mercoledì 31 dicembre 2003

Buon anno!

(Il 2003 è stato un po’ più duro di quanto non credessi. Il 2004 dovrebbe portare a una schiarita, mentre mi aspetto grandi cose dal 2005. Anche se, francamente, non conosco nemmeno il mio ascendente).

Vi auguro ogni bene e vi saluto per un po’, diciamo fino al 6. Credo che ce la possiate fare, ma in caso contrario, viene utile il regalo che mi hanno fatto quelli di torre p… di torre Polaroid.

È un blog di Leonardo automatico, cioè che si scrive da solo (purtroppo per ora è disponibile solo in inglese)! Sembra una cazzata – in effetti lo è – ma dopo un po’ ti rendi conto che è una cazzata molto più sottile di quelle che escogiti tu di solito. Intanto il Leonardo automatico ha un layout più elegante del mio. Poi è più lapidario, il che non guasta, e spesso segnala articoli che mi erano sfuggiti (l’altro giorno, un fondo del Japan Times). Insomma, non mi sbilancio, ma credo che potrò imparare qualcosa anche da lui.

Ma soprattutto… il Leonardo automatico ha i commenti! E allora, che aspettate? Dateci sotto.

martedì 30 dicembre 2003

Karaoke esistenziale, ciak! 7.

E adesso, che cosa faremo?

Gli levano il turbante, dicono: “chi è questo, un ebreo?”
Lavorano per la Morsa.
Metton su i manifesti con scritto: “Noi guadagniamo più di te!
Noi lavoriamo per la Morsa!
Convinceremo i giovani credenti
coi nostri discorsi contorti.
Alleneremo i nostri uomini dagli occhi azzurri
A credere soltanto in Te”

Il giudice ha detto “da cinque a dieci anni”,
gli ho risposto: “raddoppia pure.
Io non lavoro per la Morsa”.
Nessun uomo che abbia ancora un’anima
Può lavorare per la Morsa.
Tira calci al muro, il Governo può cadere,
come puoi negarlo?
Dà voce alla tua furia, la rabbia è il tuo potere,
non capisci che puoi usarla?

Le voci nella tua testa ti chiamano:
“Smetti di sprecare il tuo tempo, non si arriva a niente.
Solo un pazzo spererebbe nella tua salvezza.
Gli uomini in fabbrica sono vecchi ed esperti
Tu non ci devi niente, per cui, aria”
Sono gli anni migliori della tua vita, quelli che ti vogliono rubare...

...E allora cresci e ti dai una calmata
– ora lavori per la Morsa! –
Cominci a vestire in blu e grigio,
e lavori per la Morsa.
Ora hai qualcuno a cui dare ordini,
ti fa sentire grande, vero?
Ti lasci andare finché non cominci a molestarli…
Coraggio! Ammazzane uno, adesso!

Questi sono i giorni dei malvagi Presidenti,
che lavorano per la Morsa
ma prima o poi qualcuno pagherà per tutto questo,
per aver lavorato per la Morsa,

(ma, ah, campa cavallo…)

E non sto mica rivelando segreti.
Vedremo chi è il più fesso.


(Clash, Clampdown, 1979).

Postilla:
Ci sono dei motivi per cui ai suoi tempi non riuscivo a leggere un testo di Joe Strummer, e adesso sì.
Uno di questi motivi è che ho imparato un po’ d’inglese, ma neanche tanto in realtà. Strummer tutto sommato non usa parole molto difficili. Dylan usava parole difficili. Jim Morrison usava paroloni difficili. Tutta gente che riuscivo a capire. Joe Strummer no.
Intuivo solo una grande energia, che era rabbia e allegria assieme (mi è tornata in mente una recensione di London Calling: “sembra che canti per tutto il tempo con un ghigno”) e comunque mi bastava.

Ma se provavo a leggere i testi… un ebreo col turbante? Cosa significa? Cos’è, esattamente, questo Clampdown da cui bisogna stare attenti a non farsi assumere? Il Ragazzini dava: “stringere i freni nei confronti di, dare un giro di vite a q.”. Più tardi l’Oxford avrebbe precisato: “sudden policy of increased strictness in preventing or suppressing sth.”. Dunque alla fine sarebbe meglio tradurre “stretta”, o “giro di vite”. (Invece ho messo “La Morsa”, perché questo è il mio karaoke). E quegli uomini in fabbrica, devono qualcosa a qualcuno o è qualcuno che deve qualcosa a loro? Perché a un giudice che ti dice “5 a 10” gli rispondi “raddoppia”? Insomma, non poteva essere più chiaro Joe Strummer?

Ci sono dei motivi per cui non riuscivo a capire Joe Strummer, anche se intuivo che era bravo e aveva cose importanti da cantare. Un motivo credo fosse l’attualità. A Dylan non interessava troppo. A Jim Morrison, men che meno. Alla fine un ragazzino italiano a metà ’80 riesce comunque a trovarci delle cose. Ma Joe Strummer usava parole che non si trovavano ancora del tutto a loro agio nei dizionari, parole che nascevano sui tabloid dei drugstore, e ci avrei messo molto tempo prima di vederne uno. E poi Strummer rimase sempre, ferocemente, 1977. Anche nel 1979. E probabilmente già un paio di anni dopo stava diventando incomprensibile. Ma gitalong, diceva lui: campa cavallo.

Ci sono dei motivi per cui un pezzo scritto da Joe Strummer, nel 1979 diventa comprensibilissimo nel 2003, quasi '04, in Italia. Basta accendere la tv: scioperi dei trasporti, allevatori alla frutta. A un certo punto oggi davanti a un servizio mi è venuto spontaneo dire: “piovono pietre”. Per l’appunto. L’Italia del 2004 sembra l’Inghilterra del 1978. (Ma almeno loro prima erano un Impero). Di gente col turbante ce n’è fin che vuoi. E gente che è felice di guadagnare più di te e ci stampa anche i manifesti. E gente che a questo punto trova più dignità in prigione che fuori. Vecchi in fabbrica: sia che se ne debbano andare perché la fabbrica chiude, sia che debbano restare da vecchi perché Tremonti non li fa andare in pensione. La canzone funziona lo stesso. La canzone funziona talmente bene che fa piangere.

C’è un motivo, alla fine, per cui Joe Strummer ci manca, ancora più oggi che un anno fa. Ci manca perché a un certo punto ha creduto che la rabbia fosse potere, e che si sarebbe potuto usarla: e che il governo sarebbe caduto, e che qualcuno avrebbe pagato. Ci manca per quel momento, che è stato breve anche per lui. Perché alla fine, pare che avessero ragione “le voci nella testa”: non si arriva a niente, non ci si salva. La Storia se n’è fregata della sua rabbia, è proceduta trottando come la canzone, che finisce nel modo più brutto del mondo: non finisce, i suonatori continuano a suonare sempre meno convinti, l’inno diventa filastrocca: Gitalong, gitalong. Sì, d’accordo, la Morsa, ma bisogna pur sempre lavorare…

(Ora però posso dirlo: se ad antenna 1 in questi giorni non la smettevano di metter su pezzi dei Clash, io restavo senza occhi per piangere).

domenica 28 dicembre 2003

La grande battaglia delle idee

(Post in tre atti, in cui si mandano al diavolo un paio di persone, e c'è pure il turpiloquio)

Il demonio dei blog quest’anno si è dato un sacco da fare.

Ogni giorno intento al suo calderone, dove mescola rancori e frustrazioni, e distilla post polemici e commentini rancorosi da insufflare nei più bei cervelli della rete. E c’è sempre un qualche flame da accendere, un troll da sguinzagliare. La notte poi, mentre fuori il mondo dorme, lui veglia: aspetta i clienti più tignosi, quelli delle ore veramente piccole.

Toc, toc.
“Entra, Rolli, cosa vuoi?”
“Devi aiutarmi. Mi sono incazzata con Leonardo”.
“Ancora con lui? Ma lo lasci perdere o no? Lo sai che nell’ultimo mese gli hai dedicato più post che a Saddam Hussin e Christian Rocca messi assieme?”
“Lo so, lo so, ma lui adesso ha scritto che…”
“E fregatene di quel che scrive, no? Lo vuoi capire che è un pesce piccolo, e non lo conosce nessuno? Anzi. Sei tu che lo fai conoscere in giro. Hai visto gli ultimi tre mesi di contatore?”
“Ma lui ha detto che…”
“Ma lo fa apposta! Ti manda in ebollizione, e quando gli dedichi due post di apertura al lunedì lui gode! È la seconda volta in due mesi…”
“Non m’importano gli accessi”.
“Bum!”
“Questa è una battaglia delle idee”.
“…”
“Non ridere”.
“Hai un bel da dire. «Rolli e Leonardo, la battaglia delle idee». Non ci facciamo mancare niente, eh? Nietszche e Marx erano in vacanza, e allora ci mettiamo Rolli e…”
“Insomma, mi aiuti o no?”
“Dipende. Cosa vuoi da me? Cosa vuoi dal tuo blog? Vuoi aiutare a fare luce sulla questione israelo-palestinese o semplicemente averla vinta in una discussione contro uno sconosciuto antipatico?”
“Bah, forse dovrei voler far luce sulla situazione… con un punto di vista critico, non di parte, senza esasperazioni polemiche…”
“Brava”.
“…ma in fondo si tratta di un’impresa troppo ambiziosa per un blog”.
“Beh, forse sì”.
“…Allora in mancanza di meglio preferisco averla vinta in una discussione con uno sconosciuto. Hai qualcosa per me?”
“Beh, le solite cose. Foto di morti. Magari bambini”.
“Israeliani, spero”.
“Naturalmente. Ci ho qui due scrigni, vedi? in uno tengo i cadaverini israeliani, nell’altro gli arabi”.
“Sono molto grandi”.
“È un articolo che va molto quest’anno. Sai, ci tengono tutti ad averla vinta in una discussione”.
“…ma non è che appena esco io arriva lui e te ne compra un po’ di quegli altri, vero? Quella gente è capace di tutto”.
“Segreto professionale, mi dispiace. E poi ci sarebbe una notizia sui tagliatori di teste”.
“I terroristi palestinesi tagliano le teste?”
“Sì, ai cadaveri, per chiedere il riscatto dei confratelli prigionieri”.
“Ma questa è fantastica! Meravigliosa! Questa gli chiuderà la bocca per sempre… ehm… volevo dire… è una notizia atroce, terribile”.
“Cosa c’è? Ti fai gli scrupoli davanti al diavolo? Prendi, prendi, offre la casa”.
“Ma è solo di fonte israeliana”.
“E allora?”
“Allora lui troverà un’altra notizia di fonte palestinese, e saremo daccapo”.
“Le fonti israeliane sono attendibili. Le fonti palestinesi non sono attendibili. I palestinesi sono accecati dall’odio antisemita. Gli israeliani sono severi ma giusti e occupano per difendersi. Chi critica Israele è un connivente dei terroristi, quindi è un terrorista, ed è pure antisemita. La linea da seguire è questa”.
“Ma sei proprio sicuro?”
“Sono il diavolo, vuoi che non sia sicuro? Chi non è d’accordo con te, nel 2004, puoi chiamarlo semplicemente antisemita”.
“Non so, mi sembra un po’ eccessivo…”
“Quando hai dei dubbi, pensa ai bambini morti”.
“Sì?”
“Pensa che lo fai per una buona causa. Lo fai per i bambini morti”.
“Ma non è vero che lo faccio per i bambini morti. Lo faccio per aver vinta una discussione contro un s…”
“…ssst. Non dire niente. Prendi la merce e vai su, che tra un po’ è l’alba, e se non ti sbrighi lui arriva è chissà cosa ti commenta”.
“Hai ragione. Addio”.
“…io intanto segno, eh?”
“Sì, giusto, segna. Addio”.

