazzino che ieri sera abbiamo visto sugli schermi televisivi viva abbastanza per dimenticare il suo incontro con il malvagio macellaio di Baghdad.

Che altro dire, a parte che Saddam, d’accordo, avrà irrigato, avrà drenato: ma volete mettere con l’Agro Pontino?

domenica 14 dicembre 2003

Preso Saddam Hussein, sospeso Il Nuovo

(La foto non c'entra niente, veramente: era solo divertente)

Delle due la notizia storica, naturalmente, è che hanno preso Saddam Hussein. Chi? Gli americani? Sicuri? Beh.
Naturalmente un dittatore arrestato è sempre una buona notizia.
Altrettanto naturalmente, si può e si deve obiettare al modo in cui Stati Uniti e alleati hanno snidato Saddam Hussein: mettendo a ferro e fuoco un Paese, destabilizzando la regione, mollando bombe a grappolo, raccontando balle all'opinione pubblica internazionale, ecc., ecc.. C'erano alternative? Non lo so, ma magari sì. E' già successo che tiranni sanguinari fossero liquidati senza scatenare tanta distruzione.
Insomma, l'arresto di Saddam Hussein non cambia il mio parere sulla cattiva politica di potenza degli Stati Uniti. Ma se può contribuire a chiarire la situazione, a fermare la cosiddetta resistenza irachena (o terrorismo o come vogliate chiamarlo), tanto meglio.

L'altra notizia, naturalmente trascurabile, è che il sito giornalistico Il Nuovo è stato sospeso, e chi lo ha staccato non ha ancora spiegato il perché.
Ora, curiosa coincidenza, Il Nuovo era stato forse l'unico organo d'informazione italiano a riportare la notizia che Saddam Hussein fosse stato arrestato dai peshmerga curdi, e che gli americani fossero arrivati solo due ore più tardi. Notizia curiosa, ma trapelata anche su quel network così fazioso e poco attendibile che è la BBC.

Su Indymedia se ne sta parlando, e naturalmente la teoria del complotto vende bene. D'altro canto, Il Nuovo l'hanno sospeso, Indymedia no, quindi guardiamo un po' il complotto.
Qualcuno fa notare che domani scadeva il termine per fissare le libere elezioni. Altri immaginano che i curdi abbiano forzato la mano ad americani non troppo ansiosi di trovare Saddam... certo, sono opinioni che lasciano il tempo che trovano. Però su Indymedia si possono ancora formulare.
Sul Nuovo, no.
Il servizio è sospeso.

Update: Il Nuovo non pagava la bolletta di Fastweb da sei mesi. La matassa s'infittisce.

venerdì 12 dicembre 2003

Piccola città, piccolo terrorista

Io, in realtà, di Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma non so quasi nulla.
(Neanche come si scrive esattamente il nome).
So quello che ho trovato su Internet (reuters-Sassuolo 2000) – e che stamattina leggeremo sui giornali: per esempio, che è nato la vigilia di Natale del 1969, e che quindi stava per compiere trentaquattro anni. Il fatto che avesse un passaporto giordano – su cui però c’era scritto “nato a Kuwait City”, mi fa pensare che i suoi genitori fossero profughi palestinesi. Ma magari mi sbaglio.
Sarebbe dunque un nato profugo, Al Khatib, ma di quelli che hanno rinunciato all’utopia del ritorno nei Territori e sono partiti per l’Europa in cerca di miglior fortuna.
L’Europa (Modena, per la precisione) non sembrerebbe esser stata molto accogliente con Al Khatib. Il suo permesso di soggiorno stava per scadere, e rinnovarlo sarebbe stato difficile perché non aveva un posto fisso ma soltanto impieghi saltuari, e piccoli precedenti per “rissa o fatti di violenza”. Niente a che fare con droga e alcool, comunque.
Ma questa è una faccia della medaglia. Dall’altra bisogna dire che Al Khatib soffriva di manie depressive e psicosi, e che a suo modo la città lo stava aiutando, coi servizi sociali e gli psicofarmaci.
Inutilmente, perché a un certo punto Al Khatib ha deciso di farla finita. Lo ha anche detto a un amico, una sera, mentre stava disteso sul suo letto vestito di tutto punto: ha detto che nella vita aveva “sbagliato tutto” e che si sarebbe “tolto di mezzo”. E ieri mattina ha mantenuto la promessa: si è dato fuoco nella sua macchina, facendosi poi esplodere quando il fuoco è arrivato alla bombola del gas. Una storia di disperazione come tante.

