Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

mercoledì 12 aprile 2006

- aguzzate la vista

Gli identikit e i sondaggi: cos'hanno in comune?

Niente. Sono solo gli argomenti di oggi. A volte nei blog si fa così: si pigliano i due fatti del giorno, li si frulla insieme, e ci si crede intelligenti. Prendete nota, ché capiterà anche a voi.

Gli identikit, come i sondaggi, devono dosare realismo e fantasia. Tradurre sensazioni in dati oggettivi – che poi oggettivi non sono mai. In parte è scienza, ma la premessa è pura magia: dalla foto di un ragazzo, tirar fuori un uomo anziano. Da qualche agguato a un seggio, tirar fuori un risultato nazionale. I disegnatori di identikit, come i rilevatori di sondaggi, si muovono sulla lama sottile tra soggettività e luogo comune. Metà professionisti metà ciarlatani, fanno un mestiere ad alto rischio di errore.
E infatti ultimamente prendono cantonate clamorose. Perdonate se continuo a battere sul tasto, ma un blog serve anche a questo. Gli exit poll sono sondaggi molto costosi e rischiosi, che costano quattrini alla collettività, con l'unico risultato di causare malessere psicologico e anche fisico almeno a una parte della collettività. (Io, per dire, ho avuto un'eruzione cutanea). Gli identikit dovrebbero aiutarci a lottare contro il crimine – ma chi lo avrebbe mai riconosciuto, Provenzano, da quell'identikit? Nemmeno i parenti, andiamo.

Gli errori sono facili da rintracciare, col senno del poi – ma solo col senno del poi? Gli elettori di centrodestra sono più timidi all'uscita del seggio, è cosa nota – ma visto che si sapeva già, perché non sono stati applicati dei correttivi? E il naso delle persone cresce, è una delle poche cose che continua a crescere anche in età avanzata, lo so persino io, com'è possibile che i professionisti della Polizia di Stato (o dei CC) abbiano affibbiato al boss Provenzano quel nasino da ragazzo? Un paio di occhiali, poi, a quell'età è quasi d'obbligo. Tutte facili obiezioni. Perfetto, ecco cosa deve fare un blog: le facili obiezioni. Così poi i professionisti hanno più tempo per fare le obiezioni complesse.

I sondaggi, come gli identikit, hanno un'ultima cosa in comune: convincono. Malgrado i ripetuti fallimenti, riescono sempre a creare un'aura di credibilità intorno a sé. Come le opere d'arte, sono a volte più verosimili del vero. Non ci dicono la verità, ma quello che vorremmo sentirci dire. E allora forse vale la pena di leggerli alla rovescio: l'identikit più visto d'Italia non ci mostrava il volto di Provenzano, ma la nostra idea di Provenzano. Il Provenzano che ci sarebbe piaciuto incontrare e catturare.

Un uomo, per prima cosa. Non un vecchietto col collo grinzoso, gli occhiali da vista, il naso a patata. A dispetto dell'anagrafe, un uomo di mezza età, vigoroso, lo sguardo impercettibilmente malinconico, ma senza pietà. Il disegnatore ha azzeccato gli zigomi, ma ci ha messo sopra uno strato di pelle sottile, come se Provenzano fosse un modello a dieta. Forse è lo Zeitgeist, forse ormai siamo capaci di disegnare soltanto modelli a dieta. I parchi di ogni città d'Italia sono pieni di pensionati dagli zigomi morbidi e gonfi, ma il Provenzano-Ideale ha due spigoli scavati nel legno. Perché non è un pensionato. È un dirigente. E quindi non è un nonno: è un padre.

(In un romanzo di Lucarelli c'è un killer geniale che si camuffa da nonno. Si camuffa così bene che tutti quelli che lo vedono passare, pensano istintivamente ai loro nonni. Provenzano si è travestito nella stessa maniera per tutti questi anni).

Domenica abbiamo dovuto scegliere, come capo di governo per i prossimi cinque anni, tra due candidati sulla soglie della settantina. La cosa è già bizzarra da sé (a settant'anni, io non credo che farò progetti quinquennali, né per me né per il mio Paese). Ma ancor più bizzarro è il fatto che il più anziano dei due, Berlusconi, abbia cercato per tutto il corso della campagna di accreditarsi come più giovane e scattante: via le rughe, pelle tirata sotto gli zigomi, stile arrogante da imprenditore in carriera. Mentre Prodi, vuoi per reazione, vuoi per istinto, si è sforzato assai più del necessario a interpretare il ruolo del nonno, bonario e rassicurante – e la guancia cascante certo non gli difettava.