(Exit Rolli)

“Non dovrei dirlo io, ma quella esagera… Leonardo qui, Leonardo là, mah. E scommetto che adesso arriva il Griso”.
“È permesso? Sono il Griso”.
“Permettiti, permettiti. Qual buon vento?”
“Io non so… io stavolta non ci volevo venire, però…”
“Lo sai che dici tutte le volte così, vero?”
“Lo so, lo so. Ma è colpa di Leonardo!”
“…e figurati. Cos’ha fatto stavolta?”
“Allora, io stavo controreplicando alla prima parte della seconda controreplica, hai presente?”
“Come no”.
“Stavo seguendo i tuoi consigli: fingevo di criticare lui, in realtà me la prendevo con terze persone aspettando che lui venisse in loro soccorso e si scoprisse. Se criticava Casarini, gli dicevo che Casarini aveva più palle di lui; poi quando difendeva Casarini lo attaccavo”.
“Di tutta l’erba un fascio. Ottimo, ottimo”.
“Sì e dovevi vedere che fascio. Ci ho messo dentro di tutto, da un suo post di tredici mesi fa a un suicida di Modena, per finire con la Guzzanti e il genocidio con le armi chimiche. Un mix imbattibile, secondo me”.
“E non ha funzionato?”
“Insomma. A un certo punto mi ha chiesto: scusa, ma per te è più grave che la Guzzanti usi la parola genocidio a sproposito, o che gli israeliani adoperino davvero armi chimiche nei territori?”
“Perché, le adoperano?”
“Ma certo che le adoperano, se non lo sai te, scusa? Al pronto soccorso arriva gente che vomita sangua e ha spasmi nervosi".
“Devi far passare l’idea che il pronto soccorso non è una fonte attendibile, perché gli infermieri sono conniventi con i terr…”
“Ma fammi il piacere”.
“No, fammelo tu. Cosa vuoi da me? Cosa vuoi dal tuo blog? Vuoi fare informazione o segnare un punto in una discussione con un noglobal chiunque?”
“Io… non lo so”.
“Israele usa gas proibiti dalle convenzioni. Come tutti: anche in Italia son successe delle cose interessanti negli ultimi anni. Se vuoi, puoi cominciare da oggi una campagna d’informazione sulle armi chimiche proibite in Occidente e in Israele. Ho qui già pronto tutto quello che ti serve, materiale, link, testimonianze, tutto. Certo, sarebbe come dar ragione a Leonardo”.
“No, questo mai”.
“Ecco, vedi? E allora facciamo così. Minimizza”.
“Minimizzo cosa? Le armi chimiche?”
“Massì, chimiche, chimiche, che parolone, sono solo fumogeni un po’ pesanti… e poi non è mai morto nessuno. Anzi, fa’ una cosa: va su un sito palestinese e guarda gli effetti del gas”.
“Ci sono già andato, ma è spaventoso! Agiscono sul sistema nervoso, proprio come il gas nervino!”
“Se permetti, la tua frase è formulata male. Devi dire così: Niente di speciale, agiscono sul sistema nervoso, mica come il gas nervino. E se non c’è il Zyklon B non è arma chimica. E se non ci sono foto di centinaia di morti per terra non è genocidio, scandisci bene la parola, ge-no-ci-dio”.
“Ma lui non ha mai parlato di genocidio, ha solo detto…”
“Allora, la vuoi vinta o no? Fingi che l’abbia detto lui, c’è sempre qualche sprovveduto che ci casca”.
“Ma…”
“Poi fai il solito polpettone, metti assieme gli ultrà dell’Ajax con la moglie di un funzionario tedesco, è fumo negli occhi, ai tuoi lettori piace”.
“Ma veramente…”
“In seguito, bisognerà essere ancor più audaci. I blog anti-Israele non potranno più usare la parola “ebrei”. Solo gli israeliani potranno usarla. E anche il numero sei, naturalmente: vietato. E il primo che azzarda una metafora nazista, nei forni! Ahr! Ahr! Ahr!”
“Certe volte mi spaventi un po’”.
“Ah, trovi che certe volte ti spavento. Ma scusa, hai notato le corna che ho qui? Credi che me le sia attaccate a carnevale? E hai notato gli zoccoli che ho qui? Credi che sia il modello autunno-inverno? Ohi, stai parlando col demonio, mica con Emilio Fede. Io ti sto comprando l’anima, se non ti è chiaro”.
“Beh, non è ancora detto…”
“Ah, non è ancora detto? Se vuoi ti mostro i conti. Coi post che ti servo risulta che mi devi già un'anima e mezza”.
“Ah sì?”
“Sì, ma vedrai che non è male, laggiù. Ti stiamo preparando un futuro luminoso. Un loico come te fa carriera in un niente. Hai tutto quello che ti serve per farti strada”.
“E io che non ci volevo venire… tutta colpa sua...”
“Beh, se vuoi possiamo anche stracciare il contratto, sai? Io sono un gentiluomo, dopotutto”
“Ah sì, davvero? Posso ancora?”
“Sì. Basta che vai su e…”
“E?”
“E chiedi scusa a Leonardo per averlo coinvolto in una polemica infinita e disonesta a colpi di morti ammazzati”.
“No. Chiedere scusa mai. Lui ha torto. Io ho ragione”.
“Vabbè, come non detto. A presto, allora”.
“A presto”.

(Exit Griso)

“Certa gente, secondo me, dovrebbe coricarsi prima la sera. È adesso, se non sbaglio… è il suo turno”.
Toc, toc.
“E infatti eccoti qui… buonanotte, Leonardo. O devo dire: buon mattino?”.
“Dimmi quel cazzo che vuoi, stronzo di merda, sono solo venuto a dirti vaff...”
“Sbagliato. Sbagliato. Tre volte sbagliato. Non si usa il turpiloquio. La regola fondamentale è che chi usa il turpiloquio ha perso. Anche quando ha ragione, perché effettivamente io sono uno stronzo”.
“Me ne sbatto i c…”
“Sssst. Adesso basta. Mi sembri un po’ stanco e forse hai bisogno di un riassunto. Prima è venuta Rolli: le ho detto di chiamarti semplicemente antisemita. Che è quello che volevi, no? Mostrare che la gente come lei è intollerante e non sa distinguere le critiche a Israele dalle critiche a…”
“Ma vaffanculo”.
“Poi è arrivato il Griso e gli ho detto di minimizzare le armi chimiche. Diabolico, no? Minimizzare le armi chimiche. È lui è tornato su a minimizzarle. Certe volte mi stupisco persino io”.
“In culo a te e a lui”.
“Ehi, siamo nervosetti stanotte. Ma non capisci che li hai in pugno?”
“Quel pugno, sai dove…”
“Ma certo che lo so! Adesso, la tua prossima mossa è la seguente: siccome alcuni blog di destra, per esempio Rolli, sono manifestamente intolleranti, tu, usando la loro stessa logica, dichiarerai che d’ora in poi sono tutti intolleranti! E siccome alcuni di loro non si fanno più scrupolo a coprire i crimini più odiosi, come le armi chimiche, d’ora in poi sono tutti conniventi coi crimini più odiosi, e quindi sono intolleranti e criminali. In una sola parola…”
“Vaffanculo”.
“No. Il turpiloquio no, te l’ho detto. La parola è: nazisti. L’hai già sussurrata qua e là, è tempo di gridarla a voce alta: nazisti! Voi e i vostri figli per le prossime sette generazioni! Coraggio!”
“Ma vaffanculo, lo so benissimo dove vuoi arrivare”.
“Certo che lo sai, sei sempre molto intelligente tu, sei un fine intellettuale, sei la colonna della sinistra, sei… sei… sei…”
“Seicentosessantasei vaffanculo, stronzo. Me ne vado e non mi vedi più, tu e i tuoi troll di *****”.

(Exit Leonardo)

“Sempre così, la pentola mi viene anche bene, ma il coperchio… bah.
Comunque tornerà, tornerà. Tornano tutti”.

(Continua?)

sabato 27 dicembre 2003

…E un Buon Natale anche a te

(Questo pezzo contiene umor nero, molto nero, se siete sensibili magari leggetene un altro).

Secondo me è morto, ma facciamo finta di niente.
Se è vivo, allora, per lui oggi è un giorno come gli altri. Si alza a un’ora qualsiasi (tanto mica c’è il sole alle finestre), fa colazione, assume il suo mezzo chilo di pillole, si mette al lavoro. Un massacro da pianificare, un commando da istruire, un assegno da girare… le solite cose.
Magari un po’ di tv, prima, eh? Giusto per vedere cosa combinano là sopra. Al Jazeera? No, fanno solo propaganda. La CNN, meglio. E dunque:

Precipitato un aereo in Benin. Attentato? No, incidente. 113 morti affogati. Però.
191 morti in Cina, intorno a un “pozzo di gas naturale”. Incidente? No, fatalità. (“Ma cosa ci facevano tutti quegli allevatori intorno a un pozzo di gas? Bah, non sono affari miei”).
– Ah, e poi più di ventimila morti in un terremoto in Iran. Terribile, terribile. Come al solito.
– “Beh, e in Palestina niente?” Ah, ecco: un missile nei Territori e un kamikaze a Gerusalemme. Ordinaria amministrazione, insomma.

“... Snif”.
“Eminentissimo, cosa c’è?”
“Ma niente, stavo guardando la tv e…”
“…tante disgrazie, vero? Non si riesce a credere a tutta questa sofferenza in un giorno solo”.
“Ma no, è che io ce la metto tutta, ma ogni tanto mi accorgo che per quanti innocenti possa barbaramente fare ammazzare, resterò sempre un povero dilettante, in confronto a… in confronto a…”
“Alla Natura, eminentissimo. La Natura è una severa maestra”.
“Ho ancora tanto da imparare, e la vita è così breve!”

Questo è un po’ il problema di tutti. Ma Buone Feste anche a te, Osama.

giovedì 25 dicembre 2003

Buon Natale, piccolo

Se tu non sei più un bambino, e in casa bambini non ne hai, il Natale, diciamo la verità, è un momento molto triste.

L’Albero è stupido. Facciamo il Presepe? Perché, per chi? Prima l’ansia dei regali e degli auguri, poi la voglia di letargo che ci dà il solstizio d’inverno, la gran voglia di non vedere nessuno e di non andare da nessuna parte. Si resta abbandonati sul divano, davanti alle famose quattro capriole di fumo – ma infine, a uno sembra di avercela con l’umanità, mentre le cose sono molto più banali. È la festa dei bambini e noi non lo siamo più. È la festa dei bambini e noi non ne abbiamo.

Allora, diciamo la verità, la televisione è insopportabile, ma se non ci fosse lei.
Non ci fossero per esempio i telegiornali dove tra un attentato e un incidente coi petardi c’è un bel servizio sui regali che ci siamo fatti (io praticamente non ne ho fatti a nessuno), sui messaggini che ci scambiamo al telefonino (io non lo carico da una settimana, scusate), sulle cene pantagrueliche che abbiamo fatto la vigilia (io minestrone e patata lessa, essendo appunto vigilia), sui regali che stamattina abbiamo spacchettato (a me nessuno ha regalato niente), sulle meravigliose spiagge australi dove passeremo il prossimo weekend (forse abbiamo trovato una pensione a una stella da qualcheparte).

Tutto questo, sì, è insopportabile, esattamente come sono insopportabili i bambini quando chiedono che regali gli faremo per Natale, quando pretendono alberi, presepi e fiocchi rossi, e tutte le scemenze di cui la tv, esattamente come i bambini, non riesce a fare a meno.

E allora finalmente capisci cos’è la televisione, e perché è così importante proprio per gli italiani. Noi siamo un popolo vecchio, e lui è il miglior sostituto di un bambino in casa. Un bambino che pretende continuamente attenzione e affetto. Un bambino che chiede che gli adulti lo guardino continuamente e che siano felici. E magari gli adulti, sforzandosi, possono essere felici. Possono provarci. Ma bisogna che qualcuno li tiri per i capelli.

Adesso va dilà, piglia il telecomando, trova la prima stronzata un po’ divertente e mettiti a ridere, se sei un uomo.
Che oggi è Natale.

mercoledì 24 dicembre 2003

Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là si di giusti se ne troveranno solo dieci...

Dieci bastano
(ma ce ne sono molti di più, per fortuna)

L’Ideologia è la costruzione di un sistema di idee. Ogni ideologia, essendo un’interpretazione della realtà, è costretta a falsarla un po’. Si può discutere se sia necessaria un’ideologia per vivere: ma sicuramente è molto difficile farne a meno. Ogni Ideologia, però, per quanto massiccia, ha sempre un suo didietro: e viste dal di dietro, appunto, le Ideologie sembrano tutte come i fondali di Cinecittà: tenuti su coi puntelli.

