Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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venerdì 15 ottobre 2004

L'ombelico è un problema complesso

Chi crede ai sondaggi e alle inchieste, chi li fa, sembra affezionato a questa idea:
che la gente, interrogata, dica sempre la verità. Gratis. A degli sconosciuti. Quando è già così difficile dirla a sé stessi.

La verità, tutte le volte che mi sono trovato un microfono davanti, mi è parsa la più remota delle opzioni – ma basta parlare di me e del mio ombelico. Parliamo invece di quello di Calozza Clarissa, classe II C, tutta allegra sotto il burqa nero: il motivo di tanta eccitazione?

A domanda risponde che l'idea non è sua, ma della compagna e amica del cuore Belloni Vanessa, che l'altroieri nel putiferio seguito alla circolare a un certo punto ha esclamato: ma perché non facciamo come quelli là di Avezzano? Sabato mattina tutte in burqa! I tradizionali veli afgani sono stati cuciti dalla mamma di Clarissa, sarta part-time. Ah, quindi la mamma è d'accordo… "Le abbiamo detto che ci servivano i costumi di Halloween". Diaboliche: hanno scelto l'unica festa che non compare sul calendario. Non su quello di Frate Indovino (non ancora).

L'amica del cuore Vanessa veramente si è già liberata del travestimento, scoprendo magliettina viola e piercing ombelicale di ordinanza. "Avevo un caldo…". Sì, come no. A metà ottobre è definitivamente autunno, qui: piove da tre giorni, ma di avviare le caldaie scolastiche non si parla. Sono effettivamente i giorni a maggior rischio raffreddore. Ma chi conosce Vanessa ha imparato a non sottovalutare il potere della sua miracolosa epidermide. Peccato sia crsciuta a Grezzano sul Paviglio (MO), e non negli USA: altrimenti Vanessa sarebbe finita dritta negli X-Men in virtù della sua melatonina mutante, che in agosto immagazzina su uno sdraio di Cesenatico il calore necessario a scaldare l'ambiente circostante da settembre ad aprile. Intorno a lei, non è un caso, i ragazzini avvampano. L'ombelico di Vanessa non va in letargo nemmeno a Natale: al rinfresco dell'anno scorso si è presentato in aula magna adorno di un campanellino, jingle bells, jingle bells. Idea copiata da un catalogo sisley, ok, ma tutti abbiamo copiato qualcosa o qualcuno a 16 anni. È comunque probabile che pensasse proprio a quel campanellino il Preside, quando l'altroieri ha pensato bene di riciclare la circolare di Avezzano, cambiare luogo e data e farla girare nelle classi. Una provocazione bella e buona!

Ora, siccome l'amica del cuore Vanessa ha detto che fa caldo, anche a Clarissa tocca aver caldo, e levarsi come minimo il cappuccio: ahi.
Lei pure, a suo modo, meriterebbe di finire in un film di mutanti. Qualcosa tipo The Revenge of Acne Monster. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di effetti speciali.
Clarissa non è brutta, no: è solo inguardabile, e lo sa. Ed ora è nervosa. È nervosa perché ha i brufoli. E ha i brufoli perché è nervosa. Chi può interrompere il circolo vizioso? Chi può impedirle di osservare la sua pelle, sottoporla a un micidiale cocktail di prodotti per l'igiene, massaggiarla compulsivamente, strizzarla, strizzare le strizzate, seguire diete sballate, interromperle con disastrosi abusi alimentari? Chiunque le passi vicino può distogliere lo sguardo, ma lei no: la sua pelle le è sotto gli occhi in ogni momento. Una camicia di forza?

Per ora si leva il burqa, ché alla sua amica non piace già più, e scopre anche lei una magliettina gialla, e tra la magliettina e il cinturone un budello roseo, concentrico: l'ombelico è da qualche parte lì in mezzo: il piercing, se c'è, sta passando un brutto momento. Eppure Clarissa Colozza (La Cozza, per gli amici più fidati) ama il suo pancino: è la cosa più rosea gommosa e liscia che ha. Le lebbra bianca non ha ancora raggiunto il punto vita. Si massaggia teneramente e, interrogata, risponde.