Io a Prodi voglio bene – ridendo e bofonchiando, è l'unico italiano ad aver battuto Berlusconi, e non una ma due volte. Di misura, d'accordo, ma l'ha battuto – e il fatto che l'abbia battuto un tipo così grigio e qualunque come lui, mi dà un surplus di soddisfazione, "se ce l'ha fatta lui poteva farcela chiunque", è la sconfitta di ogni logica di mercato politico, qualcosa di incomprensibile per qualsiasi esperto di scienze della comunicaz. E poi è un reggiano testaquadra, un prof di Bologna, la sintesi di ciò che l'Emilia ha di più rassicurante. Ma soprattutto Prodi è già un nonno, e il nonno in Italia funziona. Da Pertini in poi, perlomeno. Per carità, io quelli che parlano di ricambio generazionale li capisco, e li stimo. Ciascuno di loro mi sembra una persona intelligente. Ma presa nel suo insieme, la generazione dei quarantenni mi sembra una massa di bambinoni inaffidabili. Ora come ora preferisco puntare sui nonni. Usato sicuro.

Anche Berlusconi anagraficamente è un nonno – ma è quel tipo di nonno che tenta in tutti i modi di restare un padre. E come un padre ti blandisce e ti sbeffeggia, è diventato il Rivale, ti toglie spazio, ti dà del coglione e t'impedisce di crescere, si risposa con una ragazza della tua età – è il Padre da sconfiggere. Con l'aiuto del Nonno, l'insospettabile killer.

Io, se non s'era ancora capito, sono rimasto a Freud: gira che ti gira, noi facciamo politica anche per uccidere papà. L'identikit che ha fatto il giro di mille giornali e telegiornali, non ci diceva molto su Provenzano – in compenso è il ritratto sputato del nostro Papà collettivo: ancora in forma, spietato, triste, il rivale perfetto. Dovevamo scovarlo. Tradirlo. Questo ci chiedeva, l'identikit.
E stamattina a un certo punto il telegiornale lo ha mostrato: il Padre è stato tradito, ora è solo un povero vecchio. E intanto su Internet il Nonno, paziente, vinceva la sua ultima partita. Troppo bello per esser vero. Infatti non lo è. Sono solo simboli: si pigliano i due fatti del giorno, si frullano, e a volte quel che salta fuori è tutto qui: simboli. A cosa servono? A niente, forse. E gli identikit, a cosa servono? E i sondaggi?

martedì 11 aprile 2006

- allacciate le maniche



Ma chi è che diceva di vivere nell'LSI, il Libero Stato d'Isteria? Io? L'ho detto io? Ma allora avevo ragione, su una cosa almeno.

Il nostro è uno Stato di Incoscienza, un paradosso popolato da 57 milioni di persone a cui è meglio dare sempre ragione, sempre, perché non si sa mai. Questo solo stamattina posso dirvi, e se non siete d'accordo vi cito semplicemente due dati:

* Gli exit poll.
Non ci hanno preso, tante grazie, ma avete notato che non ci prendono mai? Voglio dire, non è fantastico? Una rilevazione statistica che sfida le stesse leggi della probabilità. Si tratta di decidere se ha vinto X o Y, e non ci sono terze opzioni. Se faccio con la monetina testa o croce, ho il 50% di probabilità di azzeccarci. Ma se mi affido agli exit poll, da dieci anni a questa parte, ho lo 0% di probabilità, che sono 50 punti percentuali sotto la monetina. Ciononostante noi, voglio dire la Rai, paghiamo un prestigioso Istituto perché ci mostri degli exit poll a partire dalle 15 del pomeriggio. Perché? Perché siamo matti, non ci sono altre spiegazioni. Faccio presente il Mago Otelma in diretta tv avrebbe maggiori possibilità di azzeccarci. O al limite potrei andare io, in tv, a lanciare la monetina, e Ilvo Diamanti poi commenterebbe il mio lancio di monetina, e vi garantisco che io costo meno del Prestigioso Istituto.
E mi spiace citare una persona così apparentemente seria come Diamanti, ma l'ho sentito io, ieri, io con le mie orecchie, spiegare che un dibattito pomeridiano su dati farlocchi avrebbe dato forma al dibattito politico nazionale vero e proprio: il che in un certo senso è perfino vero: la nostra classe dirigente è formata da isterici che sono diventati tali a furia di compulsare compulsivamente statistiche farlocche e sempre - sempre! - sbagliate.

