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venerdì 31 luglio 2026

Omero non esiste, Nolan si ingegna


Qualcosa potrebbe essere successo davvero – in migliaia di anni, è plausibile. Ad esempio: quante volte un uomo sarà tornato tardi da una guerra, scoprendo la moglie a barcamenarsi tra i pretendenti. Storia intrigante, che però suscita abbastanza presto una serie di scrupoli, di censure. Qualcuno/a vuole sentirsi raccontare che la moglie è rimasta integerrima; qualcuno/a insiste sul fatto che l'uomo dev'essere stato trattenuto solamente dal destino, e che per quanto vecchio dev'essersi comunque abbondantemente vendicato (vendicato di cosa, se la moglie è rimasta integerrima? Boh, magari i pretendenti mangiavano e bevevano a sbafo). Gli aedi registrano e rielaborano – sono cantastorie, per secoli non hanno fatto che modulare un racconto a seconda di quello che il pubblico voleva sentirsi raccontare. E ancora: un uomo potrebbe davvero essere entrato nella città nemica nascosto nell'intercapedine della stiva di una nave. Magari nemmeno se l'aspettava; si era nascosto lì quando il nemico aveva invaso la spiaggia, dopodiché la nave viene portata dentro le mura e offerta a qualche Dio: che storia da raccontare. E chissà com'è finita. Ma passano i secoli, e nei racconti la nave diventa un cavallo di legno – potrebbe davvero trattarsi di un semplice equivoco, le navi erano hippos, i cavalli del mare, e magari avevano una testa di cavallo come polena, tutta una simbologia che nel medioevo ellenico sfuma, anche perché l'idea di un cavallo di legno lasciato sulla spiaggia colpisce più l'immaginazione. Ed è vero che la colpisce, ma è anche una storia assurda, poco plausibile, e allora che si fa? Quel che si è fatto per secoli, si tirano in mezzo gli Dei. Evocati come sempre per rispondere a domande scomode, che però stavolta non hanno tanto a che fare con gli eterni interrogativi cosmici (chi ha creato l'universo?) o morali (perché comportarsi bene?), ma a rammendare quelli che oggi chiamiamo buchi di sceneggiatura: come si fa a trovare un enorme cavallo di legno sulla spiaggia e a tirarlo dentro la città senza guardarci dentro? Ce ne accorgiamo ancora meglio con Virgilio, che quelle vecchie storie (già antichissime ai suoi tempi!) le deve riscrivere per un pubblico raffinato e adulto: un pubblico che deve sforzarsi di credere all'espediente dei guerrieri nascosti in un cavallo, sì, ma come? Sono gli Dei che accecano i Troiani, non possono essere che loro. Virgilio addirittura immagina un sipario collaterale, con Laocoonte che in quanto sacerdote è in qualche modo immune all'ipnosi collettiva e cerca di convincere i concittadini a bruciare il cavallo, al punto che Minerva deve mandare due serpenti di mare a stritolare lui e la sua famiglia. Un caso tipico di superfetazione mitologica: si giustifica un racconto che nei secoli è diventato assurdo (perché una parola ha cambiato significato), con un racconto ancora più strambo. La letteratura epica è questo aggrovigliarsi di racconti, dove paradossalmente i più strani vengono inventati da un'istanza razionalizzatrice – cioè servono a spiegare quelli originari. 

Qualcosa dev'essere successo davvero, ma troppo tempo fa: lo osserviamo come si osserva una stella in cielo, che ci manda la sua luce da secoli fa, e presa da sola non vuol dire niente: invece se la accosti ad altre stelle nei dintorni puoi ottenere una costellazione, e affibbiargli un senso, ma è comunque arbitrario, specie se insisti a voler riconoscere le costellazioni che qualcuno ha disegnato secoli fa: nel frattempo qualche stella ha cambiato colore o magari si è spenta, e comunque chi è Cassiopea, cos'è un Eridano? 

Un uomo torna a casa e nessuno lo riconosce: quindi dev'essere passato molto tempo. Lo riconosce però il cane: storia intrigante, ma dev'essere un cane molto anziano, che l'uomo ha lasciato quando era ancora un cucciolo. Oppure non è passato così tanto tempo – anche perché quando arriva, l'uomo fa una strage in stile Kill Bill – allora diciamo che è Atena a invecchiarlo temporaneamente, per nasconderlo. Magari per secoli gli aedi hanno litigato: una fazione trovava più sensato e poetico che Ulisse tornasse anziano da un viaggio lunghissimo, mentre altri insistevano che dovesse tornare ancora vigoroso – finché chi ha messo per iscritto ha cercato di trovare un compromesso, e forse dovremmo accettare che il testo dell'Odissea è questo: un compromesso, un tentativo di far entrare in un canone più episodi possibile, mettendo assieme alla benemeglio l'Ulisse curiosone e combinaguai dei primi libri con l'Ulisse vendicatore e stragista degli ultimi. L'Odissea all'inizio non era nemmeno una storia quanto piuttosto un genere, una serie di racconti orali che forse condividevano il protagonista, come le storie a fumetti che fino a qualche anno fa al cinema funzionavano meglio dei peplum. In un certo senso non ha mai smesso di essere un grande racconto orale: ce ne accorgiamo bene in questi giorni, in cui tutti si sentono di poter parlare a ragion veduta di un'opera di cui hanno letto, forse, una dozzina di pagine in traduzione a scuola; un'opera che non leggono integralmente neppure gli insegnanti a cui tocca insegnarla, in prima media e poi in prima superiore. Un'opera che tutti credono di conoscere, al punto da strabiliare quando scoprono che le Sirene non hanno la coda di pesce o che mai nel testo si afferma che Polifemo avesse un occhio solo (ma è abbastanza implicito: altrimenti a Ulisse sarebbero serviti due pali). Un'opera che tutti continuiamo a interpretare come preferiamo, e i registi – moderni aedi – si adattano. 

In questi giorni ne ho lette di tutti i colori, e a un certo punto sono inciampato sul commento di un tizio che si lamentava che l'Ulisse di Nolan avesse dei sensi di colpa, mentre quello di "Omero" era un eroe tutto d'un pezzo senza rimpianti. Ma tutto d'un pezzo in che senso?, mi sono chiesto, perché me lo ricordavo come un eroe dalla lacrima facile, in particolare quando presso i Feaci sente un profugo troiano cantare della rovina della sua città. Allora sono andato a controllare sul testo e mi sono reso conto di tre cose: (1) anch'io non lo avevo probabilmente mai letto, (2) è vero che Ulisse piange, ma "Omero" non spiega il perché: potrebbe piangere di gioia per la riuscita del suo piano, o di nostalgia per quei bei tempi in cui si bruciavano le città, si stupravano le prigioniere e si lanciavano i fanciulli dalle torri. Potrebbe semplicemente piangere perché l'aedo canta bene, come si piange ai matrimoni quando canta Sal Da Vinci. Il fatto che io consideri quelle lacrime come un senso di colpa è già un'interpretazione, che parla più di me che di "Omero". 


Ma soprattutto (3) io sovrapponevo all'Ulisse omerico quello meravigliosamente interpretato da Bekim Fehmiu nello sceneggiato Rai del 1968: è lui che avevo in mente, che si mette a piangere perché si rende conto di essere un distruttore di città. Ma l'Odissea è sempre stata questa cosa, una nuvola di interpretazioni intorno a un testo tradotto da traduzioni. Forse non è un caso che in Italia nessuna versione si sia imposta con l'autorevolezza che ebbe per almeno un secolo l'Iliade di Monti. Nell'anglosfera invece ha fatto chiacchierare una recente versione che a quanto pare per la prima volta è stata affidata a una donna (noi italiani abbiamo già avuto traduttrici di Iliade e Odissea senza che la cosa fosse per sé una notizia). Questa esperta ha deciso che l'uomo "di multiforme ingegno" andava reso come un "complicated man". Ma Ulisse è davvero così complicato o siamo noi che vogliamo vedere dubbi e complicazioni in un uomo "tutto d'un pezzo"? Dipende tutto da noi, da quel che vogliamo sentirci raccontare, oggi come tremila anni fa. Noi abbiamo delle esigenze e gli aedi si adattano. Secoli fa cantavano accompagnandosi con la cetra, poi sono passati alla scrittura, ma per quanto possa essere sembrata una cristallizzazione finale, anche questa era una fase: e oggi abbiamo le traduzioni, i film – con tutte le deformazioni che comportano a livello visivo e di sceneggiatura – e soprattutto le discussioni intorno ai film. La pretesa di trasformare Ulisse in un complicato antieroe moderno, che si pente del male che ha fatto, non è di per sé più campata in aria di quella di voler tornare a un Ulisse "omerico", che se davvero Elon Musk riuscirà a realizzare, ci sembrerà un fumettone senza profondità in cui succedono cose assurde e gli Dei intervengono continuamente anche solo per giustificare le correnti d'aria. 

Telemaco è un bambinone petulante o un Amleto in cerca di un senso? Penelope sa veramente cosa sta facendo? Oggi come nell'800 aC, dipende soprattutto da cosa volete sentirvi raccontare. E Nolan si è reso conto che molti spettatori vogliono sentirsi raccontare che gli americani a un certo punto hanno esagerato. Magari le intenzioni erano buone – come in Oppenheimer, chiudere una guerra che poteva andare avanti all'infinito – ma la vittoria fu gravida di hubris, e questo già Omero ce lo faceva sospettare (Virgilio ne era sicuro). La catastrofe è inevitabile e giusta, l'eroe lo è nella misura in cui cerca di salvare il salvabile: prima un equipaggio, poi la sua piccola patria e la famiglia, e la memoria dei compagni inseppelliti. Questo magari non è "Omero", ma chi lo ha studiato alle medie e alle superiori (cioè più o meno tutti) dovrebbe anche rassegnarsi: Omero non è mai esistito, la civiltà di cui parlava è scomparsa in modo improvviso e non del tutto chiaro, e già qualche secolo dopo chi ne ascoltava le storie non si raccapezzava, come un marinaio in un cielo di stelle irriconoscibili, e doveva inventarne di nuove per rendere l'insieme credibile. Nolan, come Virgilio, si trova a dover rivendere queste storie a un pubblico che si autopercepisce come adulto e raffinato, un pubblico che non accetterà nei panni di Polifemo un attore con una maschera di cartapesta ripreso da lontano (come il pur fantastico ciclope di Mario Bava): e il risultato è un freak antispettacolare, che si priva persino del piacere sadico di dialogare con Ulisse/Nessuno, perché il risultato sarebbe sembrato probabilmente troppo fumettoso e puerile: eppure il senso che per secoli abbiamo dato all'episodio stava proprio nella tracotanza verbale del mostruoso pastore, che si dichiara superiore agli dei, che crede di poter fregare il re marinaio ("ti mangerò per ultimo"), e che una volta accecato si riscopre fragile, perfino affettuoso con le proprie greggi. 