"Sì, il burqa è un modo per protestare contro la circolare del preside, che vuole toglierci la libertà di vestirci come vogliamo, di apparire come siamo. Io credo che i vestiti facciano parte dell'identità di una persona, cioè, se scelgo di mostrare l'ombelico a scuola mica scandalizzo nessuno".

Questo è quanto ha da dirvi Clarissa.
E voi magari le credete.

Passiamo ora a Randolla Domenico, prof progressista, che stamattina già si è alzato male. Il sabato lavorativo non si addice al prof di Lettere: in più, la prospettiva di imbattersi alle nove del mattino nell'ombelico nudo della Cozza gli ha chiuso la bocca dello stomaco a metà colazione.
"E dire", pensa lui, "che la ragazza avrebbe anche stile. Certe acconciature… i golfini che portava l'anno scorso… la Belloni, quella specie di velina in trentaduesimo, ha copiato un sacco da lei. Eppure…"
Sull'autobus Randolla continua a riflettere sull'apparente mistero: ogni anno, 'ste ragazzine si scoprono un po' di più, e lo eccitano un po' di meno. Per fortuna, eh! Però la cosa è triste, ti dà proprio l'impressione di invecchiare. "Quand'è l'ultima volta che mi sono eccitato per una ragazzina? vediamo…"
Poi gli viene in mente un film, non si ricorda neanche il titolo, ma inglese. Roba da ggiovani – era rimasto sulle poltrone in fondo per paura di imbattersi in qualche alunno suo. Il protagonista, appena disintossicato dall'eroina, andava in discoteca e si faceva immediatamente agganciare da una ragazza, che se lo portava in casa. La ragazza non era niente di speciale, la situazione non era niente di speciale, la scena di sesso niente di niente di speciale. Ma poi…
Al mattino, quando il protagonista si sveglia, ha una visione abbacinante: la ragazza si sta vestendo. Una gonna blu, una camicia azzurra, e… forse persino una cravatta. Un'uniforme! L'uniforme di una scuola britannica!
In quel momento, il protagonista realizza che è stato sedotto da una minorenne.
E il prof Randolla, appeso al trespolo dell'autobus, ripensandoci ha un'erezione.

Ora che è arrivato sul luogo di lavoro, e ha assistito scotendo la testa alla manifestazione finto-talebana, se gli mettete il microfono davanti vi dichiarerà:
"Guardate, io mi considero un progressista, ma stavolta mi sento assolutamente dalla parte del mio preside. La libertà non consiste nello scoprire un centimetro in più di pelle, come ritengono questi studenti. Sono loro piuttosto a essere schiavi di una moda sempre più esigente. Qui rischiamo di creare un nuovo tipo di emarginazione, non più sociale, ma estetica: chi non entra in una camicetta, chi non si può permettere di mostrare l'ombelico, resta fuori dal gruppo. Io, fosse per me, re-introdurrei le uniformi, come in Inghilterra. Le ragazze… e i ragazzi, devono capire che a scuola sono tutti uguali, non c'è il ricco e il povero, e nemmeno il bello o il brutto. C'è solo chi si impegna e chi no. Essere uguali davanti a chi vi giudica: questo è il vero senso della libertà".

E questo è quanto ha da dirvi il prof. Randolla.
E magari voi credete pure a lui.

mercoledì 13 ottobre 2004

Sprangate Mario 


"Leonardo, la tua missione di stasera è la seguente:
in 6000 battute devi infilare Eugenio Scalfari, Quentin Tarantino, la Gialappa's Band, Stan Lee, Umberto Eco, Renzo Arbore, Silvio Berlusconi e Liala, usare al meno una volta la parola "generazione", le prime righe dell'Inno di Mameli e una citazione dall'Antico Testamento a scelta.
Il brano deve inoltre riassumere l'evoluzione dei gusti e dei costumi degli italiani negli ultimi 15 anni, e terminare con un invito alla speranza.
Questo cappello introduttivo si autodistruggerà in 90 sec… – puf.


