Prima gli annunci: a Modena c'è il Dig Festival, oggi Pierpaolo Ascari renderà un omaggio a Frantz Fanon, domani arriverà Francesca Albanese, venite numerosi e non spaccate le vetrine, che aa Meloni piange. (Aa Meloni piange comunque, ma perché darle altri argomenti).
Può darsi, anzi è sicuro, che a Palazzo Chigi e dintorni sappiano qualcosa che noi non sappiamo – magari qualche sondaggio elettorale li preoccupa più della pur preziosa incolumità delle vetrine milanesi – fatto sta che dopo lo sciopero di lunedì due fregate della Marina militare italiana stanno raggiungendo la Flotilla: da quel che si capisce non interverranno direttamente in caso di un attacco, ma presteranno soccorso se gli israeliani cominciassero ad affondare le imbarcazioni (in acque internazionali o comunque non israeliane). Perché potrebbero benissimo farlo, perché non sarebbe la prima volta che lo fanno, e magari hanno avvertito Crosetto che hanno intenzione di farlo. Per cui, più che a difendere la Flotilla, le fregate italiane hanno l'effettiva consegna di difendere gli israeliani dai propri istinti paranoidi e stragisti. Non solo, ma aa Presidente, tra un piagnisteo e un altro ha ammesso che intende presentare una mozione per il riconoscimento dello Stato palestinese, benché subordinata alla liberazione degli ostaggi che Netanyahu, se davvero volesse indietro, forse avrebbe smesso qualche mese fa di bombardare e affamare. Insomma, non è che si possa far miracoli con un po' di barche e un giorno di sciopero, però questa Flotilla sconsiderata e questi manifestanti velleitari e teppisti hanno oggettivamente modificato l'indirizzo di un governo, con una rapidità e un'efficacia che non mi ricordo di avere mai riscontrato da quando sto al mondo – forse soltanto il 23 marzo 2002 ottenne un risultato più importante, ma si trattò di un ben più massiccio sciopero confederale e ci vollero comunque settimane, mesi per assicurarsene. Va a finire che si riesce a ottenere di più minacciando le vetrine che rimandando al governo l'ennesimo centrosinistra moderato e ragionevole che per non offendere nessuno agli Esteri ci mette un Minniti – le avrebbe inviate, le fregate, un Minniti?
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Su Repubblica si è rifatto vivo lo psicologo che, ai tempi della renzomania, diagnosticava pubblicamente patologie a chi non trovava abbastanza renziano. Una roba da radiazione, e invece il tizio è ancora in circolazione, scrive libretti, li deve promuovere, e questo lo spinge fatalmente ad occupare la scena dicendo la sua su problemi che non capisce. Inutile prendersela con lui, e infatti non lo faccio.
Io punto il dito verso voi, studenti che alle sue lezioni reprimevate gli sbadigli con brevi movimenti che dalla cattedra potevano essere interpretati come cenni di assenso.
E verso voi, pazienti troppo pazienti nel lasciarsi somministrare l'ennesima supercazzola lacaniana, nella speranza di trovarvi, tra rottami di sintassi contorti, qualche barlume di saggezza che dovrebbe per forza valere il prezzo della seduta.
E voi, lettori incorreggibili, che sottraete mezze ore a candycrsh o prnhub che nessuno vi restituirà, per aprire davvero quei libretti sciapi e sentirvi intelligenti mentre leggete sciocchezze che vostro nonno, quando diceva "ai miei tempi si saltava i fossi per la lunga" sapeva esprimere con più proprietà e almeno un po' di autoironia.
E voi insegnanti, colleghi traditori del buon gusto, della vera cultura, e della vostra missione che andate a osannarlo alle sue conferenze, per il brivido di sentirvi chiamare Maestri e di sentigli dire che deriva da Magis, cioè uno che ne sa "di più", 'sta banalità da quarta ginnasio ve la fate raccontare come se fosse una scoperta filosofica, ma andate a casa a correggere i compiti, che è quello di cui c'è magis bisogno.
Su tutti voi punto il dito, perché se quel Recalcati continua ad andare in giro ostentando la sua pochezza come se fosse saggezza, le sue contorsioni logiche come se fossero analisi, le sue tre nozioni come se fossero un'enciclopedia: se tutto questo succede è soltanto per colpa vostra, che non gli avete mai detto, professore, scusi, che palle; dottore, scusi, ma che cazzo dice; e in generale, Mister intellettuale Recalcati, ma è davvero convinto di poter basare tutta una teoria pedagogica sul fatto che lei si ricorda che da ragazzino aveva dei bravi insegnanti come adesso non ne riesce a trovare più? Cioè non lo vede un bias grosso come tutta la sua carriera di mediocre saggista? E se erano così bravi i suoi maestri, com'è che il risultato è così scarso? Perché si fidi, è deludente, è sconfortante, in quanti modi glielo si può dire? È proprio scarso. Ovviamente non è del tutto colpa sua, ma del contesto sociale in cui è stato allevato, educato, portato sugli scudi da un Potere con evidenti problemi di autostima; però accidenti, quando uno è scarso è scarso, capita a tante persone e non è neanche un problema – finché non costruiscono tutto un sistema ideologico basato sul fatto che loro ne sanno più degli altri, ecco, allora no, lì comincia a profilarsi all'orizzonte un problema reale, un problema sociale. E abbiamo già la megalomania di Galli Della Loggia da gestire, cioè almeno uno alla volta, per favore.
