Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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martedì 4 novembre 2003

Buon quattro novembre a tutti.
Karaoke esistenziale, ciak! 4

La java des bombes atomiques, di Boris Vian.
(Ma qui purtroppo nella dimenticabile versione italiana di Eddie Fiap (mp3)):

Mio zio, esperto in bricolage,
faceva nel garage
la bomba nucleare;
di atomi, capiva un’acca:
era un autodidatta,
amava improvvisare.
Tutto il giorno in quei due scarsi
metri quadri, a farsi
i suoi esperimenti…
…ma la sera, assai contento,
s’invitava a cena
e ci dicea così:

“Per fabbricar la Bomba, gente,
non ci vuole niente,
non son mica un mago:
prendi del plutonio,
aggiungi un po’ d’uranio,
e fissi forte, con lo spago!
E il detonatore
è affar di un quarto d’ora,
ma una cosa mi tormenta:
quella di mia costruzione
ha un raggio d’azione
di un metro e novanta!

C’è qualcosa che non va…
tornerò subito là!”.

E giorno dopo giorno
si dava d’attorno
a migliorare il suo prototipo;
poi a cena, quatto quatto,
ci vuotava il piatto,
tetro, e assai laconico.
Era chiaro quanto amaro
fosse il suo sconforto,
ma nessun fiatò,
finché un giorno disse: Basta!”,
si picchiò la testa
e così continuò:

“Mio Dio, che deficiente,
insomma, ma è evidente,
è il mio cervello che è un catorcio!
Che dico, siam sinceri, quello
non è più un cervello,
è un cavolo marcio!
Mesi e mesi
inutilmente spesi
a preoccuparsi del raggio d’azione,
quando quel che solo importa
è chiudere la porta
in caso di esplosione!

Ecco quello che non va!
Torno immantinente là”.

Curioso del suo risultato
Il Capo di Stato
volle fargli visita:
tutto emozionato
mio zio si è scusato
che la stanza fosse piccola,
poi lo ha chiuso dentro a chiave,
ha detto: “Faccia il bravo!”
e si è spostato un po’…
… ci fu un gran boato,
e del Capo di Stato
non un atomo restò!

Venne incarcerato,
e tosto processato,
e in questo modo si difese:
“Distruggendo quell’orrore,
sul mio onore,
ho ben servito il mio Paese!
Quanto al Presidente
che malauguratamente
stava nella stanza…
è morto per la Patria,
e chi muor per la Patria
è vissuto anche abbastanza!”

Il popolo ci penso un po’,
e poi lo condannò,
e subito amnistiò,
ed ebbro di felicità
lo elesse Presidente
all’unanimità!

domenica 2 novembre 2003

Forse non è la prima in assoluto (la disputa è annosa), ma l’Università degli Studi di Bologna (Alma Mater) è senz’altro una delle più antiche e celebrate.
La prima facoltà (diritto) è stata aperta dall’insigne giurista Irnerio intorno al 1088: a ruota sono seguite filosofia, astrologia, logica, retorica, ars notaria, medicina, teologia (1364), economia e commercio, lingue, il DAMS (1970 ca.), scienze della comunicazione (1994). In questo millennio scarso di vita, l’Alma Mater si è sempre tenuta al passo con le tecnologie: è stata una delle prime facoltà italiane ad aprire un sito web negli anni Novanta, e questo sito, dopo alterne vicende, è oggi uno strumento di lavoro pratico e funzionale.

Orbene, mi è capitato nei giorni scorsi di capitare in una pagina dei Bandi di Concorso, e di scaricare un bando – con annessa domanda d’iscrizione.
E ho capito qualcosa,
(qualcosa che i webdesigners non mi perdoneranno, sed magis amicus veritatis):
ho capito che il Comic Sans ha vinto.

Le domande d’iscrizione – documenti ufficiali, da consegnare affrancati con preziose marche da bollo – sono infatti scritti in Comic Sans. Ma ora – mentre i lettori pratici di grafica e webdesign stanno già digrignando denti e gengive – bisogna spiegare agli altri poveri mortali cos’è il Comic Sans.

Molto semplice: il Comic Sans è il font (=carattere) con cui sto scrivendo in questo momento. Di solito io scrivo in
Verdana. Ma oggi ho capito che il font del futuro è il Comic Sans.

