Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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giovedì 16 maggio 2013

Delenda Cologno XIX

Mentre aspettiamo una sentenza - l'ennesima - ripetendoci che non è importante, che non cambia nulla, che ci sarà sempre un grado ulteriore o un lodo o qualcos'altro, e che poi la via giudiziaria non è che ci interessi così tanto, non è coi processi che si vincono le battaglie, eccetera... mentre aspettiamo di sapere se Berlusconi farà cadere il governo o no, a questo punto senza nemmeno capire se preferiremmo di no... può essere utile ripassare cos'è l'antiberlusconismo. Perché siamo antiberlusconiani, lo siamo sempre stati, però ultimamente il concetto si è un po' aggrovigliato. La confusione è così grande che abbiamo sentito molti osservatori autorevoli accusare Bersani di aver perso le elezioni a causa del suo antiberlusconismo; e tutto questo mentre un movimento nato dall'antiberlusconismo viscerale e manettaro, un movimento che ha tra le sue parole d'ordine "psiconano" e "al Tappone" e si batte per l'ineleggibilità di B. passava dallo zero al venticinque per cento dei suffragi. E allora? E allora forse esistono tanti antiberlusconismi diversi, e non c'è dubbio che quello di Bersani non sia risultato il vincente.

Esiste un antiberlusconismo morale, anche un po' moralista, che partendo da un assunto sotto sotto reazionario (la decadenza dei costumi, non ci sono più le lucciole, ecc.) prende la figura di Berlusconi e le addossa tutte le responsabilità addossabili. Quando non c'era lui l'Italia era in bianco e nero ma meno sboccata, meno pacchiana, eccetera eccetera (qui il morale vira verso l'estetico: l'altra sera, mentre su canale 5 ci spiegavano di nuovo che Ruby è una pecorella smarrita, su Rai YoYo la fatina della Buona Notte si presentava allo special sulla Festa della Mamma in borghese con tacco 12; non è mica colpa di Berlusconi, però... però certe cose ce le ha portate lui, e adesso non sappiamo più come gestircele, straripano dappertutto, anche in quelle zone che una volta presidiava il Mago Zurlì).

Esiste un antiberlusconismo giudiziario, che in effetti nasce più dalle pagine della cronaca giudiziaria che da quelle politiche; è un fenomeno un po' manettaro, ma almeno ha il pregio di restituire contorni reali al personaggio. Berlusconi può rappresentare tante cose della storia d'Italia, ma quando va alla sbarra è un cittadino come gli altri, che ha commesso alcuni reati. Fin qui sarebbe anche semplice. Il problema è quando ci si sposta sul piano politico. Gli antiberlusconisti giudiziari vagheggiano il giorno in cui un giudice cancellerà B. dalla politica italiana, con un clac di manette o un semplice colpo di martelletto; quel giorno però non arriva mai, e questo li snerva. I più informati probabilmente a questo punto sanno benissimo che non c'è legge sull'ineleggibilità o interdizione dai pubblici uffici che tenga: nessuna legge vieterebbe a B. di continuare a finanziare il suo partito, intestandolo a prestanome o membri della famiglia. A questo punto però l'antiberlusconismo giudiziario è forse prigioniero delle sue cerimonie, dell'attesa del martelletto fatale, della manetta che prima o poi scatterà. È abbastanza improbabile che succeda (se non altro vista l'età dell'imputato), ma nel frattempo l'antiberlusconismo giudiziario continua a vendere bene, in edicola e in libreria.

Esiste un antiberlusconismo agonistico, non mi viene in mente un altro aggettivo con cui definirlo: è l'antiberlusconismo di quelli che B. lo vogliono "battere alle elezioni": sottointeso, ad armi pari. In realtà si sottointende un'enormità... (continua sull'Unita.it, H1t#179).