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Non c'entra quasi nulla con quanto sopra, ma si è capito che quando Trump dice che l'Ucraina può recuperare tutti i territori, sta semplicemente facendo l'unico mestiere che conosce, cioè il piazzista? Certo che ce la può fare, l'Ucraina, con tutte queste fantastiche armi che possiamo venderle (coi soldi che l'UE può anticipare). E allora coraggio, cosa aspettate? digitate il numero in sovraimpressione. Ai primi dieci acquirenti un omaggio a sorpresa, uno sconto sul carbone o qualcosa del genere.
24 settembre: San Pietro l'Aleuta (XIX secolo), martire ortodosso aleutino in California
Per una volta potremmo anche occuparci di un santo ortodosso, giusto per l'ebrezza di vedere le cose da un punto di vista ormai opposto: l'America si scopre da est, i gesuiti sono torturatori malvagi.
Il Pietro di oggi è un aleuta, ovvero originario di quelle Isole Aleutine che formano una collana semicircolare che dall'Alaska si allunga fino alla penisola siberiana della Kamchatka. Oggi è conosciuto soprattutto come il punto più vicino tra USA e Russia – benché entrambi i Paesi gravitino intorno a capitali lontanissime, più vicine all'Atlantico che al Pacifico. Nella preistoria da qui dovrebbero essere passati i Sapiens che per qualche arcano motivo avevano deciso di spingersi più a est, più a est, fino a scoprire l'America prima di qualsiasi altro primate. La cosa veramente incredibile è che, non conoscendo essi la navigazione, tutto questo dovrebbe essere avvenuto quando le isole non erano isole, ma un vero e proprio ponte di terra emersa; il che può essere avvenuto soltanto durante l'ultima glaciazione: come se attraversare a piedi Siberia e Alaska non fosse già difficile nelle ere relativamente calde. Comunque questi pazzi esploratori non hanno a quanto pare molto materiale genetico in comune con gli aleuti. Questi dovrebbero essere arrivati più tardi e sono invece parenti più prossimi degli Inuit, che una volta chiamavamo eschimesi ma a quanto pare è offensivo anche il termine eschimese, tutta la mia infanzia è stata una bugia.
Nella seconda metà del Settecento i russi fecero delle Isole un avamposto per la colonizzazione dell'Alaska, e non differentemente da spagnoli e altri europei oltre a fucili e malattie portarono i missionari. La figura chiave dell'evangelizzazione ortodossa dell'Alaska è Sant'Ermanno: la sua vita ci è nota principalmente attraverso gli scritti dell'abate di Valaam, Semën Janovskij abate del monastero di Valaam sul lago Ladoga (insomma dall'altra parte del mondo, ma la Russia è fatta così). Lo stesso Janovskij, che scrive di questi fatti a cinquant'anni di distanza, racconta di aver udito la storia di Cungagnaq/Pietro da un testimone oculare. È una storia che non troverete nei martirologi cattolici, e leggendo oltre non è difficile capire il perché.
Cungagnaq, battezzato Pietro dai missionari russi che erano penetrati nelle Isole Aleutine dopo la spedizione di Bering (1742), avrebbe fatto parte di un gruppo di quindici cacciatori di foca aleutini catturati dai soldati spagnoli nella zona di Los Angeles (parecchio a sud per degli aleutini). Condotti nella missione Dolores (dove in seguito sarebbe sorta San Francisco), i quindici sarebbero stati consegnati a dei sadici gesuiti che avrebbero imposto al gruppo la conversione al cattolicesimo. Il dettaglio lascia perplessi, se non altro perché la California era colonia spagnola e i gesuiti erano stati allontanati dai territori spagnoli 50 anni prima. Però quante volte su questa rubrica ci siamo raccontati storie ancora meno verosimili? Perché dovremmo pretendere dagli ortodossi più precisione?
Siccome i quindici rifiutavano di convertirsi, gli aguzzini in nero avrebbero cominciato a mutilare uno di loro, Pietro, tagliando un dito del piede alla volta. Pietro avrebbe tenuto duro e alla fine sarebbe stato sventrato. I gesuiti intendevano continuare le torture sui restanti quattordici, ma il giorno dopo sarebbe arrivato dalle autorità spagnole un ordine di scarcerazione.
È chiaro che un racconto del genere solleva obiezioni, ad esempio: che ci faceva un gruppo di cacciatori di foca aleutini nei pressi di Los Angeles? Probabilmente erano dipendenti della Compagnia Russo-americana, che in quegli anni stava anche cercando di creare una testa di ponte russa in California. Insomma dietro alla cattura dei quindici è facile intravedere una questione politica, più che religiosa. Dolores era una missione francescana; la differenza tra francescani e gesuiti non poteva sfuggire all'abate di Valaam, visto che nel 1815 c'erano più gesuiti in Russia che in tutta l'America spagnola. Detto questo, bisogna riconoscere che le terre di frontiera sono piene di matti e non è così impossibile che a Dolores i quindici prigionieri siano incappati in un carceriere particolarmente sadico, magari un ex gesuita che in quel posto lontano da tutti si era rimesso a vestire gli abiti dell'ordine. Come il Monaco di Corto Maltese, e in effetti tutta questa storia sembra escogitata da Hugo Pratt: individui di popoli lontani che si incontrano e scontrano a coordinate improbabili, gesuiti, cacciatori di foche, condanne a morte eseguite con una certa leggerezza e tutto il resto. E poi davvero, ve ne ho raccontate di più grosse: nel calendario cattolico ho trovato un posto per Budda, uno per Edipo e uno per Lindo Ferretti, non è che mi metterò a fare lo schizzinoso adesso: onore a San Pietro l'Aleuta.
