Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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venerdì 8 novembre 2013

Scuola di genocidio 1

Ender's Game (Gavin Hood, 2013)

La guerra del futuro la combatteranno i ragazzini. Quelli ancora implumi che non guardano le ragazze e sono imbattibili ai videogiochi. Gli adulti faranno solo i selezionatori; andranno in giro per le scuole medie come mercanti di bestiame in cerca del puledro più promettente. Sarà senz'altro un mingherlino caricato a molla con tutte le frustrazioni proprie dell'età, un fascio di nervi pronti a contrarsi e uccidere. Un giorno videogiocando i ragazzini entreranno in un livello appena appena più elaborato e sarà la guerra. Se ne accorgeranno, di non pilotare grumi di pixel sullo schermo, ma droni veri contro nemici mortali? Farà qualche differenza per loro? Tratto da un classico della fantascienza usa anni '80, Ender's game si è già parzialmente avverato: parla di droni, guerra preventiva, abolizione della privacy in nome della sicurezza; il tutto senza rinnegare la sua vocazione spettacolare.

Vi schiaccio come zanzare, E POI mi faccio venire anche
i sensi di colpa.
Sarà anche per l'età del protagonista (il 16enne Asa Butterfield, sempre fantastico), ma rispetto ad altri film di fantascienza della stagione Ender's Game sembra più orientato verso un pubblico giovane, anche a rischio di diventare una specie di Harry Potter Contro Starship Troopers.

In particolare il vero Starship Troopers (il romanzo di Heinlein) condivide con Ender un dettaglio rivelatore: è uno dei romanzi più letti nelle accademie militari USA. Ora, la fantascienza militare al cinema ha un problema (in realtà ce l'ha tutta la fantascienza, ma quando è ambientata in scuole d'addestramento si nota di più). Da una parte c'è un pubblico che ha esigenza di vedere battaglie, guerre, nemici annichiliti, ecc. A questa domanda la fantascienza non può rispondere con qualche varietà di mostri dalle ovvie cattive intenzioni, che sia lecito sterminare (zombie, vampiri, draghi, orchi). La fantascienza non è costituzionalmente manichea come il fantasy o l'horror; al massimo ti può fornire qualche razza aliena; ma sterminare una razza aliena non è proprio una buona cosa: senti come suona male, sterminare una razza? I film di fantascienza militare ci mettono un attimo a diventare fascisti.

Si può ovviare in vari modi: per esempio, immaginare alieni molto cattivi (Independence Day, La guerra dei mondi). Sono loro che hanno cominciato, l'uomo vuole solo difendersi. Guillermo Del Toro ci aggiunge la diffidenza latinoamericana per le forze armate e sostituisce l'esercito regolare con una brigata di robottoni partigiani che resiste all'invasore squamato. E tuttavia anche in casi come questi allo spettatore rimane un retrogusto di propaganda.

Nel futuro i fascisti hanno vinto. E indovina che macchina guidano.

Proprio su questa sensazione Paul Verhoeven costruì quel film che a un certo punto divenne Starship Troopers semplicemente perché i produttori acquistarono i diritti per il romanzo: l'idea originale era più debitrice del nazista Trionfo della volontà. Verhoeven (che non si diede mai la pena di leggere tutto il romanzo di Heinlein) risolse il problema del fascismo elevandolo alla massima potenza, con tanto di cinegiornali didascalici tra una strage di insetti e l'altra. Poi ci fece sapere che era una satira del nazismo. Purtroppo ce lo rivelò anni dopo, nei contenuti speciali del dvd: nel frattempo milioni di persone in tutto il mondo si erano goduti un film simpaticamente nazista senza nemmeno sospettare l'ironia.

Starship Troopers è anche l'esempio di scuola del film furbetto, che assume punti di vista ambigui non per disorientare gli spettatori, come la sana fantascienza dovrebbe fare, ma per conquistare due fette di pubblico senza dare noia a entrambe: il militarista ci trova tutta l'esaltazione delle virtù militari di cui ha bisogno, il pacifista si diverte pensando che tanto è tutta parodia. Anche Ender's Game purtroppo si risolve in un trucchetto simile: dopo aver insistito per un'ora e un quarto sull'irredimibile malvagità degli insetti alieni che minacciano la Terra nella sua stessa esistenza, arriva il finalino edificante in cui si scopre che, beh, non ve lo dico, comunque forse sterminarli non era tutta questa priorità. Rispetto al romanzo manca la volontà di insistere su questo aspetto (che ci costringerebbe a rivedere tutto il film da una prospettiva diversa). Sembra esattamente quel che è: un tentativo in extremis di prendere un po' le distanze dal fascismo che gronda indisturbato in tutto il resto del film. Tentativo fallito: Hood e il suo cast sono molto più a loro agio quando ci mostrano l'ascesa al potere del gerarca Ender, genocida predestinato: le battaglie sostenute per sottrarre agli altri maschi alfa la solidarietà del branco, l'astuzia innata con cui sfida o blandisce gli adulti da cui dipende il suo successo. Dietro il vetro, in realtà, gli adulti non cessano di studiarlo e di metterlo alla prova per vedere se crolla o diventa più forte. Ogni tanto passa sul set una psicologa progressista, dice che tutto questo stress farà male al ragazzo... ma suona terribilmente falsa. Non ci crediamo, Ender è una macchina per uccidere e vogliamo soltanto vederlo all'opera. Sì, beh, ha degli scrupoli, chi non ne ha... non ce ne frega niente, Ender, vai! Uccidili tutti!

