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martedì 9 settembre 2025

Lo schiavo degli schiavi

9 settembre: San Pedro Claver, schiavo degli schiavi (1581-1654)

Quando arrivavano a Cartagena, il primo mercato degli schiavi della Colombia, i prigionieri stivati nelle navi credevano spesso che sarebbero stati uccisi e mangiati dagli uomini bianchi. Incontravano invece questo signore vestito di nero che gesticolando cercava di capire da dove venissero, finché non riusciva a metterli in contatto con degli interpreti. Portava con sé un mantello che regalava al primo che ne avesse bisogno, il che se volete è ridicolo: un mantello solo da offrire a migliaia di persone sopravvissute a traversate disumane. Portava cibo e medicine, con cui tentava di medicare le ferite; a volte veniva cacciato dai padroni della nave o degli schiavi, perché aveva il vizio di considerare questi ultimi come esseri umani. Si chiamava Pedro Claver, era nato in una cittadina della Catalogna, e mentre frequentava l'università gesuitica a Maiorca era stato convinto dal portinaio, Alfonso Rodriguez, di essere chiamato ad assistere e convertire gli schiavi – purtroppo non a liberarli, ma se ci avesse provato la sua missione sulla terra si sarebbe conclusa molto più rapidamente. Per quanto svolgesse le mansioni più umili, Alfonso era considerato dai suoi confratelli una specie di profeta, e almeno il destino di Pedro lo azzeccò. 

Pedro Claver non è una figura universalmente amata e non è difficile capire perché: in una società schiavista non c'è spazio per le anime belle. Chiunque accetti di viverci, anche per migliorare le condizioni di vita dei più umili, non può che compromettersi con lo schiavismo. Claver si proclamava "schiavo perpetuo degli africani"(æthiopum semper servus"), ma alcuni suoi collaboratori erano di fatto suoi schiavi e non sarebbe potuto essere diversamente: non doveva essere facile per un africano ottenere la libertà a Cartagena. Non disdegnava nemmeno le punizioni corporali, come un qualsiasi gesuita del XVI secolo. Non fu il pioniere dell'evangelizzazione degli schiavi, anzi deve molto al maestro che lo accolse a Cartagena, Alonso de Sandoval. Non ha lottato contro la schiavitù, ma ha fatto quel che poteva per migliorare le condizioni di migliaia di schiavi; non poteva liberarli, ma battezzandoli poneva le premesse perché fossero riconosciuti come esseri umani, e si calcola che ne abbia battezzati circa trecentomila. Rodriguez morì a Cartagena nel 1864: negli ultimi anni dovette patire gli abusi di uno schiavo che gli era stato affidato dai gesuiti come badante e che a quanto pare lo trattava malissimo, né Pedro se ne lamentava: in fondo il suo dolore non era che una frazione di quello che gli africani subivano per mano dei suoi connazionali. Fu canonizzato da Leone XIII nel 1888, quando la schiavitù era ormai stata abolita in tutte le Americhe, assieme al portinaio che lo aveva ispirato, San Alfonso Rodriguez.


10 settembre: San Nicola da Tolentino (1245-1305)

Per vivacizzare un po' la vita del santo marchigiano, senz'altro santa ma non esattamente avventurosa, (entrò negli eremitani di Sant'Agostino a 14 anni, pregò e donò ai poveri ogni giorno finché non morì, sessantenne a Tolentino) gli vengono attribuiti diversi miracoli per così dire standard, quel tipo di miracoli che ritorna nella vita di tantissimi altri santi, ad esempio quando Nicola regalava pane o farina ai poveri (innervosendo i confratelli, che pure loro dovevano mangiare), questo o pane o questa farina gli ricrescevano nel sacco, oppure se lo beccavano letteralmente col sacco in mano mentre cercava di passarlo a un povero, lui "No, macché son fiori" e nel sacco spuntavano i fiori. Poi una volta era in ritardo e ha fermato il sole, e che altro? Ha fregato un diavolo che aveva costruito un ponte, indovinate, in cambio della prima anima che ci sarebbe passata sopra; ha fatto portare un cane da un lato del ponte e ha fatto rotolare una forma di formaggio dall'altro lato. Il cane è stato il primo essere vivente a passare dal Ponte del diavolo di Tolentino; il diavolo, stizzito, avrebbe lasciato il segno di un suo corno sul fianco del ponte. La sua frustrazione è comprensibile, se si pensa che era già probabilmente la centesima volta che un santo lo fregava, e sempre nello stesso modo, ovvero quella dei "ponti del diavolo" è una vera e propria categoria, sia dal punto di vista architettonico che folkloristico, soltanto in Francia ce n'è una cinquantina e anche in Italia almeno uno per regione. Questo fa sospettare che dietro la leggenda ci sia qualcosa di più antico, anche perché parliamo perlopiù di ponti medievali con arcate molto alte che probabilmente ai tempi della costruzione venivano percepiti dalla popolazione locale come qualcosa di straordinario, che non poteva essere spiegato semplicemente con l'arrivo di maestranze molto esperte, no: doveva averci messo lo zampino almeno un demonio, il che richiedeva anche l'evocazione di un santo per consentire alle persone normali di transitare senza perdere l'anima. Può darsi che questa cosa di far passare prima un animale fosse un rito apotropaico, quel che resta di un sacrificio pagano a eventuali dei dell'ingegneria? magari le maestranze avevano le loro tradizioni, non del tutto cristianizzate. Oppure era un modo per collaudare il ponte, di fronte a un pubblico di pastori un po' impauriti: si prendeva un animale, lo si faceva passare e si diceva: vedete, non sta crollando, funziona.