Io penso che ieri sia stata una buona giornata, come non ne ricordavo da anni. Se non tutto è andato per il verso giusto... – e non mi riferisco alle solite vetrine rotte, e ai piagnistei che sembrano derivarne e invece erano già pronti da settimane nei cassetti degli editorialisti. Se non tutto è andato per il verso giusto – mi riferisco piuttosto alla mia Cgil, che ha anticipato lo sciopero di due giorni, e nel comparto scuola ha suggerito di andare a lavorare con un "nastrino nero", dimostrando di non aver capito quello che sta succedendo nel Paese – ebbene anche queste storture si sono rivelate un vantaggio: è stato uno sciopero dal basso; è partito dai portuali e ha contagiato i trasporti; non aveva dalla sua parte nessun sindacato importante, nessun partito, nessun organo di stampa. Solo un po' di giornalisti che non ne possono più, un po' studenti che non ne possono più, un po' di lavoratori che non ne possono più; e il risultato è che hanno chiuso persino i negozi. Potremmo dire che è stato uno sciopero apolitico – qualcuno lo dirà: ma è anche stato lo sciopero più politico da anni a questa parte, quello che ha individuato una priorità e la ribadirà finché sindacati, partiti e governo non ne prenderanno atto: c'è un genocidio in corso e non siamo d'accordo.
Il genocidio continuerà? Molto probabilmente, e non voglio nemmeno suggerire che 'quel che potevamo fare l'abbiamo fatto', perché potevamo e possiamo fare senz'altro qualcosa di più. Qualcuno obietta ancora che più che salvare i palestinesi, qui si sta cercando di salvare la propria anima; c'è del vero, ma non è poi una cosa da buttar via, l'anima. Di fronte a un bivio che ormai non si poteva fingere di non vedere, tra la legge del più forte e l'umanità, una parte dei lavoratori italiani ha scelto l'umanità: non era scontato e fa tutta la differenza. Non sarà la maggioranza, ma è una parte troppo grande perché si possa nascondere sotto il tappeto; perché si possa liquidare come la solita squadra di teppisti in stazione. È una parte abbastanza grande per reggere la repressione che verrà (perché verrà: questo governo lurido non aspetta altro; da anni lucidano i manganelli con le leggi speciali), per ridersela dei giornali che i sionisti finanziano e che nessuno più legge; per chiamare il bluff di soggetti politici inesistenti (Sinistra per Israele, batti un colpo); per ricordare a tutti che ci ricorderemo di tutto. Ci aspettano anni difficili, e qualcuno si farà anche stavolta molto male, ma Gaza non sarà dimenticata. Chi accusa manifestanti e attivisti della Flotilla di ingenuità, dovrebbe prima accettare di aver peccato di un'ingenuità ben maggiore, fingendo di non vedere un assedio decennale e una carestia programmata. Chi accusa questo o quel personaggio di protagonismo, si guardi allo specchio, e accetti questa cosa: che il più esibizionista tra gli attivisti palestinesi – il più ingenuo, il più miope, il più scemo, ha comunque capito di più di tutti i sedicenti amici di Israele che con le loro lingue melliflue hanno aiutato Israele a scavarsi quella buca radioattiva in cui si sta seppellendo.
Chi ha passato anni a sostenere che non era un massacro, anzi sì, poteva essere definito un massacro, ma non un genocidio, oppure ecco sì, in effetti cominciava a sembrare un genocidio, ma la responsabilità era tutta di Hamas, anche se certo Netanyahu qualche responsabilità l'aveva, ma soltanto lui, Israele essendo l'unica-democrazia-del-medio-oriente e l'Idf l'esercito-più-morale-del-mondo, e quindi a ben vedere era tutta colpa di Netanyahu, ma comunque Francesca Albanese esagerava, e inoltre in un ristorante di Napoli qualcuno aveva trattato male dei turisti... ecco, chi ha passato anni a nascondersi dietro foglie di fico che erano impalpabili sin dall'inizio, ha di che innervosirsi e minacciare. È troppo tardi: anche per loro si trattava di scegliere tra Israele e l'umanità; hanno scelto la strada più corta e redditizia nei tempi brevi, ma sappiamo tutti dove sbucheranno – si rilassino, non ci fermeremo certo ad aspettarli. Sono finiti: hanno assistito alla più grave catastrofe umanitaria della loro vita tifando per i carnefici: nessuno potrà più credere in loro, nemmeno loro credono più a sé stessi. Si dice che il tempo è galantuomo: è più un auspicio che un dato acquisito, e fino a ieri mattina non ci stavo credendo più di tanto. Oggi sì. E magari mi sbaglio. Potreste anche abbatterci tutti, ma mi guardo intorno e vedo Enzo Iacchetti, vedo Antonella Clerici, insomma il campo è veramente molto vasto. Resisteremo. Non tutti, ma qualcosa resterà.
[Questo pezzo è apparso alla vigilia del primo giorno di scuola (15/9//2025) sul Manifesto: il titolo non è mio ma è divertente].
Se ci ricorderemo del ministro Valditara, più che di tanti altri suoi predecessori, sarà forse perché meglio di loro ha capito come le riforme che fanno discutere siano le più superficiali. La scuola è un insieme complesso di fenomeni, difficile da riorganizzare: ad alcuni che pure ne avevano la volontà è mancato il tempo. Valditara, che un po’ di tempo l’avrebbe avuto, preferisce fare grandi annunci, e non si può negare che la cosa abbia un senso, almeno dal punto di vista giornalistico.