Ora (e poi magari cambiamo argomento), se dovessi riassumere in due parole gli anni '90, per prima userei "autoindulgenza". Questo è lo spirito profondo del Bar Mario: un posto dove tutti possiamo continuare a essere quelli che siamo, con le nostre discussioni sul campionato, le partitine, il flipper, eccetera. Senza bisogno di uscire, perché fuori non c'è nulla di meglio, anzi: sono gli altri che spingono per venire al nostro bar (e noi li fermiamo alla frontiera).
L'altra parola che userei è "sdoganare", che ha assunto un significato nuovo proprio in quel decennio, in un contesto che davvero più significativo non si può. I più anziani se lo ricorderanno: la usò il fondatore del gruppo L'Espresso/Repubblica (Eugenio Scalfari) per riferirla al fondatore del gruppo Mediaset/Mondadori (Silvio Berlusconi). L'oggetto "sdoganato" in questione era il Movimento Sociale di Gianfranco Fini, uno dei tanti oggetti trash degli anni '80 che nel decennio seguente è diventato qualcosa di importante, con cui fare i conti, un fenomeno sociale, di costume, una pagina di Storia, fratelli d'Italia l'Italia s'è desta (la simpatica marcetta che negli ultimi anni si sente cantare con sempre minore ironia). Ma tra mondo-Mediaset e mondo-Espresso c'è veramente poco che in quegli anni non sia stato "sdoganato", rivalutato, riabilitato, elevato a fatto di costume e quindi di cultura.

Ma c'è poi differenza con i due innamorati postmoderni di Eco (ne parlavamo qui), quelli della frase "per dirla con Liala, ti amo disperatamente?" Sì: la differenza è che quei due 'citavano' Liala (e la citazione non poteva non andare senza ironia); i loro fratelli minori post-post-moderni la 'sdoganano': niente più ironia, Liala diventa un'autentica maestra di vita. Ed ecco che in libreria arrivano nuove scrittrici (e scrittori) che a Liala si rifanno senza pudore, anche con un certo orgoglio.
Ecco il limite di postmoderno e parodia: per funzionare, hanno bisogno di una comunità di fruitori che condivida tutta una serie di conoscenze: ergo, non possono durare molto più di una generazione. Poi, fatalmente, vengono fraintesi, presi sul serio, 'sdoganati'. La parodia diventa copia conforme all'originale, l'ironia sempre più rarefatta, fino a scomparire del tutto, in una nuvoletta di autindulganza. Uno rimasto in pieni anni '90 è Tarantino: lui non si prende gioco della 'pulp fiction' che ha nutrito il suo immaginario: l'ha sdoganata da un pezzo e adesso la rimette in scena, semplicemente. Mette una dozzina di boss giapponesi intorno a un tavolo, ci scappa una testa mozzata e lui spiega: la scena si rifà ai Yakuza movies. Tutto qui? Sì, tutto qui. Dobbiamo ridere? No, non fa ridere. Dobbiamo semplicemente passarci il tempo, siamo al Bar Mario e stiamo riguardando per l'ennesima volta quel film con Bruslì. O i cartoni dell'Uomo Ragno, riveduti e riadattati al 2004, ma filologicamente fedeli agli albi originali di Stan Lee. Allora vien voglia di andarseli a rileggere davvero, gli albi di Lee, per scoprire una cosa piuttosto curiosa: era più ironico lui, nei confronti di un modello narrativo ormai troppo rodato e ridicolo (Superman, di cui l'imbranato e caustico uomo ragno era già parodia), che Sam Raimi, nel 2004, con la sua pretesa di dare evidenza plastica e drammatica a un Doctor Octopus che quarant'anni prima era solo uno spauracchio per bambini. Stan Lee era postmoderno! Noi, al confronto, poveri primitivi. Ecco, non c'è nulla di nuovo sotto il sole.