 In realtà si sottointende un’enormità, perché B. non usa armi legali: ha a disposizione un patrimonio immenso, accumulato con metodi discutibili, come per esempio la corruzione (possiamo dirlo ormai, ci sono le sentenze). Dispone di una corazzata mediatica un po’ ammaccata ma ancora senza rivali per potenza di fuoco in Italia, e lo si è visto in campagna elettorale: B. non è riuscito a vincere, ma riesce ancora ad evitare che vinca qualcun altro. Cosa significa “batterlo alle elezioni”? Con che risorse, visto che lui ne ha di enormi? Con che televisioni? Non si sa, non si è mai capito. Gli antiberlusconiani agonistici sono di solito tipi sportivi, pronti a gettare il cuore oltre all’ostacolo: prima o poi, lasciano intendere, gli italiani tiferanno per loro, ammireranno la loro sportività, il fair play del galletto che sfida la faina al giro dell’aia. Finora son tutti finiti male (Occhetto, Rutelli, Veltroni), però magari questa volta chissà.
Esiste un antiberlusconismo politico, ben rappresentato in parlamento ma abbastanza minoritario nel Paese. Lo professa chi è convinto che Berlusconi, al di là di questa o quella sentenza, sia un vulnus per la democrazia italiana; vulnus però in latino significa ferita: qualcosa che non si rimuove, non si asporta, ma si deve in un qualche modo rimarginare. La politica dovrebbe quindi trovare una via per la riappacificazione tra gli antiberlusconiani e i milioni di persone che in B. hanno continuato a credere per tutto questo tempo, perché poi la politica consiste in questo: nel fare la pace. Sennò è guerra.
Esiste un altro antiberlusconismo, poco conosciuto, che appunto prevede una situazione di guerra civile. I pochi ma affezionati lettori del mio blog lo conoscono con l’espressione Delenda Cologno (Bomb Cologno per gli anglofili). Esso parte da un assunto che tutto sommato condividono tutti gli antiberlusconiani, e ha l’unico torto di trarne le estreme conclusioni: siccome B. è un vulnus per la democrazia, siccome è stato il protagonista non di questo o quel caso giudiziario, ma di una violazione sistematica della nostra costituzione; siccome questa violazione non è l’opera di un singolo uomo, ma di un’azienda che in vent’anni ha caparbiamente difeso una posizione di monopolio evidentemente illegale – non resta che requisire quest’azienda, espellendone la dirigenza. Un atto politico, non giudiziario; preso da leader politici, con il consenso dei loro elettori. Un simile consenso è tutt’altro che fantascienza: basta sommare i risultati elettorali di PD, Sel e M5S per rendersi conto che un fronte antiberlusconiano, in Italia, ci sarebbe. Purtroppo Beppe Grillo ha altre priorità (è molto più ossessionato dalla Rai che da Mediaset), e anche la dirigenza del PD non sembrava entusiasta. Insomma, non dovremmo parlarne più.
Ma io ne parlo ancora. Non sono un antiberlusconiano morale, non credo che sia colpa sua se anche la fatina della buona notte sta sui trampoli con un décolleté innaturale; non sono un manettaro, mi dispiace se in alcuni casi B. ha sfruttato la prostituzione ma non credo che sia questo il vero problema; non sono un antagonista, preferirei che nessun leader gareggiasse con lui in piacioneria o in fundraising o in qualsiasi altra categoria; non credo nella pacificazione, o meglio credo che sia inevitabile, non appena B. sarà in esilio e la sua azienda smontata e rivenduta a imprenditori onesti. Non penso che la mia prospettiva sia realistica, ma ho la sensazione che sia l’unica razionale: ora e sempre, delenda Cologno.http://leonardo.blogspot.com

mercoledì 15 maggio 2013

Angelo zappa per me


15 maggio - Sant'Isidoro lavoratore, contadino col pilota automatico (1070-1130)


Un altro Isidoro; questo non si nasconde in remoti conventi, non soffre di misteriose patologie e non inventa Internet; al limite può essere considerato il primo utilizzatore di un pilota automatico, perché è sostituito nelle sue incombenze da un angelo che si mette a zappare quando Isidro ha bisogno di pregare; e ne aveva bisogno spesso, essendo un santo.