Vi piace? Un po’ sì, è vero? Forse vi è già capitato di usarlo. Magari ci avete scritto le partecipazioni del vostro matrimonio. Su, confessate. Non mi scandalizzo, io. Non più.

Il Comic Sans è un font relativamente giovane, al centro di una feroce controversia tra i grafici e il resto del mondo. I grafici, infatti, lo odiano. Al punto di avere attivato una campagna internazionale di denigrazione, attraverso un sito internet (Ban Comic Sans: eliminiamo il Comic Sans). In un primo momento i grafici se l’erano presa direttamente con l’inventore del Font, Vincent Connare (forse lo stipendiato più odiato della Microsoft dopo Bill Gates). Connare si è difeso, spiegando che lui aveva semplicemente disegnato un font ‘simpatico’ da usare per fumetti e cartoni animati, e non si aspettava di trovarlo sui Menu dei ristoranti, come in seguito è accaduto.

Il problema è proprio questo: che mentre i grafici di tutto il mondo lo odiano, il resto del mondo lo ama alla follia, e lo usa in qualsiasi situazione, il più delle volte a sproposito. Perché? Perché… è troppo ‘simpatico’, troppo ‘carino’. Disgustosamente carino.

E anch’io, per molti anni, ho condiviso questo autorevole parere. Finché l’altra sera, mentre navigavo sul sito Internet di uno dei più prestigiosi atenei del mondo, non mi è capitato di pensare: ma in fondo, i grafici, cosa ne sanno? Possibile che milioni di utenti in tutto il mondo siano così deficienti? Non potrebbe essere il contrario, e cioè che la specializzazione e la spocchia degli operatori del settore impedisce loro di capire il valore di questa innovazione (così come gli anatomisti del Millequattro si scandalizzavano all’idea di sezionare un cadavere e rivedere le idee di Aristotele?)

È vero, è un font un po’ troppo… ‘carino’. Ma è anche un font estremamente leggibile (anche in corsivo, come vedete). Forse quando ho cominciato a usarlo vi sentivate un po’ spiazzati, magari mi sentivate parlare con la voce di Bart Simpson, ma adesso non ci fate più caso: mi state leggendo, come fate di solito, ma con un font un po’… un po’ più carino.

In fondo le innovazioni che suscitano scandalo nei professionisti e nei benpensanti sono sempre le migliori. Pensate a Galileo, agli Impressionisti, a Elvis Presley. Che polemiche, che reprimende. Ma alla fine avevano ragione loro, e noi viviamo in un mondo descritto da Galileo, dipinto dagli Impressionisti, ritmato da Elvis Presley. E da ieri compiliamo documenti ufficiali in Comic Sans. E dopodomani leggeremo l’Encyclopaedia Britannica in Comic Sans.
Grafici, arrendetevi. Certe battaglie sono prese in partenza. Gli ideatori della campagna Ban Comic Sans non lo sanno, ma la Storia ha già scolpito la loro lapide. Indovinate in che caratteri.

Quanto a noi, è tempo di mettersi dalla parte dei vincitori. We love Comic Sans!


(Fu Fred qualche anno fa a lincare Ban Comic Sans… Fred, non t’incazzare).

venerdì 31 ottobre 2003

Il fiume di parole, l’acquerugiola di piombo
(con qualche grazie a Casarini)

Dei romanzi bisogna sempre diffidare. Specie di certi romanzi d’oggigiorno, miscele sbarazzine di Storia e finzione, dove tutto sembra sempre tremendamente vero.

Diffidiamo, quindi, di Romanzo Criminale (Giancarlo De Cataldo, Einaudi, 2002): però leggiamolo, in certi punti ne vale la pena. Quando, per esempio, il poliziotto Scialoja riesce a farsi trasferire all’Antiterrorismo (nel ’78, proprio durante il sequestro Moro), restandone subito deluso:

"Le giornate se ne andavano tra una riunione investigativa e l’analisi dei verbosissimi documenti dei collettivi che sorgevano come funghi nel quartiere universitario. E a sera, travestito da ex giovane, assemblee, dove gli toccava familiarizzare con una caterva di ragazzini in fregola di lotta armata, artisti dell’eloquio involuto che spaccavano in quattro il capello dell’aderisco/non aderisco. Velleitari, tardoromantici, a volte involontariamente comici, con quella mania delle sigle e delle accuse da Terza Internazionale. Avanguardia operaia accusa il Movimento studentesco di essere la “nuova polizia”. Lotta continua accusa Ao di essere la “nuova nuova polizia”. Autop accusa Lc di essere la “nuova nuova nuova polizia”. Il tutto sotto gli occhi dell’unica, vera polizia, strategicamente disseminata nei punti cardinali del salotto, dell’aula magna, dello scantinato di turno. Scialoja, che aveva perfino letto il Che, riusciva a comprendere alcune delle loro ragioni. Ma non poteva dimenticare il sangue di via Fani. Quando versi il sangue, passi dalla parte sbagliata".

E attenzione, adesso:

"Scialoja, i brigatisti li immaginava tozzi, quadrati, freddi, meticolosi, banali nel quotidiano, metodici ragionieri del terrore. Se c’era qualcosa da pescare, quello delle barbe, dei toni incazzati e del rito collettivo era sicuramente il mare sbagliato. Questi potevano ammazzarti di citazioni di Marx, Deleuze e Guattari. Quegli altri avevano al massimo il diplomino delle centocinquanta ore e le mani callose, ma smontavano una mitraglietta in quarantacinque secondi. Questi qui erano un fiume di parole. Quegli altri un’acquerugiola di piombo.

Io non so se Sergio Segio abbia ragione, quando dice che “Le Brigate Rosse, sebbene ne siano una componente ultraminoritaria, sono e coabitano nel movimento, hanno infiltrato il sindacalismo di base. Sono interni ai loro luoghi, alle loro sedi, al loro dibattito politico”. In realtà non dice nulla che gli inquirenti non possano confermare: alcune Brigate Rosse circolavano nei luoghi del movimento. Le loro storie politiche – nota sempre Segio, “sono il calco di battaglie e parole d'ordine patrimonio del sindacalismo di base e del movimento della lotta per la casa e quella contro il lavoro interinale”.

Tutto questo è vero, ma è una verità troppo parziale. E non sono io, sono i fatti a mostrare che questo tentativo di infiltrazione non è riuscito, e che i brigatisti sono rimasti gli stessi, vecchi “ragionieri del terrore”, epigoni degli anni di piombo. Segio, come chiunque, crede giusto prendersela con Casarini; lo invita ad “aprire una dura battaglia politica”: sarebbe a dire? Cosa dovrebbe fare, Casarini, prendere distanza dal terrorismo ogni volta che dichiara qualcosa? (ormai ci siamo). Stigmatizzare il primo coglione in fregola rivoluzionaria che scrive su un muro “Gallesi spara ancora”? E in che modo dovrebbe “stigmatizzare”: con le buone, con le cattive? Insomma, Casarini deve diventare (ancor di più di quanto non sia già) il carabiniere del movimento, il capo della nuova nuova nuova nuova polizia? E una volta che Casarini sarà diventato così, di colpo le brutte scritte spariranno dai muri, i ragazzini capiranno che il terrorismo è brutto e marceranno compatti (coi propri corpi) verso il sole dell’avvenire?

Credo di averlo già detto: Casarini ha poche idee, forse sbagliate, ma chiare. Si è ritrovato, in mancanza di meglio, a rappresentare il mondo variegato dei Centri Sociali, che negli anni Novanta galleggiavano nel loro tran-tran autoreferenziale di occupazioni-repressioni-sgomberi-occupazioni-repressioni-sgomberi. È stato forse uno dei primi a rimettere fuori il naso e scoprire obiettivi di portata nazionale, e mondiale: il nuovo zapatismo, la scoperta della globalizzazione, la lotta contro i primi CPT (per la prima volta i giovani dei centri sociali non lottavano per i loro spazi, ma per la libertà di altre persone) e poi contro i grandi vertici: Ocse, Praga, Ventimiglia… (Napoli no)… Genova.