Diventa però un caso nazionale, perché Al Khatib aveva parcheggiato la sua Peugeot in via Blasia, all’imbocco di Piazza Mazzini, insomma accanto a una delle sinagoghe più grandi e belle d’Italia. E non può essere stato un caso, perché via Blasia è completamente chiusa al traffico, e all’altro angolo della piazza, di giorno e di notte, staziona una pattuglia: a turno carabinieri, polizia o guardie di finanza. Sono stati poliziotti, ieri mattina, a sentire la macchina frenare, la puzza di fumo, e a tentare anche un salvataggio con l’estintore.
Da qui in poi le versioni su internet divergono, anche sullo stesso sito, ed è difficile capire qual è la conclusiva. Secondo alcuni Al Khatib ha provato a scappare, addirittura uscendo dalla macchina: poi, vedendo i poliziotti, è tornato dentro e si è fatto esplodere. A me sembra un’assurdità: non si decide un suicidio così, in dieci secondi, per evitare grane con la polizia.
L’altra versione – la più plausibile, secondo me – è che all’arrivo dei poliziotti Al Khatib stesse già bruciando. Sull’auto comunque non si sono trovate altre taniche di benzina o cariche di esplosivo, come si è sentito dire nei bar per tutto il giorno. C’è voluto il buon senso degli investigatori a far presente che un kamikaze, se vuole fare una strage, non si fa trovare sul posto alle cinque del mattino. Alla fine della giornata tutte le dichiarazioni concordano (polizia, sindaco, Giovanardi che approfitta per fare uno spot alla sua associazione): è stato un suicida, non un terrorista suicida. Ha agito da solo, e non voleva uccidere nessun altro al di fuori di sé. Ma voleva farlo lì, dove l’ha fatto: nel ghetto di Modena, dove ora c’è Piazza Mazzini.

Su Piazza Mazzini io so invece parecchie cose.
I giornali scriveranno che a ottocento metri di distanza, nell’Accademia Militare, s’inaugurava l’anno accademico. Pura coincidenza, perché in fondo Piazza Mazzini è a ottocento metri di distanza da tutto quello che si trova in centro a Modena (compresa casa mia, dalla quale veramente ho traslocato la settimana scorsa, entrando spesso in centro in macchina alle ore piccole e senza permesso, come ha fatto lui). Piazza Mazzini è il cuore di Modena, ma il cuore di Modena è stato a lungo qualcosa di lurido e vergognoso: il ghetto degli ebrei, istituito dagli Estensi nel Seicento, e chiuso soltanto quando se ne andarono nel 1861. Vi vivevano, allora, circa un migliaio di ebrei modenesi. A quei tempi non c’era Piazza Mazzini, ma una serie di caseggiati che toglieva la visuale della sinagoga. Viale Blasia arrivava fino alla Via Emilia, e lì era chiusa da un cancello, che veniva chiuso di notte.
Nel 1903 si pensò di demolire le case e fare una piazza, che desse un po’ spazio a questa città di strade strette, e portici che non facevano passare i tram. Nelle cartoline d’epoca sembra una bella piazza. Ora un lato della Sinagoga guardava direttamente in faccia la via Emilia, fronteggiando il Palazzo Comunale; appena voltato l’angolo, la Ghirlandina. Il ghetto diventava il centro della città.
Col tempo questa strana sensazione di vicinanza tra Duomo, Comune e Sinagoga fu molto attenuata. Durante il Fascismo qualcuno pensò bene di risistemare la piazza piantando qualche bell’albero, che richiamasse i piccioni e, soprattutto, nascondesse la visuale della facciata della Sinagoga. La piazza assunse più o meno l’aspetto che ha ora.

Per la verità, la prima volta che la vidi era un po’ diversa, e mi fece paura. Dovete sapere che Modena non è sempre stata la città carina per cui cerca di spacciarsi adesso. Nei primi anni Ottanta il centro era ancora discretamente sgarrupato, e attirava piccioni ed eroinomani da tutta la regione. Sul serio: c’erano gli sfattoni di transumanza, che la mattina prendevano il treno per venire a Modena a farsi.
Così, la prima volta che passai per Piazza Mazzini per i fatti miei, e avrò avuto 13, 14 anni, la trovai irrespirabile, ma non in senso figurato. Il tanfo dei piccioni non si reggeva. Per il resto, sembrava di essere in una tavola disegnata da Pazienza in un momento di calo (non d’ispirazione). Bisognava guardare davanti a sé, e filare dritti.