Nel 1968 Bava era riuscito a mantenere un equilibrio miracoloso tra fumetto e tragedia – qualcosa che azzeccava quel senso di sublime baracconata che per secoli è stato il genere epico – ma di fronte a un banale dettaglio si era arreso: non era riuscito a mostrare i compagni di Ulisse legati sotto le pecore. Forse è un difetto intrinseco del cinematografo, che può mostrarti cose assurde e grottesche come se fossero vero, purché siano grandi, ciclopiche: dunque un gigante con un occhio solo sì, è fotogenico; ma un uomo legato sotto due pecore no, è complicato da realizzare (le pecore non collaborano) e non rende sullo schermo. Nel 2026 Nolan trova un compromesso cinematograficamente efficace che chiunque abbia accarezzato una pecora respingerà: gli uomini ingannano il ciclope legandosi alla schiena delle fascine di paglia. Nel 1968 Rossi ambientava interminabili puntate alla corte dei Feaci, che sono il baricentro della storia; nel 2026 Nolan li sopprime completamente, credo per una questione di economia: dopotutto i Feaci siamo noi spettatori, che scopriamo un naufrago sulle nostre rive e vogliamo conoscerlo, vogliamo capirlo, giudicarlo, possibilmente aiutarlo, ma temiamo di offendere un Dio e di innescare un destino catastrofico che è comunque già scritto e inevitabile. L'Odissea di Nolan parla di noi, più o meno come quella di Rossi parlava dei nostri genitori e nonni, e quella consultata da Virgilio parlava dei Romani dell'età augustea, trionfanti ma sempre a un passo dalla decadenza e dalla catastrofe. I libri fanno così, e l'Odissea non è nemmeno così tanto un libro. Nolan ci ha messo qualcosa di personale, ma meno del solito: per un attimo all'interno del Cavallo ci siamo ritrovati su uno dei relitti di Dunkirk, mentre a Ogigia andava in onda uno spezzone di Memento. Tra Scilla e Cariddi l'equipaggio esita come tra i due sistemi di Interstellar, e soprattutto Interstellar riecheggia nel crescendo finale. Gli dei si fanno vedere poco o nulla perché Nolan sa che lo spettatore contemporaneo globale li avrebbe malsopportati. Da qualche secolo infatti abbiamo smesso di consultarli ad alta voce (abbiamo sviluppato questa cosa problematica che si chiama "coscienza") e ad addebitare loro qualsiasi fenomeno – abbiamo sviluppato quest'altra cosa problematica che si chiama consequenzialità, e ovunque cerchiamo rapporti di causa ed effetto, anche quando per trovarli dobbiamo di nuovo aggiungere storie su storie: rileggere Circe come una femminista estremista, Antinoo come un renitente alla leva. Sono le nostre nuove costellazioni: qualcuno si lamenta, preferiva le vecchie. Ma non saprebbe riconoscerle in cielo. 

martedì 28 luglio 2026

Storia di un'antipatia (prima biliosa e antipatica, poi allegra)

La Repubblica

Quattro anni fa moriva Pietro Citati, senza che io sentissi l'esigenza di scriverne qualcosa. Coi morti bisogna fare la pace, ma Citati da questo punto di vista non è nemmeno così morto – dando un'occhiata in archivio ho trovato il commento a un suo pezzo di ormai vent'anni fa sulla scuola che potrebbe avere scritto Galli Della Loggia giovedì scorso. Ripensandoci, però, la storia della mia antipatia per Citati è interessante. È stato per me un punto di riferimento prezioso, in anni in cui era più difficile trovarne.  

Con Citati partii subito male. Il primo ricordo che ho di lui è la sua stroncatura del Pendolo di Foucault, in prima pagina sulla Repubblica, episodio che dopo tanti anni ancora mi sorprende: immaginate uno scrittore italiano che sia riuscito a piazzare un best seller in America (riuscite a immaginarlo?) Immaginate che non sia un personaggio misterioso alla Ferrante, ma un professore universitario con una solida collaborazione con le testate di un importante gruppo editoriale. Immaginate che il suo secondo, attesissimo romanzo, sia stroncato in prima pagina sul quotidiano di quello stesso gruppo editoriale. No, non riuscite a immaginarlo, secondo me: oggi il mercato non funziona più così (oggi il mercato non funziona). Mentre nel 1988 Eco non solo poteva permettersi stroncature così autorevoli, ma dava la sensazione di sollecitarle. Io comunque al tempo capivo solo che anche a Repubblica c'era un trombone a cui dava fastidio che un romanzo potesse essere allo stesso tempo colto, complicato e divertente. 

In seguito, man mano che crescevo e mi accostavo sciaguratamente allo studio della letteratura, fu divertente notare tutte le volte in cui Citati spuntava al mio orizzonte senza che io l'avessi evocato e sempre, invariabilmente, per rovinarmi qualcosa. I due casi che mi vengono in mente in realtà dicono pochissimo, ovvero: (1) è stato lui a inventarsi il titolo Lezioni americane, capirai, quel libro secondo me ha banalizzato Calvino e devastato la sua ricezione (non tanto quel libro quanto il modo in cui è stato pubblicizzato) ma sarebbe successo anche con un altro titolo, no? Non lo so. E poi... (2) l'assassinio del partigiano Johnny.  Che detta così fa ridere (ma anche un po' piangere), però se ricordo bene fu proprio Citati che suggerì a questo timido commerciante di vermut che aveva nel cassetto un romanzo monstre sulla guerra: senti, di libri sulla Resistenza ce n'è già tanti, invece la prima parte sulla guerra fascista è interessante, perché NON FAI FUORI JOHNNY SUBITO DOPO L'OTTO SETTEMBRE DIOSIGNORE PIETROCITATI MA NEANCHE SATANA A GESÙ CRISTO NEL DESERTO UNA PROPOSTA COSÌ. Che certo, riflettendoci, contestualizzando, se Fenoglio ha pubblicato Primavera di Bellezza e non ha mai finito il Johnny, che colpa può averci un editor Garzanti? Diciamo il 5%, il 10%, sotto un 80% da attribuire alle multinazionali del tabacco. 

Tutto qui, niente di eccezionale. Non è stato Citati a trasformare Calvino in un pubblicitario, né a impedire a Fenoglio di mettere in bella un capolavoro. Ma nel frattempo nella testa mi era entrato un tarlo, l'idea di Citati come guastafeste del secondo Novecento, e da qui era un attimo a cominciare a fantasticare su cosa avrebbe fatto Citati in altri periodi, se fosse stato costretto a transitarvi come l'ebreo errante: un estimatore degli stilnovisti che incontra Dante e gli dice: ma lascia stare l'Inferno, a chi vuoi che freghi qualcosa di barattieri e biscazzieri, roba vile vile, concentrati sul sublime, più cherubini, più serafini, dai che questa roba la dobbiamo vendere ai prof di liceo... E tu Franz ma scusa ma cos'è questo bacherozzo gigante, il racconto andrebbe anche bene, ma non può svegliarsi tipo farfalla sublime? E Sigmund senti, Al di là del principio del piacere mi sembra un po' tranchant, che ne dici di un bel Lezioni Viennesi, sento già quell'aroma di Sachertorte, e così via. 

Quattro anni fa se n'è andato Pietro Citati, e nel frattempo qualcuno da qualche parte potrebbe avere appena scritto un gran libro ma come si fa a saperlo? senza una sua stroncatura, come potrò mai esserne sicuro? 

giovedì 23 luglio 2026

L'America al Pilastro

Sento che sto diventando un complottaro: è l'età? Il caldo? I social network pieni di matti? Il grottesco che mi circonda e che sembra ormai disegnato da un'AI alla quale non sono stati limiti di budget né di cattivo gusto? O un meccanismo istintivo, la pareidolia che riconosce cause ed effetti anche quando non esistono, un riflesso difensivo che scatta a caso come gli allarmi durante le tempeste? O saranno le ultime tempeste che mi stanno facendo impazzire, alberi per strada e chicchi di grandine come arance, metti la macchina nel parcheggio coperto, togli la macchina dal parcheggio coperto?

Sento che sto diventando un complottaro: l'emergenza maranza che ho visto scoppiare di Facebook semplicemente perché aa Meloni aveva perso un referendum, ho visto foto della mia città con didascalie impazzite: non possiamo più passare di qui perché ci sono le Risorse che ci arrubano! La Creatura adolescente di lì ci passa tutti i giorni. È come se fosse arrivato il solito consulente dall'America, magari stavolta non Bannon ma un simile capiscione che di Italia capisca ugualmente poco, ed ecco i suoi consigli: pompiamo al massimo il caso di un gioielliere che spara a caso per strada! Insistere sul fatto che la sinistra woke ci toglierà il sacrosanto diritto a sparare a caso per strada! Inoltre in una città storicamente a sinistra deve scoppiare una rivolta in stile banlieue, o meglio ancora the battle of LA, avete presente? Prendete il pulotto più esaltato che avete e gli fate sopprimere un tizio coloured, se non sa come si fa deve cercare George Floyd su youtube. Dopodiché vedrete che suburre a ferro e fuoco! 

Divento complottaro, ma in fondo è da quando sono bambino che sono addestrato a leggere la realtà con le lenti degli sceneggiatori americani. Sembra veramente tutta una loro idea, che fa i pugni con la realtà del territorio: da noi chi spara per strada è un pazzo pericoloso, e gli immigrati non mettono quartieri a ferro e fuoco. Non ancora. Forse siamo solo in ritardo, ma chi sta puntando davvero in quella direzione? 

venerdì 17 luglio 2026

Altri santi di luglio

19 luglio: Sant'Arsenio il grande, educatore ed eremita (354-450 ca.)