11 settembre: san Jean-Gabriel Perboyre (1802-1840), martire in Cina

Jean-Gabriel Perboyre, non il primo martire cristiano in Cina, ma il primo a essere canonizzato (nel 1996), ha le carte in regola per diventare il protettore dei malati di covid. La proposta è stata avanzata da un sinologo, Anthony Clark, e si basa su due argomenti: non solo Perboyre è stato torturato e martirizzato a Wuhan, che del Covid è il "ground zero", ma sperimentò, prima della cattura e della morte, mesi di angoscioso isolamento, testimoniati nelle sue lettere; e  per quanto nelle immagini venga raffigurato legato a un palo di tortura a forma di piccola croce, l'effettiva causa della sua morte sarebbe stata lo strangolamento. Anche lui, come i malati di covid, si sarebbe trovato nell'impossibilità di respirare. Missionario vincenziano, nato in Francia, Jean-Gabriel era arrivato in Cina prima che iniziassero le persecuzioni anticristiane, ma sapeva che il rischio era alto: del resto, scriveva, cosa possiamo aspettarci da una religione che adora il crocefisso. E la croce fu il suo destino, durante la guerra dei boxer. I suoi resti, recuperati dai missionari, furono traslati in Francia, ma i cristiani clandestini di Wuhan continuarono a conservare la sua pietra tombale, nascondendola nel periodo della Rivoluzione Culturale. 

sabato 6 settembre 2025

Mazzucconi e Zaccaria

6 settembre: Santo Zaccaria, profeta (VI secolo avanti cristo)

"Ecco, io farò di Gerusalemme come una coppa che dà le vertigini a tutti i popoli vicini, e anche Giuda sarà in angoscia nell'assedio contro Gerusalemme. In quel giorno io farò di Gerusalemme come una pietra pesante per tutti i popoli: quanti vorranno sollevarla ne resteranno graffiati; contro di essa si raduneranno tutte le nazioni della terra. In quel giorno – oracolo del Signore – colpirò tutti i cavalli di terrore, e i loro cavalieri di pazzia; mentre sulla casa di Giuda terrò aperti i miei occhi, colpirò di cecità tutti i cavalli dei popoli. Allora i capi di Giuda penseranno: "La forza dei cittadini di Gerusalemme sta nel Signore degli eserciti, loro Dio". (Zaccaria 12,1-5)".

I primi due profeti di cui ho imparato il nome erano Ezechiele e Zaccaria. La Z impreziosisce ogni parola, la rende più rara e ricordabile, ma in effetti Ezechiele era il Lupo che voleva mangiarsi i Tre Porcellini nelle storie di Topolino (quelle brevi che stavano in mezzo), mentre Zaccaria era un gelato confezionato, un cornetto con una palla di gelato pralinata, insomma la versione Eldorado del Blob Toseroni. O era il Blob Toseroni una copia dello Zaccaria, non si è mai capito e non ha più importanza, perché Unilever (credo) a un certo punto si comprò i due marchi e ora in ogni bar trovi solo Algida, Algida, Algida, vabbe' dai ti compro un Magnum (si chiama ancora così anche se si mangia in tre morsi)? No, se è Algida no, sì vabbe' boicottiamo Israele, ma non di sola Sammontana vive l'uomo, sto tergiversando. La confezione del gelato Zaccaria, ho letto, è "introvabile su internet", quindi in sostanza è smarrita per sempre, qualcuno ritiene di ricordare un motociclista, ma quante cose false ricorda la gente. Pensare ai tabelloni dei gelati che non esistono più mi dà una tristezza che è difficile da razionalizzare, insomma non è che fossero questi gran gelati, eppure non ci sono più. Le canzoni restano, i libri a volte migliorano col tempo, ma io nella mia infanzia mica leggevo tutti questi libri, e non ascoltavo nemmeno tutte queste canzoni. I tabelloni dell'Eldorado invece li sapevo a memoria e questo sapere mi si agita nel cervello a vuoto. Qua fuori c'è fior di gelaterie artigianali, giusto oggi il gusto del giorno prevedeva mascarpone alla zucca e crumble di cioccolato, squisito, ma il Dalek non posso più assaggiarlo, né il Piedone. Oh vabbe'. 

"In quel giorno io mi impegnerò a distruggere tutte le nazioni che verranno contro Gerusalemme. Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito. In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo". (12,9-11) 

A volte mi domando: ma perché "San" Zaccaria? Non sarebbe più sensato "Santo Zaccaria"? E Santo Zeno, Santo Zaccheo, Santo Zefirino? In effetti l'aggettivo "santo" fa parte di un ristrettissimo gruppo di aggettivi qualificativi (con "bello", "buono" e "grande") che richiedono il troncamento dell'ultima sillaba (santo diventa san), ma solo al maschile, e solo davanti a un nome che cominci per consonante (altrimenti si elide solo l'ultima vocale: sant'Antonio); e anche in caso di consonante, vi sono delle eccezioni. Queste eccezioni le conosciamo bene, perché sono le stesse in presenza delle quali l'articolo indeterminativo "uno" non diventa "un": ovvero davanti a gruppi consonantici che i toscani avevano paura a pronunziare assieme, probabilmente questa paura ce l'hanno tuttora: ad esempio, la S+consonante, detta anche maliziosamente S impura: e infatti si dice Santo Stefano (ma il manuale che ho aperto qui davanti ci tiene a far presente che esiste un'eccezione all'eccezione: San Stanislao non si potrebbe assolutamente chiamare Santo Stanislao, non ho idea di chi si offenda ma lo scrive due volte, sembra abbastanza importante). Poi ci sono altri nessi consonantici che almeno ai palati dei toscani risultavano complicati, ovvero X, Gn, Ps e Pn: per cui se Saverio volessimo chiamarlo Xaverio, dovremmo chiamarlo Santo Xaverio, e altrettanto dovremmo fare nel caso un papa santificasse uno Gnomo, o uno Pseusolo, o un Pneumatico, anche se alla fine chi è che dice "uno pneumatico"? Nessuno, però le grammatiche scolastiche non si arrendono. C'è il caso un po' più particolare della i semivocalica, cioè quella che sta davanti a un'altra vocale e quindi non è del tutto una vocale, è già quasi una consonante, al punto che fino a tutto Pirandello veniva quasi sempre scritta con la J: e quindi diciamo Santo Iacopo, o Jacopo. 