Ci abbiamo messo degli anni a recuperarla, piazza Mazzini, come quei vecchi mobili che hai sempre tra i piedi e non ti accorgi che sono belli: io ci ho messo degli anni per accorgermi che c’è una piccola Barcellona in piazza Mazzini, perché negli anni in cui sventrarono il ghetto tirava il liberty, e facevo già l’università quando qualcuno m’indicò i due diavoli beffardi che reggono il balcone dell’emporio armani.
C’è anche un busto a Mazzini, piccolo, nero, snobbato perfino dai piccioni. Dico qui senza ironia che Mazzini mi ricorda un po’ Bin Laden. Non le idee, proprio la faccia.
E poco più in là, all’angolo della Sinagoga, la macchina di pattuglia. Tutti i giorni. Tutte le notti. Anche alle cinque del mattino. Ci abbiamo messo anni ad accorgerci che è sempre là, e anche adesso molti di noi fanno finta di niente.
“Guarda che di lì non si può”.
“Ma chi vuoi che ci faccia caso a quest’ora”.
“Guarda che lì una macchina c’è sempre”.
“Ma valà”.
“Ma se ti dico che c’è”.
“Ma cosa ci farebbe, scusa”.
“È per la Sinagoga”.
“Ma valà”.

In Piazza Mazzini c’è un’edicola, e di fianco l’edicola ogni sabato c’è qualche associazione che cerca di spiegarti qualcosa e spillarti qualcos’altro. Per molti mesi ci sono stato anch’io: raccoglievamo firme per la Tobin Tax. Poi, già che c’eravamo, prestavamo un po’ di spazio alle iniziative sulla Palestina. Così per molti mesi, a Modena, i presìdi per la Palestina si sono fatti nell’antico ghetto degli ebrei, di fronte alla Sinagoga, e nessuno ha trovato nulla da dire (anzi forse in questura eran contenti, che risparmiavano una pattuglia). Questa era una delle cose di Modena che mi piacevano di più, e prima o poi pensavo di scriverci qualcosa, su piazza Mazzini. Ma non l’ho mai fatto, e mi tocca di farlo ora, per il suicidio di Al Khatib.

Il botto è stato forte, ha infranto le vetrate e poi forse un vuoto d’aria ha gonfiato le saracinesche dei negozi, che anche stasera stanno così, come palloni affacciati sul marciapiede. I danni alla Sinagoga sono lievi: si è staccato un po’ d’intonaco, i muri si sono anneriti. La gente esce dall’albergo con aria perplessa. Dall’altra parte della piazza manichini vestiti da Babbo Natale si arrampicano sul palazzo liberty. E sul lato della via Emilia c’è una piccola giostra in miniatura. I diavoli dell’emporio armani mi ridono sempre in faccia. Modena si ostina nella sua carineria, ma ieri notte è successo davvero qualcosa.

Gli investigatori parlano di “emulazione”: capita, a certi suicidi, di voler imitare qualcosa o qualcuno, di voler dare un senso più grande al gesto estremo. A pochi metri da qui, dietro al Duomo, un editore fascista ed ebreo, Formiggini, si buttò dalla Ghirlandina in segno di protesta per le leggi razziali. Contro chi protestava, Al Khatib?
È plausibile che ce l’avesse con gli ebrei, anche se probabilmente a Modena non ne aveva mai visto uno. Sono rimasti talmente pochi che la Sinagoga viene adoperata soltanto per le feste.
Più di Formiggini, a me viene in mente un altro italiano di mezza età, quello che decise (forse) di farla finita schiantandosi contro il Pirellone. Prima di lui un adolescente americano aveva puntato un piper contro un grattacielo a Chicago. Queste persone non sono terroristi, ma citano il terrorismo. Perché lo fanno?
Forse perché il terrorismo è un messaggio che funziona. Anche se a loro, più che il messaggio, interessa il suono. Il mezzo, non il fine. Autodistruggersi, non cambiare qualcosa. Sono anche loro, alla fine, vittime del Terrorismo. E senza essere terroristi, riescono comunque a farci molta paura. Terrorizzati come già siamo dai fori nelle bottiglie, scopriamo di avere un obiettivo militare proprio nel nostro centro storico. Ora dovremo tenere alta la guardia, come diceva quel famoso ministro, aumentare le pattuglie, far caso a ogni passante sospetto…