Un altro esempio, prima di morir di noia. Due decenni riassunti in due programmi tv: Indietro Tutta e Mai dire Gol.
Cosa hanno in comune? Sono due trasmissioni caciarone e, in modo diverso, innovative (vogliamo usare la parola? Rivoluzionarie). Entrambe arrivano a rivoluzionare la tv attraverso l'improvvisazione. Entrambe fanno tv al quadrato: Indietro Tutta è una parodia del quiz nazional-popolare, Mai dire Gol comincia a parodiare le interviste dei calciatori e poi dal calcio finisce a invadere tutto il palinsesto, fino alla recente reincarnazione in Mai dire Grande Fratello.
E cosa hanno di diverso? Per prima cosa, la durata. Arbore mise fine bruscamente all'esperimento Indietro Tutta dopo neanche una stagione: niente repliche. Aveva capito quando fermarsi. Non si può improvvisare in eterno: prima o poi si finisce per fossilizzarsi negli stessi riff. Ma non poteva rendersi conto nel 1987 di quanto le ragazze coccodè o il cacao meravigliao non fossero una presa in giro di una tv che non c'era ancora, bensì l'anticipazione della tv che ci sarebbe stata, tutta tette e televendite, sempre più sorrisi e sempre meno ironia. O forse sì? Si era reso conto che, invece di ridere della pessima tv, l'aveva 'sdoganata'? Può darsi: in seguito ha lasciato il Paese e si è dato alla missione di sdoganare le orchestre di liscio nel mondo.
La Gialappa, per contro, sta per riuscire in quello che non è riuscito a Pippo Baudo o Corrado: sopravvivere a Mike Bongiorno, diventare i conduttori più longevi della tv italiana. A differenza di Arbore, che ha rotto il giocattolo appena ha capito che stava diventando qualcosa di serio, Mai dire Gol è diventato negli anni lo sdoganatore per eccellenza. I calciatori hanno imparato a dare risposte buffe per guadagnarsi un passaggio televisivo in più: le bellone hanno imparato a ridere a bocca spalancata. Dai e dai, con due o tre battute fuoricampo si sono sdoganate pure le ballerine. E i reality show. A 15 anni di distanza, la domenica sera di Italia 1 è diventato un festival dell'autoindulgenza: tette e culi come al drive-in, ma si ride meno. Si ride, più che altro, per inerzia, perché abbiamo sempre riso e la regola del Bar Mario è che si fanno le stesse cose, sabato briscola e domenica gialappa.

Per chi ha resistito fin qui, ho una buona notizia: i '90 sono finiti. Non c'è più niente da sdoganare: è tutto perfettamente regolare, ora, tutto meravigliosamente borghese.
E quindi, ora, possiamo ricominciare a spaccare tutto con rinnovato rigore. Spegnere la tv e sprangare il bar, con quel pezzo di merda di Mario che ha messo la piadina a tre euro e ottanta. Non c'è nulla di nuovo sotto il sole: al tramonto segue l'alba, infallibilmente. Ci vediamo di là.

lunedì 11 ottobre 2004

2 bar
Dietro al banco c'è un mutuo / che il cliente non sa
Lomas, banchi del bar

Al mio paese, che non esiste, ci sono due bar, che per comodità chiameremo.

Il primo è a due isolati da qui, ma per andarci occorre comunque una macchina. Insegna al neon, bancone luminoso, ampia scelta di superalcolici. Molto fumo in giro, fumano tutti, nessun divieto. Niente televisione. La manopola della radio si è ossidata col tempo su un'unica stazione, che manda classici fuori dal tempo cantati da eroi sbattuti con la voce molto roca – in pratica manda solo Tom Waits, tutto il tempo. Il bar si chiama, non potrebbe non chiamarsi, Roxy.
Sotto 35 anni non si entra al Roxy Bar, né serve esibire la patente, le cicatrici bastano. E poi bisogna essere maschi, il Roxy è una fantasia maschile. È il posto dove ci si rilassa verso il tramonto della propria vita spericolata: si raccontano le vecchie storie, i casini da cui siamo saltati fuori, insomma le solite cazzate. Il Roxy è, per dirla tutta, il punto di arrivo: è a due isolati da qui, ma per arrivarci occorre avere fatto il giro del mondo, il periplo delle terre conosciute e no.