La guerra del futuro la combatteranno i ragazzini. Al comando metteremo quelli che prima colpiscono e poi, solo poi, si fanno venire qualche rimorso. Daremo loro divise colorate, ne vanno matti: caschi e ginocchiere e altre bardature, anche se la guerra la faranno seduti davanti a uno schermo. Gli adulti passeranno il tempo a ripeterci, come Harrison Ford, che il nemico sta per arrivare e ci vuole distruggere, e nessun compromesso è possibile. Ma alla fine si tratterà sempre di andarlo a snidare in qualche pianetino remoto, nella fascia degli asteroidi o in Afganistan. Ender's game è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:40. Ai ragazzini di prima media piacerà immensamente - finalmente un film che li guarda e vede in loro quel meraviglioso potenziale di assassini.

giovedì 7 novembre 2013

Apocrifo del XXI sec






Un assassino assurdo
Sale oggi al patibolo "Monsieur l'Antéchrist"


Un piccolo impiegato francese, un assassino senza movente e senza rimorso. Oggi ad Algeri si esegue la sentenza di morte contro l'assassino che ha fatto
inorridire una nazione. 


Questa è una storia normale. Una storia di un ragazzo spavaldo, cresciuto in una famiglie normalmente complicata in un quartiere né bello né brutto, né alto né basso. "È un bel tipo, sembra più maturo della sua età. Imbronciato, di poche parole. Non piange mai. Neanche davanti a un crocefisso". Un ragazzo andato a scuola nelle scuole pubbliche, buone scuole anni fa all'avanguardia didattica, quando
l'educazione primaria era un valore. Cresciuto in un sobborgo dell'Algeri francese,
un triangolo soffocato dal traffico di auto e tram, bar botteghe e studi medici di media fama e medio prezzo, vecchie scuole ospitate in edifici di mattoni rossi e bandiere tricolori, media e piccola borghesia del commercio e degli uffici, e potrei andare a lungo ammucchiando dettagli inutili ma familiari, non so neanche perché lo faccio. Forse perché non ho la minima idea di cosa scrivere su questo tizio che ha ammazzato un arabo e si è difeso dicendo che faceva caldo. 

I fatti, allora. Meursault, lo chiamano così, qualche mese fa seppellisce sua madre. Durante il rito funebre non tradisce un'emozione. Del resto - come ammetterà al processo - lui e la mamma erano ormai estranei, da quando per motivi economici aveva deciso di confinarla in una casa di riposo. Esce dalla camera ardente per fumarsi una sigaretta, ne offre una anche all'inserviente. Il giorno dopo incontra in spiaggia una splendida ragazza e la invita al cinema. Vanno a vedere un film di Fernandel, l'idolo dei botteghini francofoni, il Checco Zalone d'Oltralpe. Nel buio della sala Meursault fuma e ride, forse comincia a sfiorare la nuova amica. La madre morta non è nemmeno più un pensiero lontano. Non è mai esistita. 

Nei giorni seguenti Meursault è coinvolto da un amico e vicino di casa, Raymond, in una squallida vicenda i cui contorni non sono ancora chiariti. Raymond è un donnaiolo, un violento: frequenta i bordelli, a volte si porta a casa le donne algerine che incontra per strada. Un mattino le urla dal suo appartamento svegliano il vicinato. Il gendarme che accorre trova una ragazza sanguinante. Per amicizia, o complicità maschile, Meursault testimonia che la ragazza aveva una relazione con Raymond, e che il diverbio era scoppiato perché "lo aveva tradito". Pratica archiviata. Ma la famiglia della ragazza non ci sta. Raymond e Meursault scoprono in fretta di essere osservati da occhi impassibili che non si perdono un movimento. Per strada. Sulla spiaggia. Frasi brevissime. Ai lettori piacciono.