Ora alla Rai diranno che lo fanno per battere la concorrenza, e la concorrenza dirà che lo fa per battere la Rai, e in ogni caso è quel che il publico vuole: ma il pubblico, se non ci fossero le proiezioni degli exit poll, non guarderebbe la diretta con le proiezioni degli exit poll. E' chiaro che se arrivi nel Paese dei matti col carrozzone e prometti l'Elisir di lunga vita, la gente viene a vederti: ma questo non significa necessariamente che la gente per partito preso ami essere presa in giro. E' un ragionamento folle. Non è più un ragionamento. E' follia e basta.

La cosa fantastica è che lo diranno tutti, si lamenteranno tutti, e tra due-tre anni saranno lì di nuovo a guardare gli exit poll. Perché - non me ne voglia Mantellini - gli statistici hanno un modo fantastico per autopromuoversi, sarà il colore delle cravatte, loro muovono un po' la testa e il matto che è in noi non capisce più nulla, ha detto il signore che l'Ulivo è sopra di cinque punti, wow.

*Gli italiani all'estero
E a voi magari sembra ormai una cosa normale. Ma non lo è! E' follia pura! Follia illiberale, tra l'altro, in un Paese dove a momenti si spacciano per liberali anche gli animali domestici. Lo devo ripetere? Ci sono nel mondo persone d'origine italiana che, senza contribuire al PIL, senza usufruire dei servizi dello Stato, probabilmente senza pagare tasse, possono decidere col loro voto la maggioranza in Parlamento e il Governo. Una cosa folle, che va contro un principio elementare del liberalismo ("Non c'è tassazione senza rappresentazione", e viceversa: lo dicevano i patrioti americani). Una cosa che rende il nostro Paese unico al mondo - come se ce ne fosse il bisogno: soltanto noi italiani regaliamo le decisioni sul nostro futuro a chi vive da generazioni a un oceano di distanza.

Io lo scrissi già tre anni fa, e volentieri qui mi ripeto: molti se ne stanno accorgendo soltanto stamattina. Complimenti. Benvenuti nell'LSI, Libero Stato Isterico. Allacciate le cinture della camicia di forza e buon viaggio. Quando arriveremo non si sa, e a questo punto chi se ne frega. L'importante è stare in giro.

lunedì 10 aprile 2006

- scaromantico

Sto pensando che forse ce la facciamo forse ce la facciamo forse ce la facciamo dai.
Ma se non ce la facciamo?

Io ai sondaggi non credo - ma ai brogli, ai brogli un poco sì.
Questa cosa del voto elettronico in Liguria, Lazio, Sardegna, Puglia… voti registrati su chiavette USB… voi vi fidereste di una chiavetta USB? Io no.
Io vedrò, non mi sbilancio, ma se i risultati sono un po' strani potrei anche prendere il treno e venire ad accamparmi in quella piazza, come si chiama, la Piazza di Monte Citorio. E invito tutti a pensarci seriamente: martedì mattina si prende un treno e via. Si fa picchetto, si denunciano i brogli, si chiede un riconteggio, un rivoto, qualunque cosa. Come l'Ucraina, ma senza bandierine colorate. Oppure sì, perché no, io non ho niente contro le bandierine colorate, prego. Come a Kiev, ma a Roma.
E Roma in aprile ha da esser bella.


I tre giorni che sconvolsero il mondo, a partire da domani


Sto pensando che mi piace questa idea di venir giù in treno martedì a far la rivoluzione a Roma. Che a Roma c'è gente che non vedo dai millenni. Sul serio, a Roma c'ho degli amici che a quest'ora li hanno messi coi Fori, da tanto che sono antichi. Ché già ce li vedo: lì c'è la Basilica di Massenzio, lì l'Arco dell'Imperatore Caio Sempronio, e lì i miei amici che non vedo, appunto, dal duemila avanticristo, e manco li chiamo più, dalla vergogna.
Ma t'immagini se martedì all'improvviso suona il telefono: "Ehi, son proprio io, indovina, sto venendo a Monte Citorio a fare la rivoluzione, esatto, hai sentito? siamo in parecchi, dai vieni pure tu!" Ci faccio persino una bella figura. E poi si sta un po' in piazza, si grida, si schiamazza, ci si informa su cosa abbiamo combinato negli ultimi secoli, e ne avremo di cose da dirci. Altrimenti finisce che non ci vediamo proprio mai più, mai più, la vita è una sola e a volte neanche tutta.
Insomma di motivi per fare una rivoluzione ce ne sono sempre, ma in aprile, a Roma, io fatico a trovare dei motivi per non farla.