Durante tutto questo tempo, è fuori di discussione che Casarini si sia trovato spesso ad arringare giovani in fregola rivoluzionaria. Ma non ha mai parlato di lotta armata, forse non ha mai nemmeno parlato di rivoluzione. Per la verità, nessuno parla più di rivoluzione in Italia, a parte quello strano uomo che è Sandro Bondi (per lui le Brigate Rosse sono “all’interno del movimento rivoluzionario”: di chi sta parlando?) È una parola che è uscita dall’uso, lentamente ma inesorabilmente, dal 1977 in poi.
Casarini ha fatto forse qualcosa di più: ha cercato un metodo di lotta che non fosse armata, ma che mantenesse almeno un’immagine di radicalità in grado di attirare i ragazzini (perché di questo si tratta, nei centri sociali). Ha trasferito la violenza all’interno del “proprio corpo”: l’esortazione parossistica a ribellarsi col “proprio corpo” equivale al divieto di usare armi di offesa. Su questa “pratica di disobbedienza”, Casarini ha investito la propria immagine pubblica.
È una pratica utile? Dipende dal punto di vista. Farsi massacrare a un blocco non ha impedito nessun grande vertice; ma allo stesso tempo ha cementato un gruppo di persone unite dalla pratica, unite dalle manganellate che si sono prese, unite da una retorica che “rifiuta la dialettica violenza – non violenza” per approdare alla definizione di “disobbedienza”. Tutto questo può sembrare un poco ingenuo, ma non è lotta armata. Anzi, è qualcosa che ha tolto le radici alla lotta armata.

Dopodiché, non siamo obbligati a trovarlo simpatico, Casarini, così come non troviamo simpatici i “velleitari, tardoromantici” movimentisti descritti nel Romanzo Criminale. Ma dobbiamo riconoscere che c’è una bella differenza tra un fiume di parole e un’acquerugiola di piombo: la prima annoia orribilmente, la seconda uccide. Di “ragazzini in fregola rivoluzionaria” ce ne saranno sempre: di terroristi ce ne sono sempre meno. Casarini, Bernocchi, Caruso, potrebbero fare di più? Può darsi: notate però che stanno facendo qualcosa. E che se si meritano critiche, si meritano anche qualche ringraziamento. Per parte mia, almeno: grazie.

mercoledì 29 ottobre 2003

Dai e dai, in trent’anni qualcosa di te stesso lo impari.
Io per esempio ormai ho messo a fuoco quali sono i momenti in una settimana in cui non posso evitare di dire una stronzata. Non voglio dire che sto imparando qual è il momento giusto per tacere, per quello non credo che mi basterà una vita. Ma adesso so che ci sono momenti fissi, momenti topici, in cui non posso fare a meno di aprire bocca, e dire una stronzata.
Detti momenti sono principalmente due. Uno è all’uscita dal cinema:

“Ti è piaciuto?”
“ehm…”.

Il secondo non ve lo dico, siete in grado di arrivarci da soli. E poi è del primo che volevo parlare.

Doctor Strangelove 2, ovvero:
come ho imparato ad amare il cinema italiano bruttino.

Io non sono esperto di cinema, e mi scuso se a volte lo sono sembrato. Ma credo che si tratti di un equivoco. A volte sento dire: Hai stroncato Muccino, hai stroncato Bellocchio… no, ragazzi, no, io non sono veramente in grado di stroncare nessuno. I giudizi di merito non sono di mia competenza. Quello che faccio io, di solito, è estrarre un paio di argomenti che mi servono in realtà a parlar d’altro. Poi i personaggi di un film possono essermi antipatici, ma questo non ha niente a che vedere la bellezza o bruttezza del film. Che per me rimane imponderabile. O meglio, una qualche idea me la faccio, ma a volte posso metterci una settimana (e di solito è un’idea poco interessante).

“Ma ti è piaciuto, allora?”
“Beh…”

Mentre invece la gente con cui vado al cinema si è già fatta un’idea nell’intervallo. Io in realtà li invidio. Tra l’altro, si tratta di uno dei momenti fondamentali della socializzazione contemporanea: riuscire a dare un breve giudizio su un film, un disco, un libro (avete visto la nuova Blog Review of Books?), dare il proprio contributo al viral marketing globale, bisbigliare il proprio verso nel grande Passaparola che fa girare l’economia. Io non so esattamente in che secolo siamo oggi, se sia breve o lungo, se sia cominciato nel ‘45, nell’89 o nel 2001, in compenso so qual è il genere letterario più importante di questo secolo: la recensione. Essa ha l’importanza che aveva nel Settecento il sonetto: un genere codificatissimo e universalmente praticato in società. Nel Settecento, per la verità, non è che si scrivessero dei sonetti così belli (alzi la mano chi se ne ricorda uno): ma non è questo il punto. Nel Settecento il sonetto si usava per socializzare (“venga qui, marchese, che si dice di nuovo in Arcadia?”).