In particolare la stretta sugli smartphone è stata ribadita pubblicamente così spesso, che il pubblico a questo punto la dà per scontata: ogni volta che un giornalista glielo chiede, Valditara è ben felice di ribadire che con gli smartphone a scuola è finita, non se ne parlerà più. Fin qui è mancata evidentemente l’occasione di incalzarlo sull’argomento; di chiedergli con che strumenti verrà applicata questa proibizione così netta nei confronti di un dispositivo che la maggior parte di noi ormai tratta come una protesi del proprio corpo. Gli studenti dovrebbero separarsene all’ingresso della scuola, va bene: e se non lo faranno? Molto spesso, infatti, gli adolescenti non fanno quello che loro si comanda. Siccome le scuole non sono state provviste di costosi device-detector, né non sono previste perquisizioni all’ingresso, come si dovrebbe impedire agli studenti di tenerselo in tasca? La risposta del ministro a questa domanda (che nessuno riesce a porgli pubblicamente) se ne sta nascosta in una circolare, per quanto sia la più prevedibile che insegnanti, genitori e studenti potevano aspettarsi: arrangiatevi. Che in burocratese suona così: “È rimessa all’autonomia scolastica l’individuazione delle misure organizzative atte ad assicurare il rispetto del divieto in questione”. E siccome dirigenti e insegnanti, il problema degli smartphone, se lo ponevano ben prima della nomina di Valditara, e le “misure organizzative” le avevano prese anni fa (recipienti dove conservare gli smartphone, note disciplinari da minacciare a chi lascia la suoneria accesa), ci si potrebbe chiedere cosa è cambiato esattamente rispetto al passato: niente? Non proprio: è cambiata la reputazione di Valditara, ormai assurto alla statura di eroico salvatore della scuola dalla barbarie digitale.
Si potrebbe quanto meno pensare che, negando agli smartphone anche una funzione didattica, Valditara stia togliendo a insegnanti e studenti una scusa per tollerarne l’uso: peccato che anche questo divieto assoluto – più volte ribadito sui titoli di giornali – nella stessa circolare si stemperi di molto. Anzi, nel giro di poche righe “il divieto di utilizzo dello smartphone durante l'orario scolastico anche a fini didattici” viene prima ribadito, poi smentito per tutta una serie di eccezioni: lo smartphone intatti si continuerà a usare “nell’ambito degli specifici indirizzi del settore tecnologico dell’istruzione tecnica dedicati all’informatica e alle telecomunicazioni”. Uno potrebbe anche chiedersi perché nei tecnici sì e nei licei dove si fa informatica e telecomunicazione no: forse il riformatore sospetta che a questo punto almeno i licei siano abbastanza provvisti di dispositivi digitali, al punto che non sia più necessario lavorare con quelli che i ragazzi si portano da casa. La circolare prevede inoltre eccezioni per gli “alunni con disabilità o con disturbi specifici di apprendimento” che in certe classi, e Valditara lo sa bene, possono diventare la maggioranza; e per chi invocherà semplicemente “motivate necessità personali” – traduco: chiunque riesca a convincere i genitori a firmare un’autorizzazione e consegnarla in segreteria. Questa in sostanza è la ‘stretta’ imposta da Valditara sugli smartphone: in estate se ne è parlato molto, il ministro è riuscito ad accreditarsi presso il suo pubblico come un riformatore capace di scelte coraggiose e dolorose; lunedì si riparte un po’ in tutta Italia e i ragazzi continueranno a portarsi il telefono in tasca (spesso ne portano due: uno vecchio e rotto, da consegnare a inizio lezione, l’altro per chattare in bagno). Quando da qui in poi qualche studente combinerà un guaio con uno smartphone, la gente certo non se la prenderà col ministro: lui li aveva proibiti, maledetti dirigenti e insegnanti che non fanno rispettare le circolari. Se uno per caso fosse ancora curioso di capire il senso dell’autonomia scolastica, che in effetti può servire a tante cose, ma soprattutto a scaricare le responsabilità in modo rapido ed efficiente.
Oh madonnina dei dolori, quanti dolori avete voi... Oh madonnina dei dolori, adesso vi racconto i miei.
Siamo alla fine del Cinquecento, quasi Millesei, in un bosco di lecci in Abruzzo. Un pastore si volta e scopre, su una pietra, una raffigurazione della Madonna trafitta da sette spade. Il fatto che fino a quel momento nessuno ci avesse fatto caso fa già pensare al miracolo: comunque la pietra viene trasportata nella chiesa più vicina. Il mattino dopo, però, i pastori la trovano di nuovo lì. All'inizio pensano a uno scherzo, ma siccome la cosa continua a ripetersi, presto le autorità si arrendono al volere della Madonna, che evidentemente chiede che un santuario sia costruito proprio nel bosco. Questo tipo di miracoli non è affatto infrequente, e di solito viene elaborato per spiegare l'esistenza di un luogo di culto, in questo caso il santuario di Colli. Anche l'iconografia della Madonna trafitta non può più di tanto sorprendere: era già da tempo una delle patrone di Pescara. Però mi sembra una storia che meglio di altre illustra la devozione per la Madonna dei dolori: una cosa che appare all'improvviso anche se sembra esserci sempre stata, senza che nessuno sappia esattamente da dove viene. Una donna trafitta da sette spade non è un'immagine così usuale: qualcuno deve essersela inventata, in un certo momento e in un certo luogo: ma quando, e chi? Non si capisce. Alcune celebrazioni mariane sono il risultato di lunghi dibattiti dottrinali che coinvolgono scuole di intellettuali, finché la gerarchia non decide di pronunciarsi ufficialmente: è il caso dell'Immacolata, o dell'Assunzione, o della Madre di Dio. In altri casi potremmo dire che succede quasi il contrario: ci sono celebrazioni che restano in sordina per secoli, confinate in ambiti locali, che piano piano prendono piede senza che i teologi sappiano cosa pensare al riguardo: finché non arriviamo ai giorni nostri e nessuno veramente sa chi ha cominciato a venerare la Beata Vergine Maria Addolorata.
