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sabato 13 agosto 2022

106. Giochi di aperture alari che nascondono segreti

[Questa è sempre la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi col derby del volo: seguiremo gli uccelli o le scie delle comete? Resteremo in questa parte di universo o andremo in avanguardia verso un altro sistema solare? È anche il sedicesimo più incerto, almeno guardando il ranking].

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1981: Gli uccelli (Battiato/Pio, #15)

Mi è già capitato di suggerire che Gli uccelli possa essere considerata la canzone perfetta di Battiato, quella che ne tiene assieme la maggior parte di idee musicali – oltre a essere una composizione mirabile e arrangiata da Dio, anzi da Pio (AHAHAH no ma scriveteli cento pezzi su Battiato senza mai fare questo gioco di parole, su provateci). Oggi potremmo concentrarci sul testo e notare come sia uno dei suoi migliori, con quelle perifrasi alate che da lì in poi abbiamo tutti deciso che fossero la quintessenza del suo stile, laddove lui non è che poi ne scrivesse tante e a un certo punto ha proprio deciso di rivolgersi ad altri. Battiato non si è mai trovato a suo agio con le parole – al contrario che con le note: si è definito più volte un musicista nato; non si è mai permesso di definirsi poeta e nemmeno paroliere. Pure, è abbastanza probabile che i suoi testi più ricordati e memorabili siano completamente farina del suo sacco. Non possiamo saperlo al cento per cento, ma ci basta constatare quanto sia stato generoso Battiato a condividere la firma del brano con chi ogni tanto lo aiutava: vedi le Aquile, che a ben vedere è un testo completamente suo, al massimo ispirato da una pagina di Fleur Jaeggy – la quale risulta coautrice, forse persino contro la sua volontà, visto che in seguito ha preferito usare uno pseudonimo. Stessa cosa è successa a Henri Thomasson, che ha collaborato a tre testi memorabili (Clamori, L'esodo, La musica è stanca) ma senza il suo vero nome – insomma più che la volontà dei collaboratori di dire "l'ho scritta io" sembra valere quella di Battiato di avvertire "non l'ho scritta io". Questa generosità, che a volte appare urgenza di schermirsi, ci induce a pensare che Gli uccelli l'abbia proprio scritta tutta lui, da "Volano..." a "...sistema solare". Ed è perfetta, la pietra di paragone che poi tutti hanno usato anche solo per cercare di parodizzarlo. Che Battiato, che non si è mai sentito a suo agio con le parole e che si è circondato per tutta la sua carriera pop di gente che in teoria le sapeva usare meglio; che Battiato, dicevo, sia stato il migliore paroliere di sé stesso è una circostanza abbastanza curiosa (che condivide col suo vicino di casa, Lucio Dalla).


 1985: No Time No Space (Battiato/Pio, #18)

Che cos'ha impedito a Franco Battiato – che a metà anni Ottanta rappresentava praticamente da solo una formula musicale assolutamente originale e di successo – di diventare un artista internazionale e cambiare non di poco la storia della musica pop? Se ci riflettete lo sapete già. La musica era ottima, anche confrontata agli standard anglosassoni del momento (il momento in cui USA e UK stabilivano definitivamente la loro egemonia nelle classifiche e nell'immaginario: Michael Jackson, Madonna, eccetera). La sua musica era esotica senza essere provinciale, del resto ce l'ha detto, lui è un provinciale dell'Orsa Minore. Il suo intellettualismo ambiguo avrebbe potuto funzionare, era una fase in cui c'era mercato anche per personaggi come David Byrne o David Sylvian, e Battiato dei tre forse faceva la musica meno cervellotica. Sotto tappeti sonori di ottima fattura covava una sensibilità musicale mediterranea, da qualche parte li sotto c'era un compositore che avrebbe potuto fare la differenza e mostrare al mondo meraviglie, e allora perché non successe? Inutile dare la colpa alla major, che ci provò eccome a piazzare Battiato nei mercati esteri (e in quelli latini un po' ci riuscì). Cos'è che impedì a Battiato di conquistare lo spazio interstellare? Lo sapete benissimo.
È l'inglese.
Battiato ha una pronuncia terrificante.
Ma soprattutto, Battiato non ne è consapevole, e non sorprende: il suo approccio alle lingue straniere è quello di qualsiasi intellettuale della sua generazione. Ne capisce parecchie, può snocciolare citazioni testuali un po' in tutte, alcune si capisce che le ha studiate bene (il suo francese ha quella legnosità scolastica), ma le ha studiate in un mondo in cui i viaggi di studio non esistevano, né serie coi sottotitoli. Alla fine le sue pronunce non sono peggiori di quelle di quasi tutti gli intellettuali italiani della sua generazione, che appunto erano intellettuali e imparavano le lingue sui libri, la pronuncia la lasciavano agli interpreti. Ho letto da qualche parte che per quanto Sciascia andasse spesso a Parigi (e potesse scrivere in un ottimo francese), nessuno laggiù l'ha mai sentito dire una sola parola.
La differenza fondamentale è che Sciascia si rendeva conto che il suo francese parlato era ridicolo: Battiato no. Quel che è peggio, è che nessuno lo avverte. La EMI gli fa cantare un disco intero in un inglese assurdo, lui esegue, la EMI stampa. Quindi sì, alla fine la colpa è della major, tanto più grave visto il precedente storico: otto anni prima Lucio Battisti aveva floppato, con Images, per gli stessi identici motivi; testi tradotti troppo letteralmente e dizione improponibile. Otto anni dopo la EMI propone anche a Battiato di trasferirsi un po' negli USA, ma lui a questo punto di fare la popstar si è già scocciato. Era stato un esperimento, era andato fin oltre le più rosee previsioni, sistemarsi si era sistemato, adesso avrebbe fatto altro. Probabilmente il compositore colto. (Le cose non sarebbero andate esattamente così).