E poi c'è il caso della Z. Che essendo una doppia consonante (ʦ e ʣ nell'alfabeto fonetico internazionale) farebbe assolutamente parte dell'insieme dei consonantici complicati, davanti ai quali non diciamo "un", ma "uno" ("uno zaino"), non diciamo "gran", ma "grande" (un grande zaino), non diciamo, "buono" e non "buon", "bello" e non "bel". Però, invece di dire "Santo", diciamo "San". Perché? Non c'è un perché. È un'altra eccezione dell'eccezione, e io francamente non le sopporto. Mi rendo conto che la grammatica fa quel che può, nessuna lingua nasce perfetta. Però che fastidio. È davvero così faticoso dire "Santo" invece che "San" Zaccaria? ma sto ancora tergiversando.

"Se qualcuno oserà ancora fare il profeta, il padre e la madre che l'hanno generato, gli diranno: "Non devi vivere, perché proferisci menzogne nel nome del Signore!", e il padre e la madre che l'hanno generato lo trafiggeranno perché fa il profeta. In quel giorno ogni profeta si vergognerà della visione ricevuta facendo il profeta, e non indosserà più il mantello di pelo per raccontare bugie. Ma ognuno dirà: "Non sono un profeta: sono un lavoratore della terra, ad essa mi sono dedicato fin dalla mia giovinezza". (13,3-5).

Sto tergiversando probabilmente perché di profeti di sventura non ne posso più. Del fardello di Israele, del destino di Gerusalemme, ne ho già piena la vita, mi sembra di non leggere altro. Una volta la Bibbia non assomigliava così tanto né alle pagine degli esteri sui quotidiani, né alle voci fuori campo dei film catastrofici. Adesso sembra tutto coincidere, come un terribile allineamento planetario, se capitasse all'improvviso mi verrebbe una gran paura, ma ci sta mettendo parecchi mesi e anni e quindi ho un po' di nausea. Un sentimento che, sospetto, i profeti conoscevano. Probabilmente nel percorso succederà qualcosa di orribile, ma nel mio cuore non vedo l'ora che si avveri Zaccaria 13,3-5, la vittoria finale del Signore, dopodiché i profeti diventeranno inutili e saranno malmenati dai loro stessi famigliari: e mandati a lavorare la terra. Zaccaria è uno dei maggiori tra i dodici profeti minori, nel senso che il suo libro consta di ben 14 capitoletti, composti dopo il ritorno degli israeliti da Babilonia, ma probabilmente in momenti diversi e anche da autori diversi: il che spiega l'apparente incostanza di un Signore che nel giro di una pagina promette al suo popolo la felicità e poi lo minaccia per le sue incostanze. (Provate a leggere il secondo pezzo che ho citato: c'è Israele contro tutti, e non si capisce se vinca o se perda. Qualcuno potrebbe aver rimaneggiato l'originale fino a invertirne il senso).

Anche lo stile delle profezie cambia sensibilmente lungo il corso del libro. All'inizio sono visioni, il che pone Zaccaria sul percorso che da Ezechiele porta verso la letteratura apocalittica. Anche in Zaccaria a ogni immagine segue una spiegazione, fornita da un angelo, perché il profeta sennò non ce la farebbe a interpretare: in particolare Zaccaria più volte ammette di non potercela fare. 

Dopo sette visioni, dal capitolo 8 si passa agli oracoli, ovvero discorsi che il Signore ispira al profeta, sul solco dei più tradizionali Isaia e Geremia. Ogni tanto spunta un terzo tipo di stile, la profezia mimata, che compare talvolta anche in altri profeti: in questi casi Dio non parla con parole o visioni, ma obbliga il profeta a comportarsi in un modo strano che il pubblico dovrebbe interpretare in senso profetico. A Zaccaria non vengono chieste cose ripugnanti come mangiare escrementi né imbarazzanti come sposare una prostituta, ma se non fossero comportamenti assurdi la gente non li noterebbe, e quindi nel capitolo 11 Zaccaria deve portare al pascolo un gregge di pecore destinate al macello, munito di due bastoni chiamati "benevolenza" e "unione". Poi, dopo avere licenziato tre pastori (tre re? tre sommi sacerdoti?), deve irritarsi con le pecore, perché si sono stancate di lui, spezzare i bastoni e mandare il gregge in malora ("Chi vuol morire, muoia: quelle che rimangono si divorino pure fra di loro"). In un qualche modo i suoi giorni di lavoro gli vengono comunque pagati, ma anche questo fa parte della profezia e comunque Zaccaria non può tenersi i soldi, deve gettarli nel tesoro del tempio. Questo dettaglio è forse il più conosciuto di tutto il libro, almeno tra i cristiani, perché i pezzi d'argento che Zaccaria getta nel tempio dopo aver disperso un gregge sono esattamente trenta, trenta denari.  


7 settembre: beato Giovanni Mazzucconi (1826-1855), sacerdote e martire

C'è questo paradosso che mette contro due proverbi: quello per cui la Storia serve per farci imparare dagli errori e quello che dice che la Storia la scrivono i vincitori. Sono, per quanto banali, due profonde verità e forse sono il motivo per cui la Storia è una maestra poco attendibile: tende a dimenticare tutte le false piste, i fallimenti che non siano clamorosi. Non potrebbe fare diversamente, ma il calendario dei santi è un po' diverso.