In una vecchia storia dei Simpson, Bart sogna una cosa che abbiamo sognato tutti: diventare una rockstar. Ma nel sogno non si sofferma troppo sulla sua ascesi musicale, sulle folle in delirio e sulla vita da backstage: gli preme arrivare subito al dunque. In pratica dopo pochi secondi Bart si vede già in crisi d'astinenza, riverso seminudo su un divano con la bava alla bocca, mentre un Milhaus cappellone lo rimprovera: "Una volta ti facevi solo di musica!" Una volta, già. In quel momento la nuvoletta del sogno scoppia, e Bart esclama: Fico! Questo è il vero sogno dell'aspirante rockstar: non l'ascesa, non il trionfo, ma quel che viene dopo: un viale del tramonto imboccato a duecento all'ora, e poi una strana sopravvivenza. Le rockstar vere sono tutti esseri sovrumani, reduci da stravizi di ogni tipo. Hanno fatto il giro del mondo in lungo e in largo, e ora bevono whisky al roxy bar. Ogni tanto mettono in giro un disco nuovo, rigorosamente simile ai vecchi, giusto per far notare che ce l'hanno fatta, sono sopravissuti, sono eterni.

Ora, la cosa interessante non è che Vasco ci stia speculando più o meno da 15 anni, su questa estetica del sopravvissuto; ma che tutto sommato avesse previsto tutto molto prima, e per giunta a Sanremo, cantando Vita spericolata. Come a dire che in realtà l'hanno fondato dei giovinetti, il Roxy Bar. Scientemente hanno deciso: ora vado, mi sbatto, mi faccio questo e quello, e tra vent'anni se sopravvivo vi offro da bere. Questa, se volete, è un'altra interpretazione degli '80: non ci si distruggeva più per sfondare le porte della percezione ('67) o per autodistruggersi semplicemente ('77), ma per il gusto di diventare protagonisti di una narrazione: ascesi, trionfo, caduta, sopravvivenza. In fondo, il vero gruppo rock del periodo sono stati gli Aerosmith.

L'altro bar sta sotto casa, ci passo più spesso. C'è un flipper, un biliardo, quattro pensionati a un tavolino di briscola, la Gazzetta dello Sport e il Resto del Carlino spiegazzati sul congelatore pieno di ghiaccioli e coppe del nonno. La birra è acquosa, il caffè è buono. Il gestore si chiama Mario. Immaginatevelo come il barista dello spot della Peroni – in realtà si tratta proprio di quel bar, coi suoi personaggi, la vecchina, il vitellone, la coppietta, la cassiera imperiosa, eccetera. Il Bar Mario è un po' come la tv generalista, non ha barriere di ceto o di genere; perlomeno non vorrebbe averne.

Il generalismo è un'utopia molto italiana: nel resto d'Europa i ricchi non entrano nel locale dei poveri, le donne non siedono al bancone degli uomini (lasciate stare le capitali, andate a vedere in provincia). Ma anche qui da noi, mi chiedo fino a che punto il Bar Mario esista davvero, se pure è mai esistito. Forse abbiamo cominciato a sognarlo, nelle canzoni e negli spot, quando è scomparso, quando i giovani hanno preferito i luoghi per giovani e gli anziani il circolo anziani. Salvo sentire gli uni la mancanza degli altri. Il Bar Mario sembra eterno: in realtà è più nuovo del Roxy, è un'idea di 15 anni fa. È il ritorno del quartiere, dopo un periodo in cui non ci si rivolgeva più la parola tra vicini. E il ritorno del dialetto.