Mi dispiace per la mia ragazza, che martedì sarà al lavoro, e ha ordini per tutta la settimana. Mi spiace un sacco. Ma la mia scuola è sede di seggio, io sono congedato fino a tutte le vacanze di Pasqua, e come me tanti studenti, così se m'immagino la rivoluzione d'aprile a Roma, ci vedo molti insegnanti e soprattutto studenti, torme di studenti, e ce li vedo bene gli studenti accampati in Monte Citorio a Roma, che di notte si stringono nel cellophane, come ai tempi di Tienammen – sono carini gli studenti, tutti gli vorranno bene, tutta l'Europa ci vorrà bene se in aprile si fa la rivoluzione a Roma, verranno delegazioni dall'Ucraina e da Parigi, sarebbe una cosa dolcissima.

Bisognerebbe solo stare attenti che nessuno si metta a bruciare le macchine – che tanto lo so come va a finire. Io sono quel tipo di rivoluzionario che finisce sergente nel servizio d'ordine, lo sfigato che di notte andrà di ronda per via che nessuno bruci le macchine. Andrà come Genova, io lo so. A Genova venne Manu Chao per un concerto, e io avevo la maglietta gialla del servizio d'ordine noglobal, una contraddizione in termini. Dovevo impedire alle persone di oltrepassare la linea gialla della corsia ambulanza – adesso ditemi voi come si fa a impedire a dei ragazzini venuti da tutto il mondo per oltrepassare una linea rossa a dirgli che oltrepassare la linea rossa è ok, ma quella gialla non si può – e poi cercavo anche di tenerli lontani dagli scogli, non volevo che si rompessero la testa, è da scemi rompersi la testa il giorno prima della revolución.

Mi dispiace per la mia ragazza, ma se vado a Roma è anche per una questione di responsabilità, i ragazzini non capiscono oggettivamente nulla, cominceranno a bruciare le macchine ancor prima di capire cosa sta succedendo, ci vuole qualche trentenne posato che mantenga un barlume di ragione in mezzo al carnevale, e se proprio devo essere io, io mi sobbarco, sarà come andare in gita scolastica, salvo che si fa la rivoluzione.

Poi se qualche giornalistucolo del cazzo, non sapendo chi inquadrare, inquadra me, io lo so già cosa dire: "rifiutiamo i risultati di queste elezioni, che riteniamo inquinate da brogli elettorali. Facciamo appello al Presidente della Repubblica affinché indica al più presto nuove elezioni sotto l'egida di osservatori stranieri eccetera"
"Ma lei a nome di chi parla?"
"Io parlo al nome del popolo, e lei in nome di chi fa le domande, scusi?"
"Ma è vero che bruciate le macchine?"
"Non è vero, però è fantastico. Vi hanno fottuto le scuole gli ospedali le pensione le tasse il futuro sotto il naso, ma se vi fottono la macchina guai, la macchina è sacra".
"Buona questa, però adesso me la devi ripetere con un'altra parola al posto di fottono, così la possiamo mandare in fascia protetta, ti va?"

Non sarebbe fantastico trovarsi di nuovo tutti lì, con gli amici di Roma e con gli amici di tutta l'Italia, e l'Europa, tutti quegli amici di amici che nemmeno ricordiamo di avere, davanti alle telecamere del cazzo a parlare in nome del popolo? E se piove non ci sarà neanche troppo fango, non c'è terriccio in sul Monte Citorio, se ricordo bene. E se qualche poliziotto viene a romperci la testa, sarà certo un danno, ma non ne sarebbe valsa la pena? Tutti quanti su Monte Citorio per tre giorni, non saprei immaginarmi una primavera più bella e più giusta. Mi spiace solo per la mia ragazza, ma se teniamo duro fino a sabato potrebbe scendere anche lei. Sarà Pasqua e avremo vinto. Campane, campane dappertutto. Quante campane ci sono a Roma? Andremo a suonarle tutte. Ci faremo dare la lista delle parrocchie e convinceremo educatamente ogni parroco di Roma. E il mondo intero starà ad ascoltare e capirà come si fanno le rivoluzioni fatte bene. Una rivoluzione che ce la copieranno a Teheran e a Washington, e in tutte le città dove c'è decisamente bisogno di una rivoluzione. E ancora per millenni gli studenti in gita scolastica si sentiranno dire: sulla vostra destra c'è la famosa Piazza di Monte Citorio, dove scoppiò la famosa rivoluzione che tutti da allora si sognano, la Rivoluzione delle Campane, ding dong, ding, dong

"L'hai sentita la sveglia, o no?"
"Scusa, stavo facendo un sogno".
"Un brutto sogno?"
"Lasciami pensare. No".
"Senti io devo andare, ho un sacco di lavoro e lo sai. La colazione è pronta. Ricordati di andare a votare".
"Votare".
"Così vinciamo e non se ne parla più".
"Vinciamo?"
"Non lo so se vinciamo, come faccio a saperlo? Ma sei sicuro di essere sveglio?"
"Temo di sì".