Che la storia la scrivano i vincitori è tanto banale quanto vero: quasi tutto quello che sappiamo, l'hanno raccontato dei superstiti. Magari non erano vincitori, ma sono comunque saltati su quel carro. È anche una semplice questione di economia – se dobbiamo ricordare il nome di un esploratore, sarà quello che ha scoperto qualcosa, non quello che si è perso nell'oceano qualche anno prima e magari seguiva la stessa rotta. L'astronauta che è tornato a casa, non quello che è esploso pochi minuti dopo la partenza. Qualche sconfitto ogni tanto riesce a restare nel cono di luce, ma solo perché la sua sconfitta è servita a rendere più avventurosa la successiva impresa del vincitore. È sempre stato così quasi ovunque, ma non nel calendario dei santi. Qui vincere o perdere sembra un dettaglio, un sacco di gente muore inutilmente, ma per i cattolici nessun sacrificio è inutile, neanche il più assurdo: prendi Giovanni Mazzucconi da Lecco. A vent'anni decide di fare il missionario, qualcuno ai piani alti decide di inviarlo in Oceania, un luogo nel 1850 tanto remoto quanto oggi la Luna. Giovanni ci arriva nel 1852, dopo un lungo viaggio in nave e un soggiorno di qualche mese in Australia per studiare gli usi e i costumi degli indigeni. L'obiettivo della missione però è l'isola di Woodlark, al largo della Nuova Guinea, che dall'Australia non dista neanche troppo, ma è già un altro continente, con lingue e culture completamente diverse: per qualche imperscrutabile motivo il Pontificio Istituto Missioni Estere aveva stabilito che l'evangelizzazione dell'Oceania sarebbe potuta partire da un'isola di duemila abitanti. Magari era una politica dei piccoli passi, chi lo sa, in ogni caso è abbastanza chiaro che Mazzucconi e gli altri furono mandati allo sbaraglio, senza nemmeno un tetto sotto il quale accamparsi, alla mercé di indigeni se non ostili certamente diffidenti coi quali comunicare risulta quasi impossibile. Mazzucconi si ammala quasi subito di malaria, il che avrebbe paradossalmente potuto salvargli la vita perché dopo due anni è ridotto così male che deve tornare in Australia, e quando gli indigeni cominciano a manifestare un'oggettiva ostilità, è ancora convalescente a Sidney. Ma è la metà dell'Ottocento, comunicare non è così facile, e uno non accetterebbe di fare il missionario in Oceania se non fosse parecchio cocciuto, insomma nell'estate del 1855 Mazzucconi si considera guarito e riparte per Woodlark, proprio mentre i confratelli su un'altra nave stanno scappando. L'oceano è grande, le due navi non si incrociano, il 7 settembre quella di Mazzucconi si ritrova circondata da canoe che sembrano formare un comitato di ricevimento. Un indigeno salta a bordo, si chiama Avicoar: sembra un capo, può darsi che Mazzucconi lo conoscesse: gli si fa avanti per salutarlo, Avicoar gli sfonda la testa con la scure. Una morte assurda in una terra lontana e incomprensibile, un sacrificio senza senso, senonché per i cattolici il senso è proprio il sacrificio. Giovanni Mazzucconi è stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1984. 

martedì 2 settembre 2025

I settembrizzati

2 settembre: 191 martiri dei massacri del settembre 1792

Nel primo pomeriggio del due settembre 1792, una folla si raduna sul piazzale di un piccolo carcere del Quartiere Latino. Alcune carrozze stanno trasportando dei prigionieri; sono per lo più sacerdoti che non hanno voluto sottoscrivere le costituzioni civili del clero, imposte dal governo rivoluzionario. La folla inveisce, forse un sacerdote urta un coscritto della Guardia Nazionale, un altro si inginocchia chiedendo pietà, ma non ne trova. Chi ha una baionetta comincia a usarla sui prigionieri. Nel parapiglia riesce a farsi strada un capitano della Guardia, Stanislas-Marie Maillard. Ormai in città è una faccia conosciuta: era alla Bastiglia il 14 luglio '89, ha guidato la marcia delle donne a Versailles, è ancora una testa relativamente calda ma ora sta cercando di mettere ordine in un macello. Viene istituito in breve tempo un tribunale rivoluzionario: Maillard si siede a un tavolino, si fa condurre un sacerdote alla volta, e gli dà l'ultima chance di giurare fedeltà alla Rivoluzione. Ventidue su ventiquattro rifiutano; vengono lanciati verso l'ingresso della prigione e martoriati dalle baionette. Esaurita la pratica, la folla si sposta in un altro luogo di detenzione, un ex convento di carmelitani scalzi. Qui la situazione è più difficile da gestire: nel giro di qualche ora vengono uccisi altri 150 sacerdoti. La mattanza si prolunga fino alle prime ore del mattino; altri massacri avverranno a Parigi e in tutta la Francia, fino al 4 settembre. Cosa stava succedendo.

In breve, la Rivoluzione era sotto assedio. Nello stesso 2 settembre l'esercito del Re veniva sconfitto dagli austriaci e dai prussiani a Verdun. Dalla Vandea arrivavano le prime notizie di una sollevazione antirivoluzionaria. Nelle strade di Parigi si leggeva un proclama del principe di Brunswick, che minacciava di sterminare i parigini se alle Altezze Reali fosse stato torto un capello. Il re e la regina erano infatti agli arresti dal 10 d'agosto, accusati di avere tramato per trascinare la Francia in guerra; in Assemblea i girondini – che quella guerra l'avevano votata – proponevano già di smobilitare Parigi e ritirare le forze rivoluzionarie a sud della Loira. I montagnardi non intendevano cedere la capitale, ma temevano che una grande mobilitazione rivoluzionaria l'avrebbe lasciata sguarnita e in preda ai controrivoluzionari. Dai loro giornali, Marat e altri soffiavano sul fuoco, fomentando un'isteria nei confronti dei nemici della rivoluzione. L'idea che i preti "refrattari" (quelli che avevano rifiutato le costituzioni civili) fossero la quinta colonna degli austriaci trovava apparente conferma nelle notizie dalla Vandea, dove la nascente rivolta antirivoluzionaria aveva subito assunto un'identità cattolica. Detto questo, nessuna autorità suggerì alla folla di sterminare i preti; i funzionari coinvolti nella vicenda, come Maillard, non stavano ricevendo ordini da nessuno e più che incitare i cittadini alla violenza sembrano spinti dalla necessità di regolarla, di dare alla situazione una parvenza di legalità. Anche accusare 'la folla' di un linciaggio sembra impreciso: dalle testimonianze sappiamo che la maggior parte della folla era lì per guardare, e in molti casi chiedeva pietà per le vittime. Sulla scena non era presente nessun leader rivoluzionario; qualche membro delle istituzioni (l'Assemblea Legislativa e la Comune Insurrezionale) tentò di dissuadere i massacratori, ma non fu ascoltato. Negli anni successivi, mentre "settembrizzare" diventava un sinonimo di "massacrare", le responsabilità degli eccidi venne più di una volta attribuita alla fazione politica che a turno cadeva in disgrazia; i giacobini la consideravano una conseguenza della retorica allarmista dei girondini, ma una volta al potere non avevano nessun interesse a perseguire i colpevoli, e dopo la caduta di Robespierre vennero considerati i mandanti morali. Un'inchiesta, negli anni del Direttorio, porterà alla sbarra appena una trentina di esecutori materiali, per lo più piccolo-borghesi, artigiani e membri della Guardia Nazionale; nessun sottoproletario, età media 36 anni. Maillard era già morto per tubercolosi in carcere durante il Terrore giacobino (di cui era stato, coi fatti di settembre, uno dei precursori): non era stato condannato per il massacro, ma per estremismo. 