Il dialetto, da noi, non era mai scomparso, ma tra '70 e '80 ha vissuto un brutto momento. I genitori lo usavano tra loro, ma ai figli parlavano soltanto in italiano. L'italiano fiammante della tv. E dopo l'italiano sarebbero venute le altre lingue importanti: l'inglese per girare il mondo, il tedesco per fare affari.
Il dialetto è arrivato dopo. È una lingua che non è ammessa al Roxy Bar: i clienti del Roxy sono gli sradicati per eccellenza. Ma i ragazzini degli anni '90 sono andati al bar di Mario a impararlo. È una lingua che non serve a girare il mondo, e in fondo neanche a comunicare: il suo fine principale è farti sentire a casa tua. Questo soprattutto è il Bar Mario: la tua casa. Coi suoi personaggi, sempre più o meno gli stessi.

Roxy Bar e Bar Mario sono due idee della provincia, da due decenni l'un contro l'altro armati, Vasco contro Ligabue, e ora tocca pronunciarsi, scegliere dove vorremmo essere stasera. Forse in nessuno dei due.
Il Roxy, è vero, è più cosmopolita: per arrivarci occorre viaggiare, vivere, stravivere, pentirsi ed eccetera. Mario, per contro, è un ormeggio ideale per un cordone ombelicale: a dodici anni verrai a prendere i ghiaccioli, a venti la birra, a venticinque ci porterai la morosa, a trenta la lascerai a casa e vincerai il primo torneo di pinnacolo, e così via, fino alla pensione.
È un posto più umano, senza dubbio. Mentre il Roxy in fondo è un covo di solitari che la raccontano a sé stessi, da Mario l'atmosfera è più comunitaria. Sennonché alla lunga ti viene a noia quell'aria di casa, quella mutua società di sorveglianza. È una delle cose che mi è piaciute di più di Lavorare con lentezza: il modo in cui un luogo mitico come il bar di periferia si trasforma lentamente in qualcosa di sinistro, i vecchietti con la pipa e il Resto del Carlino smettono di sembrare saggi e inoffensivi, e tutti i personaggi capiscono che è ora di cambiare aria. Quel che m'indispone di Mario è quella parvenza di eternità, quel suo voler abolire la storia, pretendere che tutto andrà sempre così, tanto Mario riapre prima o poi. E sì, verrà un giorno che il vitellone perderà al flipper, "ma per fortuna non oggi".

Alla fine, non vedo perché dovrei vergognarmi a dirlo: entrambi i bar mi hanno un po' stancato. Mi ha stancato l'epica del rocker, quel modo di conquistarsi la gloria a mazzate sul fegato, mi ha rotto Tom Waits, forse anche Capossela, da quando ho un blog grazie al cielo bevo un po' meno. E mi ha stancato anche il circolo di quartiere, la piccola comunità con la sua piccola antropologia, i suoi usi e i suoi costumi. Forse è l'età, forse sono di quelli che invecchiando si trovano un hobby e non escono più di casa. No.
(No, scherzo. In realtà mi troverai in qualsiasi posto tu voglia offrirmi da bere).

venerdì 8 ottobre 2004

Senza fare alcuno sforzo. 

Niente post, soltanto spot: questo è il film che dovreste andare a vedere nel weekend (seguirà dibattito). Se siete un po' nostalgici del '77 a Bologna senza mai esserci stati; se invece c'eravate e manco per sogno ci tornereste; se amate la radio (e i blog), se avete un programma (o un blog); se anche odiate la radio (e i blog); se lavorate tanto (e guadagnate poco); se lavorate poco (e guadagnate uguale); se siete studenti e non apprezzate i carabinieri; se siete i carabinieri e non apprezzate gli studenti; se siete figli d'operai e non apprezzate un bel niente; non so com'è che sia andata, ma Chiesa e i Wu Ming hanno fatto un film che può piacere a tutti. A me sembra proprio a tutti. Questo è il generalismo che mi piace. (Al limite, se il vostro amico nicchia, ditegli che ci sono le donne nude e il kung fu). In che cinema lo fanno? Qui.