Philip de Champaigne, 1633

Un giorno Arsenio il Grande fu visto consultarsi con un umile eremita egiziano. Questo non è che si intoni molto con quello che altre fonti dicono di lui: Arsenio in effetti era il più scontroso degli eremiti della sua generazione, non riceveva nemmeno l'imperatore in ginocchio (che del resto era stato suo studente), non andava a trovare nessuno e se qualcuno osava andarlo a trovare, lui non aveva niente da dirgli: è comprensibile, uno non si ritira nel deserto per far salotto coi turisti religiosi, e tuttavia altri eremiti si mostravano molto più ospitali con chi compiva lunghi e perigliosi viaggi per visitarli; Arsenio no. Comunque nei Detti dei padri del deserto si legge che quando gli chiesero: ma come mai, tu così ferrato in greco e in latino, chiedi consigli a questo contadino, egli rispose: è vero che ho imparato il greco e il latino, ma di questo contadino non so nemmeno l'alfabeto. Che è un po' il sentimento che mi affratella ad Arsenio quando mi trovo davanti a uno studente e mi servirebbero l'ucraino o l'urdu o il punjabi e invece mi hanno insegnato il latino, e un'altra cosa che mi affratella ad Arsenio in questi giorni è che ebbe il "dono delle lacrime", ovvero a quanto pare a un certo punto si mise a piangere e non smise più, una congiuntivite cronica che nell'aria secca del deserto doveva risultargli ancor più fastidiosa e l'altro giorno anch'io mi sono svegliato lacrimando e non ho più smesso, povero Arsenio. 
Arsenio, come Girolamo (di cui fu allievo), proveniva da una nobile famiglia romana e la sua grande cultura gli aveva procurato un impiego d'eccezione: istitutore dei due figli dell'imperatore Teodosio: Arcadio e Onorio. Questo a dire il vero non depone a favore della sua caratura d'insegnante, viste le magre figure che Arcadio a Oriente e Onorio a Occidente avrebbero rimediato una volta intronati. C'è anche una voce messa in giro non si sa bene in qualche pagina web che riferisce che il più grande, Arcadio, "congiurò" contro di lui, senza specificare in che cosa consisterebbe questa "congiura": pagò un sicario per ucciderlo? o gli allacciò i sandali alla cattedra mentre sonnecchiava? Capite che dagli imperatori romani ci si può aspettare di tutto, specie quando sono ancora ragazzini, comunque a un certo punto Arsenio si stufò, andò in crisi, forse cominciava già a lagrimare, forse sentì una voce che gli diceva φεῦγε τoὐς ανθρὡπους e reagì come avreste reagito voi sentendo una voce che vi dice φεῦγε τoὐς ανθρὡπους: partendo per il deserto egiziano, dove il cenobitismo era nella sua fase eroica. Nel cenobio di Scete, Arsenio incontra l'abate Giovanni il Nano, che lo saluta lanciandogli un pezzo di pane; invece di scansarsi, Arsenio l'afferra e ringrazia: ha superato la prova. Dopo un duro apprendistato, alla morte del Nano gli succede come abate; in seguito dovette spostarsi a Troe a causa di certe invasioni libiche. Non è molto chiaro quando sia morto; i cronisti devono fare qualche acrobazia per conciliare il suo ruolo di istitutore di Arcadio e Onorio con una data di morte molto avanzata, già nel 450. Un altro suo detto famoso è: ho rimpianto tante volte di aver detto qualcosa; mai di essere stato in silenzio. Amen. (A Sant'Arsenio, provincia di Salerno, c'è una statua ottocentesca la cui testa si sarebbe scolpita da sola, nottetempo). Nell'ultima versione del Maritrologio Romano, Arsenio non c'è: secondo Wikipedia i latini lo celebravano l'otto maggio, ma secondo la Bibliotheca Sanctorum questo è l'uso greco, mentre latini e siro-maroniti lo celebrerebbero oggi.    


21 luglio: San Simeone il Folle (VI secolo)

La prima volta che comparve a Emesa (oggi Homs, Siria), Simeone trascinava un cane morto: lo aveva trovato in un immondezzaio fuori le mura e aveva legato la coda alla sua cinta. Lo videro dei ragazzini e si misero a picchiarlo: del resto c'erano ottimi motivi per lasciare le carogne degli animali fuori dalle città, con tutte le malattie che portavano. Simeone non lo sapeva? Può darsi che dopo 29 anni di vita nel deserto, Simeone non fosse più molto pratico della vita cittadina. Anche se i primi trent'anni li aveva trascorsi a Edessa: la vocazione al deserto l'aveva scoperta durante un viaggio in Palestina, una terra che fa impazzire un po' tutti da migliaia di anni. Simeone però non era del tutto matto: faceva finta. Questo almeno secondo i suoi agiografi: come aveva confessato al confratello Giovanni, le sue stravaganze erano il modo con cui aveva deciso di "prendersi gioco del mondo". In questo modo reagiva a un fenomeno di banalizzazione della santità che era sopraggiunto da quando il cristianesimo era diventata la religione egemone: i santi ora non scandalizzavano più come ai tempi dei martiri, anzi ormai erano figure aspirazionali. Simeone non voleva essere additato come uomo pio o saggio: preferiva spegnere le candele con le noci. Si spogliava in pubblico, spesso e volentieri, defecava in giro e si faceva picchiare spesso e volentieri, persino da un gruppo di donne quella volta che decise di entrare nel reparto femminile dei bagni pubblici. Tutti questi atteggiamenti (che alla lontana ricordano la figura del filosofo Diogene) dovevano distogliere i buoni cittadini di Emesa dalla vera natura di Simeone, che in segreto praticava la virtù senza ambire a ricompense sociali. Simeone è una specie di Batman del cristianesimo tardoantico: di notte aiuta i poveri e compie buone azioni, di giorno storna i sospetti facendo il matto. Quel che successe è che dopo la morte e i miracoli che ne seguirono (gli angeli cantavano durante le esequie, qualche pagano si convertì, il corpo scomparve) Simeone il Folle fu riconosciuto come santo e anche la sua via così stravagante alla santità divenne un modello per secoli di emuli, soprattutto in ambito ortodosso e particolarmente in Russia, dove il "folle di Dio" divenne una precisa tipologia di predicatore/mendicante. In Occidente i folli sarebbero stati più rari, ma memorabili: tra tutti, Francesco d'Assisi.  

I sette vizi capitali (e i quattro novissimi) di Hieronymus Bosch

23 luglio: San Giovanni Cassiano, monaco e scrittore (360-435)

Ai bravi scrittori si perdona tutto, non so se l'avete notato. Giovanni Cassiano, nato a metà del IV secolo, fu evidentemente un bravo scrittore, al punto che quando il concilio di Orleans condannò alcune sue tesi in quanto semipelagiane, agli atti risultarono i titoli dei libri ma non dell'autore; alcuni dei titoli poi vennero definiti apocrifi. Cassiano a quel punto era morto già da un secolo e nessuno gli contestava la fama di santo. Nato forse alla foce del Danubio, dopo aver visitato gli eroici cenobi della Palestina era stato ordinato sacerdote a Costantinopoli da Giovanni Crisostomo, divenendo testimone della sua caduta in disgrazia presso la corte. Giunto in Occidente, forse per perorare la causa del suo maestro, non c'era riuscito, ma a Marsiglia aveva fondato uno dei primi monasteri in terra di Francia, anzi si chiamava ancora Gallia. I suoi testi sui padri del deserto e sulle istituzioni cenobitiche avranno un grande successo per tutto il Medioevo, influenzando tutte le regole da Benedetto in poi. Desideroso di fornire ai suoi monaci strumenti di introspezione che li rendano santi in terra, Cassiano introduce un'idea che avrà un'enorme fortuna: gli otto vizi capitali, che in seguito diventeranno sette (Cassiano includeva anche la "Vanagloria" e la "Tristezza", che in seguito saranno accorpate rispettivamente con Superbia e Accidia; invece non conosceva ancora l'Invidia, beato lui). 
Cassiano scrisse anche sul pelagianesimo, per condannarlo, ma nei decenni successivi vinse la linea molto più dura di Agostino, rispetto alla quale Cassiano risultava quasi pelagiano. Pelagio era un monaco irlandese che non credeva nel peccato originale; ovvero sì, Adamo ed Eva avevano senza dubbio peccato ed erano stati puniti per questo, ma Pelagio trovava assurda l'idea che il loro peccato si fosse trasmesso alla discendenza (e che Cristo fosse morto in croce per annullarlo). Pelagio era un estremista del libero arbitrio, e per qualche tempo la sua opinione non fu considerata così eretica; senonché Agostino da Ippona ne aveva una completamente opposta, e forse la sapeva argomentare con più convinzione: l'umanità era in balia del peccato, solo la grazia di Dio consentiva agli uomini di salvarsi, ecc. Cassiano, che aveva una comunità di monaci da guidare verso la perfezione, sentiva la necessità di una posizione intermedia: sì, l'uomo è fondamentalmente un peccatore, ma sta a lui recepire la grazia di Dio; il quale Dio probabilmente vorrebbe salvarci tutti, ma ecco, dipende da noi, per cui non parlateci di predestinazione. Da cui si capisce come il semipelagianesimo di Cassiano, pur ufficialmente condannato a Orleans, non abbia affatto abbandonato la mentalità dei cristiani occidentali, fino allo scisma luterano che accusava i papisti, appunto, di semipelagianesimo. Trovatosi insomma nell'occhio del ciclone di una delle dispute dottrinali più lunghe e violente della cristianità, Cassiano non è mai stato accusato esplicitamente di eresia perché alla fine basta leggerlo per capire che è solo un buon monaco che ci tiene a far vivere santamente i suoi confratelli – a differenza di Agostino e Lutero, grandi scrittori pure loro ma molto più torbidi, ecco.

Reliquiario dei Magi a Colonia

24 luglio: Traslazione dei Magi a Colonia

Quando nella primavera del 1162 Federico Barbarossa, dopo avere espugnato per la seconda volta Milano, ordinò di distruggerla, non è che fosse rimasto molto da portarsi su in Germania. Qualche reliquia comunque andava requisita, era un atto dovuto, non si torna mai da un sacco senza un souvenir, i parenti potrebbero dire alle spalle che non ci sei stato davvero, è tutta una montatura. Fu in quell'occasione che Raimondo di Dassel, braccio destro di Federico e arcicancelliere d'Italia, avrebbe portato le reliquie dei Magi da Milano a Colonia, città di cui era arcivescovo. Che ci facessero poi a Milano i re Magi non era tanto chiaro: secondo la leggenda ufficiale i corpi erano stati raccolti a Costantinopoli dall'imperatrice Elena, e in seguito quasi dimenticati, sinché il vescovo di Milano Eustorgio sarebbe riuscito a farseli consegnare. A Costantinopoli non ci sono tracce di una particolare venerazione per i Magi, e anche a Milano c'erano reliquie molto più popolari (Ambrogio, Gervasio e Protasio) che però ai bravi fedeli di Colonia non avrebbero detto molto: i re Magi invece divennero ben presto l'attrazione principale della cattedrale e poco importa che nel frattempo Marco Polo avesse scoperto una più plausibile tomba dei Magi in Persia; le reliquie di Colonia attraggono visitatori da tutta l'Europa centrale, Per loro Giovanni di Hildesheim scrive l'Historia trium regum in cui le poche notizie su di loro contenute nel Vangelo di Matteo vengono integrate con informazioni tratte da leggende medievali; i magi diventano definitivamente tre, ricevono i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, e un destino di martiri dopo il battesimo ricevuto dall'apostolo Tommaso.

lunedì 13 luglio 2026

La stagione delle lettere



In estate, per tutta una serie di motivi, ci mettiamo a discutere di scrittori. Il che potrebbe portarci un giorno, chissà, a parlare persino di letteratura. Qui ci sono un po' di cose che ho messo su facebook negli ultimi mesi; sul blog non avrebbero avuto molto senso, ma forse rileggendole tutte insieme... nah. 