Sto pensando che forse ce la facciamo, ma se non ce la facciamo? Ma dovremmo farcela, ma se non ce la facciamo?

venerdì 7 aprile 2006

- calpesti & derisi

Siam pronti alla vita


Fratelli d'Italia,
l'Italia è un po' stanca.
è al verde, va in bianco,
e il rosso l'ha in banca.
Dov'è la Vittoria,
diciamolo, dove?
Siam qui dalle nove
e Vittoria non c'è.



Fratelli d'Italia,
l'Italia è per terra,
in crisi, in declino,
e pure un po' in guerra.
Dove sei, Vittoria,
la volta che servi?
Che rabbia, che nervi,
l'Italia imprecò.

Fratelli d'Italia, l'Italia è un po' a pezzi,
per quanto la osservi non ti raccapezzi:
ché dopo quattr'anni di aiuti a Tremonti,
né mari né monti ne possono più.

Fratelli d'Italia, l'Italia è precaria:
stivale spaiato che scalcia nell'aria.
Dov'è la Vittoria? Ma quanto fattura?
Di monte in pianura l'Italia franò.


Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò
Dall'Alpe a Sicilia,
dovunque è una pena:
ogni uomo per Silvio
ha dolori alla schiena.
Del sangue d'Italia
non sei già satollo?
Vuoi spezzarci l'ossa?
vuoi pure il midollo?


Fratelli d'Italia,
l'Italia sta fresca.
Di quanti cantieri
si cinse la testa…
Dov'è la Variante?
Perché è così tardi?
Chiedete a Lunardi,
l'Italia non sa.
Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è rotta:
nessuno al timone
che tenga una rotta.
Dov'è la Vittoria
(o almeno un Pareggio?)
Qui dal male al peggio
in picchiata si va.


Fratelli d'Italia,
rompete le righe.
Chi mai v'ha promesso
cinque anni di sfighe?
E chi v'ha arruolato
alla guerra infinita,
pensando a una gita,
l'Italia tradì.
(Si stringono a corte,
- ma con un' "o" sola! -
Son pronti alla morte,
finché è una parola.
Si stringono a corte,
a leccare il più forte,
se ha le gambe corte
in ginocchio si stan).


Noi siam da cinque anni
calpesti e derisi,
perché siam coglioni,
perché siam divisi.
Vogliamo un po' bene
a 'sto suolo natìo?
Uniti, perdio,
chi vincer ci può?
Fratelli d'Italia,
sorelle, cognate,
non datevi vinti,
non vi rassegnate.
L'Italia è in ginocchio,
ma non è finita.
Siam pronti alla vita,
l'Italia chiamò.


Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò

mercoledì 5 aprile 2006

- post coitum

Non-fingere

Salve, proprio io, non te l'aspettavi, eh?
Nel bel mezzo del tuo lavoro squallido.
E sì che sono io, insomma non ti fidi?
Mi hai preso per un comico? Macché
Nessuno sa imitarmi come me.

E dunque eccitami, su, è il tuo mestiere, o no?
Dimmi che vuoi votare solo me.
Non devi fare finta, con me non puoi far finta,
Io me ne accorgo, e poi ti pago bene,
dimmi che vuoi votare solo me.

Non è come tu pensi, io non mi sento solo:
stasera ero a un comizio, la gente mi invocava,
la cena, e poi gli autografi, non riuscivo ad andar via.
(La gente non lo vuole, tu questo lo capisci,
la gente mi ama troppo, la gente non vorrebbe
vedermi mai andar via).
Così si è fatto tardi, il sonno mi è passato,
in tv film di merda, nessun sondaggio fresco
(tu puoi capirlo – essendo nel settore:
c'è un'ora della notte, un'ora sola, e lunga,
in cui anche l'uomo più amato del Paese
non riesce a farsi dire un solo sì).
Ma tu me lo puoi dire – soltanto, non-far-finta.
Non sono uno di quelli, con me non puoi far finta.
Inoltre pago bene, per cui avanti, dillo,
che vuoi votare solamente me.