I sacerdoti massacrati nei primi giorni di settembre sono stati beatificati da Pio XI nel 1926. A tutt'oggi non è chiaro chi è che abbia deciso di cominciare a ucciderli. Non è stata la folla, non è stato il potere, nessuna fazione aveva interesse a dare il via alla mattanza. Tutto sembra iniziare per caso, ma appena il primo sangue comincia a sgorgare, la strage appare una conseguenza inevitabile. È come se a volte gli uomini uccidessero per dimostrare che non è così grave – all'inizio era grave, ma se continuiamo, diventa una routine, diventa un fatto storico inevitabile, senza più veri colpevoli, al massimo esecutori. 

domenica 31 agosto 2025

Se solo Delrio potesse parlare


Una volta ho letto un racconto, o forse era un post, o forse appena una vignetta, ma insomma si trattava di una risposta drastica all'eterna fantasiosa domanda: ah, se solo gli animali potessero parlare... ecco, se gli animali ci potessero parlare, probabilmente ci direbbero più che altro: "c'è da mangiare, qui?", "Cibo?", "Ti avanza del salame?", cose del genere. Perché sono creature pratiche. Mi rendo conto che non è il modo più diplomatico di cominciare un pezzo su Graziano Delrio, che non è un animale – cioè, lo è, ma come lo sono io, come lo siete anche voi, fratelli lettori. Siamo quel tipo molto specifico di animale che ha sviluppato in centinaia di migliaia di anni il linguaggio più sofisticato (qualche balena avrebbe probabilmente da obiettare, ma in ultrasuoni incomprensibili), il che a volte ci pone un problema. Non avete anche voi la sensazione che avere troppo linguaggio sia come non averne? Che più parliamo e meno ci capiamo? Che almeno un cane è chiaro perché ci fa la corte al panino, mentre per esempio, Delrio, cosa vuole quando parla col Corriere?

Graziano Delrio fa parte di una frangia cattolica che sta esibendo, ultimamente, una certa insofferenza per la direzione che Elly Schlein sta imprimendo al PD. Ne fa parte direi anche Romano Prodi, mentre non ci trovo Rosy Bindi... ma è difficile capire; bisognerebbe distillare le dichiarazioni, controllare bene se negli spazi tra le frasi non emergano significati nascosti, visibili soltanto controluce nei pomeriggi struggenti di settembre, ora forse una volta avevamo tempo per tutto questo, ma io sto invecchiando (voi magari no), e invecchiando ho sempre meno rispetto per le altrui chiacchiere. Che invece a settembre sono cruciali, a settembre per esempio c'è il Meeting di Rimini che per un fine settimana diventa, delle chiacchiere, le capitale – nostalgia per quegli anni Ottanta in cui c'erano solo tre telegiornali e tutti sembravano disperatamente curiosi di quello che si chiacchierava al Meeting, dopodiché andavi a messa e il sacerdote si sentiva obbligato di commentare anche lui un po' quel che si diceva al Meeting, salvo che in effetti, stringi stringi, se toglievi gli interventi dei politici non è che se ne sapesse molto: cioè era chiaro che un sacco di gente stava parlando, ma di cosa? E con che risultati? Non si è capito, non so nemmeno se esistano gli Atti del Meeting, come di un chiunque convegno (e se esistono, mai nessuno li ha citati). Il prete dunque ripiegava sui titoli, che erano già immaginosi e suggestivi, a volte persino wertmulleriani nel loro evocare lunghi appassionanti dibattiti – ho controllato ed è ancora così, ad esempio il Meeting 2025 si intitola "Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi", una frase icastica anche se un po' lapalissiana, cioè se sono "luoghi deserti" di sicuro mattoni vecchi non ne trovi, chi sarebbe così scemo da portarseli da casa? La Compagnia delle Opere ha tanti difetti ma non sono scemi. Però hanno sempre questa necessità di esibire, sopra i mattoni vecchi e nuovi, questi cappotti di parole, parole, parole. Quasi si vergognassero di essere sostanzialmente una lobby a cui servono soldi, appoggi, altri appoggi, più soldi. Questo vendersi al mondo come una comunità che discute, che dibatte, che sta assieme, sì: ma alla fine cosa state chiedendo esattamente? Ecco la domanda andrebbe allargata a Delrio. Parla, parla, ma cosa vuole dirci? Magari è responsabilità del giornalista, che non lo sa incalzare. Oppure anche lui fa parte di quell'eletta schiera che possiede il codice crittografico e capisce al volo.