16 giugno: uno scrittore israeliano a caso era stato invitato a un convegno a caso. Polemica. Sì, è antipatico che qualcuno non voglia invitare lo scrittore X al convegno Y. Bisognerebbe sempre fare proposte in positivo, ad esempio mi piacerebbe che il convegno Y invitasse Refaat Alareer, scrittore e poeta palestinese che descrisse l'assedio di Gaza con passione e una punta di humour. Una volta ad esempio, siccome qualcuno su Twitter si ostinava a parlare di bambini cotti in un forno a microonde, lui domando: "Ma con o senza lievito"? Purtroppo questo tweet fu ripreso da Bari Weiss come esempio di empietà palestinese, Alareer cominciò a ricevere telefonate dall'IDF, dopodiché il suo appartamento a Gaza fu bombardato da un drone. Per questo motivo nessun convegno può più invitare Alareer – che non faceva parte di Hamas, ma del corpo dei volontari dello zoo di Gaza. Qualcuno dirà che più o meno è la stessa cosa, e che comunque non è censura, perché l'IDF prima di ucciderti ti telefona, e se ti telefona prima non è né censura né genocidio. Ugualmente a me dispiace che Alareer non possa più essere invitato a nessun convegno, mentre qualsiasi scrittore israeliano sì.

Questo tipo di discussione è inutile, ogni tipo di discussione è inutile se provi a rivolgerla ai sionisti. Già prima non è che brillassero per acume (e chi brillava ha avuto tutto il tempo e le occasioni per scendere dal carro): chi è rimasto, oltre a non essere il più sveglio della cumpa, è in preda al panico. Vale la pena di spiegare che un boicottaggio non è censura, che ci sono differenze tra il disinvitare uno scrittore a un convegno e bruciare i suoi libri in piazza – o bombardare il suo appartamento? No, non vale la pena, se volessero capire avrebbero capito da mò. Sono stati liberali senza capire cosa fosse la libertà, sono stati radicali gandhiani perché pensavano che il boicottaggio consistesse nel pasteggiare a cappuccini per fare notizia. L'idea che un boicottaggio possa implicare delle rinunce, dei danni, molto spesso autoinflitti, non la capiscono: il loro eroe del resto digiunando prendeva peso. Sono sempre stati col più forte e sono nervosi perché il più forte non vince tutte le guerre, amen. Gli scrittori continueranno a scrivere, se ogni tanto qualcuno non li inviterà a un convegno ciò molto spesso farà loro più pubblicità di un atto di presenza. A Gaza c'è stato un genocidio, a chi si mette a sottilizzare sulla definizione non regalerei tribune, se qualcuno ancora vuole perdere tempo e fatica nel tentativo (vano) di migliorare l'immagine di Israele, che sia almeno Israele a pagare. In casa non mi fanno neanche più bere il chinotto perché anche la sottomarca è di proprietà di un brand che sta sulla lista BDS, deve piangermi il cuore perché uno scrittore non può andare in un posto? Vorrà dire che quel fine settimana starà a casa, dove difficilmente un drone lo andrà a snidare, e anche se suona un allarme antimissile c'è senz'altro un comodo rifugio attrezzato.  

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25 maggio: Erri De Luca si scopre esperto di diritto internazionale. Il discorso sugli extraparlamentari di sinistra dei '70 che diventano i fasciosionisti nel '20 lo abbiamo fatto tante volte che non vale più la pena – a volte riguardo Allonsanfan, o riascolto certo Gaber, e mi pare che avessero capito già tutto molto prima che avvenisse. Già a metà '90 il tema del riflusso era diventato uno stucchevole romanzo generazionale il cui principale problema era che i protagonisti erano assai consapevoli di esserlo, ben disposti a drammatizzare certi tradimenti – come se invecchiare pompieri non fosse la sorte più banale che può capitare a un incendiario. Molti venivano da famiglie bene, parcheggiati in quella zona d'ombra tra giornalismo, politica e università, dove si stimava che non avrebbero fatto danni (qualcuno c'è riuscito lo stesso). Erano sinceramente convinti che sarebbero diventati la classe dirigente: il che dopo il '68 richiedeva determinate pose rivoluzionarie, e nel '94 (per alcuni) mettersi a disposizione di Silvio Berlusconi. Uno dei tratti che non hanno mai abbandonato, in tutte le loro incarnazioni, è una certa sicumera, la sensazione di aver capito il mondo prima di noi buzzurri e di avere la bontà per spiegarcelo. Questo spiega in parte Erri de Luca, che un giorno legge la Bibbia e diventa un biblista, un altro giorno va in Israele e diventa un esperto di genocidi. Uno non riesce neanche a prendersela, perché poi il vero problema è anche sotto, ovvero quelle centinaia di lettori/discepoli che ci sono cascati per tanti anni, contribuendo a perpetrare tutta una serie di equivoci per cui quando parla un De Luca (o un Adriano Sofri, o un Paolo Mieli, o aggiungetene a piacere) noi dovremmo stare in religioso silenzio e meditare in cuore i loro ponderati discorsi. Alla fine fa un po' ridere, no? – tutta una vita passata ad aspettare il ritorno del fascismo, come i Tartari dalla fortezza Bastiani, e poi quando arriva: prego, prego, si accomodi, ah ma era il fascismo? Nooo, ma cosa dite, impossibile, il fascismo era diverso, questo è una cosa simpatica, ti invitano anche ai convegni, e hai visto i gadget?

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27 giugno: il ministro Valditara annuncia una nuova bozza delle Indicazioni nazionali per la scuola secondaria. Lo studio dei Promessi sposi torna in seconda. 

Vorrei almeno fosse chiaro che il punto non sono i Promessi sposi; che i PS sono un pretesto. Il dibattito sull'opportunità di leggerli a 17 anni piuttosto che a 15 era lezioso due mesi fa, figuriamoci ora. Non è neanche la punta dell'iceberg, diciamo un gabbiano appollaiato sulla punta. Le Indicazioni sono, appunto, indicazioni: gli insegnanti che ritenevano necessario e utile leggere i PS in seconda l'avrebbero fatto comunque; quelli che (a torto o a ragione) lo consideravano uno sforzo inutile/dannoso non cambieranno idea ora. La punta dell'iceberg è un ministro che sconfessa una sottocommissione che lui stesso ha nominato, una sottocommissione di esperti che aveva avuto ottimi motivi per nominare e che in questi anni ha evidentemente dialogato con gli insegnanti, recependone le esigenze (cosa che non si potrebbe dire, ad esempio, per la sottocommissione Storia); un gruppo di lavoro a capo del quale c'è un esperto che ha difeso pubblicamente le scelte della sottocommissione con argomenti che il ministro si guarda bene dall'affrontare. La punta dell'iceberg è un enorme documento prodotto per dare la sensazione che tutto cambi, laddove se appena in una paginetta si riscontra un timido ma effettivo cambiamento, ecco il ministro ingranare la retromarcia in autostrada, incurante di giocarsi una credibilità che in effetti non ha mai avuto. C'è senz'altro anche un'espressione manzoniana per definire un tipo così, ma non me la ricordo e mi sono rotto più i coglioni dei Promessi sposi in questi tre mesi che in vent'anni e più d'insegnamento, potrebbe essere il momento di dare una chance a Fabio Volo.


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21 giugno: Michele Mari viene accusato di avere sparlato di Michela Murgia sul minivan del Premio Strega, adesso mi rendo conto che questa frase fa ridere, ma vi garantisco che nel 2026 per due settimane ne abbiamo parlato tantissimo, ci sembrava una cosa davvero molto importante. 

Sentite, gli scrittori sono stronzi. Quasi tutti. Le eccezioni sono spesso purtroppo scrittori mediocri. Avete presente quella pagina bianca di fronte alla quale vi trovavate a volte prima di chatgpt, quando vi chiedevano una relazione o anche solo due righe di condoglianze per un collega cui è morto un padre, vi immaginate se invece di due righe ci dovreste scrivere centinaia di pagine di fatti sostanzialmente vostri, e poi queste centinaia di pagine portarle in giro, cercare di rivenderle a un editore, addirittura a dei lettori, ma vi tenete conto di quanto narcisismo richieda tutto questo sforzo, al punto che è più facile imbattersi in assassini seriali e dittatori che hanno fallito come scrittori che il contrario. Sono degli stronzi, lo dico senza acrimonia, non è che mi abbiano scopato la fidanzata (oddio, adesso che ci penso), in quanto italianista li ho sempre preferiti morti e sepolti dentro pesanti monumenti, ma non è questo il punto. Il punto è metterli su un pulmino, cioè cosa ti aspetti da sei stronzi su un pulmino? Ma persino se fossero idraulici, persino se fossero sei insegnanti, il minimo che puoi aspettarti è che a qualcuno scappi una malignità su un collega assente. Il minimo, veramente il minimo. Direi che il genio che ha inventato questa cosa del pulmino si aspettava esattamente situazioni come queste, questo tipo di pubblicità. A parte che è una cosa che la dice lunga sul livello a cui il povero scrittore vivente deve scendere, cioè ve li immaginate i cinquinisti del '56 tutti assieme su un pulmino, Bassani, Carlo Levi, Petroni... ma a parte questo, insomma, sei scrittori su un pulmino non è neanche la premessa per un reality, sei scrittori italiani su un pulmino è il preambolo di un inedito di Agatha Christie.


28 giugno: ne stavamo ancora parlando

Non c'è niente di male nel litigare sopra gli scrittori, sul serio: qua sopra litighiamo per centinaia di argomenti anche meno interessanti. Il problema al massimo è l'inesorabile rapidità con cui compaiono le parole amichettismo, circolino, clan, conventicola. Parole il cui intento è stigmatizzare un comportamento tipico di scrittori e altri operatori intellettuali, ovvero? Ovvero l'abilità di crearsi una rete di amici e sodali che diventano, nei momenti giusti, una cassa di risonanza. Ora, secondo alcuni ciò sarebbe sbagliato. Farsi degli amici? Magari selezionati in base a un comune sentire, a un'ideologia condivisa? E con questi amici tentare magari di costruirsi una scena, di ampliare un bacino di lettori? Ma ciò è malvagio! Gli scrittori sempre a casa dovrebbero stare, a litigare coi famigliari perché cercano l'ispirazione fissando il vuoto sul balcone invece di scendere a buttare l'umido. 