Intanto Modena fa finta di niente, festeggia il Natale e l’Accademia dei suicidi, ma stasera in via Blasia io ho visto le prime crepe dell’intonaco. È il secondo anno della Guerra al Terrore, e da qui sembra proprio che la stiamo perdendo.

giovedì 11 dicembre 2003

Sballato col 2

Vorrei parlarvi di un mio amico, che ha un problema col numero Due.
Direte: che c’è di male? Il Due è un numero normale. Sbagliato. Il Due è un numero dannato. La vita, sapete, è come giocare a sette e mezzo, con una differenza: che a sette e mezzo per sballare tutto serve un otto, invece nella vita basta un Due. (Per cui è matematicamente dimostrato che vivere è più difficile di giocare a sette e mezzo).

Ora, il problema del mio amico è che il suo mazzo di carte sembra fatto soltanto di Zero e di Due. Faccio un esempio. Una volta si sentiva solo, e gli sarebbe piaciuto avere una ragazza. Non c’è mica niente di male, in questo, no? Lo chiedo a voi: c’è qualcosa di male? Non è così che vanno le cose? E così, e vai a una festa, e vai a una riunione, e fatti sentire, e tieniti a disposizione, e dai e dai, finalmente un giorno felice trova una ragazza che gli piace, e lui a lei. Bene.
Poi il giorno dopo ne trova un’altra. E siamo a due. E non va più bene niente.

Allora si silenzia il telefono, e ci si rende irreperibili, e si cercano le scuse, e si devono fare le scelte, ma perché? Perché dopo tanti Zeri doveva uscire proprio un Due?

Faccio un altro esempio. Una volta si sentì povero, e si mise a cercare un posto (c’è qualcosa di male in questo?) Ma poi il TAR scrisse una sentenza, e chi aveva un posto rimase senza.
Allora lui si trovò un altro lavoro, ma uno solo non gli bastava. E così si trovò due lavori. Ma due sono troppi, si sa. E allora si stacca il telefono, e si bruciano i semafori, e si raccontano frottole al capo, e si cercano le scuse, e lei ti dice sei stanco, sei strano, cos’hai? (Non è che stai pensando a quell’altra?)

Per togliersi questi problemi dal dorso, un giorno volle provare un concorso. Ma per tenersi sul sicuro, ne fece un’altra delle sue: s’iscrisse a due.
“Tanto col poco tempo che ho, nemmeno uno ne vincerò”.
E invece no. Li vinse entrambi.
Ma vincerli entrambi, uno, non può! Non si può correre in due concorsi, e stare in due posti diversi nello stesso intervallo, firmare a Bologna se si è a Maranello. E allora si seppellisce il telefono, e si parcheggia in sosta vietata, e si raccontano stronzate a due capi, e lei ti guarda storto: dove sei stato?
“A Bol… a Maran… non so”.
“Con chi ti sei visto?”
“Oh, no!”

Cosa c’è che non va nel mio amico? Lo chiedo a voi. Lui non è cattivo cristiano, ma ha solo degli Zero e dei Due in mano.
E hai voglia a dirgli “scegli”: credete davvero… che ci sia scelta, tra un Due e uno Zero?

mercoledì 10 dicembre 2003

Italiani, fate figli, ma fateli tutti tra il 1 dicembre 2003 e il 31 dicembre 2004. Per quest'anno non fate altro: dedicatevi alle delizie dell'amore e non lasciatevi distrarre dal lavoro o da altro impegno, perchè poi il sostanzioso bonus di mille euro non ci sarà più.
Livia Turco

Siam tutti figli di Maroni

(il che è tutto dire)

Quando finalmente un Ministro ne combina una giusta, perché non parlarne bene?
E allora io proclamo che ho visto lo spot sul secondo figlio è mi è piaciuto. Forse crescere con un fratello non è un diritto, ma senz’altro è una grande opportunità.
Purtroppo, come al solito, la pubblicità non è rivolta a me, che essendo a dicembre del 2003 a quota 0 figli, anche consacrando tutto il mio tempo alle delizie dell’amore (come consiglia, forse ironicamente, l’on. Livia Turco) non ho nessuna speranza di riuscire a figliare un secondogenito entro il 31/12/2004 e intascare così il congruo assegno di Euro mille (1200 $!). A meno che non sia consentita la bigamia, aspetta… no, pare di no.