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venerdì 12 agosto 2022

105. Le luci fanno ricordare le meccaniche celesti

[Ci siamo, questa è la Gara delle canzoni e in particolare è la giornata in cui dobbiamo decidere chi ha vinto il match 81: Aria di rivoluzione o La cura? Ho scelto di non scegliere: passano entrambe il turno, ed eccoci al primo triello. Attenzione: sarà possibile votare per due canzoni (ovvero contro una canzone) e persino per tutte e tre, anche se riflettendoci non ha molto senso].

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1974: Aria di rivoluzione (#63)

La rivoluzione è rimandata. È anche colpa di facebook, social che rende molto facili e condivisibili i sondaggi, ma li amministra opacamente e senza molte spiegazioni. Ad esempio: non è possibile impostare una data di scadenza. Al tempo del torneo dei Beatles, in inverno, scoprimmo assieme che i sondaggi scadevano dopo una settimana. E tutto sommato funzionava. Stavolta a quanto pare no: senza avvertire, Zuckerberg ha deciso che i sondaggi restano aperti – fino a quando? Un mese, un anno, una civiltà? Lo sapremo solo quando lo sapremo, ma nel frattempo capite che un testa a testa come Aria di rivoluzione vs La gara rischia di essere falsato. Al momento in cui scrivo queste righe (un momento qualsiasi), la parità è assoluta e i voti sono quasi duecento: molti più del solito. C'è evidentemente gente che per sovvertire il pronostico (nettamente a favore della Cura) sta mobilitando amici, parenti, account di scorta. E mi domando: ma davvero amano così tanto Aria di rivoluzione? O non è piuttosto odio per la Cura? Certo, il match sembrava combinato apposta per mobilitare i battiatisti di lungo corso, quelli appassionati della sua discografia anni Settanta, contro i neobattiatisti saliti sulla carovana negli anni Novanta. Aria di rivoluzione forse è un brano più iconico che riuscito, in ogni caso è un raga anni '70 senza compromessi. Insieme a Sequenze e frequenze (così affine che nell'unica raccolta disponibile fino a tutti gli anni '80 i due brani comparivano incollati in un medley) forma lo sparuto contingente dei brani pre-Cinghiale arrivati ai sedicesimi. Battiato era il primo a sorprendersi quando scopriva ai concerti gente che la cantava, e che probabilmente era più giovane della canzone. Non so se abbia mai ricominciato a cantare "chi andrà alla fucilazione" ai concerti: per quanto fosse il fulcro del brano, era un verso che gli dava dei problemi.   


1981: Segnali di vita (Battiato/Pio, #31)

Segnali di vita è uno dei primi brani in cui Battiato si lascia sorprendere dall'ascoltatore immerso a qualcosa che sembra una meditazione, e uno dei pochi in cui l'oggetto della sua osservazione non è il mondo naturale, o un manufatto artistico, bensì le luci dei cortili e delle case: segnali di vita, appunto. Battiato sta osservando una città che brulica di vita. La osserva da lontano, come in un cannocchiale rovesciato; quanto basta per sentirla remota come le galassie che si allontanano e lo spazio cosmico che si sta espandendo. Ma è la vita: i rumori che fanno sottofondo per le stelle sono rumori di traffico e cucina. È un tipo di osservazione che dopo il ritorno in Sicilia non ritroveremo più. 