Chi sostiene queste cose (oltre a far parte lui medesimo di un reticolo sociale, di cui fruisce a volte senza rendersene conto come il pesce dell'acqua) (oltre a scriverle su qualche social network, letteralmente reticoli sociali in cui l'amicizia si conquista e si trattiene con le unghie), chi affetta questa intolleranza per i clan e i circolini, ha perso la facoltà di collegare gli umanisti a una delle più umane attività, la socialità; magari davvero al liceo ha studiato i classici come medaglioni crociani completamente avulsi dal contesto sociale, il che gli ha impedito di scoprire ad es. quanti Giordani servono per ottenere un Leopardi; e che razza di ragnatele di relazioni stessero intorno a scrittori che ci piace immaginare solitari e scostanti. 

Nel 1911 Giovanni Papini è un signor nessuno con tre figlie a carico. La Voce è un bel progettino editoriale, ma non gli paga le bollette: però gli ha fatto conoscere un tipografo coraggioso, tal Vallecchi. Con un amico pittore spiantato decide di mettere in piedi un giornale artistico un po' di rottura, che possa pubblicare inserzioni pubblicitarie di cui i giornali si vergognano (purganti e preservativi). Boom, cominciano a comprarlo i militari sui treni che li portano in licenza. Papini si sfrena, scrive in prima pagina le cose più estreme che gli vengono in mente: chiudiamo le scuole, amiamo la guerra. L'amico pittore si azzuffa coi futuristi, per poi entrare in società coi futuristi quando si rende conto che Marinetti, per quanto sia persino meno credibile di loro, è quello con la grana. La pacchia dura un anno o poco più e già verso la fine dell'anno Papini deve scrivere: ma perché dite che siamo una "camorra"? Ci conoscete, siamo io e Soffici, abbiamo un po' di contatti, siamo fuori dall'università, fuori dal giro degli editori importanti, ci siamo fatti da soli, ci siamo inventati una roba che precede il Male di 60 anni, precede Libero di 80, come fate a prenderci per lo status quo? Niente, la gente è così. 

Lo scrivo io che sono la persona meno brava a tenersi gli amici, e ciononostante ne ho e mi invitano alle presentazioni, a volte persino di libri che ho scritto io, cioè spiegatemi esattamente cosa c'è che non va in tutto questo? Perché non dovrebbero gli scrittori cercare di associarsi, di lottare per ottenere più attenzione per sé e per i propri sodali? Questo tipo di lavoro, se non lo fanno loro, chi lo dovrebbe fare? Un editore milanese? Un algoritmo californiano? Io non so se la Murgia in futuro sarà ricordata soprattutto per la rete di scrittori che si è saputa costruire nei pochi anni che è riuscita a vivere; o se viceversa, di lei si ricorderanno soltanto le opere, e la ragnatela tutt'intorno sparirà nel recipiente degli epigoni. Non lo so e non m'interessa, tanto non ci sarò. Mi dispiace che la gente pensi che ci sia qualcosa di male nello stare assieme e nell'aiutarsi; mi dispiace per quel signore che ogni volta che in un pezzo compare il fastidioso termine "Amichettismo" interviene per lamentarsi che il termine è suo, cioè lo ha inventato lui – come se fosse un'idea originale, cioè ok, capisco che "camorra" oggi abbia assunto un significato diverso e "conventicola", dopo quel film, sia inutilizzabile, ma sul serio vuoi ricordare a tutti che hai inventato una parola da stronzo? Sul serio vuoi rischiare di essere ricordato per quella parola? Ma non ce l'hai almeno un amichetto?

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18 giugno

Lo dico vergognandomene, ma di Carlo Ginzburg ho letto così poco che si fa prima a dire che non ho letto niente. E allo stesso tempo ho la sensazione di aver vissuto in un mondo che era migliore perché se non io, almeno i miei insegnanti ne avevano letto, e della microstoria avevano fatto un metodo. La cultura, quando è un edificio che regge, diventa un sistema dove davvero, a volte puoi permetterti di conoscere un autore solo per sentito dire perché tutt'intorno a te c'è gente che comunque ha preso molto da lui, e te l'ha riproposto. Ciò non cancella la vergogna, e aggiunge l'inquietudine di vivere in un edificio che per vari motivi non regge più.


mercoledì 8 luglio 2026

Il 15 luglio a Genova (ancora!)


Buongiorno a tutti. Interrompo l'inquietante silenzio per annunciare, magari un po' in ritardo, che parteciperò alle iniziative per il venticinquennale del G8 di Genova, e in particolare alla presentazione di Nessuna notte finisce sola, questo libro di Parallels in cui tra l'altro è pubblicato il diario che in quei giorni tenevo su questo stesso blog. Se qualcuno vuole passare, insomma, ci vediamo il 15/7 in piazza Rostagno alle 19:30.

martedì 23 giugno 2026

Il tema della maturità

[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 19/6/2026]. Non capita di frequente che le tracce dell’esame di Stato rivelino un tema ricorrente. Quest’anno è successo, ed è curioso. Quasi tutte le tracce della prima prova della maturità 2026 parlavano… di maturità: parola e concetto del resto molto amati dal ministro. Ne parla esplicitamente il sociologo Frank Furedi – giusto qualche riga per lamentarsi che i trentenni di oggi non la accettano. Ne parla Mario Calabresi nel suo elogio della fatica quotidiana, ispirato alla figura di una saggia anziana (la nonna) e anch’esso contrapposto a una contemporaneità in cui “si è fatta strada l'idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica”. Ne parla la giornalista Wenke Husmann, per lamentarsi che con l’età adulta scompaia l’”incanto”, quella sensazione di meraviglia suscitata dai fenomeni naturali prima che lo studio della scienza intervenga con le sue spiegazioni. Il brano è forse l’unico che sembra voler stimolare una reazione polemica da parte di studenti che probabilmente in gran parte non avranno avuto il coraggio di smentire Calabresi sull’importanza di “alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti”, né se la saranno sentita di ridiscutere le considerazioni per quanto banali del brano di Furedi; mentre dissentire dalle opinioni della Husmann sembra più semplice – anche grazie agli spunti forniti dall’altra traccia a contenuto scientifico, la pagina del divulgatore Piero Bianucci che descrive (un po’ semplicisticamente) il progresso scientifico come una serie di sorprese meravigliose, sperimentate da scienziati curiosi (Röntgen, Einstein, Fleming) che vi inciampano mentre cercavano tutt’altro. 

Messe una accanto all’altra, molte tracce conducono insomma alla stessa conclusione: maturare è faticoso, doloroso, ma necessario. Un concetto che lo studente deve condividere – molto prima di averlo vissuto davvero – e illustrare con tutta la retorica che ha appreso lungo la strada. Anche uno dei due testi letterari, la pagina di diario di Brancati, mette al centro la figura del vecchio saggio, unico depositario del “bene comune” costituito dai ricordi, in un mondo ipotetico che abbia perso la facoltà di ricordarli. Al vecchio saggio possiamo associare Giuseppe Saragat, che in realtà quando compose il suo discorso introduttivo all’Assemblea Costituente tanto anziano non era: ma il brano contenuto nella traccia è pur sempre una pagina di oratoria del secolo scorso, che per quanto contenga concetti comuni e abbastanza inattaccabili, avrà spaventato la maggior parte degli studenti. 

Riguardo alle tracce letterarie, non si può che registrare come la volontà di scovare a ogni costo testi originali che nessun insegnante abbia già fatto leggere in classe, conduca in certi casi a riscoprire brani effettivamente interessanti come quello di Brancati, ma anche a poesie tutto sommato trascurabili, come quella tratta dal volumetto postumo di Cesare Pavese su cui pesa come un macigno il giudizio di Pier Vincenzo Mengaldo, "droga di intere generazioni di liceali". 

Il totomaturità – che si basa, in mancanza d’altro, sulle ricorrenze – suggeriva che questo avrebbe potuto essere l’anno delle donne, o almeno con qualche donna in più sul fascicolo: dopo tutto nel 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario del primo voto alle donne, o il centenario del Nobel a Grazia Deledda. E invece, oltre alla Husmann, l’unica altra donna citata per nome e cognome è un’attrice, Constance Dowling: e non per meriti propri, ma come l'amore non corrisposto di Cesare Pavese, in una nota che non aggiunge nulla alla comprensione del testo poetico, ma attesta la persistenza di quel biografismo da rotocalco che ogni buon insegnante cerca di evitare ai suoi studenti.

martedì 16 giugno 2026

Vannacci, ovvero le stesse sciocchezze che vi prometteva la Meloni, in un pacchettino nuovo


Dopodiché vabbe', parliamo pure di Vannacci. Come se fosse una sorpresa, come se non fosse un fenomeno prevedibile e previsto, come se non l'avessimo visto arrivare felpato come un Leopard1 cingolato in dismissione. 

Vannacci, sento dire, prende punti perché chi lo intervista in TV sbaglia a intervistarlo, beh certo voi sareste più bravi. Vannacci, sento dire, piglia soldi da Putin... boh, perché no, ma saranno i soldi decisivi? Sono tutte reazioni prevedibili e superficiali. Vannacci non è un personaggio (cioè lo è, ma la parte personaggio è la meno interessante), Vannacci è una reazione quasi obbligata di un sistema mediatico-industriale che già un paio d'anni fa cominciava a porsi il problema: come recupereremo al voto i delusi daa Meloni? Perché delusi ce ne saranno, era chiaro a settembre '22. Da questo punto di vista la proposta di Vannacci rivela una sconfortante mancanza di fantasia: si tratta esattamente della stessa robaccia che aa Meloni poteva vendere fino a settembre '22. La "remigrazione" tre anni fa si chiamava ancora "rimpatrio": a chi la venderanno, la stessa sòla di quattro anni fa con un pacchetto nuovo? Agli stessi elettori.  

Il sistema mediatico-industriale di cui sopra possiede organi d'informazione sui quali magari qualcuno scrive ancora che le elezioni si vincono al centro, che è necessario conquistare il centro moderato con proposte centriste e moderate, dando tantissimo spazio all'ultimo progetto di aggregazione centrista e moderato che a differenza di tutti i partitini centristi personali del passato, cambierà davvero lo scenario politico – ok, questo è il pastone industriale che vi servono. Chi due calcoli li sa fare davvero sa benissimo che no, le elezioni non si vincono affatto al centro, ma ai bordi: che i bacini elettorali interessanti non oscillano al centro da un partito all'altro, ma agli estremi: dal partito di riferimento all'astensione. L'elettore daa Meloni non voterà mai centrosinistra, neanche se metti la Picierno nuda sui cubi a promettere di abolire l'ICI sulle seconde case: quando aa Meloni lo delude, smette di votare. A meno che non si trovi un altra proposta un po' più estrema daa Meloni, che non abbia ancora deluso (semplicemente perché non ha ancora governato). Insomma, chi due calcoli li sa fare li ha già fatti e ha già trovato, un paio d'anni fa, il personaggio adatto – o il meno disadatto che è riuscito a recuperare. Ed ecco che dal nulla spunta 'sto tizio con un libro autoprodotto in top ten, cosa che a un gruppo industriale costa molto meno di quanto possa sembrare da fuori. Cosa promette? Le stesse promesse da marinaio daa Meloni, con qualche etichetta nuova, per gli stessi fresconi. 