Il cosiddetto "dossier sull’antisemitismo" è un documento ideologico, che brandisce la clava dell’antisemitismo su qualsiasi manifestazione di dissenso al governo Sharon, a Israele, perfino all’amministrazione americana. Purtroppo (o fortunatamente) è un fondale scadente, rabberciato alla benemeglio. Ciò non toglie che molti ci possano cascare (anche perché non chiedono di meglio che cascarci).

Riportiamo da Rolli:
...A causa della sua politica di occupazione, alcune fasce del movimento pacifista, chi si oppone alla globalizzazione così come alcuni paesi del Terzo Mondo . come la Conferenza Mondiale sul Razzismo di Durban nel 2001 ha evidenziato . considerano Israele aggressivo, imperialista e colonialista.
Attenendosi al senso stretto, questo non è da considerarsi antisemitico; eppure questo pensiero formulato in termini esasperati rappresenta una svolta dal semplice criticismo all.antisemitismo, per esempio quando Israele e gli ebrei sono biasimati per aver replicato i più orrendi crimini dei nazionalsocialisti . l.apartheid, la pulizia etnica, crimini contro l.umanità e genocidi.
..

“Attenendosi al senso stretto, questo non è da considerarsi antisemitico; eppure…” la chiave è tutta in quell’eppure. Si può oggi considerare Israele aggressivo, imperialista e colonialista, senza incorrere nell’accusa di antisemitismo? Si può, a patto di non formulare questo pensiero in “termini esasperati”: occorre evitare di usare parole come “apartheid”, “pulizia etnica”, “genocidio”, e soprattutto qualsiasi riferimento al nazismo.

Ciononostante, siccome ci sono “alcune fasce del movimento pacifista” che queste parole le usano, si lascia intendere che tutto il movimento è reo di antisemitismo: così, pochi paragrafi più in là, quando si parla dell’Italia:

In Italia, tuttavia, una certa mobilitazione filopalestinese è particolarmente marcata tra i partiti, le organizzazioni e i giornali di sinistra, che in connessione con alcuni raduni pubblici hanno in parte preso una svolta antisemita.

Una svolta “in parte” antisemita… ma poco più in là la “parte” è già diventata il tutto:

In Italia, Francia, Spagna e Svezia alcune fasce dell.estrema sinistra ed i gruppi musulmani si sono uniti per inscenare delle dimostrazioni filopalestinesi.

Dove non si capisce che male ci sia, a inscenare dimostrazioni filopalestinesi, a meno che… la parola “filopalestinese” non sia già totalmente assimilata ad “antisemita”.

L’espediente del dossier è tutto qui: confondere il tutto con una parte: il “Movimento pacifista” con “alcune fasce”, che progressivamente attirano l’attenzione. Il risultato, esplosivo, è che la sinistra italiana, pur non avendo fatto nulla di speciale a parte marce e dimostrazioni, viene citata nel “dossier sull’antisemitismo”.

Ora, questa confusione del tutto con una parte, questa sovrapposizione della parte al tutto, è una tipica manovra ideologica, e serve di solito a uno scopo prettamente ideologico: la fabbricazione di nemici. In tal senso, per esempio, venne utilizzata in una birreria bavarese nei primi anni Trenta, da un politicastro fallito che si dibatteva come poteva nelle miserie della recessione.

Volendo trovare un nemico da abbattere, un capro espiatorio cui far pagare tutte le disgrazie della Germania, pensò di prendersela con gli ebrei. Perché? Cosa avevano fatto di male gli ebrei alla Germania? Niente. Ma senza dubbio “alcune fasce” dei cittadini tedeschi di origine ebraica operavano nella finanza e nel commercio: e tra questi, “alcune fasce” avevano senz’altro speculato sulla recessione. Come tanti altri tedeschi, naturalmente.
Ma bastava una piccola operazione ideologica, la sostituzione del tutto con una parte, la sovrapposizione della parte al tutto, ed ecco: tutti gli ebrei diventavano di colpo speculatori e nemici del popolo tedesco. Miracoli dell’ideologia, eh?

Chiamerò dunque questa miracolosa operazione ideologica: “sillogismo di Adolf”, dal nome del politicastro che la adoperò con un certo successo, nella Germania degli anni Trenta.

Con questo non voglio dire che gli estensori del dossier siano nazisti, solo perché “alcune pagine” del loro dossier sono costruite con lo stesso sillogismo: altrimenti compierei proprio la medesima operazione ideologica. Mentre a me, non so se si è capito, è antipatico Adolf e il suo modo di fare ideologia. Non giudico un popolo dai suoi estremisti, non giudico un movimento da “alcune fasce”, non critico Tizio perché Sempronio ha detto, non mi fabbrico i nemici di comodo per averla sempre vinta.

Per me vale invece l’opzione inversa (e altrettanto ideologica, si capisce): giudico un movimento, un popolo, un’idea, dai suoi uomini migliori. E per salvare un popolo mi basta che vi si possano trovare almeno dieci uomini giusti. Perché proprio dieci? Perché l’ho letto su un libro, aspetta… Genesi, 18,32. Storia vecchia…

Ci sono ben più di dieci giusti in Palestina, che vivono in regime di occupazione militare da decine d’anni, e in guerra da tre: e devono sopportare le angherie di un esercito occupante, la corruzione della loro amministrazione, la rabbia cieca dei compatrioti che ingrossano le fila dell’integralismo armato. In mezzo a tutto questo, loro resistono. Non varrebbe la pena di lottare per loro?

E anche in Israele, di giusti ce ne sono molti, molti più di dieci: tutti quelli che dicono no a questa occupazione, e che rifiutano di prendere le armi per perpetuarla. Possono essere minoranza, ma sono loro la speranza d’Israele. Oggi altri cinque refusnik sono stati presumibilmente condannati, dopo un anno fuori e dentro dal carcere militare. E per loro, non varrebbe la pena di lottare?

«Ci stanno punendo per aver pronunciato la parola o-c-c-u-p-a-z-i-o-n-e e io la ripeto: occupazione, occupazione, occupazione»

Ripetiamolo anche noi.
Buon Natale.

martedì 23 dicembre 2003

Il banner

sta li sopra, non dà fastidio a nessuno e finanzia la baracca. Così credevo io.
Povero ingenuo.

All'inizio erano banner colorati, un po' lenti a caricare (ma Blogger, vivaddio, ha sempre evitato cursori finti e donne nude). Poi Google ha comprato Blogger e ha messo questi ads semplici semplici, leggeri leggeri. A me sembrava veramente di averci guadagnato.

Col tempo ho scoperto che i banner semplici semplici riuscivano a leggere nel pensiero mio e vostro. Così, per esempio, mentre su Polaroid cominciavano a offrire rullini e macchine fotografiche, da me iniziavano a comparire messaggi inquietanti, che testimoniavano la mia inclinazione per ogni specie di vizio e devianza. "Ipnosi e verità.
Test di infedeltà e tradimenti coniugali e di coppia". "Psicoterapia online: Consulenza e colloqui telefonici a cura del dott. XXXXXYX" e un programma per disintossicarsi dalla cocaina, che sarebbe anche ora (sempre qui col sangue al naso...) Insomma, la mia anima più turpe si specchiava nei banner.

Il peggio l'ha scoperto babyface Gianluca Neri, cliccando sul demenziale annuncio "Figlio si droga": dietro a molti di questi Ads c'è nientemeno che Scientology. E la cosa, pur non essendo io un grande esperto di Ron Hubbard, mi fa parecchio schifo (io poi sono una persona piena di pregiudizi, giudico l'autorevolezza di un sito dal suo layout e la qualità di una religione dalle copertine dei libri: quelle di Hubbard sono spaventose).

Così improvvisamente scopro di esser messo peggio di quelli che c'hanno il blog con donnine e suonerie. Cosa faccio?
Per prima cosa potrei postare un bel servizio sugli orrori di Scientology, ma è Natale, sto anche lavorando, non ne so molto, e ho paura che John Travolta o qualche adepto mi rintracci e mi faccia del male. Non sto scherzando: le sette mi fanno paura. Così per ora mi limito a lincare il pezzo di Neri, che su Gnu è già scivolato nell'oblio. Caso raro ma non unico di post che continua a essere interessante anche nei commenti.

Poi ci sarebbe una soluzione diciamo definitiva, e consisterebbe nel togliere il banner, vale a dire, ebbene sì, comprare un sito.
Ma non so, non mi sento ancora pronto...

lunedì 22 dicembre 2003

Le orecchie degli altri

Mentre a vedere la nostra faccia nelle foto siamo abituati, ormai, a nessuno piace sentire la propria voce registrata.
Che tipo di fastidio è? Nausea (perché ci conosciamo troppo bene), spaesamento (perché in realtà scopriamo di non conoscerci affatto)?
Ma il peggio è che a volte non serve neanche un nastro. A volte, per qualche complicato processo neuronale che non so (qualcosa di simile all’occasionale grippaggio di una rotella) riusciamo ad ascoltarci mentre parliamo. A sentire le cose che diciamo con orecchie che non sono le nostre. Con le orecchie degli altri, che ci sentono, che ci guardano.

“Signora, mi dispiace se suo figlio c’è rimasto male. Io quest’anno ne ho fatto piangere così tanti che ormai non ci faccio neanche più caso”.

Io. L’ho detto io. Alla mamma di un bambino.
Cosa sto diventando?

venerdì 19 dicembre 2003

Bugiardi terminali
(con un’occhiata al famoso dossier sull’antisemitismo).

Invece il motivo per cui la Destra perde (per ora la faccia, domani, spero anch’io, le elezioni) è perché si ostina a bluffare a un tavolo in cui le carte, prima o poi, si scoprono sempre. Perché i suoi leader, da bugiardi strategici, sono degenerati in bugiardi patologici. Ormai è difficile capire il perché di certi eccessi. Perché avviarsi a un vertice europeo dal pronostico già disperato cianciando di armi segrete e miracolose (come fanno di solito i dittatori nelle fasi finali delle battaglie perse)? Perché ostinarsi a cercare il successo personale in quello che è un evidente fallimento collettivo? Perché legare la propria autorevolezza a un personaggio credibile come Igor Marini? Del resto perché Fini deve andare in Israele a pubblicizzare una svolta che avrebbe dovuto esserci dieci anni fa, solo per scoprire che metà del partito non è ancora svoltata? Tutti bluff scoperti, tutte misere figure.

La Destra poi avrebbe i suoi intellettuali, ma sono personaggi raccogliticci e caratteriali: ci tengono a far capire che sono lì per la loro astuzia, ad accreditarsi magari come artisti del tradimento, ma più in là di qualche gigionata non vanno, e ultimamente prendono cantonate sempre più grandi. Vogliamo vedere alcuni casi? Per esempio, le manifestazioni pro-Saddam.

Lo sapevate che in Italia c’è un cospicuo movimento pro-Saddam che sabato scorso è sceso in piazza? Libero, Giornale e Foglio lo sapevano da un pezzo. La manifestazione era indetta dal Campo Antimperialista, una sigla sconosciuta ai più. Io la ricordavo solo per qualche minaccioso proclama prima del G8 di Genova, quando attaccava le Tute Bianche di Casarini, per l’atteggiamento relativamente ‘conciliante’ con polizia e autorità. Insomma: un gruppuscolo di facinorosi antagonisti, fuori dai circuiti del Movimento. Eppure hanno avuto anche loro il quarto d’ora di gloria, grazie al provvido Ferrara, a cui non è parso vero di poterli mettere sulla ribalta televisiva, come fece l’anno scorso coi veterostalinisti del PMLI. Nel frattempo i valorosi blog neoconi scrivevano vibranti lettere di protesta a Fassino e Bertinotti, visto che tra gli aderenti qualcuno aveva avuto la dabbenaggine di mettere il proprio partito di appartenenza. Fassino e Bertinotti, bontà loro, rispondevano minacciando i saddamiti di espulsione dal partito, come ai tempi dell’Ungheria. Bene.

Sabato c’è stata la manifestazione. Non c’era praticamente nessuno, com'è tipico delle manifestazioni promosse da Ferrara. Risultato più che prevedibile: forse che Saddam Hussein ha mai goduto di qualche popolarità in Italia? Chiamare “resistenza” la guerriglia irachena è un mero problema terminologico: ma si va forse in piazza per una terminologia? Dare a credere che il pacifista italiano medio fosse un sostenitore di Saddam Hussein era un colossale bluff: salvo che prima o poi le carte si scoprono, e per i geniali agit-prop della destra sono sempre picche.