Delrio spiega che gli applausi presi daa Meloni al meeting sono inquietanti, perché la Schlein non li avrebbe presi. Da che ho memoria (e si va appunto agli '80), al Meeting hanno sempre invitato e applaudito chi stava al governo: anche gente in seguito processata e condannata (sia tra chi era applaudito, sia tra chi applaudiva), ma questo è sterile giustizialismo, lasciamo perdere. Secondo Delrio aa Meloni ha imparato "a parlare con certi mondi", ovvero (suppongo), con una certa frangia cattolica che Delrio si sente di rappresentare. Aa Meloni "entra in sintonia culturale con mondi lontani da lei, come Cl o la Cisl", mentre la Schlein neanche ci prova, perché ha uno sguardo "fisso a sinistra". "Manca l'approccio interclassista", mica come Togliatti che invece sapeva parlare anche ai "ceti medi". "Il mondo cattolico ha tantissime risorse, non vanno tralasciate". Ovvero? la Schlein sta rinunciando "a rappresentare sensibilità": che tipo di sensibilità, non si potrebbe essere più precisi, fare almeno un esempio? Finalmente – ma siamo alla terza colonnina – Delrio fa un esempio. "La condizione femminile, soprattutto al Sud. Chi lavora per affrancare le donne da condizioni di disparità di ogni genere, deve avere un luogo in cui portare il proprio contributo. I partiti non hanno tutte le risposte. Questo Meloni l’ha capito".

Io purtroppo no, non ho capito niente. Chi è, esattamente, "che lavora per affrancare le donne da condizioni di disparità?" Se mi viene in mente una misura varata a favore, la prima è il reddito di cittadinanza, ma a quel punto Delrio me lo immagino dissentire furiosamente, no, no, non è quello. I consultori in tutti i comuni? Sarebbero davvero utili – no, no, continuo a immaginarmelo mentre dice no. E allora cosa? Quale  organizzazione si prefigge l'obiettivo di affrancare le donne da condizioni di disparità, "soprattutto al Sud"? "I partiti non hanno tutte le risposte" – per "partiti" qui intendi le istituzioni, o in generale la politica? Delrio, anche tu sei in un "partito", prova a rispondere tu: cosa bisogna fare? O permettimi di essere un po' più crudo: chi bisogna finanziare? La Schlein non lo ha capito, aa Meloni sì, al Meeting applaudono, Delrio non ci sta spiegando. Comincio a capire quanto poteva risultare irritante il suo boss coi suoi Chi ha orecchie per intendere.

"Bisogna dimostrare di avere una strategia concreta". Quale? "Bisogna dimostrare di essere, appunto, un partito di governo". Siccome prima bisogna vincere le elezioni, e nel frattempo a livello nazionale il massimo che si può fare è promettere, Delrio, per favore, non potresti essere più chiaro? Cosa deve promettere Elly Schlein al ceto medio cattolico di cui ti stai autonominando rappresentante? Quali magiche parole deve scandire per sbloccare l'accesso al meeting, gli applausi a settembre, e quel 2 o 3 per cento di voti che l'operazione potrebbe al massimo fruttare (perché se ci fossero più voti al centro, a questo punto, un Renzi o un Veltroni li avrebbero presi, no?)

Faccio delle ipotesi, come quando hai un gatto nuovo e provi crocchette diverse. Certi codici non li ho mai capiti, ma qua e là ogni tanto una chiave l'ho raccolta, ad esempio una volta funzionava molto bene la parola "sussidiarietà". Con tutte quelle -s, era un vero e proprio dog whistle, come amano chiamarli adesso. Al meeting si veniva a parlare di Valori e Cultura e Umanità e ogni tanto, tra questi fiumi di parole, si piazzava il termine "sussidiarietà", e chi voleva capire capiva. In effetti era un termine ben scelto: nessuno dice "sussidiarietà" per caso, persino io mi sbaglio ogni volta che lo scrivo. "Sussidiarietà" significava, se posso semplificare brutalmente: soldi alle scuole private. Anche un po' alle cliniche private. Alle Onlus cattoliche (cioè alla galassia CL): a tutto il welfare parallelo montato dai cattolici in Italia – sempre un po' traballante, sempre bisognoso di aiuti da uno Stato al quale non paga nemmeno tutte le tasse sugli immobili. Ok, così è veramente troppo crudo. Non si tratta soltanto di soldi, anche perché si è visto che in uno Stato con un Welfare solido non basterebbero. Quindi bisogna toglierli al Welfare solido. Ovvero, non basta promettere finanziamenti alle scuole cattoliche, buoni scuola e quant'altro; devi lasciar capire che quei finanziamenti li togli alle scuole pubbliche. A quel punto Rimini applaude e il ceto cattolico medio è contento. Questa cosa la Schlein ancora non la fa, e Delrio cerca diplomaticamente di farlo presente; anche perché aa Meloni invece sì, aa Meloni non ci ha messo mezz'ora a rinnegare tutte ee posizioni daa destra sociale – il doppio che ci ha messo a nascondere i volantini e i meme putiniani che i suoi sgherri distribuivano fino al giorno prima. 

Ripeto, è un'ipotesi. Ma tanto vale provare. Suggerisco insomma a Elly Schlein di cominciare a infilare la parola "sussidiarietà" in mezzo ai discorsi – anche a muzzo di cane, non credo sia così importante, magari stai parlando dell'Ucraina, alla prima fila sta già calando una palpebra, tu butti giù un sorso d'acqua e all'improvviso, senza senso: "Sussidiarietà!" Se si svegliano all'improvviso, se afferrano il telefono e cominciano a vergare messaggi, forse la vecchia parola magica funziona ancora. Cosa abbiamo da perdere? Quando si sta all'opposizione si promette. Le scuse per non mantenere le troveremo. 

Rimane una certa stanchezza per tutta questa manfrina, ovvero: non sarebbe un mondo migliore se invece di coniugare supercazzole per tre colonne, i lobbisti dicessero sempre concretamente cosa chiedono e cosa promettono in cambio? Gli animali, se potessero parlare, direbbero "cibo!", "cibo!": i ciellini, se avessero meno parole, griderebbero: "soldi!", "più soldi!", ora certo Don Giussani non approverebbe. Lui una volta disse una cosa che mi è rimasta impressa: "Mandateci in giro nudi, ma lasciateci liberi di educare". Ecco, fosse per me, l'obiettivo potrebbe essere quello: liberiamo i cattolici dai loro fardelli terreni, lasciamoli davvero nudi – e nudamente liberi di educare. Continuerebbero ad andare in giro con ciotole e sacchetti chiedendo soldi, soldi, più soldi, ma... sarebbero più credibili, più coerenti, ecco. Vabbe', è un sogno, altri che l'hanno sognato sono finiti male. Sussidiarietà!