Le sette spade rappresentano sette momenti in cui Maria deve avere sperimentato un forte dolore. Sono tutte ferite morali, oggi diremmo psicologiche: del resto la questione del dolore della Madonna era teologicamente spinosa. Se consideriamo il dolore fisico come una conseguenza del peccato originale (Adamo ed Eva nell'Eden non lo provavano?), restava da stabilire se la Madonne fosse stata concepita col peccato originale o senza – una questione che si sarebbe trascinata fino al 1870. Ma mentre i teologi dibattevano, e le autorità esitavano a prendere una posizione, i pastori adoravano una Madonna trafitta già da secoli. Dei sette dolori si comincia in effetti a parlare a un certo punto del Basso Medioevo; all'inizio la spada è una sola, quella prevista dall'anziano profeta Simeone durante la presentazione di Gesù al Tempio. "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori", avverte Simeone prendendo in braccio il bambino: e rivolgendosi a Maria soggiunge: "Anche a te una spada trafiggerà l'anima". Dunque almeno di una spada si parla nel Vangelo, dei quattro, più attento alle vicende interiori di Maria. Le spade però diventano presto cinque nell'elaborazione dei misteri del Rosario (contrapposti a cinque "Gaudi", ovvero momenti in cui Maria era stata felice). Non è un caso che a diffondere questa preghiera siano soprattutto i domenicani, da sempre militanti nella fazione 'maculista', ovvero contrari al concetto di Immacolata Concezione, devoti a una Maria un po' più umana e sofferente di quella venerata ad esempio dai francescani. A investire maggiormente sull'icona di Maria sofferente sarà però il terzo grande ordine religioso nato nel XIII secolo, ovvero i Servi di Maria. Questi ultimi sarebbero stati fondati da un gruppo di devoti benestanti fiorentini, ritiratisi sul Monte Senario, che avrebbero ricevuto istruzioni in merito da un'apparizione della Madonna in lacrime (all'inizio si chiamavano Compagnia di Maria Addolorata). Nel loro stemma compaiono sette gigli che somigliano già a sette else di sette spade. Questa iconografia potrebbe avere ispirato qualcuno ad aumentare i misteri da cinque a sette, ma potrebbe essere stato il contrario: ovvero l'insistenza sui Sette Dolori potrebbe aver portato i cronisti a modellare la storia dell'Ordine affinché i primi fondatori risultassero esattamente sette – di loro non è che si sappia un granché: la diffusione dei Servi deve molto all'attività di un predicatore che proveniva dai domenicani, Pietro da Verona.
Ma insomma, questi sette dolori, in cosa consistono? Il primo, già citato, è il dolore per la profezia di Simeone – immaginatevi la scena, un vecchio vi prende in braccio il bambino, gli fa un sacco di complimenti ma spiega anche che porterà caos e divisioni e che anche voi sarete trafitti da una spada. Poi c'è il dolore sperimentato durante la fuga in Egitto: sì, Maria di Nazareth è una profuga, ogni tanto vale la pena di ricordarlo. Il terzo dolore è quello sperimentato quando a dodici anni Gesù viene smarrito a Gerusalemme, e ritrovato soltanto dopo tre giorni, nel Tempio, in mezzo ai Dottori; se avete perso vostro figlio anche solo per cinque minuti al parco sapete bene che ci sono spade che bruciano meno. Seguono quattro momenti collegati alla Passione di Gesù, ma desunti dalle stesse tradizioni medievali da cui nasce la Via Crucis; poiché i vangeli dicono che Maria era presente alla Crocifissione, si dava per scontato che lo avesse visto sulla via del Calvario (quarto dolore), ai piedi della croce (quinto dolore), durante la deposizione (sesto) e la sepoltura (settimo). Anche qui, è impossibile capire se al numero di sette ci sia arrivati perché, contandoli accuratamente, i momenti in cui Maria sembrava soffrire erano proprio questi e non uno di meno, o se la sua vicenda sia stata stiracchiata perché la raffigurazione delle sette spade esisteva già e andava giustificata. Di solito, quando troviamo un'immagine diffusa e venerata in Paesi diversi, abbiamo la sensazione che sia molto antica, spesso più antica del cristianesimo. L'Addolorata, pure molto popolare, non dà la stessa sensazione. Ovvero: mentre molti altri avatar della Madonna sono evidenti rielaborazioni di miti pagani, da Iside ad Artemide, l'Addolorata è qualcosa di nuovo, secondo me; qualcosa che prima del cristianesimo non risultava (o forse era stato cancellato quasi del tutto, per rispuntare più tardi).
L'idea di venerare una donna in quanto sofferente; di venerare la stessa sofferenza in forma di donna; se è esistito un culto del dolore nel mondo precristiano, è qualcosa che ha fatto perdere le sue tracce. Così questa festa un po' sottotraccia, che ai teologi secondo me non piace perché nasce dalla devozione popolare e confligge con dibattiti più importanti, è forse la festa mariana più originale, quella che ci spiega cos'è stato il cristianesimo per centinaia di generazioni di uomini e soprattutto di donne; una religione che metteva in primo piano il dolore, sia quello dell'uomo che quello della donna, su un piano quasi egualitario: a ogni ferita di Cristo ne corrisponde una nel cuore di Maria. È anche la celebrazione meno attuale, in un mondo dove il dolore è visto sempre di più come un errore da correggere – mentre alcune subculture che lo esaltano sono spesso portate avanti da donne.