E no che non mi annoio, io non mi annoio mai.
Lavoro sedici ore al giorno, non lo sai?
E tu?
Lo vedi, solo dieci, lo vedi come va:
per questo io faccio il leader, tu la centralinista.
E in più io sono figlio di un professionista
Mentre tuo padre era operaio, vero?
– ma devi dirla giusta, con me non puoi far finta,
io me ne accorgo subito, e inoltre pago bene,
per questo sai che voterai per me.

Ci pensi a quante cose in comune, tra me e te:
noi arrapiamo il popolo, questo è il nostro mestiere.
E quante cose io potrei insegnarti
sull'essere gentile, disposta e mai sincera,
soprattutto mai sincera – sennò ti vien da ridere,
e non si deve ridere! S'ammoscia se tu ridi.
Sorridere bisogna, a denti stretti, sempre
sorridere e sudare, è questo il mio mestiere
(e il tuo, natuaralmente).
Ma stanotte è diverso.
Stanotte non puoi fingere, ti parlo da collega,
se fingi lo capisco, se fingi non ci riesco.
Ti prego, sii te stessa
E dimmi che vuoi votare solo me.

Ma sì, mi rendo conto
Che il tempo è denaro per entrambi.
Tu sai la tua tariffa al minuto, ma la mia?
Lo sai quanto vi costo al minuto, signorina?
Non puoi saperlo, è un conto che ho fatto solo io
Non lo sa neanche Giulio (del resto lui è una frana
Con la calcolatrice).
Ma quasi quasi, sai? A te io lo direi
mi sembri un tipo ammodo, lo sai che me ne intendo
E inoltre pago bene, perciò mi devi dire
che vuoi votare sempre e solo me.

È solo un mio capriccio, sondaggi io ne ho,
e guardacaso dicono quello che voglio io
(del resto è matematico, più paghi più hai ragione
non devi dirlo a me).
Io sono nel settore da trent'anni, si può dire
che i trucchi del mestiere te li ho inventati io
È un gioco troppo facile: più paghi più hai ragione.
Io forse pago troppo, ma questo non vuol dire
che tu ora possa fingere, io me ne accorgo subito,
perciò ora sii sincera, prova a essere sincera
nel dirmi che tu voterai per me.

Non ridere, non ridere,
non c'è niente da ridere:
è quell'ora della notte,
e io ti pago, sai.

Cerca di rilassarti, sii te stessa,
parlami un po' di te, ce l'hai un ragazzo?
Cosa? Hai una bimba? Fantastico! E si chiama?
Silvia! Ma pensa! Che bel nome! Silvia!
E il padre? Ma perché non vi sposate, voi ragazzi?
Io me lo chiedo sempre, perché non vi sposate?
La famiglia è importante, il mettere su casa,
e io posso anche aiutarvi.
L'assegno famigliare, vi toglierò le tasse,
vi laverò la macchina – se tu sarai sincera
devi essere sincera,
e dire che tu voterai per me.

Non può essere altrimenti,
non sei una cogliona.
Sei una che lavora,
non stai coi comunisti.
Mi sembri un tipo ammodo
Senz'altro intelligente
Bella presenza, immagino
– e io non sbaglio mai.
Perché non vieni su
a Cologno, un giorno o l'altro?
Un talento come te
è sprecato per le hotline.
Tu hai tutto quel che serve per sfondare.
Ti basta essere te stessa
– avanti, sii te stessa –
quando dici che mi vuoi
votare, che tu vuoi
votare solo me.

Adesso
Vuoi votare solo me
Dimmelo
Dimmelo
Non Fini, non Casini
Con Prodi non ci godi
Tu vuoi votare solamente me
Dimmelo
Dimmelo
Ma devi essere sincera
Se non sei sincera non ci riesco
Se non sei te stessa io non posso
E se scoppi a ridere io non…

Clic

Ma cribbio, cos'hanno tutte stanotte? Fanno le preziose, fanno.
Con quel che costano.
Proviamone un'altra, va.

lunedì 3 aprile 2006

- ombre nere

E poi, già, ci sarebbe anche il problema dei fascisti.
Ogni tanto bisognerebbe abbassarsi a dirlo. Che stavolta la Casa delle Libertà ha pescato veramente nel torbido; che il primo risultato della svolta di Fini è un bollino nella scheda elettorale con alcune siglette e fiammelle che non avremmo più pensato di trovarci, roba da volantino di liceo o da curva di stadio: fronte nazionale, forza nuova, sul serio? Se vince Berlusconi questa gente va in parlamento? Ma li faranno entrare, in bomber?

