giovedì 26 dicembre 2002

Quando dico: insegno italiano ai ragazzi sordi, alcuni mi chiedono: come fai?
Non lo so come faccio. Vado per tentativi.
Qui trascrivo l'ultima lezione che ho fatto prima delle vacanze. Ogni parola che trovate scritta, è stata recitata (da uno che non ha grandi doti d'attore). Alcune le ho anche pronunciate ad alta voce, ma solo per tenermi compagnia.

Ungaretti

Ungaretti scrive Natale, poesia. Poesia è un testo con piccole righe.
Righe piccole si chiamano versi. Ungaretti scrive versi molto piccoli. Va sempre a capo.
Sembra facile, ma Ungaretti pensa per anni e anni a come scrivere i versi.
Lui scrive un verso (scrivo il verso sulla lavagna),
poi ci pensa e mette una virgola
poi ci ripensa (mi gratto la testa) e toglie la virgola
poi la spezza in due
poi dice: no, non va bene, e strappa tutto (accartoccio un foglio e lo getto nel cestino)
poi va a letto.
Il giorno dopo, si sveglia, si stira, pensa: ieri avevo scritto qualcosa, (frugo nel cestino), trova la poesia, dice: oggi mi piace. E mette un'altra virgola.
Poi arriva l'editore. L'editore è la persona che stampa i libri. In questo libro, per esempio, l'editore è Mondadori. Qui invece è Zanichelli. Sulle copertine c'è sempre il nome dell'editore e dell'autore. L'autore scrive, l'editore stampa. Se il libro vende l'editore fa più soldi dell'autore.
Arriva l'editore, chiede: "Sono pronte le poesie?" Ungaretti dice: No. L'Editore: "E questa cos'è?" Ungaretti: "Una poesia, ma non è pronta". L'Editore: "Dai, dai, stampiamo". Ungaretti: No.
Stampano il libro. Il libro vende molte copie. Di solito i libri di poesie non vendono tanto.
Ungaretti apre il libro, trova la poesia, dice: qui manca una virgola. Chiama l'editore, dice: "Qui ci vuole una virgola". L'editore: "Tu sei matto". Eccetera.
Le poesie di Ungaretti sono famose, le conoscono tutti. Non tutti, ma quasi. Le studiamo a scuola, perché sono facili. Anzi, sembrano facili, ma lui ha lavorato anni e anni per scriverle. Sono facili da leggere ma difficili da scrivere. Voi potete dire: "Anch'io sono capace": vedremo dopo se siete capaci. Adesso leggiamo.


Natale
Napoli il 26 dicembre 1916

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare


In questa poesia c'è la data: 26/12/1916. Vi ricordate cosa c'era in Italia nel 1916?
Cosa c'era? La guerra. La prima guerra mondiale. Terribile. Milioni di morti. Ungaretti aveva 28 anni. Era soldato.
Quando era scoppiata la guerra (1915), alcuni ragazzi erano contenti, dicevano: "andiamo a combattere a cavallo, con i fucili, le spade, facciamo duelli!". Ungaretti era entrato nell'esercito come volontario. "Volontario" vuol dire che nessuno lo obbligava, lo ha deciso lui.
Ma poi la guerra è durata molto. Non c'erano battaglie con le spade e i fucili, non c'erano duelli. Si stava tutto il tempo in fossati che si chiamavano trincee (mostro foto di trincea). Tiravano bombe a mano e gas. Passavano aerei, ma molto piccoli, non riuscivano a sparare, solo a guardare. Non c'erano cavalli, ma bisognava strisciare nel fango per attaccare i nemici.
Ungaretti scriveva poesie in trincea. La trincea è il fossato dove stanno i soldati. Fuori bombe, lampi, gas. Dentro fango, polvere. Ungaretti in un angolo (mimare) scrive poesie su un taccuino. Poi mette la virgola. Poi cancella. Bang! Scoppia una mina. Ungaretti scappa. Poi riapre il taccuino e toglie la virgola.

Però vicino alla data c'è scritto: "Napoli" (mostra Napoli sulla cartina). La guerra non era a Napoli, era qui (indica vagamente il Trentino e il Friuli). A Natale Ungaretti è molto stanco, prende una licenza. "Licenza" è la vacanza dei soldati, se il capitano è d'accordo puoi andare via qualche giorno. Lui va a Napoli.
Sapete che a Napoli a Natale fanno molto rumore: petardi, fuochi d'artificio, eccetera, tutti gli anni si fa male qualcuno.
È una città molto grande, ma in centro le strade sono molto strette. A Ungaretti sembra un gomitolo; le strade sono i fili del gomitolo. Nelle strade tutti fanno festa, ridono, cantano, ma Ungaretti pensa: sono stanco, non ho voglia di festeggiare. Resto a casa.

Sente la stanchezza sulle spalle: perché? Cos'hanno i soldati sulle spalle? Hanno lo zaino, come voi. Lui è in licenza, ma sente ancora lo zaino addosso. Non riesce a dimenticare la guerra. I suoi compagni, alcuni sono morti, altri feriti.
Si sente solo, tutti vogliono festeggiare il Natale, ma lui non se la sente. Si sente come un oggetto in solaio (indico in alto) o in cantina (in basso): avete presente? Quando ci dimentichiamo qualcosa in solaio o in cantina? Lui si sente così.

Vuole solo stare davanti al focolare. Focolare vuol dire camino. (Disegna un camino) Voi avete un camino in casa? Io no, ma i miei genitori lo hanno. È bello stare seduti davanti al camino, ti scaldi i piedi, stai bene. Guardi il fuoco, ti imbàmboli (mimare l'imbambolimento), non pensi più a niente, ti addormenti (mimare il sonno).
Ungaretti fissa il fumo, che fa una capriola. Anzi, vede quattro capriole, e lui è in mezzo. Si sente dentro il camino, protetto, al sicuro.
Questo nel 1916. Ungaretti non aveva voglia di festeggiare il Natale, perché fuori c'era la guerra. Sono morte milioni di persone.
Anche oggi ci sono tante guerre. Ma è adesso è suonata la campana. Buon Natale.

3 commenti:

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  2. Hai colto davvero l'essenza della poesia, secondo me. Complimenti. Avrei approfondito un po' di più quella tutta singolare sensazione di essere "una cosa posata in un angolo e dimenticata".
    Ah ma questo non è un giudizio sul tuo post, è soltanto un desiderio di empatia perfetta.

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  3. Grazie davvero per il lavoro che fai. Sono sicuro che stai salvando vite umane. Anche anime, ammesso che esistano. Siamo in debito con te, grazie.

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