Isidoro il contadino viveva con la moglie, Maria Toribia (beata, patrona dei lavori domestici) nei pressi di Madrid, cittadina araba riconquistata di fresco da sovrani cristiani, che mai avrebbe sospettato di trovarsi al centro di una nazione molto di là da essere disegnata sulle cartine, la Spagna... (continua in breve sul Post).

venerdì 10 maggio 2013

La scema Isidora

10 maggio - Santa Isidora la stolta, vergine in Egitto (quarto secolo)

Capita a tutti i supplenti l'esperienza di una classe antipatica - entri e sono già lì che litigano, è tutto un alzare le mani per dimostrare di saperne di più, o un puntarla sul compagno per dire È stato lui. In queste classi, tipicamente, c'è sempre una tizia in un angolino che si nasconde: non partecipa al chiasso, mostra di sentirsi a disagio quanto te, magari è molto brava, magari non capisce nemmeno l'italiano, è quasi impossibile capirlo. Il più delle volte, se fai una domanda, non risponde; se lo fa è un miracolo, al supplente vien voglia di darle dieci sulla fiducia, non vedete che ha capito più cose lei di tutti quanti qui dentro? Siamo tutti un po' individualisti noi supplenti, tra il branco e la pecora nera tifiamo sempre un po' per la seconda; finché non ci affidano una classe vera e ci accorgiamo di quanto sia meno faticoso e più conveniente gestire un branco ordinato. Ma veniamo alla santa del giorno, Isidora o Isadora detta la Stolta; e a Pitrim, il suo scopritore.

Pitrim è il solito eremita nel solito deserto egiziano, che un giorno ha una visione: Pitrim, vuoi vedere una Santa? Una Santa seria? recati al monastero di Tabenna, là c'è una monaca che è un vero modello di perfezione: la riconoscerai perché ha uno straccio in testa. Pitrim si reca dunque a Tabenna, dove le monache lo ricevono con tutti gli onori, evidentemente era un asceta sopra ogni sospetto. Nessuna però sembra corrispondere al modello di perfezione previsto, al punto che Pitrim comincia a chiedersi se non gli stiano nascondendo qualcosa. Siete sicuri che non mi state nascondendo nessuna monaca? Ne sto cercando una che - mi ha detto la visione - si sta avvicinando con le sue azioni e soprattutto la sua pazienza alla Passione di Gesù. Me le avete mostrate proprio tutte? Fratello, sì, te le abbiamo mostrate praticamente tutte. Come sarebbe a dire "praticamente"? Mah, ci sarebbero le minorate, o (come si dice in questo secolo) le indemoniate, adesso non ci dirai che ti vuoi mettere a ispezionare la virtù delle indemoniate... per esempio ce n'è una impiegata in cucina, Isidora si chiama, pensa, che non vuole nemmeno mettersi il velo, si copre i capelli con lo straccio per asciugare le pentole... Bingo! È lei! Portatemela subito! Ma fratello, abbi pazienza, è una matta... la chiamiamo Isidora la scema... Portatemela ho detto! Ma è magrissima, scoppierà uno scandalo, penseranno tutti che le trattiamo male e invece no, è lei che non vuol mangiare, l'unica cosa che ingerisce è la risciacquatura dei piatti, ci abbiamo provato in tutti i modi a nutrirla con la forza, ma niente da fare... Portatemela! È lei la più santa di tutti qua dentro! Non vedete sopra il suo straccio un'aureola? No, non vediamo niente, ma se lo dici tu... (Continua sul Post).

Morire con Miele

Miele (Valeria Golino, 2013)


Ecco in questa scena il broncetto lo voglio così
Irene (nome in codice Miele) è quel tipo di donna-ragazza che potrebbe averne venti come trentacinque, e se l'incontri in uno scompartimento, o in coda in farmacia, con le cuffiette e il piercing, ti domandi cosa può fare un tipo così, ti fai tutta una serie di viaggi: per esempio potrebbe ancora vivere con suo padre e aver abbandonato l'università da un paio d'anni senza dirgli niente; oppure potrebbe far parte di un nucleo di combattenti per l'eutanasia che aiutano in modo molto discreto i malati terminali che non ce la fanno più, ecco, beccato. Ma non era così difficile, ormai l'eutanasia sta diventando un genere cinematografico a tutti gli effetti; se ci fossero ancora i videonoleggi tra un po' troveremmo la targhetta sullo scaffale, insieme alle altre: Poliziesco, Dramma, Commedia, Romantico, Azione, Eutanasia.
"E di eutanasia cosa avete?"
"Ci ho tutto il meglio che è uscito quest'anno, Haneke, Bellocchio, tutto".
"Perché stasera ho proprio voglia di vedermi un film di eutanasia".
"Eh, la capisco. Ci ho anche l'opera prima di Valeria Golino, con Jasmine Trinca, molto interessante".
"E chi s'ammazza? La Golino?"
"No, lei non recita, dirige soltanto".
"Che peccato".