Chi non molla è perduto

Il rischio è di sembrare antipatici, radicalscic, anche un po' fuori dal tempo: i fascisti al governo, capirai. Come se in questi anni non avessimo avuto Buontempo o Storace (per dirne due a caso), e monumenti ai caduti di Salò e proposte di pensione ai reduci repubblichini, e fiction su quant'era brava e tosta Edda Ciano. Per cui insomma, uno o due simbolini con la fiamma in più o in meno che differenza fanno? Ma sul serio, cosa cambierà con una dozzina di deputati di Alternativa Sociale in più in parlamento? Cerchiamo di essere moderni, disinvolti, disinibiti. Fiamme tricolori a parte, cosa c'è di così sconvolgente nel programma di Alessandra Mussolini e compagnia? È il classico memo nazionalista: soldi alle famiglie baluardo di civiltà, soldi agli africani, così restano in Africa a farsi i cazzi loro, soldi un po' a tutti, tanto li stampiamo noi, no? (No. Glielo spiegherà poi Tremonti). Il lancio d'ortaggi al Candidato Luxuria, gesto esecrabile in sé, dà la misura della distanza dallo squadrismo storico, quello che bastonava a sangue. Vien da pensare che in Parlamento c'è già di peggio: che magari un po' di bomber tricolori possono equilibrare quegli altri simpatici in camicia verde, che non sono meno pericolosi.

Cosa c'è che non va, allora. Non lo so. Una sensazione. Non è la Mussolini in tv, non è neanche la celtica allo stadio. Gran parte del fascismo contemporaneo è puro folklore, eppure… quando succedono cose terribili come la morte del bambino Tommaso, quando una nazione compatta finalmente può liberarsi fiera, perfettamente giustificata, al suo Quarto d'Ora d'Odio… ti chiedi se in giro non ci sia più voglia di fascismo di quanta le liste elettorali riescano effettivamente a soddisfare.

A questo punto ti verrebbe voglia di misurarti col fenomeno, ma non è facile. Il fascismo è sfuggente. Contrariamente a una certa mitologia (Boia chi molla, chi si ferma è perduto, se indietreggio uccidetemi, ecc. ecc.), non c'è nulla di più sgusciante di un fascista. Sul serio. Prova a trovarne uno, prova a parlarci. Dalle mie parti, perlomeno, è impossibile. Ci sono, ma non si vedono. Sì che il fascismo serio, squadrista e agrario, lo abbiamo inventato qui: c'è scritto sui libri di Storia, e io mi fido. Eppure passiamo per regione rossa. Rossa? Ma è pieno d'ombre, anche qui. Io di sera ne ho viste. Ma scompaiono al sole.

Il caso che conosco meglio è quello di Forza Nuova a Modena. Oddio, "conosco meglio". In realtà non li conosco affatto, quelli di Forza Nuova a Modena. Perché sgusciano, appunto. Nei cinque anni di vita di questo blog, hanno fatto in tempo ad aprire due sedi in Centro – in entrambi i casi scomodando un bel po' di antifascisti incazzati e di forze dell'ordine. Mica male per un'organizzazione politica – salvo che a nessuno dei due indirizzi, oggi, risulta un'organizzazione di nome Forza Nuova. Al punto da chiedersi: ma esiste o no, Forza Nuova a Modena? E se non esiste, perché ci ha fatto perdere tanto tempo?

Prendi me. Ogni volta che Forza Nuova apriva una sede in Centro, io ho trovato un modo per farmi compatire.
La prima volta, è successo esattamente cinque anni fa. Cinque anni e un giorno. A quel tempo io ci abitavo, in Centro; ma non avevo la residenza. Come a dire che non potevo parcheggiare sotto casa.
Il giorno che ho saputo che Roberto Fiore stava per sbarcare in via Ramazzini a bordo di un Freelander, scortato da sette camionette della polizia, il mio antifascismo militante si è precisato in un grido di sdegno: Cani, porci, e puranche l'ideologo di Forza Nuova possono parcheggiare in Centro, ma io no! Tanto che scrissi alla Gazzetta di Modena. Scrissi che sì, va bene, ideologo finché vuole, ma poteva benissimo parcheggiare sui viali ed entrare in Centro Storico a piedi, come tutti i non residenti; o aveva paura? Di che? Dei cinesi di piazza Pomposa? Del Kebab all'angolo? L'ideologo di Forza Nuova ha paura che lo infilzino col Kebab?