Altro esempio: il micidiale dossier sull’antisemitismo. Per settimane gli organi neoconi hanno dato a intendere che l'Unione Europea stesse censurando un dossier di fuoco sull’antisemitismo nel continente. Antisemitismo soprattutto di matrice islamica e… “di sinistra”. Si è gridato a gran voce contro la censura, ci si è strappate le debiti vesti. Alla fine, però la Commissione lo ha pubblicato. E da quel momento non se n’è praticamente parlato più. Perché? Perché, almeno per quanto riguarda le pagine italiane, dice tutto meno quello che i neoconi amerebbero trovarci.

C’è l’antisemitismo in Italia? Naturalmente c’è. Il dossier cita alcuni fatti gravi: un’aggressione, diversi atti vandalici, un complotto sventato. Ma tutti gli episodi documentati sono ricondotti a una matrice di estrema destra (almeno questo dice il dossier), con un appunto su alcune tifoserie calcistiche. Assolutamente snobbato l’antisemitismo di matrice islamica, probabilmente perché i compilatori non sapevano dove cercare (posso consigliare un giro nelle moschee di quartiere o nelle fabbriche alla pausa pranzo?). Quanto al fantomatico “antisemitismo di sinistra”, i compilatori del dossier ne parlano, ma non riescono in nessun modo a ricollegarlo a nessun effettivo incidente, né a spiegare alla fine in cosa consista. In più parti del dossier i compilatori dimostrano di non riuscire a distinguere tra posizioni anti-semite e anti-israeliane: non si dice esplicitamente, ma si lascia intendere, che chi critica aspramente la politica di Sharon è da considerarsi antisemita.

4 aprile: Rifondazione Comunista ha inaugurato il suo congresso nazionale. Alcuni osservatori sono colpiti dall.apertura della conferenza: un video mostra immagini di un bambino palestinese invano protetto dal padre nel corso di una sparatoria (fermi immagine di quel video sono stati collocati su tutta una serie di siti Web internazionali di estrema destra, lasciando intuire che il bambino è stato ucciso dai soldati israeliani), proiettato insieme ad una scena del film Roma città aperta. La scena del film mostra un soldato nazista che spara all’attrice Anna Magnani con la mitragliatrice.

Si tratta di un modo discutibile, discutibilissimo di presentare la situazione palestinese. Ma in che modo ha a che vedere con l’antisemitismo? Vestirsi da kamikaze, o anche solo con la kefiah, è presentato come atteggiamento antisemita. Perché? Si criticano gli striscioni in cui la S di Sharon diventa una SS nazista. Qui mi viene quasi da dare ragione a Berlusconi, quando con Schultz sosteneva che noi italiani su queste cose sappiamo riderci su. Nel 1977 KoSSiga subiva lo stesso trattamento di Sharon; per tutti gli anni Novanta Massimo D’Alema compariva sulla Repubblica e la Stampa in divisa da Führer. Perché ci si può prendere gioco di Cossiga e di D’Alema in questo discutibile modo, e di Sharon no? Forse perché Sharon… è ebreo? Sarebbe come dire che gli ebrei sono diversi da tutti gli altri.

Io, personalmente, non amo paragonare nessuno a Hitler, men che meno un premier israeliano. Ma fargli indossare la camicia bruna in un disegno significa considerarlo di una razza inferiore? Desiderarne l’annientamento? No. Significa interpretare Sharon come un militarista, che sta portando Israele e Palesitina verso un regime di appartheid armato. Si può, si deve dissentire nel metodo e nel merito, ma l’antisemitismo è un’altra cosa.

Più in là, si censura aspramente “l.utilizzo dell.aggettivo .perfido. in relazione al governo israeliano, termine che era solito essere utilizzato nelle preghiere del Venerdì Santo cattolico e che fu condannato dal Papa Giovanni XXIII°”.
Perfido, insomma, è un termine antisemita. Ora che lo so, non lo userò più. Eviterò anche di accennare, come incautamente è capitato al vignettista di estrema sinistra Forattini, allo “stereotipo” dell’”assassinio di Cristo”. Ma vi risulta che la Sinistra italiana rimproveri agli israeliani o agli ebrei in generale il reato di deicidio? Ancora: un accenno alle denunce di Oriana Fallaci, “controversa giornalista incline alla sinistra”. Forse, oltre a non pubblicare il dossier, la Commissione Europea dovrebbe anche chiedere indietro i soldi a chi l’ha realizzato. Perlomeno, la parte sui siti neonazisti l’avrei fatta meglio io, in un paio di pomeriggi. Dico onestamente.

Ma il massimo è leggere tra i “good practice per la riduzione dei pregiudizi” una cosa così:

Vi sono anche siti Web creati allo scopo precipuo di contrastare l.ondata di malintesi e di reazione agli attacchi sui media contro Israele, talora con un certo spirito partigiano, ma nell.insieme imparziali nel giudizio. Un esempio di tale website è http://www.informazionecorretta.com/ che fornisce una vasta gamma di fonti.

Ci siete mai stati, su Informazione Corretta? È un sito interessante, comunque. Stasera, tra l’altro, critica Ansa e Corriere e Repubblica come “siti menzogneri”. Il televideo ha credibilità zero perché osa riportare “fonti ospedaliere”. In realtà qualsiasi fonte non provenga dagli organi di stampa israeliani è, secondo informazionecorretta, propaganda antisraeliana (e quindi, deduco io, antisemita). Spazio ampio viene dato a commenti di parte israeliana. Viceversa, gli interventi filopalestinesi sono bacchettati senza pietà. Come è giusto che sia: in Italia, e su Internet, vige la libertà di espressione, e ognuno è libero di prendere le parti di chi vuole. Informazionecorretta è un sito che cerca di costruire un gruppo di pressione sui media italiani affinché ‘correggano’ le notizie (ogni articolo termina con l’invito a mandare una mail già impostata al redattore del tal rivista o del tal telegiornale, e in prima pagina compaiono i numeri da chiamare “se guardi la tv mentre disinforma”).
Tutte cose assolutamente legittime. Ma nessuno può, nemmeno per venti secondi, sostare su Informazionecorretta e pensare che nell’insieme questo sito sia “imparziale nel giudizio”. È una forzatura grande da qui fino a Tel Aviv: un altro bluff che si vede subito.

E così anche il micidiale dossier si rivolta contro chi lo aveva per primo sventolato. Esiste o no questo famoso antisemitismo di sinistra? Dal dossier è impossibile capirlo, com’è impossibile capire la differenza tra ebrei e israeliani. Differenza che invece è importantissima, come tutti ben sappiamo. Ma a destra, a volte, la si dimentica. Certo, accusare l’avversario di antisemitismo è un’occasione troppo ghiotta. Ma questa abitudine di fabbricarsi i nemici preferiti, antisemiti, saddamiti, antimperialisti… alla lunga non paga. La Destra perde perché passa troppo tempo a immaginarsi questi nemici di comodo, come Calvin costruiva i suoi pupazzi di neve, e a inveire contro di loro. Finché non spunta il sole, i nemici si squagliano, e la Destra rimane sola, perplessa e sgolata. Dove sono gli avversari?

Dove siamo noi? Da un’altra parte. In Italia, e nel mondo, ci sono problemi reali: sanità, lavoro, lotta alla povertà, immigrazione, educazione, diritti civili, previdenza, cibo, giustizia, informazione, pace. E poi ci sono problemi fasulli: le armi di distruzione di massa, il legittimo sospetto, Igor Marini, l’antisemitismo di sinistra, l’aria condizionata a Guantanamo… Continuare a parlare di queste sciocchezze equivale solo a perder tempo. Un buon proposito per il 2004: perdere meno tempo . Per quanto mi riguarda, l’Anno del Neocone è finito. Buon Natale.

giovedì 18 dicembre 2003

Quia nominor Leo

All’inizio voleva dire “forte come un leone”, ora non più.
Ora, se pensate alla parola “leonardo”, il primo significato che vi viene in mente è “pittore famoso”.
(O al limite, “blog stronzo”).

Invece, per un bambino di parecchi anni fa, “leonardo” voleva dire “voglio volare”, perché ancor prima di vedere mai una Gioconda o un Cenacolo, aveva sentito parlare di questo antico inventore che scriveva con la mano sbagliata e disegnava strumenti per volare. Che non avrebbero mai funzionato, perché l’uomo non può volare.

Un giorno il bambino di parecchi anni fa lesse anche da qualche parte la spiegazione scientifica. Si tratta di questo: l’uomo, anche se si montasse due ali alle braccia, non avrebbe i pettorali sufficienti per muoverle in volo. Dunque l’uomo non volerà mai. È scientificamente dimostrato, l’inventore mancino si sbagliava.

Un’altra cosa scientificamente dimostrata e documentata in diverse sedi, è che io non sono mai riuscito a imparare il tedesco. Però sono cent’anni oggi che i fratelli Wright si alzavano in volo, e mi sarebbe piaciuto postare una poesia di Brecht, ma in italiano non la trovo.
Allora ho preso quel maledetto dizionario e l’ho tradotta, perché anche se non so il tedesco io faccio quello che mi pare. Perché mi chiamo Leonardo.

Il sarto di Ulm
(Germania, 1592)

“Vescovo, so volare!”,
gli disse un giorno il Sarto:
“guarda come si fa!”
E salì con quei grossi affari
che parevano ali
sull’alta, alta guglia della Cattedrale.

“Chiacchiere”, disse il Vescovo,
“l’uomo non è un uccello
mai e poi mai volerà!”
Così rispose al Sarto.

“Il Sarto si è ammazzato”,
gli venne a dire il Popolo
“che brutta scena, sa!
Le ali si sono squarciate
E lui è stramazzato
Sul duro, duro, selciato della Cattedrale”.

“Infatti”, disse il Vescovo.
“Suonino le campane,
perché eran solo chiacchiere!
L’uomo non è un uccello,
mai e poi mai volerà!”
Così rispose al Popolo.

mercoledì 17 dicembre 2003

Seminario sulla (Meglio) Gioventù
in 13 comode tesi.

1. Perché, voi siete andati a vederlo al cinema? Due biglietti? Quattordici euro? Ma siete matti?

2. Comunque temevo peggio.

3. “Perché nessuno vuole più raccontare la Storia di quegli anni?”

4. Dice (3 agosto): può funzionare come un Bignami "schematico e spiccio" della Storia d’Italia. Secondo me no: se non hai già seguito le lezioni, è un Bignami inutile. Perché ti mostra tutto, sì, ma non ti spiega niente.
Esercizio: fingiamo di avere un bambino, oggi, subito (domani poi lo consegniamo a Maroni che ci dà 1500 Euros), fingiamo che lui, essendo nato in questo preciso istante, non abbia mai sentito parlare della generazione del sessantotto. Posizioniamolo sul divano e guardiamo insieme lui La Meglio Gioventù.
“Papà, ma perché Matteo è così strano?”
“Papà, ma perché Nicola e la sua ragazza occupano un’università?”
“Papà, perché gli studenti picchiano i poliziotti?” (Invece il perché i poliziotti picchino gli studenti è chiaro: per difendersi).
“Papà, perché la ragazza bionda è così nervosa? Perché scappa di casa e si tinge i capelli? Cosa va a fare? Perché le danno la caccia?”
“Papà, ma perché volevano ammazzare il tipo con la barba, che è tanto buono e non ha mai fatto niente a nessuno?”
“Papà, perché in Sicilia ammazzano i magistrati e poi fanno il funerale in diretta con gli applausi e le lacrime?”

Allora uno cerca di spiegarsi il perché non l’abbiano visto in tanti. Secondo me chi ha un bambino davvero curioso ha cambiato subito canale. Ci dev'essere una vhs di Dragon Ball qui in giro, aspetta.