martedì 5 ottobre 2004

Dicono che col tempo arriverò

Biagio Antonacci resterà, per molti versi, un enigma, la cui soluzione magari sarebbe a portata di mano, ma è troppo banale… gli conviene restare un enigma.
Per esempio: da dove viene? Da Rozzano (periferia dell'anima). Quanti album? Otto, mi dicono. Quante copie vendute? Mah. Quando ha sfondato? Boh? Quelli degli anni '80 risponderanno: "Nei '90!", quelli più giovani sbigottiti replicheranno: "Come! Non è roba vostra?". Antonacci ha sfondato in un momento in cui erano tutti distratti: poi è rimasto lì, e tutti gli hanno fatto un po' di posto.
Le canzoni di Antonacci parlano d'amore e dei problemi della vita di tutti i giorni. La vita di tutti i giorni, nel 2004, è una gran palla, e non è colpa di Antonacci – anche se –

In una vecchia striscia di Net To Be di Grassilli (che è ripartita), la voce di un autoradio annuncia qualcosa come "e ora, dopo un breve cenno al traffico, ascoltiamo assieme 22 successi di Biagio Antonacci". C'è un motivo per cui le sue canzoni sembrano fatte apposta per Isoradio? E di lunghe file di anabbaglianti nella nebbia o sotto la pioggia. Siamo tutti anonimi in una coda in valpadana, e siamo anonimi anche nelle sue canzoni. La sua voce sembra poter uscire solo da lunotti e portiere, è una voce che sa di arbre magique, di camogli all'autogrill, è una voce nel deserto di attese infinite, col tergicristalli per metronomo. A chi può piacere una canzone di Antonacci? E perché la gente si ostina nelle stesse code, ai caselli, agli ipermercati, ai multisala? Ci ha fatto paura, rabbia, e poi tenerezza, il consumo di massa: ora, solo una gran stanchezza, con qualche soprassalto di malinconia.

Un po' colpa mia, un po' colpa tua.


Nel 1982 Giuni Russo fu rivoluzionaria, sfondando una porta aperta con un desiderio banale: voleva andare al mare per le vacanze. Biagio Antonacci fa qualcosa di simile nel 2004, con una proposta che più banale non si può: ci sposiamo? Eppure anche lui cavalca un'onda lunga: c'è un gran desiderio di sistemarsi, in giro. (Perfino Tim ha congedato il mastino marpioncello per imbastire una campagna intorno alla stessa domanda: mi sposi? E anche nei film, ormai, l'adulterio è fuori moda).

Allo stesso tempo, questa voglia di accasarsi è già pesante, insostenibile, come una coda in autostrada, come una strofa di Antonacci. Che parte già come un'ammissione di colpa: (Un po' colpa mia). Anzi: un concorso di colpa (un po' colpa tua). Si capisce che hanno litigato e stanno facendo la pace. Il litigio rimane in controluce, non è il caso di indagare: assomiglierà a tutti i bisticci tra innamorati che vanno in tv al pomeriggio. Quando Antonacci canta "Dicono che per stare insieme a te / Bisognerebbe darti e mai privarti…", quel "dicono" potrebbe provenire dal coro di una qualche trasmissione di Maria De Filippi. Una commissione di esperti di relazioni di coppia, ragazzini modelli psicologi e magari un prete, gente che sviscera il torto dalla ragione, e argomenta, e s'accapiglia, eccheppalle.

Passati i tempi in cui Giuni sulla spiaggia chiedeva al partner "slacciami il bikini". Quanto sono diventati pesanti, i rapporti di coppia, ci avete fatto caso? Anche tra ragazzini, a sedici anni hanno già storie lunghe e tormentate, Giurami che, ti giuro che, lunghe colonne di torti subiti (è un po' colpa tua) e cazzate da farsi perdonare (è un po' colpa mia). Quante esigenze del partner da mettere in conto, quante tentazioni a cui resistere. Tanto che è nato un vero e proprio genere: la canzone per chiedere scusa, magistralmente lanciata da Tiziano Ferro con Xdono, e poi clonata un po' da tutti. Se ha tanto successo, è perché funziona. Soprattutto da un punto di vista commerciale: se vuoi una canzone perché ti piace, ti basterà scaricarla da internet. Ma se vuoi regalarla alla tua ragazza per farti perdonare, ti conviene svenarti al megastore, e farti fare un pacchettino. Stessa cosa se vuoi chiederle di sposarti: anellino e CD di Antonacci. Funzionerà? Non lo so, ma al giorno d'oggi il cantante pop si trova a un bivio. O si mette a produrre semplici veicoli per suonerie (e c'è già chi ci prova), o insiste sui sentimenti impegnativi, quelli che fanno muovere il culo dell'utente fino al rivenditore più vicino.