1996: La cura (Battiato/Sgalambro, #2) 

Come ampiamente prevedibile, La cura si sta rivelando la canzone più divisiva – quella che porta diversi elettori a coalizzarsi intorno a un brano abbastanza antico e astruso come Aria di Rivoluzione, pur di sbarazzarsi di un brano pure così apprezzato e ascoltato. La cura sembra rientrare in pieno in un genere specifico di hit che mi piace definire "colpi di coda": quando un cantautore sembra ormai diventato il monumento di sé stesso, associato a un canone di canzoni ormai fissato, ecco che se ne esce con un brano che diventa popolarissimo ma che proprio per questo motivo disgusta i fan di più lunga data. I quali a volte sembrano ignorare che il colpo di coda non tradisce affatto lo stile del cantautore che lo ha inciso, anzi a volte ne è un'epitome precisa e persino impietosa. È un colpo di coda, per esempio, Viva la mamma di Edoardo Bennato, Caruso di Dalla (oppure Attenti al lupo), Quattro amici al bar di Gino Paoli, Don Raffae' per De André, Cirano per Guccini, mentre faccio fatica a riconoscere il colpo di coda di De Gregori (La donna cannone?) o di Vasco Rossi (Sally?), quest'ultimo del resto irriducibile scodinzolatore. In ogni caso il colpo di coda si presta molto bene a essere la canzone più odiamata del repertorio. C'è gente che va ai concerti apposta per sentire quella e gente che in quel momento va al bar o in bagno. 

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104. La vita ci prendeva con strana frenesia

[Questa è la 104ma puntata della Gara delle canzoni di Franco Battiato, il derby del ritorno al passato, quello delle leggende celtiche o quello dei treni a vapore].

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1979: L'era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

Di tutti i testi di FB, forse quello del Cinghiale bianco è il più suscettibile di un'interpretazione esoterica: una spia del fatto che le parole potrebbero alludere ad altro è l'incongruenza di un riferimento alle tradizioni celtiche nel ritornello di un brano ambientato a Tunisi (quanto alla musica, non piega né sull'Irlanda né sul Nordafrica, anche se il violino potrebbe suggerire più la prima). In direzione esoterica si avventurano ad esempio, Jachia & Pareyson, che però non è che arrivino a conclusioni così rilevanti: gli studenti di Damasco potrebbero essere discepoli di un rito iniziatico (dervisci?), l'uomo di una certa età potrebbe essere un Grande Maestro (io che invece sono stato educato a diffidare dei vecchi che offrono cose ci vedevo sempre un adescatore), le sigarette turche preziosi insegnamenti, ecc. Del resto se fosse un testo a chiave sarebbe strano che avessimo già trovato la chiave: mi domando quanti estimatori di Battiato ne condividano la cultura così settoriale. Quel che davvero lascia perplessi è la tempistica: cioè possibile che Battiato abbia pensato a un testo esoterico proprio nel momento in cui decideva di prendere una strada essoterica, con due s? Il Cinghiale bianco è il suo primo tentativo di hit: che senso avrebbe avuto infilarci un testo a chiave comprensibile a pochissimi eletti? Non è più probabile che nel momento in cui si pone il problema di scrivere qualcosa di successo, Battiato non scelga di caricarlo di tutte le suggestioni che si trova davanti, preoccupandosi molto più dell'effetto che del senso delle cose che scrive? A volte i critici sottovalutano il fatto che i poeti (compresi i cantanti) prima ancora di veicolare un messaggio, hanno un testo da completare. Deve funzionare, deve stare in metro (quando FB comincerà davvero a dare importanza ai suoi messaggi, smetterà di preoccuparsi dei metri), deve suggerire all'ascoltatore qualcosa che lo incuriosisca oltre il primo ascolto: questo viene prima di tutto il resto. 