5. Invece chi conosce già tutta la Storia se la gode, la Meglio Gioventù. Perché sa già esattamente tutto quello che succederà, in maniera quasi matematica. Siccome si passa per gli Anni Settanta, sai che qualcuno si darà al Terrorismo, e dopo un’oretta e mezzo ha già capito chi: la tizia più scontrosa. All’inizio c’è un operaio fiat siculo trapiantato a Torino. Indovinate cosa gli succede all’inizio degli Anni Ottanta? E un magistrato d’assalto: vuoi che non si trovi in Sicilia in un dato momento? Il solo un po’ imprevedibile è Matteo. Per il resto, la meglio gioventù piace perché ha ritmi di favola: ci piace farci raccontare le cose che sappiamo già, di volta in volta con qualche particolare in più o in meno. Ci piace ripeterci, ancora una volta, che prima ci fu l’alluvione di Firenze, poi Valle Giulia, poi gli anni di piombo, poi l’Italia vinse il mundial, poi… ci piace perché sappiamo già tutto. Mi chiedo all’estero cosa ci possano capire (forse all’estero può piacere per l’esatto contrario: non ci capiscono niente. Succede).

6. “Sì, vabbè, ma la morale?”
La morale è che bisogna sempre insistere coi propri figli, perché se smettono di fare i compiti e suonare il piano finiscono male (finiscono in prigione) ma d’altro canto se s’insiste troppo i figli si ribellano e poi si buttano giù dal balcone, insomma, è difficile prenderci.

7. Ma c’è un personaggio che invece ci prende, sempre: Lo Cascio. Davvero un bel personaggio. Sorride alla vita, ha sempre una possibilità davanti, sa prendere sempre la strada giusta al momento giusto, davanti a lui le acque si ritirano, i manicomi si svuotano (“maresciallo, se ne occupi lei”, e il maresciallo se ne occupa), i muti parlano e gli elettroscioccati si rilassano. Poi è un padre modello. Dopo due puntate e mezza diventa insopportabile, e cominciamo a chiederci cosa faremmo se lo conoscessimo davvero, uno così, se avessimo la ventura di trovarcelo in famiglia, fratello o compagno. Magari ci butteremmo dal balcone, oppure andremmo a fare la lotta armata, qualsiasi cosa pur di dargli un dispiacere. Ma lui è più forte di qualsiasi cosa: si tiene nostra figlia e si mette pure con la nostra ragazza. È lui, è lui, il vampiro degli affetti. L’ultima speranza è che sua figlia esca matta e gli infili il fioretto nello sterno.

8. L’idea che gli stessi attori possano passare dai venti ai cinquantacinque anni con appena un po’ di trucco e qualche capello grigio (non tanti per carità), se ci pensate, ha dell’incredibile, e i posteri ci faranno degli studi sociologici (se non si limiteranno a riderci dietro). Alla fine della storia Lo Cascio dovrebbe avere più o meno l’età di mio padre. Guardo mio padre. Guardo Lo Cascio. Qualcosa non torna. C’è tutta una generazione che proprio non si rassegna all’idea di invecchiare. Lo sa, ma fa finta di niente. O non se ne rende proprio conto?

9. Sul titolo. È sbagliato. “La meglio gioventù” è una canzone del ’15-18, non c’entra niente con i sessantottini. La meglio gioventù della canzone, quella “che va sottotèra” era la generazione della Grande Guerra. E volete mettere? Le agitazioni sindacali, il suffragio universale maschile, la guerra in Libia coi primi aeroplani, il Futurismo, e poi gli interventisti che si fanno mettere in galera e vanno al fronte volontari, e poi partecipare in presa diretta al più grande massacro organizzato della Storia; imparare a parlare italiano in trincea, perché il tuo dialetto non te lo capisce nessuno: e tornare a casa, tornare all’ordine, farsi il biennio rosso o l'impresa di Fiume, prendere la tessera dei Fasci di combattimento o di Ardito del popolo: e poi la marcia su Roma, il delitto Matteotti, gli attentati a Mussolini, la repressione, i fuoriusciti... Quella sì che è stata una generazione. Quella sì che ne ha vissute, di cose, e ne avrebbe da raccontare. “Nessuno vuole più raccontare la Storia di quegli anni, perché?” Ci provò Comencini, vent’anni fa, con una mossa strampalata e geniale: spostare il Libro Cuore negli anni Dieci, mandare Enrico e Garrone al fronte. Mi pare che non se ne ricordi nessuno.
E adesso i babyboomers si sono presi pure il titolo. Del resto si sa: hanno fatto tutto loro, hanno detto tutto loro, prima di loro c’era il deserto e dopo di loro il diluvio. Il fioretto, il fioretto!

10. Sapete che ho questa fissazione per i mestieri dei personaggi, no? E allora: che mestiere fa il padre?
S’intuisce che è un maneggione. All’inizio sostiene di poter parlare a tu per tu con Natalino Sapegno. Ma poi scopriamo che ha iniziato vendendo arance al mercato. Insomma, qualcosa non quadra. Lui e quella veteroinsegnante di sua moglie negli Anni Sessanta a Roma mandano tre-quattro figli all’Università. Un’eredità nascosta, come nei peggio romanzi?
Oppure è soltanto la fatica di dover occultare i rapporti di classe? È una famiglia di benestanti borghesi, che vanno all’Università perché se lo possono permettere, vanno a Capo Horn perché se lo possono permettere, si ribellano perché se lo possono permettere, metton su casa e famiglia abbastanza presto perché se lo possono permettere: poi vanno in crisi, ma si possono permettere anche quella (mentre l’operaio sempre allegro deve stare). E la lotta di classe le risolviamo così, accomodando in una villa in Toscana il banchiere d’Italia con l’ex cassaintegrato. Davvero è andata così? Davvero passate ancora le serate a sbronzarvi con gli operai con cui dividevate gli alloggi?
E questo forse è un altro motivo per cui non l’hanno guardato tutti volentieri, in tv. Metti i miei genitori: mio padre aveva appena messo su l’officina ed era ipotecato fino al naso. Mia madre aveva deciso di smettere di lavorare e tornare alle magistrali per diplomarsi. Non erano “la meglio gioventù”, loro. Non se lo potevano permettere

11. “Vabbè, Lo Cascio viene accoltellato da sua figlia, e poi?”
E poi, dunque. Il figlio di Matteo torna a casa da solo perché la sua ragazza ha incontrato la figlia lesbica della taglialegna norvegese. L’anno dopo va a Genova per il G8 e incontra il figlio dell’amico proletario di suo padre che gli spacca la testa con un tonfa. Da allora passa tutti i pomeriggi sul divano a guardare La Vita in Diretta.
Il banchiere con la barba l’11 settembre del 2001 era al World Trade Center per un importante dibattito sulla crisi finanziaria.
L’ex moglie di Nicola scrive un libro sulla lotta armata, rilascia interviste, a un certo punto le chiedono di scrivere anche un film sulla sua esperienza, e lei lo scrive.
Che ci vuole, dopotutto.

12. “Perché nessuno vuole più raccontare la Storia di quegli anni?”
Perché non la sapete raccontare. Sapete solo raccontarvela. Il che comunque è già qualcosa.

13. E la Sinistra perde anche per questo motivo.

martedì 16 dicembre 2003

Fine di un altro grande Irrigatore

 Noi tutti non vediamo l’ora – oltre che di aver sconfitto il Terrorismo – di dialogare con l’Islam moderato. E cioè? Di cosa parliamo quando parliamo di Islam moderato?

Senza dubbio non parliamo di democrazia in senso stretto, insomma, di elezioni. Non ora, non qui. Su questo a destra come a sinistra siamo d’accordo: le masse islamiche non sono pronte per la democrazia, se chiamate alle urne reagiscono in maniera tutt’altro che moderata. Esempi? L’Iran rivoluzionario, l’Algeria degli anni Novanta. Di elezioni come quelle, l’Occidente avrebbe fatto volentieri a meno.
E naturalmente, parliamo di Islam laico, che in fondo è un controsenso (ma a controsensi così, noi laici col crocefisso a scuola siamo talmente assuefatti da non rendercene conto). Le gerarchie religiose ci incutono sospetto – e giustamente, dopo gli esempi di ayatollah e talebani.

Quindi: fuori le elezioni, fuori le scuole coraniche. Cosa resta? Molto spesso resta poco. Di solito l’unica struttura ‘laica’ solida e ramificata in questi paesi è l’esercito. Alla fine, in Algeria, ci siamo trovati a stare dalla parte dei generali. Perfino in un Paese relativamente laico come la Turchia, l’esercito è stato per molto tempo il vero baluardo laico contro il fondamentalismo religioso, e forse lo è tuttora. Naturalmente, dove c’è l’esercito c’è sempre un po’ di nazionalismo, ma quello non guasta mai, vero?
D’altro canto non bastano due stellette da generale per essere un leader islamico moderato. Dovrai dimostrare anche senso pratico, costruire infrastrutture per il tuo Paese, essere leale con i tuoi alleati e combattere, se è il caso, anche per il loro interesse. Dopodiché, che importa se proprio non sei democratico. Sarai giudicato per il bene che hai fatto al tuo Paese.

Ricapitolando: quando parliamo di Islam moderato, pensiamo a un regime un po’ laico, un po’ nazionalista, un po’ militarista, con un leader che si dà da fare per costruire infrastrutture e combatte anche per il nostro interesse. Detto così, è l’identikit politico di Saddam Hussein, il tizio che hanno arrestato ieri in una buca.

 Forse non mi sono spiegato bene; allora riprovo copiando la pagina di un libro che a me è piaciuto molto, La famiglia Winshaw (What a carve up!), pubblicato da Jonathan Coe nel 1994 (Feltrinelli 1996). Il protagonista sta facendo una ricerca sull’editorialista Hilary Winshaw – uno dei personaggi più antipatici della Storia della letteratura. A un certo punto ne mette due di fianco, scritti a quattro anni di distanza. In mezzo c’era stata la prima guerra in Iraq. Ma funziona abbastanza bene anche dopo la seconda.

Oggi è arrivato sulla mia scrivania il bollettino di un gruppo che si fa chiamare Sostenitori della democrazia in Iraq, abbreviato in Sdi.
Essi dichiarano che il presidente Saddam Hussein è un brutale dittatore che tiene le redini del potere con la tortura e l’intimidazione.
Ebbene, io ho da dire due pargolette a questo stupido branco di Sdi: fatevi i fatti vostri!
Chi è responsabile dei programmi di assistenza sociale che hanno portato così profondi miglioramenti in ogni angolo dell’Iraq, nei servizi che hanno come obiettivi la casa, la scuola e la sanità?
Chi ha offerto di recente agli iracheni il diritto alla pensione e il salario minimo garantito?
Chi ha fatto installare nuovi e più efficienti sistemi di irrigazione e di drenaggio, chi ha concesso generosi prestiti ai cittadini e promesso “benessere per tutti” sino al Duemila?
Chi ha dimostrato di essere una figura così proba da indurre il presidente Reagan a cancellarne il nome dalla lista dei leader politici accusati di reggere il gioco dei terroristi?
E chi, ancora, fra tutti i leader del Medio Oriente, si è messo il contante sulla bocca, proprio lì, e ha chiamato a raccolta così tanti imprenditori e industriali inglesi perché lo aiutino a ricostruire il paese?
Esatto! È lui, il “brutale”, il “torturatore” Saddam Hussein.
Piantatela, Sdi! Prendetevela piuttosto con l’abbaiare degli ayatollah. Magari la vita in Iraq non è perfetta, ma oggi è meglio, molto meglio di come è stata per troppo tempo.

Dunque Saddam lasciatelo perdere. Io dico che è un uomo con cui possiamo stabilire rapporti d’affari.

Non capita spesso che un programma televisivo mi faccia dar di stomaco, eppure quello di ieri sera è stato un’eccezione.
C’è forse qualcuno in tutto il paese a cui non sia venuto da vomitare guardando Saddam Hussein al telegiornale delle nove, che metteva in mostra i cosiddetti ostaggi che egli perversamente di propone di usare come scudo umano?
Quella è un’immagine che non dimenticherò mai, finché avrò vita: lo spettacolo di un bambino visibilmente terrorizzato e indifeso, che veniva toccato e palpato da uno dei più efferati e spietati dittatori della terra.
Se mai qualcosa di buono può venire da un’esibizione così rivoltante, sarà quella di far rinsavire la lobby dei cosiddetti pacifisti e far loro capire che non possiamo starcene con le mani in mano lasciando che questo “cane pazzo” del Medio Oriente se la svigni senza saldare il conto per i suoi crimini atroci.
Non parlo solo dell’invasione del Kuwait. Tutti gli undici anni di presidenza di Saddam Hussein sono una lunga, stomachevole, storia di tortura, intimidazione, brutalità e assassinio. Chi non mi crede sulla parola dia pure un’occhiata a uno degli opuscoli pubblicati dal Sdi (Sostenitori della democrazia in Iraq).
Non ci sono dubbi in proposito: è finito il tempo di stare a guardare; è tempo di passare all’azione.