Delle due, Antonacci ha deciso la seconda: canterà le gioie dell'amore coniugale. Convivendo è un vero manifesto. Il ritornello dice tutto: Io ci voglio credere. Non ha detto che ci crede: ha detto che ci vuole credere. Perché in una bugia c'è la verità di vivere. Voi, a quei due, quanto gli date? Onestamente. Tre mesi, sei, un anno? Ma voi siete i soliti ascoltatori disincantati. Non andrete al megastore sabato pomeriggio a cercare il cd di Antonacci, magari lo evitate proprio il megastore, c'è sempre fila alle casse. Anche in autostrada evitate le file, quando potete. Antonacci non canta per voi. Canta per quelli fermi in corsia da un'ora, quelli che stanno andando a comprare un letto in kit all'ikea, quelli che ci vogliono credere.
Quelli che non hanno alternative, insomma.
Voi ne avete?

Sull'altra corsia, quella tutta vuota, mi piace immaginare Giuni che sfreccia a tutto gas (niente limiti, neanche cinture), salutando i ragazzini fermi sui ponti, che non hanno ancora pensato a tirare sassi ingiù. Lei sta andando al mare per le vacanze: noi stiamo tornando indietro, a passo d'uomo, e abbiamo deciso che vogliamo crederci, convivendo.
Niente nostalgia, s'intende: stiamo molto meglio di noi. Abbiamo macchine migliori, superaccessoriate e iperveloci (anche se andiamo a passo d'uomo); abbiamo modi più sofisticati di divertirci. Forse siamo persino più intelligenti, almeno, abbiamo un sacco di esperienza in più, conosciamo già un sacco di errori che sono stati fatti prima di noi, un sacco di strade che non hanno portato a niente.
Così noi restiamo su questa, massiccia, affollata, e non svoltiamo più: finito il tempo in cui si poteva ancora svoltare. Dal momento che siamo qui, non ci resta che crederci, e noi ci vogliamo credere, infatti.
Convivendo.

[fine, oh!]

venerdì 1 ottobre 2004

Per farsi un'idea:

Un po’ colpa mia, un po’ colpa tua, sposiamoci
In una bugia c’è la verità di vivere
Prima che io, prima che tu, si cambi idea
E le nostre pagine più belle
vengano distratte dagli amanti che
Fanno di me, fanno di te, la fantasia
Che io (come te) ho ancora paura di perdere
Le distratte corse libere nei cuori
A volte fanno meglio delle grandi cose.

Dicono che col tempo arriverò
A far convivere io e te l’amore
Dicono che per stare insieme a te
Bisognerebbe darti e mai privarti…

Io ci voglio credere – e tu?
Io ci voglio credere, convivendo
Io ti voglio vivere – e tu?
Io ti voglio vivere, convivendo

Un po’ colpa mia, un po’ colpa tua, tocchiamoci
Nel nostro letto preso e montato di sabato
Passiamo ore a fare e disfare e a miagolare
Giurami che, ti giuro che, non finirà

Perché quello che noi abbiamo dentro è grande
(O perlomeno pari all’impossibile)

Dicono che col tempo arriverò
A far convivere io e te l’amore
Dicono che per stare insieme a te
Bisognerebbe darti e mai privarti…

Io ci voglio credere (e tu?)
Io ci voglio credere, convivendo
Io ti voglio vivere (e tu?)
Io ti voglio vivere, convivendo
Convivendo – convivendo – convivendo

Biagio Antonacci, 2004, Convivendo

Segue dibattito.

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