A noi succede lo stesso. Di sicuro non sforniamo capolavori. Eppure siamo veri artisti di strada del genere recensione, ne sforniamo continuamente, sui blog, al telefono, in treno, al lavoro, in ristorante. Saper spiegare con abilità perché un film ci piace o no è anche un passaggio obbligato per far conversazione con gente che non si conosce bene e con i quali non si hanno molte esperienze in comune. Quante volte abbiamo agganciato un partner discutendo di film e libri e dischi? Fate il calcolo, vi stupirete. La recensione è una componente fondamentale della nostra socialità, della nostra educazione: e pensate che a scuola non ce la insegna nessuno! Nel Settecento almeno i precettori ti insegnavano a mettere i versi al posto giusto.
Dopodiché si può essere bravi o meno, rapidi o meno, e forse io nel Settecento avrei avuto più chances.

“Dimmi solo se vale la pena di vederlo o no, perché stavo pensando di andarci lunedì”.
“Beh, il lunedì… è a prezzo ridotto…”
“Dici che non vale il biglietto?”
“No, no…”

D’accordo: saper dare giudizi di merito è importante. Ma nessuno vive di soli giudizi di merito. In realtà ogni recensione che scriviamo ci assomiglia: io ho scoperto che preferisco leggere le recensioni dei giornalisti che mi sono simpatici piuttosto che quelle dei dischi che mi piacciono.
Inoltre, in generale, preferisco le stroncature. Sono più divertenti, sia da leggere che da scrivere. A dire il vero, se fossi certo che un dato film è brutto e pretenzioso, mi precipiterei a vederlo, perché stroncare un film pretenzioso è quasi più divertente di vedere un bel film.
Anche perché i bei film tendono a essere ‘grandi’ film, a sviluppare intorno a sé un’aura che impedisce la discussione e la socializzazione. Riuscite a immaginare una sera tra amici a discutere di, non so, 2001 Odissea nello Spazio?
“Bello, proprio bello”.
“La scena in cui l’osso cade e diventa un’astronave… fantastico”.
“E quando Hal canta la filastrocca…”
“…da brividi”
“Proprio”.
“Si è fatto tardi, eh?”
“Eh già”.

Per contro ci sono certi film che forse non sono nulla di speciale, ma proprio per questo motivo si lasciano allegramente impossessare da chiunque voglia parlarne, e se ne può parlare per ore, senza stancarsi, e conoscendosi meglio.
L’esempio classico che mi viene in mente è proprio l’ultimo bacio di Muccino, la famosa ultima scena in cui la Mezzogiorno flirta con una ginnasta. Io amo molto quella scena, secondo me vale tutto il film precedente e anche quello successivo. Per me il significato è chiaro, perché in realtà era un significato che avevo già molto chiaro nel mio cuore: proprio le persone che si credono in grado di impegnare tutta la loro vita in un singolo istante, sono quelle che in un singolo istante sono in grado di cambiare idea: le più pericolose al mondo. Mentre tendevo a dare poca importanza all’adulterio di Accorsi, un momento di debolezza di un trentenne, capirai.
Ma mi è successo di parlarne con altre persone, a lungo, e ho scoperto che non stavo parlando di Muccino, stavo parlando di me. Mentre altri (e altre, soprattutto) leggevano la scena in un modo del tutto diverso: è solo un’occhiata, niente di grave… oppure: lei fa bene, perché è stato Accorsi il primo a non essere serio … e così via. E ogni volta che sentivo la stessa storia raccontata in un modo diverso, io conoscevo una persona diversa. Kubrick è un regista migliaia di volte superiore, ma non mi ha mai reso lo stesso servizio in una conversazione.