Preghiamo che il presidente Bush e la signora Thatcher lo capiscano. E preghiamo anche che il coraggioso, indomito ragazzino che ieri sera abbiamo visto sugli schermi televisivi viva abbastanza per dimenticare il suo incontro con il malvagio macellaio di Baghdad.

Che altro dire, a parte che Saddam, d’accordo, avrà irrigato, avrà drenato: ma volete mettere con l’Agro Pontino?

domenica 14 dicembre 2003

Preso Saddam Hussein, sospeso Il Nuovo

(La foto non c'entra niente, veramente: era solo divertente)

Delle due la notizia storica, naturalmente, è che hanno preso Saddam Hussein. Chi? Gli americani? Sicuri? Beh.
Naturalmente un dittatore arrestato è sempre una buona notizia.
Altrettanto naturalmente, si può e si deve obiettare al modo in cui Stati Uniti e alleati hanno snidato Saddam Hussein: mettendo a ferro e fuoco un Paese, destabilizzando la regione, mollando bombe a grappolo, raccontando balle all'opinione pubblica internazionale, ecc., ecc.. C'erano alternative? Non lo so, ma magari sì. E' già successo che tiranni sanguinari fossero liquidati senza scatenare tanta distruzione.
Insomma, l'arresto di Saddam Hussein non cambia il mio parere sulla cattiva politica di potenza degli Stati Uniti. Ma se può contribuire a chiarire la situazione, a fermare la cosiddetta resistenza irachena (o terrorismo o come vogliate chiamarlo), tanto meglio.

L'altra notizia, naturalmente trascurabile, è che il sito giornalistico Il Nuovo è stato sospeso, e chi lo ha staccato non ha ancora spiegato il perché.
Ora, curiosa coincidenza, Il Nuovo era stato forse l'unico organo d'informazione italiano a riportare la notizia che Saddam Hussein fosse stato arrestato dai peshmerga curdi, e che gli americani fossero arrivati solo due ore più tardi. Notizia curiosa, ma trapelata anche su quel network così fazioso e poco attendibile che è la BBC.

Su Indymedia se ne sta parlando, e naturalmente la teoria del complotto vende bene. D'altro canto, Il Nuovo l'hanno sospeso, Indymedia no, quindi guardiamo un po' il complotto.
Qualcuno fa notare che domani scadeva il termine per fissare le libere elezioni. Altri immaginano che i curdi abbiano forzato la mano ad americani non troppo ansiosi di trovare Saddam... certo, sono opinioni che lasciano il tempo che trovano. Però su Indymedia si possono ancora formulare.
Sul Nuovo, no.
Il servizio è sospeso.

Update: Il Nuovo non pagava la bolletta di Fastweb da sei mesi. La matassa s'infittisce.

venerdì 12 dicembre 2003

Piccola città, piccolo terrorista

Io, in realtà, di Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma non so quasi nulla.
(Neanche come si scrive esattamente il nome).
So quello che ho trovato su Internet (reuters-Sassuolo 2000) – e che stamattina leggeremo sui giornali: per esempio, che è nato la vigilia di Natale del 1969, e che quindi stava per compiere trentaquattro anni. Il fatto che avesse un passaporto giordano – su cui però c’era scritto “nato a Kuwait City”, mi fa pensare che i suoi genitori fossero profughi palestinesi. Ma magari mi sbaglio.
Sarebbe dunque un nato profugo, Al Khatib, ma di quelli che hanno rinunciato all’utopia del ritorno nei Territori e sono partiti per l’Europa in cerca di miglior fortuna.
L’Europa (Modena, per la precisione) non sembrerebbe esser stata molto accogliente con Al Khatib. Il suo permesso di soggiorno stava per scadere, e rinnovarlo sarebbe stato difficile perché non aveva un posto fisso ma soltanto impieghi saltuari, e piccoli precedenti per “rissa o fatti di violenza”. Niente a che fare con droga e alcool, comunque.
Ma questa è una faccia della medaglia. Dall’altra bisogna dire che Al Khatib soffriva di manie depressive e psicosi, e che a suo modo la città lo stava aiutando, coi servizi sociali e gli psicofarmaci.
Inutilmente, perché a un certo punto Al Khatib ha deciso di farla finita. Lo ha anche detto a un amico, una sera, mentre stava disteso sul suo letto vestito di tutto punto: ha detto che nella vita aveva “sbagliato tutto” e che si sarebbe “tolto di mezzo”. E ieri mattina ha mantenuto la promessa: si è dato fuoco nella sua macchina, facendosi poi esplodere quando il fuoco è arrivato alla bombola del gas. Una storia di disperazione come tante.

Diventa però un caso nazionale, perché Al Khatib aveva parcheggiato la sua Peugeot in via Blasia, all’imbocco di Piazza Mazzini, insomma accanto a una delle sinagoghe più grandi e belle d’Italia. E non può essere stato un caso, perché via Blasia è completamente chiusa al traffico, e all’altro angolo della piazza, di giorno e di notte, staziona una pattuglia: a turno carabinieri, polizia o guardie di finanza. Sono stati poliziotti, ieri mattina, a sentire la macchina frenare, la puzza di fumo, e a tentare anche un salvataggio con l’estintore.
Da qui in poi le versioni su internet divergono, anche sullo stesso sito, ed è difficile capire qual è la conclusiva. Secondo alcuni Al Khatib ha provato a scappare, addirittura uscendo dalla macchina: poi, vedendo i poliziotti, è tornato dentro e si è fatto esplodere. A me sembra un’assurdità: non si decide un suicidio così, in dieci secondi, per evitare grane con la polizia.
L’altra versione – la più plausibile, secondo me – è che all’arrivo dei poliziotti Al Khatib stesse già bruciando. Sull’auto comunque non si sono trovate altre taniche di benzina o cariche di esplosivo, come si è sentito dire nei bar per tutto il giorno. C’è voluto il buon senso degli investigatori a far presente che un kamikaze, se vuole fare una strage, non si fa trovare sul posto alle cinque del mattino. Alla fine della giornata tutte le dichiarazioni concordano (polizia, sindaco, Giovanardi che approfitta per fare uno spot alla sua associazione): è stato un suicida, non un terrorista suicida. Ha agito da solo, e non voleva uccidere nessun altro al di fuori di sé. Ma voleva farlo lì, dove l’ha fatto: nel ghetto di Modena, dove ora c’è Piazza Mazzini.

Su Piazza Mazzini io so invece parecchie cose.
I giornali scriveranno che a ottocento metri di distanza, nell’Accademia Militare, s’inaugurava l’anno accademico. Pura coincidenza, perché in fondo Piazza Mazzini è a ottocento metri di distanza da tutto quello che si trova in centro a Modena (compresa casa mia, dalla quale veramente ho traslocato la settimana scorsa, entrando spesso in centro in macchina alle ore piccole e senza permesso, come ha fatto lui). Piazza Mazzini è il cuore di Modena, ma il cuore di Modena è stato a lungo qualcosa di lurido e vergognoso: il ghetto degli ebrei, istituito dagli Estensi nel Seicento, e chiuso soltanto quando se ne andarono nel 1861. Vi vivevano, allora, circa un migliaio di ebrei modenesi. A quei tempi non c’era Piazza Mazzini, ma una serie di caseggiati che toglieva la visuale della sinagoga. Viale Blasia arrivava fino alla Via Emilia, e lì era chiusa da un cancello, che veniva chiuso di notte.
Nel 1903 si pensò di demolire le case e fare una piazza, che desse un po’ spazio a questa città di strade strette, e portici che non facevano passare i tram. Nelle cartoline d’epoca sembra una bella piazza. Ora un lato della Sinagoga guardava direttamente in faccia la via Emilia, fronteggiando il Palazzo Comunale; appena voltato l’angolo, la Ghirlandina. Il ghetto diventava il centro della città.
Col tempo questa strana sensazione di vicinanza tra Duomo, Comune e Sinagoga fu molto attenuata. Durante il Fascismo qualcuno pensò bene di risistemare la piazza piantando qualche bell’albero, che richiamasse i piccioni e, soprattutto, nascondesse la visuale della facciata della Sinagoga. La piazza assunse più o meno l’aspetto che ha ora.

Per la verità, la prima volta che la vidi era un po’ diversa, e mi fece paura. Dovete sapere che Modena non è sempre stata la città carina per cui cerca di spacciarsi adesso. Nei primi anni Ottanta il centro era ancora discretamente sgarrupato, e attirava piccioni ed eroinomani da tutta la regione. Sul serio: c’erano gli sfattoni di transumanza, che la mattina prendevano il treno per venire a Modena a farsi.
Così, la prima volta che passai per Piazza Mazzini per i fatti miei, e avrò avuto 13, 14 anni, la trovai irrespirabile, ma non in senso figurato. Il tanfo dei piccioni non si reggeva. Per il resto, sembrava di essere in una tavola disegnata da Pazienza in un momento di calo (non d’ispirazione). Bisognava guardare davanti a sé, e filare dritti.

Ci abbiamo messo degli anni a recuperarla, piazza Mazzini, come quei vecchi mobili che hai sempre tra i piedi e non ti accorgi che sono belli: io ci ho messo degli anni per accorgermi che c’è una piccola Barcellona in piazza Mazzini, perché negli anni in cui sventrarono il ghetto tirava il liberty, e facevo già l’università quando qualcuno m’indicò i due diavoli beffardi che reggono il balcone dell’emporio armani.
C’è anche un busto a Mazzini, piccolo, nero, snobbato perfino dai piccioni. Dico qui senza ironia che Mazzini mi ricorda un po’ Bin Laden. Non le idee, proprio la faccia.
E poco più in là, all’angolo della Sinagoga, la macchina di pattuglia. Tutti i giorni. Tutte le notti. Anche alle cinque del mattino. Ci abbiamo messo anni ad accorgerci che è sempre là, e anche adesso molti di noi fanno finta di niente.
“Guarda che di lì non si può”.
“Ma chi vuoi che ci faccia caso a quest’ora”.
“Guarda che lì una macchina c’è sempre”.
“Ma valà”.
“Ma se ti dico che c’è”.
“Ma cosa ci farebbe, scusa”.
“È per la Sinagoga”.
“Ma valà”.

In Piazza Mazzini c’è un’edicola, e di fianco l’edicola ogni sabato c’è qualche associazione che cerca di spiegarti qualcosa e spillarti qualcos’altro. Per molti mesi ci sono stato anch’io: raccoglievamo firme per la Tobin Tax. Poi, già che c’eravamo, prestavamo un po’ di spazio alle iniziative sulla Palestina. Così per molti mesi, a Modena, i presìdi per la Palestina si sono fatti nell’antico ghetto degli ebrei, di fronte alla Sinagoga, e nessuno ha trovato nulla da dire (anzi forse in questura eran contenti, che risparmiavano una pattuglia). Questa era una delle cose di Modena che mi piacevano di più, e prima o poi pensavo di scriverci qualcosa, su piazza Mazzini. Ma non l’ho mai fatto, e mi tocca di farlo ora, per il suicidio di Al Khatib.

Il botto è stato forte, ha infranto le vetrate e poi forse un vuoto d’aria ha gonfiato le saracinesche dei negozi, che anche stasera stanno così, come palloni affacciati sul marciapiede. I danni alla Sinagoga sono lievi: si è staccato un po’ d’intonaco, i muri si sono anneriti. La gente esce dall’albergo con aria perplessa. Dall’altra parte della piazza manichini vestiti da Babbo Natale si arrampicano sul palazzo liberty. E sul lato della via Emilia c’è una piccola giostra in miniatura. I diavoli dell’emporio armani mi ridono sempre in faccia. Modena si ostina nella sua carineria, ma ieri notte è successo davvero qualcosa.