sabato 30 agosto 2025

La corda di Margaret

Diocese of Shrewsbury. 
30 agosto: Santa Margaret Ward (1550-1588), martire

Per quanto possano esserci state epoche più eroiche, per i martiri cattolici, difficilmente risulteranno più avventurose delle persecuzioni inglesi tra Cinque e Seicento. Amministrare i sacramenti non è mai stato tanto simile al mestiere delle spie – più che le spie vere, spesso funzionari votati a mimetizzarsi nel grigiore burocratico, quelle che immaginiamo oggi nei film: avventurieri appesi ai cavi, dediti a missioni impossibili e fughe rocambolesche. Il loro campione è ovviamente John Gerard (1534-1637), di giorno gaudente viveur, di sera gesuita clandestino. Catturato in un nascondiglio insieme a Nicholas Owen, viene condotto alla Torre di Londra che poi non era quel luogo di torture che tutti credono, anzi fungeva da carcere solo per le personalità di nobili natali; fuggire comunque non era così semplice, ma lui riesce a farsi lanciare una corda e a calarsi giù dalla finestra, benché avesse i polsi slogati per le torture. O almeno così la racconta decenni dopo; perché passando di nascondiglio in nascondiglio, potendo contare su discepoli devoti (e guardiani corrotti), Gerard riuscì ad amministrare sacramenti per quasi vent'anni, prima di riparare nel Continente e scrivere la sua biografia. 

Altri non condivisero le sue astuzie e la sua fortuna. In più di un caso a pagare con la vita non fu il prete, ma i complici che li nascondevano, o recapitano gli strumenti necessari alla fuga: vedi il caso di Margaret Ward, signora di buona famiglia, insospettabile dama di compagnia di Lady Whitall. Quando viene a sapere che il presbitero William Watson, dopo un temporaneo pentimento, ha rinunciato allo sconto di pena e ha confermato di essere un sacerdote cattolico, riesce a farsi ammettere come visitatrice nel carcere di Bridewell dove Watson è rinchiuso. La prima volta la perquisiscono con attenzione; la seconda pure; ma Ms Ward continua a visitare il prete e a mantenere un comportamento impeccabile, sicché a un certo punto probabilmente i secondini abbassano la guardia, e un bel giorno del 1588 Watson scompare: si è calato dalla finestra grazie a una corda. L'allarme è tempestivo: un uomo viene arrestato lungo il fiume, vestito negli abiti del prete; ma è il barcaiolo John Roche, che li ha scambiati con Watson, ormai scomparso con la sua barca dall'altra parte del Tamigi. La Ward viene arrestata con Roche. Appesa ai ferri per i polsi e flagellata per otto giorni, non rivela il nascondiglio del prete (forse non lo sapeva), ma ammette di avergli portato la corda, "per salvare un agnello innocente dalle grinfie dei lupi". A una giuria piuttosto clemente che le offre il perdono in cambio della conversione, reagisce con più fermezza di quella mostrata da Watson, rifiutandosi di partecipare al rito anglicano, che in coscienza ritiene eretico. Lei e Roche vengono impiccati a Tyburn il 30 agosto del 1558, assieme ad altri cattolici. Watson continuerà a fare la spola tra l'Inghilterra e il continente, organizzando congiure fallimentari che lo porteranno sul patibolo nel 1603.

Per quanto possa essere difficile, oggi, mettersi nei panni di Margaret Ward – che scelse di morire per non arrendersi a un cristianesimo un po' diverso da quello in cui credeva – in quei panni, ricordatevi, a volte si nascondeva una corda. Come nei vestiti di ognuno di noi si nasconde un eroe; certo, il più dei giorni conviene lasciarlo a casa; potrebbero perquisirci, o potremmo essere noi stessi a tradirlo nel momento in cui non serve. Non è necessariamente complicato dare un senso alla propria vita: magari si tratta soltanto di scegliere in che giorno indossare quella corda, e a chi passarla. Puoi liberare gli innocenti, puoi impiccare gli infedeli, puoi fare tante cose con la tua corda, il giorno che scegli di portarla con te. E quel giorno mica passa per tutti. Oppure forse sì, passa per tutti, ma in molti lo lasciamo passare perché abbiamo paura, o siamo distratti in altre faccende. E con lo stesso sguardo distratto poi lasciamo passare la vita a rimpiangerlo. Invidiando santa Margaret Ward

venerdì 22 agosto 2025

XI. Non desiderare la fotografia degli altri


– Io la famosa pagina FB sulle mogli non l'ho vista (e quindi non dovrei parlarne). Non per un sussulto di moralismo; è proprio che non mi andava di vederla. Ci sono posti su internet dove vado molto volentieri: una pagina del genere non è tra i primi mille. Non ho il fetish per le foto rubate, non ho il fetish per i mariti arrapati, o per i cuck (che mi intristiscono), non ho il fetish per le pagine trash, ho abbastanza autostima da non avere bisogno di titillarla con lo spettacolo di chi sta peggio; non ho il fetish per il moralismo che potrei esprimere per l'occasione, insomma è tutto un insieme di cose che non mi attira quanto la Bibliotheca Sanctorum o i video dei cani che saltano nei corridoi. Ma vi garantisco che sono comunque una persona orribile, adesso per esempio scriverò un pippone ispirato a una pagina fb che non ho nemmeno visto, perché? Evidentemente ho questo specifico fetish.

– Senza averla vista, sono disposto a scommettere che il 95% dei contenuti non fossero immagini di mogli rubate alla loro insaputa, bensì foto saccheggiate qua e là, un po' di AI per i grulli che ci cascano, meme idioti ecc. Perché ne sono abbastanza sicuro? Perché è un gruppo di Facebook, e su Facebook tutto è così – se apri una pagina di barzellette, il 95% le copierà, ora, è più facile fregare un video alla congiunta o inventarsi una barzelletta? Io gestisco una pagina di santi del calendario, e il 95% vi garantisco è copiato ma mica da adesso, gli agiografi hanno iniziato a copiarsi nel III secolo.