1980: Passaggi a livello (Battiato/Pio, #85)

Ho cercato qua, ho cercato là, ma non credo che nessuno sappia realmente perché Calasso ammonisca bambini e genitori dal Corriere della Sera. Per anni mi sono lasciato cullare dall'idea che il padre di Calasso, insigne giurista, avesse una rubrichetta alla Panebianco su cui dispensare ovvietà alla borghesia, ma guardando bene non risulta e non avrebbe molto senso. Adesso mi sono fatto questa idea che il giurista stia su una specie di veranda, nascosto dal lenzuolo del Corriere nella cui lettura è assorto, mentre i calassini stanno giocando nell'aja e ogni tanto il giurista si ricordi di loro e "dal Corriere della sera" li esorti a coprirsi, ché fa freddo. Forse si sarebbe potuto scrivere in modo più chiaro, ma il punto è che Battiato non è così abile a spiegarsi: ci prova, a volte ottiene immagini icastiche e indimenticabili, altre volte grovigli inestricabili, un po' come le AI generatrici d'immagini che vanno di moda adesso: Battiato è un generatore d'immagini non artificiale, ma comunque piuttosto artigianale. 

Abbiamo parlato altre volte di sensibilità crepuscolare, un concetto che probabilmente meriterebbe un approfondimento serio e una biblioteca universitaria aperta in agosto con quel vecchio studio di Sanguineti. Il crepuscolarismo è stato il primo movimento artistico che ha fatto i conti seri con l'obsolescenza dei manufatti artistici, elaborando strategie (culto della nostalgia, feticismo del cattivo gusto, ironia) così efficaci che Gozzano è tuttora il poeta più leggibile del secolo scorso, proprio lui che notava come D'Annunzio sapesse di vecchio già in vita. Tutti i riferimenti al passato per cui si sdilinquiva non li cogliamo più: la nostalgia per quel passato di piccole cose lo afferriamo al volo. Patriots è il disco crepuscolare di Battiato: qui affiorano i brandelli di poesie scolastiche e i quadretti di maniera. Anche gli slogan politici, quando compaiono, non sono che belle frasi di un tempo che fu, come quel "Salve, ricordo" iscritto su una noce di cocco.

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giovedì 11 agosto 2022

103. Emanciparsi dall'incubo delle passioni

[Cosa può essere questa, se non la 103ma puntata della Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con la sfida tra le due due canzoni d'amore più rappresentative? Seguiteci per sfide ancora più lancinanti].


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1979: Stranizza d'amuri (Battiato/Pio, #28)

Penso che chi è arrivato fin qui possa concordare sul fatto che Stranizza è una canzone d'amore, che rispetta i criteri minimi della canzone d'amore, ovvero c'è un lui che ama una lei. Bene. Ora cercate un'altra canzone d'amore di Battiato. 

Curioso, no? Battiato ha scritto canzoni sull'amore, sia come pulsione (Sentimento Nuevo) sia come sentimento (La stagione dell'amore). Ma canzoni propriamente d'amore, dopo Stranizza, veramente poche (e prima di Stranizza, solo negli anni '60: il che ci autorizza a ipotizzare che un abbozzo di Stranizza fosse già nel repertorio fintotradizionale degli Ambulanti). Anche l'arrivo di Sgalambro nel reparto parole non cambierà sostanzialmente le cose: aumenteranno piuttosto le canzoni di disamore, genere che Battiato aveva già inaugurato col Mito dell'amore. Questa refrattarietà all'argomento, apparentemente bizzarra per un compositore di musica leggera, Battiato la condivide in realtà con buona parte dei cantautori 'impegnati' dei Settanta, un segno riconoscitivo del cui impegno era proprio l'insofferenza per l'argomento più trito del genere pop. Guccini, De André (primi singoli esclusi), De Gregori, canzoni d'amore ne scrivevano pochissime, il che conferiva una sensazione di eccezionalità alle pochissime che concedevano: Rimmel, Verranno a chiederti del nostro amore, Stranizza d'amuri. Alla fine è anche giusto così; nell'economia di un'esistenza, gli innamoramenti non sono poi così frequenti. Battiato ha forse cantato più spesso dell'eros e anche questo, nell'economia di un'esistenza, ha il suo senso. Così come ha senso che una delle sue rare canzoni d'amore sia una delle ultime (Le nostre anime). E un'altra sia tra le più belle in assoluto (Stranizza). L'ambientazione in tempo di guerra ci autorizza a sospettare che Battiato, magari inconsciamente, stia raccontando l'innamoramento dei suoi genitori. 