Io non lo so come funzioni, francamente non mi capita mai di aver voglia di vedere un film di eutanasia, neanche uno di quelli premiatissimi, neanche se c'è Jasmine Trinca che si spoglia spesso, neanche così. Ma evidentemente c'è un mercato, voglio dire, ne fanno veramente parecchi. Forse come argomento è l'equivalente dell'adulterio a fine Ottocento: lo fanno tutti ma non se ne può parlare, non resta che metterlo in scena. Anche gli scrittori fanno ancora un po' fatica a essere espliciti: quando quattro anni fa Mauro Covacich scrisse Vi perdono, il libro da cui è stato tratto il film, decise di pubblicarlo con uno pseudonimo; poi scrisse un altro libro sulla scelta di pubblicare il precedente con lo pseudonimo, ecc. Per il suo esordio da regista, dunque, Valeria Golino si è andata a scegliere il tema più scabroso e nel contempo inflazionato: e com'è andata? Non male, dai (continua su +eventi!) Andrà pure a Cannes (sezione Un certain regard), non ci si può davvero lamentare. All’inizio sembra quasi che la regista indulga in un vezzo di molti esordienti, l’abbondanza di raccordi: per fare entrare un personaggio in una casa lo mostri mentre esce dalla sua, poi sull’autobus, poi al citofono, poi per le scale, e così via. Ma dopo un po’ capisci che è una scelta stilistica: di tutte le angolazioni che si potevano scegliere per raccontare l’ennesima storia di Eutanasia, la Golino ha scelto di descrivere la vita quotidiana di un’operatrice clandestina.

Broncetto intenso.
Ne risulta un documentario su Jasmine Trinca imbronciata. Jasmine Trinca che si fa il caffè, Jasmine Trinca che nuota con la muta (sigh), Jasmine Trinca che prende l’aereo, prende la corriera, prende il treno, prende l’autobus, prende la bicicletta, prende i barbiturici in una farmacia messicana, prende un drink, Jasmine Trinca che ascolta i Caribou, ascolta l’opera, ascolta i Talking Heads, Jasmine Trinca con le occhiaie, con le palpitazioni, col sangue al naso, Jasmine Trinca che fa sesso in roulotte, in macchina, in due o tre altre stanze, e preciso che sono favorevole a un film di Jasmine Trinca che si spoglia in molti posti compreso sott’acqua, anche se non è chiaro il perché (ci sarà sotto una metafora), io non ho obiezioni a guardarmi novanta minuti di Jasmine Trinca, salvo forse una. Jasmine Trinca è ottima, finché è soltanto imbronciata – cioè per quasi tutto il film – e va benissimo, se passaste il tempo a contrabbandare barbiturici e a guardar gente morire e pensare alla mamma morta sareste imbronciatini anche voi, problemi? Volevate un film da ridere? non sceglievate lo scaffale Eutanasia. Ma a un certo punto il film richiede che s’incazzi davvero, c’è anche una mezza colluttazione, ed è il punto in cui come spettatore non ce l’ho più fatta. Ho smesso di crederci, e mi dispiace, perché stava andando tutto bene, ma la Trinca incazzata, la Trinca che assale Carlo Cecchi perché non è un malato terminale, l’ha fregata, è solo un anziano professore che si annoia e vuole togliersi di mezzo… non va, mi compromette la sospensione della credulità, da lì in poi non ce l’ho fatta più. Addirittura gli urla dalle scale “vaffanculo cane rognoso”, eddai sceneggiatori, chi è che parla così quando è incazzato? “cane rognoso”?

Probabilmente non è colpa sua. Magari è mia, in quasi tutti i film italiani c’è questa scena in cui i protagonisti si mangiano la faccia e io resto in imbarazzo. Non saprei dire esattamente cosa c’è che non va: so solo che non va. Forse è solo un’idiosincrasia personale: non mi piacciono le piazzate all’italiana. Forse è uno stile di recitazione che non funziona, urlano troppo o non urlano le cose giuste. O un problema di scrittura. Non lo so. Fatto sta che in mezzo minuto la Trinca da personaggio interessante diventa così odiosa che vien voglia di suicidarsi per farle un dispetto, “io non ammazzo i depressi”, dice, vaffanculo Irene, cos’hai contro i depressi, eh? eh? lo decidi tu chi sta male e chi no, e su che base? dall’alto di che pulpito? ma va’ a fare i tuoi broncetti in riva al mare, va’. Però mi dispiace. Era partito bene, con un paio di scene commoventi ma veramente molto misurate, e sapete che in un film di Eutanasia il segreto è la misura: agonie ma non troppo, piaghe da decubito ma senza esagerare. In seguito si risolleva, ma il danno è fatto. 