16 settembre: San Ninian (IV-V secolo), apostolo dei Pitti
A Whithorn, nel Galloway, insomma nella Scozia meridionale, c'è un rudere scoperchiato che potrebbe essere il primo edificio in muratura di tutta la Scozia. È quel che resta della Candida casa (in latino: "Bianca capanna"), un monastero sorto intorno alla prima chiesa scozzese, fatta costruire intorno al 397 dal protovescovo Ninian. Di lui ci parla Beda il Venerabile, vissuto quattro secoli dopo ma non era un contafrottole, prova ne è che non riferisce particolari miracoli: già solo avere eretto una chiesa in pietra in mezzo al Paese dei Pitti (chiamati così dai Romani per l'abitudine a dipingersi il volto e il corpo) era cosa encomiabile. Secondo Beda, Ninian era un britanno che aveva evangelizzato i Pitti, intitolando la prima diocesi scozzese al quasi coevo Martino di Tours; da questo asciutto resoconto gli agiografi successivi partiranno per ricamare una storia più elaborata in cui Ninian è figlio di un re cristiano che converte un re pagano, nonché discepolo di Martino che gli manda i suoi muratori di fiducia: si dà per scontato che i Pitti non sapessero mettere pietra su pietra. Gli storici però hanno la sensazione che questa primissima missione cristiana nelle terre oltre i valli romani abbia avuto un successo effimero; pesa sui Pitti la definizione che qualche decennio dopo affibbia loro San Patrizio d'Irlanda, ovvero "apostati". Il termine lascia intendere che qualcuno li avesse a un certo punto battezzati, ma che questa evangelizzazione fosse stata di breve durata. In ogni caso Ninian è riconosciuto e venerato come il primo vescovo scozzese; il monastero sorto intorno alla candida casa restò un importante centro culturale per tutto il medioevo e fu abbandonato soltanto dopo la riforma protestante.
17 settembre: Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), badessa, scrittrice, compositrice, mistica, teologa, botanica, diagnosta, naturopata, crittografa, mi sarò anche dimenticato qualcosa
Questo in realtà più che un pezzo su Santa Ildegarda è un appunto, lasciato qui perché è uno dei pochi posti dove non lo perderò, in pubblico affinché io mi senta più vincolato: prima o poi devo scrivere un pezzo vero su Santa Ildegarda. Devo rimediare a questa cosa piuttosto imbarazzante per cui avevo già un libro sui Santi a mio nome in libreria, quando una lettrice molto gentile mi chiese: ma non hai scritto niente su Santa Ildegarda, e io risposi eh? Santa Chi? Una monaca, del medioevo, molto apprezzata, ah no scusa, mai sentita nominare, sarà la classica visionaria dimenticata in qualche convento sperduto, aspetta che do un'occhiata e... sbraaang, è come se mi fosse piovuto in testa il Riesenkodex.
Il Riesenkodex è un manoscritto in cui Santa Ildegarda, prima di morire all'augusta età di 81 anni, volle raccogliere tutto quello che aveva scritto: visioni, corali monofoniche, altre visioni, codici segreti, angelologie, senza risparmiare sulle miniature (non incluse però i trattati di erboristeria). Ne risultò un tomo di cm.45x30x15, dal peso di 15 kg, Santa Ildegarda non si risparmiava. In un certo senso è la Leonardo da Vinci del secolo XII: come Leonardo, non aveva fatto studi regolari (era entrata a 8 o 10 anni in un monastero benedettino femminile che non prevedeva l'istruzione accademica); come Leonardo, un po' se ne crucciava ma la cosa non le impediva di incuriosirsi e immischiarsi in ogni branca dello scibile umano. Rispetto a Leonardo non sapeva dipingere (in compenso era una compositrice di musica sacra notevolissima e innovatrice), per cui il rispetto del pubblico dovette guadagnarselo con le visioni mistiche. "Visione" è un termine che forse a lei non sarebbe piaciuto; perlomeno in una lettera molto tarda afferma di non essere mai caduta "in preda all'estasi", ma di aver sperimentato sin da bambina nella sua anima la visione del riflesso divino in tutte le anime del mondo: una specie di sesto senso con cui contemplava lucidamente ogni fenomeno dell'universo. La lucidità era indispensabile perché a mettere per iscritto le visioni si poteva anche rischiare processi per eresia, ma Ildegarda seppe muoversi bene, ottenendo abbastanza presto il favore di un papa al quale mandò il suo primo libro, nel quale non si riuscì a trovare nulla che contraddicesse le scritture: da lì in poi nessuno osò contrastarne gli interventi, e Ildegarda ne approfittò per fare a modo suo. Sin da giovane aveva dimostrato un carattere abbastanza caparbio; quando decise che doveva trasferire le sue monache in un altro monastero, e il vescovo non lo permetteva, si mise a letto e sfidò il vescovo a spostarla da lì. L'episodio è descritto come un miracolo, ma in controluce possiamo vederci un episodio di resistenza passiva: il vescovo poteva senz'altro ordinare a un paio di guardie di pigliarla per le gambe o i capelli, ma che figura ci avrebbe fatto con i fedeli che ormai la veneravano come santa? Un'altra volta riuscì a ottenere che un eretico restasse sepolto in terra consacrata, sostenendo che prima di morire si era riconciliato con Dio, e nessuno osò contraddirla. Ildegarda studiava, insegnava, addirittura predicava in giro per la Renania: non fece tantissimi tour, ma per una donna del XII secolo si trattava comunque di una situazione straordinaria. Dovunque la precedeva anche la fama di guaritrice, che si era guadagnata non invocando lo Spirito Santo a vanvera, ma studiando tutti i trattati di botanica e farmacopea che aveva potuto trovare, aggiungendoci l'esperienza maturata col tempo. Ildegarda, che a qualche femminista dà un po' fastidio perché nei suoi trattati accenna spesso all'inferiorità della sua condizione di donna non letterata (ma lo fa per dimostrare che lo Spirito parla anche attraverso gli umili), è invece diventata un personaggio di culto nell'area della medicina olistica e dell'erboristeria new age – un'area dalla quale cerco di tenermi il più lontano possibile, e questo spiega ma non scusa la mia ignoranza. È una cosa che mi dà un po' fastidio perché certo, senz'altro Ildegarda ragionava in termini di micro e macrocosmo, cercando nella natura i riflessi del corpo umano, praticando salassi e prescrivendo impacchi di pietre preziose che oggi sappiamo essere inutili se non dannosi. Lo faceva perché quella era la medicina più avanzata del tempo, ma se vivesse oggi sarebbe esperta di diagnostica e fisica delle particelle, non perderebbe tempo con i quattro stati delle materie – sì, mi rendo conto, è una proiezione che non ha senso. Ma prima o poi scriverò qualcosa di più sensato su Santa Ildegarda di Bingen, lo prometto. Se nel frattempo volesse pregare per me, ho un dolorino al ventre che non si spiega.