1988: E ti vengo a cercare (#5)

Anche solo per vederti o parlare. Com'è noto, E ti vengo è una canzone che può parlare di qualsiasi cosa uno voglia, dall'innamoramento all'estasi religiosa: è stata scritta con apposita ambiguità. Poi certo ci sono situazioni che sembrano più adatte di altre, ed è significativo il fatto che il testo si adatti così bene, ad esempio, a una delle relazioni più importanti della vita di Battiato, che però nel 1988 non era ancora cominciata: quella con Manlio Sgalambro. In lui FB ritrova le sue radici e una consonanza di temi e aspirazioni. Il che significa per lo meno che la relazione discepolo-maestro descritta nella canzone è per Battiato un aspetto cruciale dell'esistenza, tanto quanto lo è per gli altri cantautori l'innamoramento tra pari. Del resto è una costante della sua vita, attenzione, di adulto: perché da giovane non dava l'impressione di cercarsi maestri e di fidarsi di loro. Le cose cambiano, sul piano esistenziale forse con l'incontro con Thomasson, e su quello artistico senz'altro col folgorante incontro con Stockhausen. Da lì in poi Battiato non ha fatto che cercarsi maestri di musica, di lettere e di vita, e l'aspetto più curioso della sua traiettoria non è tanto come li abbia trovati, ma come sia riuscito a coinvolgerli in progetti artistici tanto imprevedibili: prende lezioni di piano da Ballista e gli fa incidere Za e L'Egitto; prende lezioni di violino da Giusto Pio e trasforma un orchestrale in pensione in uno dei compositori pop più importanti e affermati del secondo Novecento; incontra un possidente siciliano con l'hobby della filosofia e lo trasforma, a dispetto di ogni senso comune, nel suo guru. Per cui davvero, quella volta che rispose a Morgan che no, non si sentiva affatto padre, ma ancora figlio, Battiato non stava scherzando e non stava prendendo le distanze da Morgan in particolare, bensì da tutti noi che lo venivamo a cercare. 

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mercoledì 10 agosto 2022

102. L'inverno con la mia generazione

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Battiato, oggi Eizenstein contro Ippocrate].

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1981: Prospettiva Nevski (Battiato/Pio, #13)

Poi nella vita ho fatto altro, ma se fossi restato in ambito accademico mi sarebbe piaciuto sviluppare il concetto di poesia come disagio linguistico, ovvero: i poeti molto spesso sono persone che fanno fatica a spiegarsi, quelle che noi poi cataloghiamo come figure retoriche nascono talvolta come convulsioni, incidenti, traumi. Non è che bisogna sempre medicalizzare tutto e diagnosticare disturbi dell'apprendimento o dislessie (anche se in certi casi sono patenti): a volte è gente che ha più urgenza di esprimersi che competenze grammaticali. Franco Battiato è un sincero appassionato di lingue che al primo esame universitario ha buttato i libri in un cestino ed è scappato via. Ha scritto testi straordinari che sono rimasti nella testa di milioni di persone, e a parte questo quasi niente. Con gli intervistatori si vantava di non scrivere lettere, nemmeno cartoline. Anche i suoi migliori testi sono pieni di cose che non tornano. Prospettiva Nevski è un caso tipico: lo stesso Battiato non era affatto convinto di aver scritto qualcosa di valido (fu Pio a rassicurarlo). In realtà è una composizione molto interessante, piena di immagini icastiche (il vento che disintegra i cumuli di neve), con errori di sintassi che non perdoniamo agli studenti delle primarie. E poi uno dei suoi classici tibicines, versi incompiuti, di solito sintagmi nominali che spetta alla nostra fantasia completare con un predicato: l'inverno con la mia generazione. L'inverno cosa? E anche quel "con", che senso ha? Qualsiasi altra preposizione filerebbe più spedita: l'inverno della mia generazione, l'inverno per la mia generazione, l'inverno sulla mia generazione, persino l'inverno tra la mia generazione. Con tutte le possibilità a disposizione, Battiato ha voluto costruire un complemento di unione che potrebbe essere un semplice refuso, una goffezza grammaticale, o un modo per suggerire un'idea difficile da mettere in versi: che l'inverno sia arrivato con la generazione del protagonista della canzone, un ragazzo cresciuto probabilmente nei duri anni post rivoluzione d'ottobre. È un mondo di ristrettezze, un imbrunire in cui occorre imparare a vedere l'alba. Non lo si potrebbe dire in effetti in meno parole: l'inverno con la mia generazione. 