– In particolare fatico a credere che un algoritmo addestrato a riconoscere i capezzoli femminili (non maschili!) anche sul vassoio di Sant'Agata abbia lasciato filtrare immagini particolarmente compromettenti, ma consentiamo che ci fossero. Il revenge porn in Italia è un reato, se incappate in roba del genere dovreste segnalarla all'istante sia ai gestori del network, sia alla polizia postale. Se invece decidete di diffondere indiscriminatamente la notizia che esiste questo tipo di pagina, non state realmente aiutando le vittime di revenge porn. State diffondendo un allarme sociale, che è un'altra cosa. Forse avete un po' il fetish dell'indignazione, e chi sono io per giudicarvi; ma se davvero pensate che lì dentro stiano avvenendo delle 'violenze a distanza' (ho letto questa espressione), chiamare altra gente ad assistere a questo tipo di violenze non è esattamente la cosa più rispettosa delle vittime. 

– Anche stavolta mi capita di notare questa cosa, che c'è gente convinta di poter essere violentata in effigie. A me sembra assurdo, insomma per quanto possa essere fastidioso scoprire che qualcuno concupisce le nostre immagini, una violenza sessuale mi sembra infinitamente più invasiva e dolorosa – ma non ho più la pretesa di convincere chi ci crede. Tutto sommato è una reazione istintiva che ci accomuna ai famosi indigeni che non volevano essere fotografati (in certe situazioni si è poi scoperto che non volevano essere fotografati gratis, cioè se vuoi la mia anima almeno fammi un prezzo). Non posso non notare che questo tipo di ragionamento (o di istinto), una volta elevato a sistema non potrebbe che condurci al divieto assoluto di riprodurre forme umane, e magari a un tipo di abbigliamento molto prudente che in effetti dall'Afganistan sta tornando di moda. Questa cosa che si potrebbe arrivare a un regime proibizionista e oscurantista per via matriarcale e non patriarcale un po' mi attizza, ma solo perché ho un fetish per i paradossi (e chissà se in passato non ci siano state civiltà completamente fasciate e sessualmente segregate, che abbiamo prese per patriarcati mentre invece...)

– Una tentazione proibizionista è sempre serpeggiata tra i movimenti femministi. Negli USA, appena le donne riuscirono a votare e a mandare qualcuno in parlamento, inaugurarono il proibizionismo (non funzionò molto); in Italia chiusero le case chiuse (a qualcosa è servito, se ne potrebbe parlare a lungo, comunque la prostituzione esiste ancora). Gira che ti gira, il desiderio maschile è un problema, a qualcuna risulterà IL problema, che può ispirare opzioni repressive. Il meme ormai frusto del "Not all men", alla fine allude a questo: un uomo fa presente (di solito in modo scomposto) che almeno lui può convivere con le proprie pulsioni senza essere un criminale, qualcuna le risponde che non è vero, sarà comunque un criminale in potenza e questo è già un rischio intollerabile.

 – Non credendo nel prossimo avvento di una dittatura matriarcale oscurantista, non mi sento tuttavia di escludere che prima o poi un'ondata femminista non si ritrovi a suo agio nel golfo di qualche comunità reazionaria, irresistibilmente attratta da una comune ostilità verso le pulsioni – almeno quelle maschili. Quella che chiamiamo cultura occidentale, una crosta molto sottile su un'irrazionalità in perenne tumulto, da qualche decennio sta sperimentando una proposta freudiana: proviamo a gestire i nostri desideri senza reprimerli troppo. Dove c'è tutto questo Id, proviamo a metterci più Ego: chissà che discutendone tutti assieme, sin dalla scuola dell'obbligo, e moltiplicando l'attenzione dei presidi medici e delle forze dell'ordine, chissà che non si possa vivere la sessualità in un modo più libero dei nostri bisnonni... No, ci dicono i talebani: non possiamo farcela. I desideri sono troppo distruttivi, serve più disciplina, servono steccati, proibizioni. No, ribadiscono le femministe: non sta funzionando, i femminicidi non calano – in realtà un po' calano – sì, ma non è abbastanza, e là fuori c'è ancora gente che si masturba guardando foto di persone che non hanno dato il loro consenso – oddio, se è tutto quello che fanno non mi sembra poi così grave – non ti sembra così grave? Sei un mostro.  

– Nel 5% di immagini realmente 'rubate' ci sarà pure una lieve percentuale di immagini che una donna si è lasciata scattare perché si fidava del partner. Immagino che molti, quando si scandalizzano della pagina, si scandalizzano di questa cosa, che effettivamente è la versione social dell'adulterio. Ora, il senso di certi comportamenti (non solo erotici) sta nei rischi che comportano: così come nessuno si allenerebbe a fare capriole in bicicletta se non ci fosse il serio rischio di paralizzarsi o morire, così il senso di lasciarsi fotografare in pose discinte da un partner sta proprio nel rischio che quest'ultimo si riveli uno stronzo. In una società in cui metà dei matrimoni si interrompono abbastanza presto, i video discinti sono prove di fedeltà molto più impegnative degli anelli di platino: 'fotografami pure' significa "puoi gestire la mia immagine, farne quello che vorrai, anche se so che non ne farai nulla di male perché mi fido di te, così come tu puoi fidarti di me perché ora possiedi la cosa più socialmente preziosa, e nel caso impossibile, assurdo in cui io ti tradissi, tu potresti disonorarla in pubblico, rendendomi per sempre reietta ai miei simili". Contro questa cosa, noi sul piano legislativo abbiamo varato misure precise anti-revenge-porn; sul piano educativo stiamo spiegando a tutti gli adolescenti che concedere immagini è sbagliatissimo, così come in generale fidarsi dei propri coetanei e (ahinoi) dei propri sentimenti nei loro confronti. Possiamo fare di più, senza sciogliere bromuro negli acquedotti, senza imporre burqa alle passanti, senza vietare l'internet? Probabilmente sì: possiamo sempre fare qualcosa di più, ma non credo che questo "di più" abbia a che vedere con gli allarmi sociali estivi. 

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