Riflettendo su questo, ho pensato che forse dovrei dichiarare che amo il cinema italiano – non sto scherzando.
Ma non il neorealismo – siamo seri, chi di voi ha davvero visto un film neorealista, che non fosse doppiato in tedesco e coi sottotitoli?
E nemmeno la commedia italiana – che ci vuole per adorare la commedia italiana? E neppure i grandi maestri: Fellini, Antonioni, Leone… grandissimi, naturalmente, ma a questo punto ci vuole più fegato a dire che Fellini era un po’ prolisso, Leone un po’ lento, e se Antonioni si fosse impegnato un po’, magari qualche cosa riusciva a comunicarcelo.
No. Troppo facile amare quel cinema là.
Invece io voglio amare il cinema italiano bruttino di oggi, i film di Ozpetek e di Muccino, e di Virzì, e Salvatores, e aggiungetene voi. E anche Bellocchio. E perfino Bertolucci, che è italiano in senso lato, ma pure lui fa film bruttini.
Proprio loro voglio amare, con i loro personaggi che fanno una vita normale, ma veramente troppo normale, normale a un punto che certe volte ti sorprendi a pensare che la tua vita è un filo più eccitante, e che forse dovrebbero essere i personaggi di Muccino o Ozpetek a pagare per venire in sala a vedere quello che combini tu nella vita. Quello è il cinema che voglio amare io.

E non m’interessa se non sono il massimo della professionalità col montaggio o la fotografia o il casting, se volessi il massimo della professionalità andrei a vedermi un film di Hollywood, no? A me piace il cinema italiano contemporaneo, arruffato com’è.
E… sapete? Siamo in tanti. Siamo sempre di più. Non sentite, al telefono, in treno, al lavoro, in ristorante? Di che si parla, dei Cohen, di Tarantino? Del terribile Hulk? Ma in fondo cosa c’è da dire sui Cohen o sul terribile Hulk? Sono prodotti perfetti, d’industria o d’autore. Puoi solo dire: bello. O al limite: brutto. E finisce lì.
Ma il cinema bruttino italiano, ti salva le serate d’inverno intorno a un tappeto, o al ristorante. Tutti a dire perché non c’è piaciuto Bellocchio: è troppo tenero coi terroristi, o il contrario, è ingenuo, è revisionista, mi è piaciuto più dreamers, no, guarda che dreamers è una puttanata… sono questi i film che ci fanno discutere. Sono questi i film che ci appassionano. (Sono anche questi, probabilmente, i film che ci fanno agganciare).

Ora è uscito il film di Virzì: credo che andrò a vederlo, e non mi aspetto un capolavoro. Ma in fondo non mi è mai interessato guardare capolavori. Quello che m’interessa è avere argomenti di conversazione, riuscire a parlare di me usando i personaggi di un film che tutti hanno visto, e il cinema italiano bruttino è imbattibile in questo. Vedo che ne ha parlato la Pizia, che addirittura su Petunias è intervenuto il regista. E i blog, e il regista, non discutono di piani sequenza o di qualità della recitazione, ma della realtà in cui viviamo. Non è fantastico? Chi ha bisogno di capolavori? Tarantino andrò a vederlo quest’estate, all’aperto. Non c’è fretta (i capolavori sono senza età).

("Però 2001 Odissea nello Spazio è fenomenale".
"Sì, fenomenale".
"L'astronauta sopravvissuto... Charlton Heston... che interpretazione magistrale".
"Non è Charlton Heston".
"Ah no?"
"Ti stai confondendo".
"Ah sì? E con cosa?"
"Col Pianeta delle Scimmie, temo".
"Oddio".
"Fila via, dai, non dirò niente a nessuno".
"Sei un amico".
"A buon rendere").
Pionieri blog: Italo Svevo