Uno dei problemi coi riformatori – non nel senso di "carceri minorili", ma nel senso di quelle persone che vorrebbero riformare le cose – è che sono convinti che il mondo li giudicherà per la dimensione delle loro riforme. Non che abbiano quasi mai torto, ma questo li spinge inevitabilmente verso la superficie dei problemi, dove si possono fare gli interventi più appariscenti. Invece di trascorrere anni frustranti a cercare di capire cosa non funziona dietro le quinte, e infine suggerire alcune variazioni efficaci che farebbero funzionare tutto meglio, con grande soddisfazione di chi lavora, col rischio che il pubblico nemmeno se ne accorga – ecco, no, meglio di no. Molto più consigliabile impiegare il tempo scandendo slogan roboanti, cambiando i nomi a questo o quel reparto (cambiare i nomi è il modo più efficace di dare l'impressione che si sta davvero cambiando qualcosa). Così si ricorderanno di te.
Di Valditara ad esempio ci ricorderemo perché ha ripristinato la "maturità" (non si chiamava più così) e vietato gli smartphone a scuola: quest'ultima è una cosa a cui tiene molto. Nel senso che i ragazzi non li possono più portare? Beh, no, non esistono smartphone detector da piazzare all'ingresso degli istituti (e se esistessero, costerebbero; quindi non li compreremmo). Forse che Valditara ha approfittato di una qualche emergenza-smartphone per emanare una circolare che autorizza il personale scolastico a perquisire gli studenti tutte le mattine? No, vi rassicuro in tal senso, non potevamo prima e non cominceremo a perquisirli adesso, i vostri mostriciattoli, chi ve li tocca. E quindi ok, continueranno a portare il telefono in tasca, auspicabilmente spento o silenziato; ma se a un certo punto una sveglia suonasse, e un insegnante decidesse di sequestrare un dispositivo chiassoso, colpirne uno per educarne ventisei... forse che Valditara ha imposto agli istituti di comprare casseforti dove rinchiudere il corpo del delitto, in attesa che i genitori vengano a prelevarlo, dato che da Valditara in poi lo smartphone è teoricamente vietato? No, niente casseforti. Va bene, ma almeno si è capito che i ragazzi non potranno tirarlo fuori impunemente durante una lezione, neanche con la scusa della didattica, perché non si farà più didattica col telefono, vero? Valditara l'ha proibito recisamente, vero? Beh, no, nelle ultime comunicazioni ha ammesso che lo smarphone si possa usare a scopi didattici. Quindi, insomma, cos'è cambiato esattamente? Nulla, direte voi: sbagliato, è cambiata la reputazione di Valditara, ormai assurto alla statura di eroico salvatore della scuola grazie al quale, la prossima volta che qualche studente combinerà un casino con uno smartphone, la gente penserà che lui non c'entra, lui li aveva vietati, maledetti insegnanti che non fanno rispettare le circolari.
Se dalla facciata ci spostiamo un po' verso l'interno, notiamo come Valditara sia guidato, nella sua opera (contro)riformatrice, da un principio fondamentale: la centralità di Ernesto Galli Della Loggia, non in quanto pedagogo (non lo è), ma in quanto essere umano perfetto. Questa perfezione – che ritroviamo sottesa nell'incessante produzione saggistica dello stesso Ernesto Galli Della Loggia – non lo configura tanto come fine ultimo della Storia e/o della dialettica, alla Hegel insomma, quanto come obiettivo ideale a cui tendere, oserei dire idea platonica di italiano, formatosi a una scuola che non esiste più a causa dei malvagi sessantottini, finalmente sgominati. Se Galli Della Loggia è perfetto, il sistema scolastico che lo ha prodotto non può che essere il migliore di tutti i tempi; mentre le riforme che lo hanno modificato, impedendoci di assistere alla gemmazione di ulteriori Ernesti Galli Della Loggia, nient'altro che perniciose degenerazioni da abolire, nel tentativo forse impossibile ma comunque encomiabile di ritornare all'età dell'oro, dove "oro" – materiale senz'altro prezioso ma per certi versi ancora corruttibile – indica ovviamente e approssimativamente Ernesto Galli Della Loggia, lui sì forma perfetta e incorruttibile. Ora, per quanto tutto questo possa sembrarvi parecchio ridicolo, temo che possa fare breccia nella coscienza di molti miei colleghi. Alcuni sono della generazione di Galli Della Loggia, e quindi praticamente perfetti anche loro; e però a un passo dalla pensione, quindi a questo punto non vale la pena di preoccuparsene. Ma la maggior parte è venuta dopo, e per quanto tutta questa scuola sessantottina non l'abbiano mai vista (forse perché non è mai esistita), hanno più che una ragione di sentirsi delusi dalle riforme berlingueriane e post. Come chi a metà di un lavoro si rendesse conto di avere combinato un pasticcio tale che piuttosto di risolverlo converrebbe buttar tutto e ricominciare da capo, ovvero nel nostro caso da Gentile, o anche più su.