C’è poi la questione della colonna sonora, risolta con una playlist eterogenea e un po’ troppo condizionata dai gusti della regista, à la Sofia Coppola: anche se c’è una giustificazione narrativa (ogni assistito deve ascoltare la sua canzone preferita), il risultato è spesso frastornante e rischia di essere l’elemento più deteriorabile del film. Finché a un certo punto persino Irene sbotta che non ne può più, che vuole silenzio. Cecchi capisce, ma poi mette su Brassens. Non credo sia una coincidenza che il pezzo che si adatta meno alla situazione sia l’unico citato nel romanzo.

Alla fine, se vi piacciono i film di Eutanasia, cosa state aspettando? Muore un sacco di gente disperata, con almeno tre metodi diversi, è anche abbastanza istruttivo. Se vi piacciono i film con Jasmine Trinca, è semplicemente imperdibile. Se per un’incredibile coincidenza siete appassionati di entrambe le cose, questo è il vostro Intrattenimento Finale, da guardare a ripetizione il giorno che decidete di mettervi a letto non rialzarvi più. Buona visione (Miele è uscito la settimana scorsa ma sarà ancora al Fiamma di Cuneo fino mercoledì prossimo; proiezione unica alle nove nei giorni festivi; sabato 11 alle 17.30, alle 20.20 e alle 22.30; domenica alle 15.15, alle 18.15 e alle 21.00; ricordo che è la Festa del Cinema, il biglietto costa tre euro, che altro ci fate con tre euro? Per dire, persino ammazzarsi costa un sacco di più).

martedì 7 maggio 2013

Il nostro assai mediocre Belzebù

Festeggiare la morte di un nemico è sempre di cattivo gusto; se il nemico poi muore molto anziano, nel suo letto (lo si è visto di recente con Mrs Thatcher) è soltanto un po' stupido. C'è stato un periodo in cui Andreotti era il personaggio più simile a un nemico che riuscivamo a trovare nel panorama politico. Erano tempi più tranquilli, di riflusso; ci si arrangiava un po' con quel che c'era ed è finita che ci siamo inventati un Andreotti ben più interessante di quello che probabilmente è morto ieri. Un grande vecchio, burattinaio e tessitore di trame occulte ma chiacchierate un po' ovunque, disponibile al dialogo con qualsiasi potenza demoniaca, inclusa la mafia e il terrorismo, purché non si trattasse di salvare un rivale politico. Ce lo siamo immaginati così, per mancanza di meglio e per presunzione di meritarci un nemico alla nostra altezza, che supponevamo rilevante.

Il tempo ci ha dato torto da un pezzo: Giulio Andreotti probabilmente è stato un nemico molto mediocre. Mediocre la sua azione di governo, che si può sintetizzare in un mesto tirare a campare all'ombra incerta di questo o quella maggioranza; mediocre la sua diplomazia, e il solo fatto che a volte ci si scopra a rimpiangerla dice tutto sul baratro nel quale siamo caduti; mediocre soprattutto il suo personaggio pubblico, in tutti i suoi tentativi pre-berlusconiani di apparire simpatico sui media: le sue battute modeste, le sue comparsate televisive indigeste, il suo cameo in uno di quei pesantissimi film '80 di Sordi che chissà poi se ci meritavamo sul serio. Mediocre la sua prosa, le sue noiosissime rubrichine sull'Europeo e TV Sorrisi e Canzoni (per Beniamino Placido era il peggior scrittore italiano vivente), mediocri i ghost writer che si sceglieva e a cui commissionava brutti libri uno dei quali, Onorevole stia zitto, anticipò la moda degli stupidari: era il blob di tutte le scemenze trascritte in parlamento da Giovanni Giolitti in poi. Sulla carta un'idea geniale, ma davvero troppo in anticipo sui tempi: nessuno aveva ancora pensato di portare in parlamento cappi o mortadelle. E ora vi racconterò una cosa che su wikipedia non c'è: ve lo ricordate Nick Kamen? (Continua sull'Unita.it, H1t#178)