Ora, non è che io possa escludere a priori che un calcolo del genere possa essere stato fatto all'ombra del Cremlino, e però entia non sunt multiplicanda, nel senso: c'è davvero bisogno di arrivare fino al Cremlino per trovare gruppi di potere che hanno tutto l'interesse a tenere il centrodestra al governo anche per la prossima legislatura? Cerchiamo di non fare l'errore che facevano tanti antiberlusconiani, cioè pensare che Berlusconi si conquistasse le popolarità facendosi intervistare dai suoi giornalisti (Berlusconi ai talk non ci andava quasi mai). Berlusconi, anche lui, prima di essere un personaggio era un progetto politico: la tv la usava per prepararsi al terreno, usando le dirette del pomeriggio per calcare su determinati temi (ad es. la microcriminalità) costruendo un frame che lo inquadrava come necessario salvatore del popolo. Se ora sta succedendo la stessa cosa, se dai talk risulta di nuovo un'invasione di islamisti minacciosi, se improvvisamente a fare notizia è l'emergenza terroristica costituita da un coro di bambini in una scuola che grida "Free Palestine", tutto questo non succede né per caso, né perché Putin stia pagando i direttori del Giornale, di Libero, del Tempo, della Verità. 

Cioè lo sapete benissimo chi paga i direttori del Giornale, di Libero, del Tempo, della Verità. La campagna a Vannacci la stanno facendo loro (e i talk della Mediaset), non Lilli Gruber. Se un indomani troveremo qualche città nella situazione di Belfast, prima di incolpare il Cremlino, cominciamo a guardarci intorno: a notare chi semina il vento e incassa percentuali su ogni tempesta. Non perché il Cremlino non vada espugnato, davvero, se si trovasse un sistema non avrei obiezioni: ma perché è davvero troppo comodo attribuirgli responsabilità che altrimenti dovreste localizzare presso chi vi sta pagando in questo momento – e capisco quanto possa essere lacerante.

Detto questo, a chi sta cercando di dimostrare che a Vannacci non bisogna rispondere nel modo X ma nel modo Y, vorrei ricordare che non stiamo giocando a scacchi, ma al massimo a Monopoli: e i nostri avversari hanno iniziato a giocare con gli alberghi già piazzati nelle caselle migliori. Berlusconi era un genio della comunicazione? Bof, magari qualche buona idea l'aveva, ma soprattutto possedeva i mezzi della diffusione del consenso – e ha passato trent'anni a fare la guerra a chi gliene voleva togliere alcuni. Vannacci è un genio? Ma dai. Vannacci è la dimostrazione che chiunque può fare politica in Italia, se gli Angelucci e i Berlusconi decidono di dargli spazio (e Cairo dopo un po' si allinea). Io se dovessi replicare a chi parla di remigrazione, suggerirei di parlare meno e di recarsi alla buon ora in qualche piantagione di pomodori, perché il dumping salariale non si combatte con le chiacchiere. E poi sì, chi propone di remigrare la manodopera non specializzata ha in mente per i suoi figli un futuro da bracciante, questo dovrebbe essere chiaro. È una risposta che funziona? Sicuramente no. Ma se andasse a reti unificate e in prima pagina sul Tempo, sul Giornale, sul Libero... no, forse non funzionerebbe lo stesso. Anche Vannacci, non è detto che debba funzionare così bene. La gente non è stupida. Non troppo, non tutta, non sempre. 

sabato 13 giugno 2026

Cosa potrei dire su Due spicci


Mi ero segnato di scrivere qualcosa sulla serie di Zerocalcare, che è molto bella, ma quello l'hanno scritto in tanti; per cui mi ero segnato di scrivere qualcosa di critico, o almeno di dialettico, insomma qualcosa che creasse uno spazio di discussione – sapete come funziona qui, no? – ma ecco quel "qualcosa di critico" non so bene in cosa consistesse, non me l'ero segnato: mi ero soltanto segnato di scriverlo, dopodiché ne sono successe tante – Marjane Satrapi, Erri De Luca, Pina Picierno, Vannacci, gli scrutini, e insomma mi sono proprio dimenticato. È quel tipo di cosa che succede sempre in giugno, tante cose da fare tutte assieme, poi per un attimo più nulla, poi di nuovo tante cose, è un mese che ti frega ogni volta: la grandine, i tigli, le cavallette. E faccio strani sogni: ma tanto non me li ricordo. 

Una cosa che non faccio più da quand'ero bambino sono gli incubi. Anche i sogni angosciosi, quelli in cui è successo qualcosa di terribile che per fortuna si dissolve al risveglio – anche quelli, molto rari. Ma è da parecchio che ho notato comunque un problema. C'è una specie di camera di decompressione, tra il sogno e il risveglio, un corridoio angusto in cui devo recuperare le mie generalità, ricordarmi chi è la persona che sta per svegliarsi: e una delle nozioni principali che devo ogni volta riassumere, è che sono vecchio, vecchio: che ho più di cinquant'anni! Nel frattempo il sogno svanisce: è molto raro che me ne ricordi più di qualche frammento. Quel che mi resta quando apro gli occhi, è il senso di vergogna, di panico, che mi dà la scoperta improvvisa che sono un vecchio coi capelli bianchi. E capisco che possa succedere una volta ogni tanto: ma tutte le mattine? Cioè quand'è che il mio inconscio si abituerà alla cosa?

Il mio inconscio, per quel poco che lo conosco, è rimasto in un periodo abbastanza preciso, tra i diciotto e i ventiquattro anni. Non ricordo mai sogni in cui sono più piccolo, né più grande. Mi aggiro per una casa che in linea di massima è quella dei miei: ma non sono più un adolescente, non vado neanche più al liceo. Ho amici e amiche che frequentavo all'università, e quel tipo di desideri e di problemi. Non mi capita mai di sognare case o amici più recenti, per quanto ne abbia avuti. Il mio inconscio si è fermato lì, e da lì vorrebbe ricominciare. Il risveglio lo riporta su una versione della mia vita che non sarebbe interessato a proseguire. Certe scelte, io le ho fatte: lui no; non le condivideva, e non ritiene giusto pagarne le conseguenze. Così ogni volta che mi risveglio da un sogno devo riprendere coscienza degli anni che ho, e ricompierli tutti in una volta. È frustrante, no? Se ogni tanto rileggo qua sopra, non c'è un motivo tanto ricorrente quanto quello del mio invecchiamento personale. Per quanto possa essere un'idea indigesta, il mio io-blog non ha fatto che ripetermela per mesi, anni e decenni: sì che potremmo considerare questa pagina una lunga preparazione, un lento apprendistato alla vecchiaia e alla morte. Inutile, almeno per quel che riguarda il mio io sotterraneo: lui il concetto non lo accetta, non gli interessa, è pronto per andare a Barcellona con una tenda nel baule dell'opel corsa.

Perciò alla fine cosa posso dire. Mi dispiace non aver scritto a caldo qualcosa sull'ultima serie di Zerocalcare che, come le altre sue, mi ha lasciato intontito e soddisfatto. Probabilmente avrei voluto aggiungere qualcosa di controverso sui suoi personaggi, che vanno per la quarantina ma sembrano ancora venticinquenni, e così si comportano – pur calandosi in impicci da adulti. Del resto la fortuna di Zero è cominciata quando è riuscito a cristallizzare sé e i suoi compagni in bozzetti – è il dono e la maledizione di ogni grande fumettista seriale; anche Charlie Brown e Mafalda non potevano invecchiare, non lo prevede il format e non lo avrebbero sopportato i lettori. Zero può giusto alzarsi la fronte, è il massimo che gli è concesso. Chi rileggerà le sue storie tra qualche anno, e le confronterà con quelle delle generazioni precedenti, noterà la mutazione e si porrà il problema: cosa ci è successo, diciamo dagli '80 in poi? Troppa televisione? La fine della civiltà operaia? La crisi del ceto medio? Ecco, mi piacerebbe leggere le risposte che si darà, da un punto di vista che non posso raggiungere. Le mie, di risposte, sono deludenti. A Zero dovrei rimproverare quel che capita a me: di portarmi in giro un ventenne, ovunque vada, che salta fuori nei momenti peggiori e non mi lascia invecchiare in serenità. Esistono sicuramente croci più pesanti, ma questa ci è toccata e di questa dobbiamo parlare, con gli strumenti che abbiamo e la sincerità che ci possiamo permettere. 

domenica 7 giugno 2026

Milano è troppo piccola (per Landolfo e Grossolano)

7 giugno: Beato Landolfo da Vareglate, vescovo di Asti (1070?-1132?)

A Landolfo di Vareglate capitò questa sfortuna, che quando già aveva fatto un lungo pezzo di carriera presso la curia di Milano, e di lui si parlava come un possibile successore dell'arcivescovo Anselmo IV, ecco che scoppiò la prima Crociata, e non solo Anselmo ritenne indispensabile parteciparvi, ma decise di portarsi con sé anche Landolfo. In Terrasanta i milanesi giunsero un po' in ritardo (partirono nel 1100, Gerusalemme era stata presa l'anno precedente), rimediando in compenso una sonora sconfitta in battaglia; lo stesso Anselmo, ferito, sarebbe morto due anni dopo a Costantinopoli. A questo punto Landolfo si ritenne costretto a tornare a Milano, giusto il tempo per constatare che nella Cattedrale si era installato un altro arcivescovo, Grossolano. Era chiamato proprio così, anche se qualche ricopiatore pietoso preferisce tradurre Gresolano. Malgrado il nome, non veniva affatto dalla campagna, anzi era già vescovo di Savona. In quanto tale aveva ricevuto l'ordine di subentrare temporaneamente ad Anselmo finché l'arcivescovo era in guerra; dopodiché appunto Anselmo era morto, e Grossolano aveva dimostrato un certo attaccamento alla cattedra. Landolfo non era del tutto convinto della regolarità della nomina, tanto che ripartì per Roma per chiedere conferma. La sua insoddisfazione è comprensibile, ma bisogna anche dire che rifletteva un malcontento generale: questo vescovo venuto da lontano non piaceva ai milanesi, perlomeno non a tutti; e arrivava tra l'altro in un periodo in cui nella città ribollivano ancora gli umori del movimento patarino. 