Gli investigatori parlano di “emulazione”: capita, a certi suicidi, di voler imitare qualcosa o qualcuno, di voler dare un senso più grande al gesto estremo. A pochi metri da qui, dietro al Duomo, un editore fascista ed ebreo, Formiggini, si buttò dalla Ghirlandina in segno di protesta per le leggi razziali. Contro chi protestava, Al Khatib?
È plausibile che ce l’avesse con gli ebrei, anche se probabilmente a Modena non ne aveva mai visto uno. Sono rimasti talmente pochi che la Sinagoga viene adoperata soltanto per le feste.
Più di Formiggini, a me viene in mente un altro italiano di mezza età, quello che decise (forse) di farla finita schiantandosi contro il Pirellone. Prima di lui un adolescente americano aveva puntato un piper contro un grattacielo a Chicago. Queste persone non sono terroristi, ma citano il terrorismo. Perché lo fanno?
Forse perché il terrorismo è un messaggio che funziona. Anche se a loro, più che il messaggio, interessa il suono. Il mezzo, non il fine. Autodistruggersi, non cambiare qualcosa. Sono anche loro, alla fine, vittime del Terrorismo. E senza essere terroristi, riescono comunque a farci molta paura. Terrorizzati come già siamo dai fori nelle bottiglie, scopriamo di avere un obiettivo militare proprio nel nostro centro storico. Ora dovremo tenere alta la guardia, come diceva quel famoso ministro, aumentare le pattuglie, far caso a ogni passante sospetto…

Intanto Modena fa finta di niente, festeggia il Natale e l’Accademia dei suicidi, ma stasera in via Blasia io ho visto le prime crepe dell’intonaco. È il secondo anno della Guerra al Terrore, e da qui sembra proprio che la stiamo perdendo.

giovedì 11 dicembre 2003

Sballato col 2

Vorrei parlarvi di un mio amico, che ha un problema col numero Due.
Direte: che c’è di male? Il Due è un numero normale. Sbagliato. Il Due è un numero dannato. La vita, sapete, è come giocare a sette e mezzo, con una differenza: che a sette e mezzo per sballare tutto serve un otto, invece nella vita basta un Due. (Per cui è matematicamente dimostrato che vivere è più difficile di giocare a sette e mezzo).

Ora, il problema del mio amico è che il suo mazzo di carte sembra fatto soltanto di Zero e di Due. Faccio un esempio. Una volta si sentiva solo, e gli sarebbe piaciuto avere una ragazza. Non c’è mica niente di male, in questo, no? Lo chiedo a voi: c’è qualcosa di male? Non è così che vanno le cose? E così, e vai a una festa, e vai a una riunione, e fatti sentire, e tieniti a disposizione, e dai e dai, finalmente un giorno felice trova una ragazza che gli piace, e lui a lei. Bene.
Poi il giorno dopo ne trova un’altra. E siamo a due. E non va più bene niente.

Allora si silenzia il telefono, e ci si rende irreperibili, e si cercano le scuse, e si devono fare le scelte, ma perché? Perché dopo tanti Zeri doveva uscire proprio un Due?

Faccio un altro esempio. Una volta si sentì povero, e si mise a cercare un posto (c’è qualcosa di male in questo?) Ma poi il TAR scrisse una sentenza, e chi aveva un posto rimase senza.
Allora lui si trovò un altro lavoro, ma uno solo non gli bastava. E così si trovò due lavori. Ma due sono troppi, si sa. E allora si stacca il telefono, e si bruciano i semafori, e si raccontano frottole al capo, e si cercano le scuse, e lei ti dice sei stanco, sei strano, cos’hai? (Non è che stai pensando a quell’altra?)

Per togliersi questi problemi dal dorso, un giorno volle provare un concorso. Ma per tenersi sul sicuro, ne fece un’altra delle sue: s’iscrisse a due.
“Tanto col poco tempo che ho, nemmeno uno ne vincerò”.
E invece no. Li vinse entrambi.
Ma vincerli entrambi, uno, non può! Non si può correre in due concorsi, e stare in due posti diversi nello stesso intervallo, firmare a Bologna se si è a Maranello. E allora si seppellisce il telefono, e si parcheggia in sosta vietata, e si raccontano stronzate a due capi, e lei ti guarda storto: dove sei stato?
“A Bol… a Maran… non so”.
“Con chi ti sei visto?”
“Oh, no!”

Cosa c’è che non va nel mio amico? Lo chiedo a voi. Lui non è cattivo cristiano, ma ha solo degli Zero e dei Due in mano.
E hai voglia a dirgli “scegli”: credete davvero… che ci sia scelta, tra un Due e uno Zero?

mercoledì 10 dicembre 2003

Italiani, fate figli, ma fateli tutti tra il 1 dicembre 2003 e il 31 dicembre 2004. Per quest'anno non fate altro: dedicatevi alle delizie dell'amore e non lasciatevi distrarre dal lavoro o da altro impegno, perchè poi il sostanzioso bonus di mille euro non ci sarà più.
Livia Turco

Siam tutti figli di Maroni

(il che è tutto dire)

Quando finalmente un Ministro ne combina una giusta, perché non parlarne bene?
E allora io proclamo che ho visto lo spot sul secondo figlio è mi è piaciuto. Forse crescere con un fratello non è un diritto, ma senz’altro è una grande opportunità.
Purtroppo, come al solito, la pubblicità non è rivolta a me, che essendo a dicembre del 2003 a quota 0 figli, anche consacrando tutto il mio tempo alle delizie dell’amore (come consiglia, forse ironicamente, l’on. Livia Turco) non ho nessuna speranza di riuscire a figliare un secondogenito entro il 31/12/2004 e intascare così il congruo assegno di Euro mille (1200 $!). A meno che non sia consentita la bigamia, aspetta… no, pare di no.

Fregati anche stavolta. Beh, a dire il vero un modo ci sarebbe.
Funziona così: una volta fatto il bambino, lo molliamo in ospedale. A quel punto, oltre al taglio drastico di tutte le spese per pannolini, fasciatoi, biberon, la bicicletta, il motorino, l’università… incameriamo un assegno di Euro 1500 (1800$!). Cioè, veramente lo incamera la madre (l’utero è suo). Ma se ci si mette d’accordo prima… e poi in questo caso la poligamia è consentita (se non incentivata).

È il risultato un po’ paradossale di un emendamento alla finanziaria, emendamento bipartisan per giunta. Ma mentre i mille euro al secondogenito sono già uno spot in fascia protetta, dei millecinquecento al primogenito orfanello non si parla. Perché? Forse nemmeno Maroni si aspettava una legislazione così avanzata in materia di figli di nessuno.

Beh, poco male: se la comunicazione ufficiale è scarsa, ci siamo sempre noi valorosi blog. Ecco il mio spot, dedicato con affetto al nuovo Padre della Patria.



Sì, non è un granché, mi rendo conto, ma per quel che mi pagano.

martedì 9 dicembre 2003

Sostenendo la sua turpitudine con spirito quanto con sfrontatezza, pretendeva alteramente che la vigliaccheria fosse soltanto desiderio della propria conservazione, e che fosse del tutto impossibile a persone sensate rimproverarla come difetto… (Chi indovina cos’è, gli offro un caffè).

Ich liebe Amerika!

La polemica col Griso ha avuto dei cascami divertenti. Tra l’altro, mi è stata diagnosticata una malattia dello spirito. È grave, dottore? Massì, naturalmente è grave. Ne parlava il blog che ama l’America (amore non corrisposto, spero). Un altro che per la vittoria della democrazia in Medio Oriente è disposto a fare qualsiasi sacrificio, per esempio, sfoggiare tanti bannerini.

Sintomi di questa grave malattia? Il paziente mostra scarsa voglia di farsi ammazzare. Ah, però. Secondo l’amante dell’America questa sarebbe "pulsione di morte". Qui c’è qualcuno che ha le idee confuse, e non sono io. La pulsione di morte è quando qualcuno vuole morire. Ma io, se ancora non si è capito, non voglio morire. Io ho una gran voglia di vivere. La pulsione di morte ce l’avrà poi lui. Anzi, adesso che ci penso neanche lui ce l’ha, altrimenti sarebbe sul fronte della democrazia e della libertà, e ce n’è di spazio dal Tigri al Pamir per chi voglia immolarsi alla causa. Invece se ne sta comodo comodo davanti a un PC a diagnosticare le malattie dello spirito altrui. Ma riguardati te, riguardati. Non lo sai che c'è il tunnel carpale in agguato?


A questa malattia dello spirito, a questa morte dell'energia vitale che ha spento creativita' e intelligenza europei, coincide il declino demografico di questa debole umanità al tramonto. Ogni coppia fa poco piu' di un figlio (1,2). Il che vuol dire dimezzamento della popolazione in una generazione. Riduzione a un quarto rispetto alla popolazione di partenza nel giro di due generazioni. Per capire che palle si stiano raccontando sul futuro dell'Europa (e la realta' matematica che e' tenuta nascosta) prima di continuare la lettura si guardino con attenzione queste proiezioni :

“Spirito”.
“Energia vitale”.
Creatività e intelligenza “europei”

Tutto questo mi suona stranamente familiare (e ben poco americano). Manca solo una citazione di… ah, ma in fondo c’è: Friedrich Nietzsche, il famoso superuomo. Non dubito che al giorno d’oggi anche lui terrebbe un blog, dove concionare ogni giorno sul tramonto dell’Occidente pigro e malato. Che eterni ritorni, eh?

“Declino demografico”
“Debole umanità al tramonto”
(Seguono proiezioni demografiche)

Quali sono i tratti distintivi del Fascismo? Primo: non si parla mai di soldi. Perché? Perché i rapporti di produzione non si devono toccare. L’economia è tabù. Dunque, se ci sono problemi, si devono trovare altre soluzioni. In Europa si fanno pochi bambini? È perché si sta esaurendo l’“energia vitale”, perché l’“umanità è al tramonto”. Guai a parlare del prezzo dei pannolini.
E dire che il problema è tutto lì. A me piacciono i bambini, e, dipendesse dall’“energia vitale”, probabilmente ne avrei già fatti tanti. Ma tanti. Se c’è una cosa che proprio non mi deficita, è proprio quell’energia lì.
E allora cos’è che mi trattiene? Il tramonto dell’Occidente? Suvvia. Sappiamo tutti benissimo che metter su casa e famiglia in un regime consumistico è terribilmente caro. Lo sappiamo. Poi, a volte, facciamo finta di non saperlo e ci raccontiamo tante storielle sul declino dell’energia vitale. Perché lo facciamo? Per non parlare d’economia. L’economia non si tocca. L’economia è un tabù. 'Raus!

(Oh, la dolce parolina tedesca! Ma come mi è venuta fuori?)

Un altro tratto distintivo del Fascismo? Il mito della razza. All’inizio, a dire il vero, la razza non era un concetto molto definito. Ma non c’è niente da fare, se semini paroloni come “civiltà”, “cultura”, “identità” prima o poi qualcosa cresce: e di solito sono erbacce perniciose.
A un certo punto, senza quasi volere, l’Amante si mette a parlare di “carne”. Il guaio, dice, è che oggi non c’è abbastanza “carne” per fare una società veramente europea.

Tutta l'Europa e' oggi vecchiaia e prossimita' di morte. Demograficamente e spiritualmente. Almeno il vecchio amasse se stesso nel proprio figlio. Invece la pulsione di morte e l'autodisprezzo è così forte da far rinnegare la propria carne
[…]mancando la stessa materia prima - la carne - per qualsiasi nuova societa' europea.


Da qui a mettersi a macellare la carne altrui il passo è ancora lungo (è un passo dell’oca, appunto), e l’Amante non lo fa, bisogna dargliene atto.
Ma sembra che non lo faccia per disperazione più che per intima convinzione. “Noi veramente preferiremmo lavorare con carne di qualità europea, ma ormai… è tardi, si sa… le previsioni statistiche … Dobbiamo arrangiarci con carne d’importazione, robaccia, frattaglie non ariane”.

Ops!
Ho detto “ariane”! Ma come mi è venuto in mente?

Il futuro dell'Europa, la sua storia e i suoi ideali di uguaglianza e liberta' di pensiero e di vita, la sua laicita' e tolleranza, tutto questo dipende da chi saranno gli Europei di domani. Ossia dipende da chi nascera' in medio oriente nei prossimi cinquanta anni. E qui sta il punto.
Un popolo crede ciò che ai suoi bambini viene insegnato nelle scuole.