La vita sarà letteraturizzata

"4 aprile 1928

Con questa data comincia per me un’era novella. Di questi giorni scopersi nella mia vita qualche cosa d’importante, anzi la sola cosa importante che mi sia avvenuta: la descrizione da me fatta di una sua parte. Certe descrizioni accatastate messe in disparte per un medico che le prescrisse. Le leggo e le rileggo e m’è facile completarla di mettere tutte le cose al posto dove appartenevano e che la mia imperizia non seppe trovare. Come è viva quella vita e come è definitivamente morta la parte che raccontai. Vado a cercarla talvolta con ansia sentendomi monco, ma non si ritrova. E so anche che quella che raccontai non ne è la più importante. Si fece la più importante perché la fissai. E ora che sono io? Non colui che vissi ma colui che descrissi. Oh! L’unica parte importante della vita è il raccoglimento. Quando tutti comprenderanno con la chiarezza ch’io ho tutti scriveranno. La vita sarò letteraturizzata. Metà dell’umanità sarà dedicata a leggere e studiare quello che l’altra metà avrà annotato. E il raccoglimento occuperà il massimo tempo che così sarà sottratto alla vita vera. E se una parte dell’umanità si ribellerà e rifiuterà di leggere le elucubrazioni dell’altra, tanto meglio. Ognuno leggerà se stesso. E la propria vita risulterà più chiara o più oscura, ma si ripeterà, si correggerà, si cristallizzerà. Almeno non resterà quale è priva di rilievo, sepolta non appena nata, con quei giorni che vanno via e s’accumulano uno eguale all’altro a formare gli anni. i decenni, la vita tanto vuota, capace di figurare soltanto quale un numero di una tabella statistica del movimento demografico.
Io voglio scrivere ancora. In queste carte metterò tutto me stesso la mia vicenda. In casa mi dànno del brontolone. Li sorprenderò. Non aprirò più bocca e brontolerò su questa carta…"

Da Le confessioni del vegliardo (racconto pubblicato in appendice a La coscienza di Zeno, nell’ed. Einaudi 1990, a pag. 471. I neretti sono miei).

martedì 28 ottobre 2003

Il crocefisso è un morto
(Cristo, invece, vive).

(invettiva)

Premessa: le tradizioni, le radici, le civiltà, sono bellissime cose, ma a chi servono? Di solito a chi non ha più un gran futuro davanti. C’è tanta disperazione in quella frase famosa, “non possiamo non dirci cristiani”: come a dire: non ci crediamo più, non sappiamo neanche più in cosa crediamo, ma non possiamo non salvare le apparenze. C’è anche tanta disperazione nello sconforto di questi prelati, che sanno benissimo come un crocefisso in un’aula non abbia mai convertito nessuno, ma che forse ignorano quanto sia sprovveduto offrire un simbolo religioso nei luoghi in cui preadolescenti e adolescenti perfezionano i loro istinti di ribellione (ehi, ragazzi, volete sputare su un’autorità? Ecco qui un pratico pezzo di legno).

Per contro si sa in che conto le tenesse Gesù Cristo, le tradizioni, le civiltà. Un giorno andò in sinagoga, lesse Isaia e poi disse: questo passo si è avverato oggi, è di me che si parla. A momenti lo gettavano in un burrone (Luca 4.16-30). I veri profeti se ne infischiano delle tradizioni, o al limite le sfruttano senza pietà. Pensano al futuro, loro.

Anch’io, che profeta proprio non sono, sono abituato a preoccuparmi più del futuro che del passato, se non altro perché solo il futuro può ancora farmi male. Quanti anni ho davanti a me? Riuscirò a trovare un lavoro stabile, sposarmi, andare in pensione? Se mi ammalo, potrò permettermi cure efficaci? Questi sono i miei problemi, e per problemi di questo tipo sono disponibile a scendere in piazza. Viceversa non muoverò un dito per le radici cristiane dell’unione europea, e a chi se ne preoccupa vorrei chiedere: ma avete solo radici da offrire? Guardate che non è un granché.

(Molta gente, poi, che si riempie la bocca di radici cristiane, mi interesserebbe vederla mentre esce di chiesa la domenica. Macché. Sanno recitare il Credo? Sono in regola coi sacramenti? Conoscono più o meno le scritture? È interessante questa idea di cultura che si assorbe alla nascita, senza bisogno che nessuno te la insegni, una linfa che succhiamo da queste preziose radici).