Quella dei patarini è una storia lunga e complicata: nell'XI secolo nascono per opporsi alla nomina imperiale di un vescovo inviso al popolo; raccolgono consensi presso i ceti più umili calcando sempre più l'idea di una Chiesa povera, alienata da ogni possesso materiale: afferrano un concetto (la "simonia", il peccato di chi accede a cariche ecclesiastiche corrompendo il clero) e lo estendono a tutta la gerarchia ecclesiastica: i preti che non sono d'accordo con loro sono tutti simoniaci! Vengono per qualche tempo cavalcati dalla Chiesa ufficiale, quel papa Gregorio VII che della lotta alla simonia aveva fatto un manifesto; dopodiché però Gregorio muore, la sua riforma ormai si è consolidata, e di questi propagandisti arrabbiati col mondo c'è sempre meno bisogno, così che qualche vescovo comincia a perseguirli per eresia; ai tempi di Landolfo e Grossolano il movimento stava rientrando, ma non così rapidamente da poter accettare un arcivescovo piovuto da lontano. Così, anche quando Landolfo a Roma aveva ricevuto conferma della nomina di Grossolano, a sfidare l'autorità di quest'ultimo ci pensò uno degli ultimi grandi leader patarini, prete Liprando. Per quando fosse già stato esiliato, scomunicato e mutilato (i nemici dei patarini gli avevano mozzato orecchie e naso), la sua parola in città valeva ancora qualcosa, e nel 1103 la usò per accusare pubblicamente Grossolano di simonia. 

Liprando non aveva le prove, né riteneva necessario raccoglierle (secondo una logica stringente: se Grossolano aveva abbastanza ricchezze per comprarsi una nomina, poteva anche averne per comprarsi i testimoni che lo scagionassero). Il diritto medievale però gli dava un'altra possibilità, che già ai tempi doveva sembrare il retaggio di un passato barbarico: l'ordalia. Il giudizio di Dio. Liprando avrebbe camminato attraverso due cataste di legna di quercia: se non si fosse ustionato, questo era un segno evidente che Dio stava dando ragione a lui e non a Grossolano. Il quale Grossolano ritenne comunque più prudente lasciare la città prima che Liprando entrasse nelle cataste; e non vi sarebbe rientrato mai più. Liprando in effetti sopravvisse alla prova, generando una grande emozione nel popolo accorso a vedere un miracolo, o (male che andasse) un patarino bruciacchiato. Eppure il cronista che riporta la storia (un altro Landolfo, Landolfo Juniore) ammette che sin dall'inizio intorno al miracolo non ci fu consenso: dopotutto Liprando una mano se l'era scottata (ma forse prima di entrare nelle cataste, quindi non contava), e secondo alcuni anche un piede (secondo altri no, gliel'aveva pestato un cavallo). Il successo di Liprando fu relativo, perché papa Pasquale II, dovendo scegliere se appoggiare il fuggitivo Grossolano o i redivivi patarini, scelse il primo. Grossolano restava vescovo di Milano, anche se a Milano non lo facevano entrare. In attesa che qualcosa si muovesse a suo favore, decise di fare un pellegrinaggio, che era il modo più efficace di sembrare impegnato mentre prendeva tempo. Passò a Gerusalemme, e a Costantinopoli partecipò a delle dispute con vescovi greco-ortodossi. Nel frattempo i milanesi nominavano un nuovo vescovo, Giordano, e papa Pasquale decideva di appoggiare quest'ultimo. Grossolano doveva tornare a Savona: ma piuttosto di subire quest'umiliazione, entrò in un monastero a Roma, dove sarebbe morto nel 1117. E Landolfo di Vergiate, nel frattempo? Perché questa all'inizio era la scheda di Landolfo di Vergiate. 

Landolfo non era stato con le mani in mano, anzi. Già prima dell'ordalia di Liprando aveva riconosciuto Grossolano come vescovo legittimo, ed era stato ricompensato da papa Pasquale con la diocesi di Asti. Che è il motivo per cui secondo gli astigiani, Landolfo sarebbe nato nell'oscura località astigiana di Varigliè, e non in quello che oggi è Vergiate (non Vergate), nel varesotto. Asti è senz'altro più piccola di Milano; in compenso il vescovo vi ricopriva anche le responsabilità del governo civile, come feudatario diretto dell'imperatore. E come feudatario diretto, Landolfo trovò il modo di litigare sia con l'imperatore (che assediò Asti nel 1118), sia con un arcivescovo di Milano: che assediò Asti nel 1130. Ebbe insomma una vita piena e avventurosa, ricoprendo responsabilità importanti e compiendo scelte gravide di conseguenze. Tutto questo perché aveva accettato di essere il primo uomo di Asti, piuttosto che il secondo a Milano. Grossolano aveva fatto una scelta diversa, ma alla fine ognuno fa quel che può, nelle circostanze in cui si prova. Mica nasciamo tutti arcivescovi: e di Milano inoltre ce n'è una sola, ringraziando il cielo.


7 giugno: Beata Marie-Thérèse de Soubiran (1834-1889) fondatrice della Società delle Sorelle di Maria Ausiliatrice

Accade per le congregazioni religiose quel che si nota per tante altre opere dell'ingegno umano, che dopo qualche tempo esigono una loro leggenda: in effetti se esistono qualcuno deve averle create, più o meno dal nulla: benché di solito siano il risultato di infiniti dibattiti, lotte e compromessi, tutto questo noioso lavorìo cooperativo deve essere nascosto sotto il tappeto, e sostituito da una bella leggenda di fondazione che faccia risalire il tutto a una grande personalità, geniale, originale. E così passano i secoli, e noi li passiamo a ricordare che Francesco ha inventato i francescani, Domenico i domenicani, Giovanni di Dio i fratelli della misericordia, e così via. Ma è anche un po' vero il contrario: nel senso che Francesco è una figura leggendaria che i francescani hanno definito e modificato a seconda delle loro esigenze, così come i domenicani hanno definito il loro Domenico, eccetera. Molto spesso, volendo risalire davvero al fondatore storico, si notano le cancellature e le correzioni degli agiografi. Con l'età moderna queste correzioni sono diventate un po' più difficili, ma non impossibili. 

Ad esempio nel 1890 il piccolo ordine delle Sorelle di Maria Ausiliatrice viene sconquassato da uno scandalo che è difficile ricostruire – nessuno ci tiene a dire cattiverie sulle Sorelle di Maria – fatto sta che la madre superiora, Marie-François Richer, si dimette dal ruolo che aveva assunto più di quindici anni prima, fuoriuscendo dall'ordine. Le sorelle, che non sopportavano più le "stravaganze" non meglio definite di Marie-François, non devono semplicemente eleggere una nuova madre superiora, ma riscrivere la loro storia. Se Marie-François non è più l'eroina che le ha salvate dalla bancarotta, chi ha fondato davvero il loro ordine? La nuova superiora ha l'idea di riabilitare chi in quella bancarotta forse le aveva proiettate, ovvero Marie-Thérèse de Soubiran. La proposta ha più di un senso: Marie-Thérèse era stata davvero la prima superiora delle sorelle (quando non aveva ancora vent'anni), nonché la nipote di chi l'ordine l'aveva realmente ispirato, il canonico Louis de Soubiran. Certo, ai tempi in cui rivestiva quel ruolo la sua instabilità caratteriale poteva avere creato problemi e imbarazzi (come Francesco e Giovanni di Dio, Marie-Thérèse sembrava soggetta a cicliche crisi depressive). Ma nel 1890 questo aspetto non impensieriva più le ex consorelle. Marie-Thérèse era infatti morta l'anno precedente, e in quanto tale, diventava una figura molto più malleabile. 

Certo, bisognava riscrivere quella parte della storia che attribuiva a Marie-Thérèse una gestione dissennata, misurabile in un debito societario di più di un milione e mezzo di franchi: si comincia perciò a mettere per iscritto l'idea che il dissesto finanziario fosse stato causato da Marie-François, che già qualche anno prima di subentrare alla superiora nel 1873 aveva iniziato a tenere i conti della società: sarebbe stata lei a costringere l'ingenua fondatrice a firmare qualche contratto di troppo. Come andarono veramente le cose non lo sapremo mai: e però Marie-François, dopo aver ottenuto l'allontanamento di Marie-Thérèse – che era arrivata alla Società già trentanovenne, per interessamento dei Gesuiti – era riuscita a rimettere in sesto la Società e a governarla per più di quindici anni. Dopodiché se n'era andata, sbattendo la porta, ed è cosa nota in tutte le società, non solo religiose: quando qualcuno se ne va, tutte le colpe improvvisamente ricadono su di lui; così nel 1890 Marie-François si attirò le stesse critiche che nel 1873 aveva fatto convergere su Marie-Thérèse. 


sabato 6 giugno 2026

Erri De Luca: Bagatelle per un genocidio

In questi giorni ci siamo messi tutti a parlare un po' di Erri De Luca. E questo è interessante. Non capita così spesso che uno scrittore italiano stimoli un dibattito tanto partecipato. Allo stesso tempo, è un po' deprimente: perché questo dibattito non riguarda le opere letterarie di De Luca, ma un'intervistina al Foglio dove fa professione pubblica di sionismo, e le conseguenti reazioni di chi un certo tipo di retorica sionista non la può proprio più accettare. 

Ora, non c'è bisogno di essere più maliziosi del necessario. Io non voglio accusare Erri De Luca di aver voluto approfittare del genocidio palestinese per attirare su di sé quel po' di attenzione che i suoi libri non ottengono. Non credo che l'abbia fatto consapevolmente: non è da lui, né in generale non è l'atteggiamento tipico della sua generazione, che nei guai si cacciava più per istinto che per riflessione (le riflessioni, sempre molto sentite e sofferte, arrivavano in seguito). E però bisogna giudicare i risultati, non le intenzioni. Erri De Luca può vantare un umiliante primato: è forse l'unico scrittore la cui scarsa rilevanza fu attestata da una corte penale; la quale dieci anni fa attestò che, malgrado De Luca avesse incitato al sabotaggio di un cantiere ferroviario, chi aveva effettivamente sabotato il cantiere non poteva essere stato sensibilmente influenzato da De Luca. Io a quel punto fossi stato in lui non so che avrei fatto: non so se avrei gandhianamente protestato contro una sentenza lesiva della mia reputazione, perché per uno scrittore impegnato l'irrilevanza è quasi peggio della galera. Però, appunto: è quasi peggio, così forse avrei festeggiato come lui. 

Ma non stiamo parlando di me, che sono perfino meno interessante. Stiamo parlando di Erri De Luca. Giulio Mozzi ad esempio si domanda: ma perché se la prendono così tanto, visto che il suo sionismo è un fatto noto da sempre? Ecco, appunto, non è che ce la prendiamo. È perfino possibile che la nozione del sionismo di Erri De Luca sussistesse in un angolino della nostra memoria, ma la cosa in sé non faceva notizia; di sionisti in Italia ce n'è tanti, e finché non sabotano manifestazioni o sparano ai manifestanti, non danno davvero fastidio a nessuno. Cosa potrebbe anche averlo un po' tormentato – voglio dire, esiste un intellettuale se non dà più fastidio a nessuno? 