1985: L'animale (#20)

Dentro me segni di fuoco e l'acqua che li spegne: se vuoi farli bruciare tu lasciali nell'aria oppure sulla terra. Secondo la teoria degli umori, sviluppata da Ippocrate e ripresa da Galeno, i caratteri dell'uomo dipendono dai quattro fluidi che corrispondono ai quattro elementi di Empedocle: alla terra è legata la bile nera (detta anche melancolia) che ha sede nella milza; all'acqua è legata la flemma, che ha sede nella testa; all'aria il sangue, che ha sede nel cuore; al fuoco la bile gialla (o collera) che ha sede nel fegato. Dunque cosa vuol dirci Battiato con questa strofa – a parte che continua a trovare valida una teoria completamente superata dalla scienza dopo il Rinascimento? Che soffre di sbalzi d'umore, scatti di collera (segni di fuoco) smorzati immediatamente da una flemmatica razionalità. Che dovrebbe imparare a incanalarli verso altre passioni: essere più sanguigno o malinconico. Ma è difficile, per via dell'animale che si porta dentro. E ora tocca a noi: possiamo apprezzare L'animale anche se non ne condividiamo i presupposti pseudoscientifici? Il fegato ci dice no, maledetto pazzo (cioè scherziamo? Siamo a un passo dal terrapiattismo), la milza non si pronuncia (tanto tutto è vanità), la testa ci dice che alla fine Battiato sta solo cercando di esprimere i suoi dissidi interiori, e questo sì, se ci interessa lo possiamo condividere; il cuore conferma che sì, L'animale ci interessa molto (il fegato brontola, ma sopporterà anche questa). 

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101. Le serenate all'istituto magistrale

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Battiato, oggi con due classiche di cui una è veramente molto più classica dell'altra].

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1981: Cuccurucucù (Battiato/Pio, #4)



Ahi ahi ahi ahi ahi cantava. Chi è che cantava? È ovvio, Francesco Battiato. È lui che faceva le serenate all'istituto magistrale nelle ore di ginnastica e religione (nella realtà le faceva in un liceo, ma quanto è crepuscolare ed efficace "istituto magistrale", per come sottende un pubblico di sognanti, aspiranti maestrine). È lui che cantava sui carri in maschera, è lui che per cantare ha indossato mille travestimenti, compreso il pellerossa con gli Osage Tribe. E cosa cantava? Per tante volte che ha raccontato come dai 18 ai 24 anni il suo lavoro sia stato la balera, non si è mai soffermato molto sul repertorio, che doveva variare molto col pubblico e col contesto. Il mare nel cassetto? Le mille bolle blu? Lady Madonna? Ruby Tuesday? Tre quarti dei ricordi appiccicati nel testo sono frasi di canzoni: evidentemente Cuccurucucù parla di questo. Di come canzoni e ricordi possano coincidere nella memoria di chi sin da ragazzino le ha cantare, per amore, per soldi e per piacere. Se siamo fatti di ricordi, siamo fatti di oggetti: di penne stilografiche, rasoi elettrici e soprattutto di dischi che girano. È questo che Battiato ci canta, prima di bloccarsi proprio come un vecchio disco su quell'ultimo like a rolling stone, stone, stone, stone, stone.


1983: Un'altra vita (Battiato/Pio, #29)

Un'altra vita fa parte del nucleo tematico di Orizzonti perduti, un disco piuttosto compatto. Scartando i due brani più eccentrici (il più amato, La stagione dell'amore e il più odiato: La musica è stanca), ne restano sei: tre di ambientazione siciliana (Zone depresseMal d'Africa, Campane tibetane) e tre milanese (Tramonto occidentale, Un'altra vita, Gente in progresso). I titoli sono alternati, dando la sensazione di un pendolarismo tra Sud e Nord, mal di vivere e memorie famigliari. Dei tre brani milanesi, Un'altra vita è il più cupo e rivela una vera e propria ossessione per il traffico urbano (qui descritto con toni assai più depressivi che in Temporary Road). E poi c'è la tv, le "storie di sottofondo", di cui Battiato non omette i titoli: Dallas e [Anche i] ricchi piangono. Faceva uno strano effetto sentirlo declamare non più titoli di canzoni del passato, ma brandelli del paesaggio linguistico presente, quello che noi ascoltatori condividevamo con lui sulle stesse guide tv. Per noi più giovani – che molte di quelle canzoni le avevamo sentite soltanto declamate da lui, sentirlo ora cantare di Dallas, Viks Vaporoub, e Idrolitina sembrava la fine della poesia, del mistero. Ora, con un po' di distanza, anche queste schegge sembrano aver trattenuto un po' d'incanto crepuscolare (se vi chiedete cos'è, è uno dei motivi per cui non riuscite mai a vuotare i vostri cassetti)..

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