Non c’è da vantarsene, insomma era un modello che in uno spot della Levi’s si era spogliato in mutande ed era diventato un divo musicale per mezza stagione, più in Italia che altrove. Due o tre anni dopo fu premiato dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti, a Domenica In. Qualcuno alla presidenza si inventò un premio e glielo fece consegnare, questo me lo ricordo solo io che imperdonabilmente quel giorno ero a casa davanti al televisore. Cosa per cui non so darmi pace, tanto che tuttora ogni volta che penso ad Andreotti non mi viene subito in mente Totò Riina, come a tanti, ma Nick Kamen; la sola idea che un premio a Nick Kamen in fase declinante potesse avvicinare qualche tipo di elettorato a Giulio Andreotti basta e avanza per liquidare una stagione di assoluta mediocrità – ma se preferite immaginarlo al centro di oscure trame atlantiche e trattative Stato-Mafia, se la cosa vi fa sentire più importanti, liberi di farlo. Non sapremo mai come siano andate le cose: a questo punto dipende unicamente da noi scegliere se raccontare la storia di un genio del male travestito da mediocre o viceversa. Per me viceversa.
Possiamo anche cambiare argomento, come si fa ai funerali di gente che non visitavamo da parecchio. Sono passate due settimane, ormai, e ancora non si è capito chi fossero i cento grandi elettori PD che bocciarono Prodi e fecero dimettere Bersani. Forse a questo punto non lo sapremo mai; probabilmente si sommarono tendenze diverse, di gente che magari non aveva capito esattamente la posta in gioco, o puntava su Rodotà, magari in buona fede. E magari davvero c’è ancora qualcuno in parlamento che gioca ancora a dalemiani vs veltroniani, sono vizi difficili da perdere. Nel frattempo però è nato in alcuni un sospetto, cresciuto man mano che il caos iniziale lasciava intravedere una forma sempre più definita: reincarico a Napolitano e grandi intese con Enrico Letta; vuoi vedere che quei cento lo sapessero sin dall’inizio? Vuoi vedere che non si trattasse di un progetto già definito, da menti finissime e tessitori invisibili a qualsiasi retroscenista? Insomma, sta’ a vedere che Enrico Letta è il nuovo Belzebù. Per immaginare una cosa del genere non servono prove, né indizi: basta la voglia di crederci, di immaginare che dietro tutto il casino ci sia un Grande Disegno; qualcosa insomma all’altezza delle nostre pretese, che restano ancora piuttosto in quota. L’alternativa è accettare l’idea di un Paese mediocre, al termine di una fase di espansione effimera, senza guide più che mediocri, e prospettive più profonde di un tirare a campare. Meglio di no, meglio immaginarsi vittima di qualche oscura trama. Ce la meritiamo. Ci meritavamo Andreotti, ci meritiamo Enrico Letta. RIP. http://leonardo.blogspot.com

sabato 4 maggio 2013

Soderbergh. Non causa sonnolenza.

Effetti collaterali (Side effects, Steven Soderbergh, 2013)


Ha detto Steven che, ihih, noi due adesso dobbiamo fare gli psicoterapeuti, capisci?Dai, fammi una faccia da psicoterapeuta.
Emily (Rooney Mara) dovrebbe essere contenta: suo marito ha finito di scontare la pena. Pensa che vennero ad ammanettarlo alla festa di nozze, gli screanzati. Quattro anni per un po’ di insider trading, in America non c’è veramente rispetto per chi fa girare i soldi. Comunque è andata, e poi la famiglia le è stata vicina, persino la datrice di lavoro è stata comprensiva, e allora perché verso metà pomeriggio le piglia sempre questa voglia di ammazzarsi? Per fortuna che c’è il dottor Jonathan (Jude Law), terapeuta inglese che è venuto a esercitare negli States perché “in Europa le pillole sono per i malati, in America per gente che vuole star meglio”. Cito a memoria. E voi state già immaginando un certo tipo di film di denuncia sulle derive americane della farmacopea antidepressiva, ed è esattamente quello che Soderbergh vuole farci credere. Prima di darci un film completamente diverso.