È solo nel momento in cui ha fiutato un'opportunità, ha intuito che si era creato uno spazio interessante, un cono di luce per uno scrittore che avesse il coraggio, diciamo pure la faccia tosta di definirsi sionista nel 2026 – è in quel momento che il suo sionismo è apparso a molti insopportabile. Anche perché c'è una certa differenza a definirsi sionisti prima e dopo un genocidio: c'è chi in questa situazione ha preso dolorosamente le distanze dal sionismo: io stesso, nel mio piccolissimo, non avevo difficoltà a riconoscere un senso storico al sionismo fino a qualche anno fa: è stato il genocidio a dimostrarne il fallimento, e non lo dico solo io: lo dicono anche persone che nel sionismo ci sono cresciute.

Quel che è seguito alla pubblicazione dell'intervista è una fiera dell'ipocrisia alla quale un intellettuale non dovrebbe prestarsi. Nel momento in cui per la prima volta molti italiani sentivano parlare dello scrittore Erri De Luca, abbiamo sentito dire che Erri De Luca veniva censurato – lo abbiamo sentito da gente che mai fino a quel momento ne aveva pronunciato il nome! E siccome il sionismo, malgrado goda ancora di una certa affettuosa copertura sui quotidiani, è diventata un'ideologia francamente impresentabile nelle strade e nelle piazze, un festival letterario ha chiesto a Erri De Luca di non tenere il discorso augurale. Immagino che altri scrittori, al suo posto, si sarebbero resi conto che un conto è professare un'opinione impopolare: un altro è imporla a un intero festival, col rischio che altri scrittori si dissocino, e un po' di pubblico decida di non venire, o di venire soltanto per fischiare la vedette. Un altro scrittore se ne sarebbe reso conto, e avrebbe responsabilmente accettato uno spostamento di calendario – magari un nome più piccolo sul cartellone. Erri De Luca no: anzi, ha colto l'occasione di dichiarare che era il festival a "escludersi da lui". Ne hanno parlato tutti i giornali, e di nuovo su tutti i giornali abbiamo letto che Erri De Luca veniva censurato. Qualche libreria nel frattempo ha messo i suoi libri in vetrina, perché il risultato di questa censura è che si è parlato più di Erri De Luca nelle ultime due settimane che in vent'anni di carriera. Nessuno gli ha impedito di rilasciare dichiarazioni, nessuno ha sequestrato i suoi volumi, nessuno gli ha bloccato i conti in banca, come pochi giorni fa è successo di nuovo a Francesca Albanese. Giusto per ricordare cosa succede quando qualcuno ha veramente idee un po' scomode. 


Tutta questa attenzione, almeno l'avesse attirata scrivendo qualcosa di intelligente, qualcosa che facesse onore alla sua fama di letterato e biblista autodidatta eccetera eccetera: purtroppo no. De Luca, abbiamo detto, ha intuito che c'era uno spazio d'azione, un'idea condivisa che reclamava un intellettuale che la nobilitasse. Questa idea la potremmo chiamare: sionismo dal volto umano. Si tratta di concedere che quello che è successo a Gaza (ma anche in Libano, e in Cisgiordania, e in Iran) sia stato un disastro, e però... questo disastro non dimostra l'inevitabile esito di un'ideologia nazionalista, no. L'ideologia nazionalista va assolutamente bene. Il problema sono i criminali che, non si sa bene come, si sono trovati al comando: i Netanyahu, gli Smotrich, i Ben Gvir, insomma i tristi figuri a cui il sionismo ha delegato il lavoro sporco. Tra un po' ci saranno le elezioni (ragionano i sionisti-umani), e quei criminali se ne andranno: magari anche in galera, perché no? Tanto quel che dovevano massacrare, lo hanno massacrato. Al suo posto sorgerà un Israele onesto e verginale, che riparerà i torti subiti – come dubitarne? Si tratta semplicemente di portare pazienza, tirare il fiato, e ridimensionare il disastro. Per cui ci si attacca alle definizioni, con la testardaggine di certi molluschi: è un massacro, è orribile, catastrofico, ma... vietato chiamarlo genocidio. Non perché non lo sembri, non perché non lo sia. Ma perché bisogna distinguersi da chi critica il sionismo tout court, bisogna mantenere alto l'allarme antisemitismo: tutto qui. Ecco perché un bel po' di opinionisti in Italia continuano a definirsi infastiditi dall'etichetta "genocidio". 

A Erri De Luca però tocca trovare un'altra spiegazione; il suo ruolo di intellettuale-vedette alla fine consiste in questo. Altri si manterrebbero sul vago, ma a lui il coraggio non è mai mancato – e una certa impudenza, forse. Dunque dopo essersi improvvisato biblista, eccolo di ritorno da un convegno in Israele trasformato al volo in un esperto di diritto penale internazionale, in grado di spiegarci in poche righe perché certi massacri sembrano genocidi e non lo sono. Ad esempio: non è genocidio se prima la popolazione viene spostata. Sul serio, ha scritto questo. 

Se si muovono non è genocidio

Ora provate a pensare ad altri genocidi – no, non a quel genocidio lì, l'IHRA definition vi proibisce anche solo di pensarci – ma ad esempio... il genocidio armeno: immaginate che i Giovani Turchi in quel periodo invitino Erri De Luca a un convegno, e dopo un bel buffet con quei dolci che ti cariano i denti anche solo a guardarli, gli chiedano, ebbene Effendi De Luca, che ne pensa: abbiamo genocidiato gli armeni? Effendi De Luca dovrebbe dire di no: e non per la gratitudine di aver pranzato come un pascià – cosa state a pensare – ma proprio perché il genocidio armeno storicamente è il risultato di una serie di convulsi spostamenti di una popolazione che dopo un po', a furia di essere spostata e non nutrita, scomparve. Ma scomparve mentre veniva spostata, e quindi per Erri De Luca non sarebbe genocidio. 

Bene, ora immaginate Amon Goetz che durante lo smantellamento del ghetto di Cracovia – quindi a quel punto certi ebrei erano già stati spostati due volte, invitasse Herr De Luca... no, scusate, la legge contro l'antisemitismo vi proibisce di immaginare questa situazione. Holocaust Inversion! Non pensatela, ripeto: non pensatela. 

Pensate piuttosto a come ci si può ridurre in Italia, quando si campa vendendo libri, i libri si vendono attirando l'attenzione, l'attenzione la ottieni mettendoti tra il pubblico e un massacro. Del resto ognuno fa quel che può con quel che riesce, nel tempo che gli è concesso di vivere: a Erri De Luca è capitata questa congiuntura e può darsi che sarà l'unica cosa che gli sopravvivrà, in qualche eventuale edizione futura del Dizionario Biografico degli Italiani: scrittore a cavallo tra XX e XXI secolo, tentò di giustificare il sionismo durante il genocidio palestinese.

venerdì 5 giugno 2026

Tutto quello che ho capito dell'Iran

Credo sia ingeneroso affermare che tutto quello ho capito dell'Iran, me l'ha insegnato Marjane Satrapi. Lei stessa, se fosse viva e presente (e so di scrivere una sciocchezza, ma è una persona che non ho smesso di sentire viva e presente), lei stessa mi potrebbe obiettare: ma guarda che dell'Iran, tu, hai capito pochissimo: e comunque io – che meritavo allievi più attenti – non sono l'Iran, non ho mai preteso di esserlo; al massimo sono una persona che è cresciuta negli anni della rivoluzione e della guerra ed è scappata e sopravvissuta per raccontare la sua piccola storia; dopodiché ho fatto tanto altro... ma tu continui soltanto a rileggere Persepolis, a guardare Persepolis; sei uno dei tanti che non riesce ad accettare che sono cresciuta, forse perché non sei cresciuto tu. Tutto giusto, tutto vero, e mi vergogno: mi dispiace non averla seguita dopo Persepolis, è un grosso problema che ho con gli artisti che sopravvivono ai loro capolavori, tenga conto che per vent'anni non ho voluto accettare che Paul McCartney avesse inciso dischi dopo il 1969. Mi dispiace non aver studiato qualcosa in più su una nazione che è sempre più importante – certi capolavori sono come dei segnaposti, leggi Kundera e sei a posto con la Cecoslovacchia, leggi Persepolis ed è così facile, l'Iran raccontato con dei disegnini gradevoli, che bisogno c'è di approfondire. E allo stesso tempo, Madame che posso dirle: qualche mese fa, a guardare tv e leggere giornali, sembrava che il futuro della Persia fosse un tizio di cognome Pahlavi. Ci cascava anche gente molto informata, anzi più si informavano più ci cascavano. Io invece pensavo a lei, ai suoi disegnini apparentemente ingenui, e non ci potevo cascare. Avrò anche capito poco, ma l'ho capito bene. 

Proprio perché non ha mai preteso di raccontare una storia che non fosse la sua; ma raccontandola nel modo più impietoso, più sincero possibile. Persepolis non è l'Iran: è una Teheran che all'inizio si dà ancora arie di capitale cosmopolita. La piccola Marjane è figlia di borghesi intellettuali, e nipote di principi comunisti. I pasdaran non nascono nella notte della ragione: sono operai e contadini che si riprendono la capitale. In una delle scene più illuminanti del film, una signora si accorge che il funzionario che potrebbe concedere un visto al marito cardiopatico, il funzionario che ha il potere di vita e di morte su suo marito, è il suo vecchio lavavetri. Quel che è successo nell'Afganistan dei talebani – ma anche nella Turchia di Erdogan: ci piace continuare a guardare il mondo con le lenti che selezionano gli aspetti religiosi, ma dietro alle vittorie dell'integralismo islamico c'è una mera questione demografica: a volte le campagne pesano più delle grandi città, e questo in Occidente non riusciamo a capirlo. Né Marjane Satrapi voleva più di tanto spiegarcelo: lei si contentava di raccontare la sua storia, e a volte basta questo: una storia raccontata con sincerità, tracciando con attenzione le coordinate storiche, economiche e sociali. Probabilmente agli artisti dovremmo chiedere soltanto questo. Non proclami, nemmeno prese di posizione (quelle dobbiamo  prenderle noi), ma storie sincere. Precise, impietose. Certo, tanta sincerità non è per tutti. Può anche ucciderti – non so se sia stato il suo caso, ma già Persepolis lasciava sospettare una insidiosa fragilità. Quella corazza di bugie, mezze verità e silenzi che noi mediocri lasciamo crescere sulle nostre depressioni e le nostre manie, Marjane Satrapi non se la poteva permettere: aveva messo la sua vita in quei disegnini, e non riusciva più ad averla indietro. Non so più che dire, di solito un coccodrillo serve a sentirsi meglio. Ma non credo che sia giusto sentirsi meglio. Marjane Satrapi è morta, mi ha dato tantissimo, e io non le restituirò mai niente. Credo sia giusto sentirsi di merda. 

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