Seh, magari. Però, se le cose stanno davvero così, un modo ci sarebbe. Invece di spendere miliardi in armamenti, noi li reinvestiamo in scuole pubbliche di ottimo livello, e quando arrivano i nostri posteri medio-orientali li…
Alt. Così sarebbe troppo facile. Invece, sai cosa facciamo? Prima finanziamo un po’ di regimi in Medio Oriente, l’uno contro l’altro. Poi li scarichiamo. Poi li invadiamo. A questo punto loro crollano in un’anarchia militare o fondamentalista, o le due cose insieme. E a quel punto noi, sai cosa facciamo? Ci mettiamo a dialogare con l’“Islam moderato”, che naturalmente è fiorito nei crateri delle bombe a grappolo. È un piano davvero geniale! È senz’altro stato concepito da qualche Superuomo. Come si dice superuomo in americano? Übermensch!
Aspetta, no.
Quello non è americano… è… tedesco.
Ma perché mi viene da parlare in tedesco, stanotte?

Con degli amici così, povera America, hai davvero bisogno di nemici?
Come quel vecchio lupo che s’infarinava le mani per darla a bere agli agnellini, così questa gente non fa che parlare di libertà, giustizia, democrazia… ma se gratti un po’, cosa trovi?
L’“energia vitale”. Le statistiche demografiche. La “carne”. E un po’ di Nietzsche di condimento. Mi chiedevo cosa potesse crescere dal seme dei Neoconi. Ecco, adesso lo so.
E adesso che lo so, cosa m’importa sapere che ogni coppia fa in media un figlio e un piede (1,2), se magari quel figlio mi vien su balilla perfetto come l’Amante dell’America? Mi tremono già le ginocchia al pensiero di un figlio così.
Non potrei adottare un arabo? O un albanese, al limite? Sì, lo so, come carne è di seconda scelta.
Ma mica me lo devo mangiare, io.

lunedì 8 dicembre 2003

Se oggi non leggete, è perché non siete a lavorare.
E se non siete a lavorare, lo dovete a lei.
Massimo rispetto.

venerdì 5 dicembre 2003

Fin qui tutto bene

Ci ho messo parecchio ma ho finalmente trovato il pezzo che cercavo. Ricordavo che parlava dei Greci, e del modo in cui immaginavano che il futuro gli arrivasse alle spalle.

In questo libro si parla molto del modo di vedere le cose proprio degli antichi greci, ma c’è un aspetto di cui non si dice nulla: la loro visione del tempo. I greci vedevano il futuro come qualcosa che ci arriva alle spalle, mentre il passato si allontana da noi.
A pensarci bene, è una metafora più esatta della nostra: come si può guardare al futuro? Si possono solo fare proiezioni del passato, anche quando il passato dimostra che queste proiezioni sono spesso errate. E come si può veramente dimenticare il passato? Che cos’altro conosciamo?


Dunque, se il passato si allontana e il futuro ci arriva alle spalle, noi stiamo cadendo a testa in su, senza poter sapere se e quando ci sarà un impatto. Vediamo molte cose, ma appena ci passano davanti non sono più attuali e non possono più aiutarci. Però non possiamo vedere altro. La Storia ci insegna che la Storia non ci insegna niente, ma è l’unica lezione che possiamo frequentare. E allora studiamo il fascismo, il comunismo, ci rinfacciamo delitti che non abbiamo commesso e fedi che in realtà non abbiamo neanche avuto il tempo di avere. E intanto cadiamo. Finché non atterriamo, comunque, va tutto bene.

E come si può veramente dimenticare il passato? In qualche modo si può, se questo brano è l’unico che ricordo del suo autore, Robert M. Pirsig. È l’inizio della postfazione al suo libro più famoso, forse più famoso che letto (destino Adelphi): Lo Zen e la manutenzione della motocicletta (Milano, 1990, pag. 395).
Una dedica nella pagina a fronte dice che sono passati undici anni.
Fin qui tutto bene (più o meno).

giovedì 4 dicembre 2003

Non è che ora, per far contenti Rutelli e D’Alema, ci metteremo pure a riallargare le paludi pontine, a riportare la malaria a Latina, a mandare al rogo l’enciclopedia italiana… Basta, gli esami adesso devono farli gli altri. Ora tocca alla sinistra… [e ti pareva]
Maurizio Gasparri, “Repubblica” del 30 novembre.

L’importanza dell’Agro Pontino

Ogni tanto giova, al buon vecchio blog di provincia, riconoscere i propri errori, le proprie lacune.

Perché non vorrei sembrare un tuttologo, ci sono tante cose che proprio non so, o che non capisco, o che ho capito troppo tardi: per esempio, la Destra Sociale. Per me era un controsenso: se uno è “sociale” sta a sinistra, se uno sta a destra non è sociale, oppure è in buona fede, o in cattiva. Per spiegarmi questa bizzarria, io usavo la cosiddetta Teoria della Festa. Questa teoria parte da un’osservazione: la gente scorda qualsiasi cosa, ma se nell’adolescenza viene esclusa da una festa non lo dimentica mai, e può passare il resto della vita a cercare di vendicarsi. Ecco, secondo me negli anni Sessanta c’era stata una specie di grande festa a Sinistra (che probabilmente, come tutte le feste, sembrava molto più divertente vista da fuori), e quelli che non erano stati invitati, o erano stati cacciati, se l’erano presa di brutto, e si trovavano in uno scantinato a masticare amaro. Esistono scantinati così, in Italia e altrove (adesso che ci penso, in inglese c’è una parola sola per “Festa” e “Partito”), e secondo me la Destra Sociale poteva essere uno di quelli.

Ma avevo torto: la Destra Sociale è molto di più.
Dove mi ero sbagliato? Semplice: avevo sottovalutato l’Agro Pontino. Invece l’Agro Pontino è davvero importante.

Ma vi pare che in Israele Fini poteva dire che il fascismo è stato anche le grandi bonifiche, Pontinia, Guidonia… Come faceva proprio lì a vantare tutte le conquiste di Mussolini? Dovreste ringraziarlo per aver definito le leggi razziali il male assoluto, perché adesso sì che siamo liberi di dire ad alta voce tutte le altre cose buone che è stato il fascismo. Che il fascismo ha realizzato il rapporto tra le masse e la politica, lo Stato sociale, l’opera nazionale Balilla…
Ignazio La Russa, “Repubblica” del 30 novembre.

Me ne accorsi tornando a scuola come Insegnante: il bello di questo mestiere è che spesso sono gli alunni a darti lezioni. Quella era la mia prima classe, una terza media, e mi faceva parecchio dannare. Furono severi maestri. In storia, li avevo ereditati alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Ma tirava una brutta aria, era appena stato ammazzato Biagi e ci si preparava al 23 marzo, a Bologna avevano attivato un numero non verde per denunciare i prof troppo ideologizzati. Insomma, avrei preferito cominciare col Feudalesimo.

“…E poi c’erano gli Interventisti, quelli che, ehm, per vari motivi, volevano che l’Italia entrasse in Guerra. Erano soltanto una minoranza, ma molto agguerrita: facevano manifestazioni, cortei… uno dei grandi animatori, pensate, era un ex socialista che era uscito dal Partito proprio per questo motivo: si chiamava Benito Mussolini, e senz’altro ne avete già sentito parlare. Vero?”
Nel brusio di fondo, qualche occhiata svagata poteva essere interpretata come un sì. Avanti.
“…Infatti, vedremo che alla fine della guerra Mussolini fonderà un nuovo movimento, ehm, il movimento Fascista: e che per vent’anni governerà l’Italia come un ditt…”

A questo punto la Gloria, la più brava in Storia e in Geografia e in qualsiasi altra materia; la preferita nel caso ipotetico in cui al prof fosse concesso preferire qualcuno; l’unica a mostrare, in quel momento, un barlume d’interesse, mi interruppe in un modo che mi spaventò. Spalancò gli occhi improvvisamente, come se la stanchezza della quinta ora si fosse sciolta in un secondo, e con voce vagamente meccanica, disse:
“Però Mussolini ha fatto anche tante buone cose per l’Italia”.
“Eh?”

Notate, per cortesia, che non avevo ancora detto che ne avesse fatte di cattive.

“Per esempio, ha bonificato le paludi”.
“Ah, beh, sì, le paludi …”
In quel momento Carafoli Giampiero, dalla quarta fila, che mai aveva dimostrato alcun interesse per la materia e mai più ne avrebbe dimostrato, smise improvvisamente di bucherellare la gomma con lo spillone del compasso, spalancò i medesimi occhi glaciali e disse:
“Mussolini-ha-bonificato-l’Agro-Pontino”
E tacque per sempre. Ma nel frattempo un’altra manciata di studenti si erano riscossi, e mi guardavano con espressioni di genuino interesse: oh, finalmente si parla delle bonifiche fasciste.

“Beh, vedremo poi cosa farà Mussolini quando andrà al potere. Ma torniamo a prima della guerra…”
Gli occhi azzurri si socchiusero di scatto, chi aveva rizzato le spalle si afflosciò di colpo, e nella classe tornò il brusio di fondo. Ma intanto io avevo capito una lezione. L’Agro Pontino è molto importante.
Molto più importante di quanto noi a sinistra possiamo realizzare. Nei nostri libri di Storia se ne parla poco, e comunque quei paragrafi di solito li trascuriamo. Mussolini, si sa, “bonificò l’Agro Pontino”. Diamo per scontato che se non l’avesse fatto lui ci avrebbe pensato qualcun altro. E invece no. Chi altro avrebbe potuto pensarci, se non Lui? L’Agro Pontino è davvero molto importante.
Non so nemmeno quanta gente ci abiti, non ci sono mai stato, ed è una mancanza grave. Posto nel cuore dell’Italia, l’Agro Pontino è un punto nodale per tutta la nostra economia, e ci si può onestamente chiedere dove saremmo oggi, noi italiani, se Mussolini non avesse bonificato l’Agro Pontino.
E non valeva la pena sacrificare vent’anni di suffragio universale maschile e libertà d’espressione e d’associazione; non valeva la pena di scontare un po’ di embargo internazionale, di allearsi coi franchisti e i nazisti, importare le leggi razziali, morire a milioni su un po’ di fronti in tutto il mondo, combattere un’ultima disperata guerra civile contro il proprio stesso popolo, collaborare con un invasore folle e invasato, pur di aver bonificato, una volta per sempre, l’Agro Pontino?

Ora confesso un’altra cosa: io, tutto sommato, alla svolta di Fiuggi ci avevo creduto. Certo, continuavo a dare del post- o del neo-fascista a Fini, ma così, per incivile abitudine all’insulto politico. Tanto più che, al confronto di Forza Italia, AN mi ha sempre dato una sensazione di partito democratico. Per la verità non è che abbia fatto molto per meritarsela: così come Fini si è conquistato un’immagine di credibilità e autorevolezza semplicemente stando zitto mentre Bossi e Berlusconi straparlano. Non è poco, però è ancora niente. E non mi sembrava così sensazionale che Fini andasse in Israele. Forse mi preoccupavo più di tutti questi agganci che stiamo offrendo al Likud. Ma mi sbagliavo (anche perché il Likud, dei nostri agganci, forse non sa nemmeno che farsene).

Non mi aspettavo che Tremaglia andasse in tv a dire che lui ha fatto la Repubblica Sociale per salvare l’Italia dalle rappresaglie naziste (meno male, altrimenti a Monte Sole chissà cosa combinavano). Non mi aspettavo che Alessandra Mussolini, che non sono mai riuscito a immaginare davvero nipote del Grande Bonificatore, fosse talmente legata alla sua memoria da giocarsi una carriera politica ben avviata. Non mi aspettavo che la moglie di Almirante avesse ancora qualcosa da dire a qualcuno, e scopro invece che c’è ancora molta gente che l’ascolta, e in religioso silenzio. Non mi aspettavo che Storace. Non mi aspettavo che Buontempo. Non mi aspettavo che perfino La Russa e Gasparri… insomma, io, della Destra, non ho mai capito niente e continuo a non capire niente.

Credo che il problema stia là, in quella terra promessa che non è la mia, e che io posso solo immaginare in sogno: l’Agro Pontino.
Penso a una grande pianura, più o meno come qui, ma senza traffico: solo ogni tanto qualche vettura aerodinamica disegnata da Prampolini. Nei campi gli uomini e le donne seminude di Sironi lavorano senza affanno. All’orizzonte, qualche palazzo di Sant’Elia: e ai muri i cartelloni di Depero.
Penso dev’essere bellissimo vivere laggiù. Una festa. A cui nessuno mi ha mai invitato: perché?
Dio, che rabbia.

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