Un’altra cosa molto bella, ma non molto utile, secondo me, è quella che i Wu Ming chiamano mitopoiesi: i racconti di fondazione, i miti, le leggende, i simboli, le bandiere, giù giù fino ai cori da stadio. Sono disegni colorati che piacciono ai bambini di ogni età (e anche a me), ma vogliamo davvero fare delle guerre per questo? Davvero vogliamo imbastire una polemica sul crocefisso nelle scuole? Lo mettiamo in prima pagina? Ma dai. Non a caso i principali animatori di questa polemica sono Adel Smith, Bondi e Castelli: tre provocatori, tre mostri partoriti dal letargo della ragione.

Se volete, poi, di crocefissi possiamo parlare. Attenti perché non è facile: si tratta di guardare con occhi vergini qualcosa a cui da troppo tempo non facciamo più caso (perché siamo stati abituati a snobbarlo fin dalla scuola dell’obbligo, quel povero cristo).
Ma proviamo. Dovremo convenire coi nostri cugini monoteisti (ebrei e musulmani) e cristiani (protestanti e ortodossi non sono grandi fanatici del Cristo in croce) che quel simbolo ha qualcosa di scandaloso. Per prima cosa, è un simbolo di inaudita violenza. Non è un cadavere, è un moribondo all’apice della sua tortura. In fondo col crocefisso noi ricordiamo non solo le nostre radici cristiane, ma anche quelle latine: sono stati i romani a escogitare questa tortura quadrata, razionale, esibita. Nessun supplizio capitale è più spettacolare di una crocefissione: di solito si crocefiggevano gli schiavi ribelli, a mo’ d’esempio.

Quel Cristo torturato è un grande scandalo, però possiamo anche esserne fieri. È un’invenzione del Medioevo italiano (i crocefissi ieratici dei Bizantini, occhi aperti e atteggiamento rilassato, hanno poco a che spartire con un Cimabue). È il primo segno di quello che diventerà il tratto distintivo dell’Occidente: il realismo. L’indagine sulla carne, sulla morte, sull’evidenza fisica delle cose. È stato Auerbach a chiamarla creaturalità e a metterla al centro della storia occidentale: il realismo moderno, scandaloso, implacabile, nasce col Crocefisso. E se io sono orgoglioso di qualcosa di occidentale, sono orgoglioso di questo scandalo.

Però vorrei che restasse uno scandalo: e invece da secoli si briga per banalizzarlo, ridurlo a santino, sistemarlo in tutte le aule di scuola e tribunali, renderlo invisibile a furia di esibizioni. Perché?
Perché fa paura. Non ad Adel Smith: a noi. Noi cattolici.

È passata appena una settimana da quando ci siamo riempiti occhi e bocca della Beata Madre Teresa, una persona che per fare tutto quello che ha fatto non aveva certo bisogno di cultura e tradizioni (tanto che a un certo punto fondò un ordine ex novo). Viveva nel futuro, lei: tutto quello di cui aveva bisogno era un paio di buoni versetti del vangelo.
Nemmeno di crocefissi aveva bisogno: erano gli stessi versetti a ricordarle che Cristo è in ognuno di noi, e soprattutto nel sofferente. E il mondo è pieno di persone che hanno bisogno delle nostre cure, molto più di un pezzo di legno. In questo un laico non può che sottoscrivere Madre Teresa (è sui metodi che è giusto dissentire).

Stessa cosa, in piccolo, nelle nostre scuole: non sono già sufficientemente piene di poveri cristi? Altro che crocefissi ai muri: parliamo di muri, piuttosto. Per uno Smith che si offende davanti a un pezzo di legno, quanti padri di famiglia musulmani che hanno il diritto di preoccuparsi per la stabilità dei plessi scolastici; per l’atmosfera difficile che si viene a creare in classi sempre più grandi, guidate da docenti sempre meno motivati.
Questi sono problemi veri: per questi bisogna lottare, se si ha paura, o speranza del futuro. E voi invece preferite giocare al gioco delle civiltà e litigare per un pezzo di legno. Non per il povero o per il bisognoso: per il pezzo di legno. È tutto quello che vi è rimasto. Perché siete morti, perdonate la franchezza, e siete soltanto in attesa che qualche altro morto venga a seppellirvi. Che faccia avrà, che bandierina sfoggerà, in fondo è irrilevante. Potesse parlare, quel pezzo di legno, saprebbe trovare parole migliori per voi: sepolcri imbiancati, qualcosa su quel tono.

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