Vedi l'esame di "maturità". Io non ne capisco molto, non è mai stato il mio campo (mentre tra breve lo diventerà), ma quello che ho percepito negli anni è la grande stanchezza dei colleghi, mobilitati per un'esperienza più rituale che didattica. Vengono al pettine in questo caso certe parole d'ordine male introiettate: ad esempio, dopo aver parlato per tanto tempo di competenze, dopo averle introdotte nella didattica, a un certo punto si arriva all'esame e ci si dovrebbe arrendere a un'evidenza fisica: si tratta di un intervallo di tempo in cui uno studente si troverà davanti a insegnanti che gli faranno delle domande, e lui dovrebbe rispondere. Come mille e più anni fa: l'esame orale è tutto qua, potremmo anche decidere di farne a meno ma il pubblico ci tiene, i giornalisti ci tengono, e quindi rieccoci qui a fare delle domande e aspettarci delle risposte – sì, ma le competenze in tutto questo? Come le accerti, come le valuti, insomma dove sono queste sacrosante competenze nel momento in cui un candidato si siede, come mille anni fa, e dei professori gli fanno delle domande?
"Ma vedo che hai fatto un percorso di alternanza scuola/lavoro che prevedeva l'assistenza dei clienti nel..."
"Sì, ho servito a un bar-tabaccheria".
"E cosa hai imparato?"
"Bisogna premere un tasto IVA diverso per le brioches e i giornali".
Competenza!
Oppure forse no, ma non mi pare che nessuno abbia le idee più chiare. Il grande equivoco, che si trascina da anni, è che "competenza" sia, tra le tante cose, una specie di euforia interdisciplinare che consentirebbe al candidato di collegare gli argomenti di materie diverse. Questa illusione – che conosco meglio, perché ha contagiato subito anche l'esame di licenza media – imparentata con l'idea che studiare sia sostanzialmente ridurre qualsiasi cosa a una "mappa" con cerchi e freccine, con gli anni si è trasformata in un incubo, gli argomenti essendo un numero finito e i collegamenti un numero ancora più limitato. È nato un vero e proprio mercato delle tesine interdisciplinari, su internet ne trovi tantissime e hai un bel da dire allo studente di non cercarle o addirittura comprarle, ben presto te li trovi davanti a collegare cose di cui in classe non hanno mai sentito parlare, oppure tutti con gli stessi quattro argomenti, la Grande Guerra, la Bomba Atomica, salvo che ad esplodere al temine di alcuni pomeriggi sono le mie colleghe e dopo otto ore posso capirle.
I riformatori sono corsi ai ripari con soluzioni sempre più barocche, ad esempio i "materiali", una serie di oggetti (fotografie o altri manufatti) che fino a quest'anno venivano esibiti al candidato, il quale doveva trarne ispirazione per imbastire un colloquio interdisciplinare. Un'idea teatrale, che proposta a lezione potrebbe anche essere divertente (tu hai studiato Pirandello, io ti metto in mano un sasso, collegami il sasso a Pirandello), che trasformava il colloquio orale in un'improvvisazione in cui il tizio che si è preparato, legittimamente, sulla clorofilla e il colonialismo si trova in mano una foto di piazza Tienammen e deve in tot secondi imbastire un discorso che lo porti da quella foto alla clorofilla passando per il colonialismo – questa sarebbe la competenza, una competenza in chiacchiere che forse se vendi al mercato è davvero importante, e per carità c'è ancora bisogno di validi venditori al mercato (li saluto, so che ci seguono). Tutto pur di non ammettere nemmeno a sé stessi che quello che stai facendo (domande agli studenti) è la stessa cosa che si faceva mille più anni fa – certo ora non li interroghi più sugli scoliasti o le glosse, adesso vanno di moda cerchietti e freccine, ma sono sempre gli stessi cerchietti e le stesse freccine, non è che lo studente possa più di tanto inventarsene di diverse, col rischio che poi a te insegnante-giudice non piacciano. Forse a un certo punto qualcuno ha pensato che la scuola avrebbe dovuto essere più stimolante, più creativa, e in tanti ambiti lo è diventata: ma un esame orale è un esame orale; puoi truccarlo finché ti pare, ma in sostanza si tratta sempre di fare al candidato tot domande e aspettarsi tot risposte. Forse a un certo punto speravamo di avere trovato qualche idea rivoluzionaria, ma nella pratica fin qui si sono rivelate per lo più espedienti buffi.
A questo punto arriva Galli Della Loggia, convinto di dover emendare a decenni di sessantottismo spinto, sei politici e altri abomini: e suggerisce di ripartire non già da zero – che sarebbe un bel po' in là, ma da Galli Della Loggia: e la cosa in un qualche modo non dispiace neanche a chi lo detesta. Meno insegnanti in giro a giugno e luglio, caccia via – e se andasse male, sapremmo anche a chi dare la colpa, ha un nome e un cognome.