Comincio a pensare che sia una tendenza. Non è il primo, non è neanche il secondo film negli ultimi venti mesi che comincia con una falsa partenza e dopo un po’ prende una direzione abbastanza imprevista. L’esempio più eclatante è Come il tuono di Cianfrance (ATTENZIONE ADESSO PARTE UNO SPOILER DI COME IL TUONO), che sin dal trailer si presentava come un film-con-Ryan-Gosling-in-moto, fatto apposta per attirare in sala quel tipo di gente che vuole vedere Ryan Gosling e le moto (e la sala era piena), salvo ammazzare Gosling e moto dopo quaranta minuti. Molto coraggioso. Pure troppo, a sentire i borbottii del pubblico quando hanno acceso le luci.

In questo caso forse Soderbergh rischia ancora di più... (continua su +eventi!), visto che la trama come ve l'ho descritta io potrebbe motivare giusto quel centinaio di persone che vanno al cinema Monviso in infrasettimanale: e invece questo ve lo trovate in tutti i multisala; e c'è Jude Law, c'è la Zeta-Jones nascosta dietro occhiali da strizzacervelli, insomma, è chiaro che qualcosa non va. Ma il problema di questi film è che non puoi nemmeno raccontare un po' di trama. Non è il semplice twist, il finale a sorpresa, per dire, come in Oblivion - (ATTENZIONE ADESSO PARTE UNO SPOILER DI OBLIVION) dove infatti ce lo aspettavamo un po' tutti, e molti si sono lamentati della prevedibilità. Rifletteteci, perché un mese fa è uscito nelle sale un blockbuster hollywoodiano in cui il protagonista Tom Cruise a un certo punto si rivela essere un clone malvagio dedito allo sterminio degli esseri umani - e c'è pure stato qualche recensore che ha scritto (me compreso) "mmmmsì, prevedibile": ok, va bene, i cinquemila che avevano visto Moon potevano anche trovarlo prevedibile, ma scrivere sceneggiature originali sta diventando veramente un lavoraccio. C'è una specie di saturazione,  assuefazione, noia per l'intreccio canonico, anche quando è ben fatto; che peraltro è stato la molla che ha portato i Wachowski a dirigere Cloud Atlas, un'altra impresa coraggiosa ai limiti della follia. Ma almeno non assomiglia a nessun film, vuoi mettere la soddisfazione di lasciare i cacciatori di riferimenti a bocca aperta e mani vuote?

Con Soderbergh è più difficile, leggi "thriller psicologico" e mal che vada puoi sempre dire Hitchcock. Funziona sempre, al punto che c'è da chiedersi se li abbia soltanto inventati o anche un po' esauriti: impossibile ignorarlo, prima o poi ti ritrovi a riflettere se una situazione richiami di più Psycho o Marnie; se non sono modelli diventano ostacoli da aggirare (i veri cinefili, comunque, li riconoscerete perché non diranno Hitchcock, diranno Clouzot).

Ma ho già detto che è un bel film? È strano, da quando li recensisco a Cuneo mi sembrano tutti bei film. Sarà l'aria. Comunque è piaciuto quasi a tutti, Rooney Mara è almeno da nomination e sarebbe già la seconda volta. Se vi chiedete dove l'avete vista - e non siete patiti di rifacimenti USA di thriller svedesi - beh, è l'esile fanciulla che molla il protagonista all'inizio di The Social Network, insomma è lei la causa scatenante di tutto, il suo ruolo è quello della ragazza per colpa della quale perdiamo tutti ore di vita su facebook e gli insegnanti convocano i genitori per dire ci dispiace vostra figlia ha messo delle foto su facebook e qualcuno ha commentato e patatrac, non è incredibile pensare che da qualche parte nel vasto mondo quella ragazza esiste davvero? Al cinema è Rooney Mara. Anche in questo film, tutto ruota intorno a lei. Ma stavolta è un motore molto meno immobile. Basta, non posso più dire niente.

Effetti collaterali è al Cityplex Cine4 di Alba (ore 17:30, 20:00, 22:30); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (15:15, 17:35, 20:15, 22:35); al Multisala Impero di Bra (20:20, 22:30); al Multilanghe di Dogliani (22:30); al Cinema Italia di Saluzzo (20:00; 22:15). Buona visione.

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