Fregati anche stavolta. Beh, a dire il vero un modo ci sarebbe.
Funziona così: una volta fatto il bambino, lo molliamo in ospedale. A quel punto, oltre al taglio drastico di tutte le spese per pannolini, fasciatoi, biberon, la bicicletta, il motorino, l’università… incameriamo un assegno di Euro 1500 (1800$!). Cioè, veramente lo incamera la madre (l’utero è suo). Ma se ci si mette d’accordo prima… e poi in questo caso la poligamia è consentita (se non incentivata).

È il risultato un po’ paradossale di un emendamento alla finanziaria, emendamento bipartisan per giunta. Ma mentre i mille euro al secondogenito sono già uno spot in fascia protetta, dei millecinquecento al primogenito orfanello non si parla. Perché? Forse nemmeno Maroni si aspettava una legislazione così avanzata in materia di figli di nessuno.

Beh, poco male: se la comunicazione ufficiale è scarsa, ci siamo sempre noi valorosi blog. Ecco il mio spot, dedicato con affetto al nuovo Padre della Patria.



Sì, non è un granché, mi rendo conto, ma per quel che mi pagano.

martedì 9 dicembre 2003

Sostenendo la sua turpitudine con spirito quanto con sfrontatezza, pretendeva alteramente che la vigliaccheria fosse soltanto desiderio della propria conservazione, e che fosse del tutto impossibile a persone sensate rimproverarla come difetto… (Chi indovina cos’è, gli offro un caffè).

Ich liebe Amerika!


La polemica col Griso ha avuto dei cascami divertenti. Tra l’altro, mi è stata diagnosticata una malattia dello spirito. È grave, dottore? Massì, naturalmente è grave. Ne parlava il blog che ama l’America (amore non corrisposto, spero). Un altro che per la vittoria della democrazia in Medio Oriente è disposto a fare qualsiasi sacrificio, per esempio, sfoggiare tanti bannerini.

Sintomi di questa grave malattia? Il paziente mostra scarsa voglia di farsi ammazzare. Ah, però. Secondo l’amante dell’America questa sarebbe "pulsione di morte". Qui c’è qualcuno che ha le idee confuse, e non sono io. La pulsione di morte è quando qualcuno vuole morire. Ma io, se ancora non si è capito, non voglio morire. Io ho una gran voglia di vivere. La pulsione di morte ce l’avrà poi lui. Anzi, adesso che ci penso neanche lui ce l’ha, altrimenti sarebbe sul fronte della democrazia e della libertà, e ce n’è di spazio dal Tigri al Pamir per chi voglia immolarsi alla causa. Invece se ne sta comodo comodo davanti a un PC a diagnosticare le malattie dello spirito altrui. Ma riguardati te, riguardati. Non lo sai che c'è il tunnel carpale in agguato?


A questa malattia dello spirito, a questa morte dell'energia vitale che ha spento creativita' e intelligenza europei, coincide il declino demografico di questa debole umanità al tramonto. Ogni coppia fa poco piu' di un figlio (1,2). Il che vuol dire dimezzamento della popolazione in una generazione. Riduzione a un quarto rispetto alla popolazione di partenza nel giro di due generazioni. Per capire che palle si stiano raccontando sul futuro dell'Europa (e la realta' matematica che e' tenuta nascosta) prima di continuare la lettura si guardino con attenzione queste proiezioni :

“Spirito”.
“Energia vitale”.
Creatività e intelligenza “europei”

Tutto questo mi suona stranamente familiare (e ben poco americano). Manca solo una citazione di… ah, ma in fondo c’è: Friedrich Nietzsche, il famoso superuomo. Non dubito che al giorno d’oggi anche lui terrebbe un blog, dove concionare ogni giorno sul tramonto dell’Occidente pigro e malato. Che eterni ritorni, eh?