In realtà mentre Fiore posteggiava in via Ramazzini (con gli agenti Digos ad aiutarlo a far manovra, suppongo), la prima esperienza di Forza Nuova a Modena si era già conclusa. Il modenese che in un primo momento aveva invitato Fiore stava già spiegando ai microfoni che non era sua intenzione aprire veramente una sezione FN, bensì fondare un'associazione tutta sua, chiamata Unione Nazionalisti Italiani, che forse esiste ancora (il simbolo sembra un aquilotto malriuscito, più probabilmente un piccione, l'animale totemico del Centro Storico). Ma il giorno dopo la Gazzetta titolava la rubrica della posta:

«Vi infilzeranno coi kebab»
Sotto c'era il mio nome. Non solo, ma per completare la frittata, nella versione Web esso compariva sotto un parere favorevole a FN – e sono certo che qualche cache se ne ricorda ancora. Vorrei poter dire di avere imparato, da allora, certe elementari regole di prudenza, ma è stato un processo lento. Due anni dopo a momenti mi arrestavano. La storia sta qui.

In sostanza fino a un certo punto era tutto secondo programma: un gruppo di forzisti, scortato da un nutrito drappello di forze dell'ordine, aveva inaugurato una nuova sede di FN in via Gallucci, mentre da fuori un bel po' d'antifascisti manifestava e sacramentava. Quando si è trattato di uscire dal centro, sono volate ben più che le parole, e bisogna dire che qualche manganellata da pubblici ufficiali se la sono presa anche i forzisti (ma bisogna anche aggiungere che un signore di Forza Nuova ha inciso con un'asta di bandiera un bel taglio sulla testa di un signore che manifestava contro di lui). Così, quando i neri hanno iniziato a ritirarsi virilmente in direzione Trento-Trieste (dove li aspettava un'ambulanza), noi… sapete come fa il cane col gatto, no? Se scappi, t'inseguo. Ecco, ci siamo messi a inseguirli; solo per sfotterli, mica per altro. In quell'occasione un poliziotto promise di rompermi la testa, siccome ero venuto a riprendere Cragno che continuava a sfidare verbalmente i forzisti che si leccavano le ferite (uno a momenti lo centrava con il ghiaccio degli impacchi).

Tutto qui? no, perché il giorno stesso la Digos promise che avrebbe "visionato i filmati", ma che io sappia l'unico video di tutto l'episodio lo chiesero gentilmente a un tale che da un balcone di Trento-Trieste aveva riconosciuto l'amico Cragno: sicché di tutta la manifestazione in questura probabilmente rimangono solo primi piani di Cragno che insulta i forzisti e di me che vengo a prenderlo; e l'unico sonoro è la voce del cameraman che dice: "Toh! Ma quello è Cragno!"

Da quel giorno in poi, non mi è mai capitato di vedere la sede di Via Gallucci aperta, ma è pur vero che non ci passo spessissimo. Le finestre, già protette da sbarre massicce, erano state coperte del tutto da schermi di acciaio dipinti di nero – faceva una certa impressione. Ci furono atti di vandalismo, una petizione dei commercianti – ma c'è stato anche parecchio silenzio, per un paio d'anni. Finché un mesetto fa, improvvisamente, non passo di lì e la trovo aperta! Finalmente! Salvo che non è più la sede di Forza Nuova in Centro. No. Il nero si è fartto giallo – ora è un negozio di articoli etnici. Indiani. (Ariani?) I fascisti sono sgusciati anche stavolta. Altro che Boia chi molla. Qui chi non molla è perduto.

A questo punto mi attendevo l'annuncio trionfale di una sede di Forza Nuova a Modena – che sarebbe già la terza! Ma per adesso, niente. Chissà, forse dopo il dieci aprile. E immagino che riuscirò a farmi compatire anche stavolta.

Nel frattempo me ne resto coi miei dubbi. Perché sono così difficili da afferrare, 'sti fascisti? Perché sgusciano sempre? Non dovremmo essere noi, a scappare da loro? Non dovremmo essere noi, ad avere paura? E in effetti un po' di paura io ce l'ho. Questo ciclico apparire e scomparire, è molto inquietante. Vien da pensare che il nero salti fuori solo quando serve, ma a chi? E com'è che adesso a Modena non serve più? E quand'è che servirà ancora? Qualcuno ne sa niente? Qualcuno ci capisce qualcosa? C'è qualcosa di serio o sono solo ombre, che scompaiono al sole?

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