“Declino demografico”
“Debole umanità al tramonto”
(Seguono proiezioni demografiche)

Quali sono i tratti distintivi del Fascismo? Primo: non si parla mai di soldi. Perché? Perché i rapporti di produzione non si devono toccare. L’economia è tabù. Dunque, se ci sono problemi, si devono trovare altre soluzioni. In Europa si fanno pochi bambini? È perché si sta esaurendo l’“energia vitale”, perché l’“umanità è al tramonto”. Guai a parlare del prezzo dei pannolini.
E dire che il problema è tutto lì. A me piacciono i bambini, e, dipendesse dall’“energia vitale”, probabilmente ne avrei già fatti tanti. Ma tanti. Se c’è una cosa che proprio non mi deficita, è proprio quell’energia lì.
E allora cos’è che mi trattiene? Il tramonto dell’Occidente? Suvvia. Sappiamo tutti benissimo che metter su casa e famiglia in un regime consumistico è terribilmente caro. Lo sappiamo. Poi, a volte, facciamo finta di non saperlo e ci raccontiamo tante storielle sul declino dell’energia vitale. Perché lo facciamo? Per non parlare d’economia. L’economia non si tocca. L’economia è un tabù. 'Raus!

(Oh, la dolce parolina tedesca! Ma come mi è venuta fuori?)

Un altro tratto distintivo del Fascismo? Il mito della razza. All’inizio, a dire il vero, la razza non era un concetto molto definito. Ma non c’è niente da fare, se semini paroloni come “civiltà”, “cultura”, “identità” prima o poi qualcosa cresce: e di solito sono erbacce perniciose.
A un certo punto, senza quasi volere, l’Amante si mette a parlare di “carne”. Il guaio, dice, è che oggi non c’è abbastanza “carne” per fare una società veramente europea.

Tutta l'Europa e' oggi vecchiaia e prossimita' di morte. Demograficamente e spiritualmente. Almeno il vecchio amasse se stesso nel proprio figlio. Invece la pulsione di morte e l'autodisprezzo è così forte da far rinnegare la propria carne
[…]mancando la stessa materia prima - la carne - per qualsiasi nuova societa' europea.


Da qui a mettersi a macellare la carne altrui il passo è ancora lungo (è un passo dell’oca, appunto), e l’Amante non lo fa, bisogna dargliene atto.
Ma sembra che non lo faccia per disperazione più che per intima convinzione. “Noi veramente preferiremmo lavorare con carne di qualità europea, ma ormai… è tardi, si sa… le previsioni statistiche … Dobbiamo arrangiarci con carne d’importazione, robaccia, frattaglie non ariane”.

Ops!
Ho detto “ariane”! Ma come mi è venuto in mente?

Il futuro dell'Europa, la sua storia e i suoi ideali di uguaglianza e liberta' di pensiero e di vita, la sua laicita' e tolleranza, tutto questo dipende da chi saranno gli Europei di domani. Ossia dipende da chi nascera' in medio oriente nei prossimi cinquanta anni. E qui sta il punto.
Un popolo crede ciò che ai suoi bambini viene insegnato nelle scuole.


Seh, magari. Però, se le cose stanno davvero così, un modo ci sarebbe. Invece di spendere miliardi in armamenti, noi li reinvestiamo in scuole pubbliche di ottimo livello, e quando arrivano i nostri posteri medio-orientali li…
Alt. Così sarebbe troppo facile. Invece, sai cosa facciamo? Prima finanziamo un po’ di regimi in Medio Oriente, l’uno contro l’altro. Poi li scarichiamo. Poi li invadiamo. A questo punto loro crollano in un’anarchia militare o fondamentalista, o le due cose insieme. E a quel punto noi, sai cosa facciamo? Ci mettiamo a dialogare con l’“Islam moderato”, che naturalmente è fiorito nei crateri delle bombe a grappolo. È un piano davvero geniale! È senz’altro stato concepito da qualche Superuomo. Come si dice superuomo in americano? Übermensch!
Aspetta, no.
Quello non è americano… è… tedesco.
Ma perché mi viene da parlare in tedesco, stanotte?

Con degli amici così, povera America, hai davvero bisogno di nemici?
Come quel vecchio lupo che s’infarinava le mani per darla a bere agli agnellini, così questa gente non fa che parlare di libertà, giustizia, democrazia… ma se gratti un po’, cosa trovi?
L’“energia vitale”. Le statistiche demografiche. La “carne”. E un po’ di Nietzsche di condimento. Mi chiedevo cosa potesse crescere dal seme dei Neoconi. Ecco, adesso lo so.
E adesso che lo so, cosa m’importa sapere che ogni coppia fa in media un figlio e un piede (1,2), se magari quel figlio mi vien su balilla perfetto come l’Amante dell’America? Mi tremono già le ginocchia al pensiero di un figlio così.
Non potrei adottare un arabo? O un albanese, al limite? Sì, lo so, come carne è di seconda scelta.
Ma mica me lo devo mangiare, io.

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