In un pomeriggio più torrido del solito, su una spiaggia arsa dal sole scoppia la rissa. Qualcuno estrae un coltello. Raymond viene sfregiato, è solo un taglio superficiale. Meursault rimane tranquillo: ma poi, sotto il sole meridiano, si fa prestare la pistola dell'amico e uccide un membro della gang avversaria. Arrestato, non fa nessuno sforzo di difendersi: tanto l'hanno visto tutti. Non nomina nemmeno un avvocato: gliene viene offerto uno d'ufficio che fa quel che può, ma non riesce a convincere il suo cliente a simulare almeno una lacrima di fronte ai giurati. Meursault non piange: né davanti al feretro della madre, né alla prospettiva della ghigliottina. Sostiene - e sembra sincero - di non essere mai riuscito a provare puro dispiacere per qualcosa. Il giudice istruttore lo ha soprannominato "Monsieur l'Antéchrist", signore Anticristo. Dice di non credere in Dio, e fino a ieri non aveva mai voluto ricevere il confessore. Stamattina alla fine lo ha fatto entrare, ma pare che lo abbia cacciato a male parole. Marie, la ragazza che ha incontrato l'indomani della morte della madre, ha sperato in una grazia fino all'ultimo. Diceva a tutti che lo avrebbe sposato. E invece la vita di Meursault, questa traiettoria casuale e assurda, finisce oggi, com'è cominciata: senza un perché. 

mercoledì 6 novembre 2013

Leonardo non ti giudica

6 novembre - San Leonardo di Limoges, (496-559) liberatore.

I santi a sinistra ti giudicano,
quelli a destra ti perdonano

All'eremita Leonardo, il primo re cristiano Clodoveo conferì un privilegio singolare: l'amministrazione della grazia. Ovunque avesse incontrato prigionieri, Leonardo avrebbe potuto liberarli. Prima che a lui, questo privilegio era stato concesso al suo maestro, Remigio vescovo di Reims. Nella storia della nazione francese, San Remigio ha un ruolo particolare: è lui il primo vescovo a battezzare cattolicamente un re barbaro, Clodoveo appunto. Con Remigio un clan di barbari diventa la prima dinastia regale della Francia cattolica, i Merovingi. Da lì in poi tutti i successori avrebbero cercato di farsi incoronare a Reims, la cui cattedra vescovile sarebbe diventata la più prestigiosa di Francia: quello che per l'Inghilterra è Canterbury, e per l'Italia ovviamente Roma. Alla morte di Remigio, la cattedra fu offerta a Leonardo, suo discepolo, di nobile famiglia intrecciata a quella regale. Leonardo rifiutò, non gli interessava la politica. Preferiva stare in campagna. Ma conservò comunque i privilegi di Liberatore.

Al Metropolitan di New York c'è una sacra conversazione di Correggio, con al centro Marta e Maddalena, e ai lati Pietro e Leonardo. Le due sante rappresentano, ovviamente, la vita contemplativa e quella attiva (anche se all'occhio moderno Marta sembra una suora e Maddalena una modella). Anche Pietro e Leonardo sono complementari: il primo ha ovviamente in mano le chiavi, il secondo le manette. Pietro è la giustizia, Leonardo la grazia. Pietro ti condanna perché è giusto, Leonardo ti libera perché è buono.

TANA LIBERA OMNIBVS

Il Leonardo storico, poi, ammesso sia esistito, non si sa quanti prigionieri realmente liberò: la sua scelta di vita in un eremo al centro della Francia profonda non si concilia benissimo col ruolo di negoziatore di ostaggi. Bisogna anche spiegare che ai suoi tempi, e per molti secoli ancora, la prigionia fu un business fiorente. Molta gente rinchiusa nei castelli non è che avesse infranto qualche legge (che peraltro non era quasi mai scritta, e poi tanto nessuno degli interessati sapeva leggere): erano stati catturati in guerra e aspettavano di essere scambiati con denaro o con altri prigionieri. Mille anni più tardi poteva ancora capitare a un aristocratico come Carlo di Valois di restare prigioniero per un quarto di secolo, in attesa che il fratellastro mettesse insieme la cifra necessaria ad affrancarlo. Oppure ci si poteva votare a San Leonardo. L'ultima spiaggia, in molti casi l'unica. Fu Boemondo re d'Antiochia, all'indomani della prima crociata, a riscoprire il santo liberatore dopo i secoli bui; catturato dagli islamici, Boemondo proclamava di essersene liberato invocando San Leonardo, e non grazie all'interessamento di un alleato indigeno, il re d'Armenia. Qualche epidemia e il ritrovamento miracoloso delle reliquie contribuirono alla riscoperta di un santo che aveva rischiato di perdersi nella nebbia dei secoli bui. Anche se ovviamente tutto quello che sappiamo di lui è leggenda, e nessuna di queste leggende è attestata prima del decimo secolo. Ci piace tuttavia immaginarlo a zonzo per la Francia immensa, mentre svuota carceri e prigioni destando l'indignazione di vassalli e servi della gleba, dov'è la certezza della penache razza di Stato di diritto è quello che rilascia i malviventi? eccetera. Uno Stato medievale, senza dubbio. Leonardo se ne frega dell'impatto sociale delle sue azioni; Leonardo ha scelto di essere la grazia incarnata. Alla giustizia ci pensino politici e magistrati. Non è un ministro; avrebbe potuto esserlo per formazione e per lignaggio. Non gli interessava. Del resto anche noi, troppe volte, nei ministri cerchiamo dei santi, degli intercessori (continua sul Post...)

È il famoso sostrato cattolico, che ci rende a volte incomprensibile la modernità (e viceversa: la modernità non riesce a capirci). Stimati opinionisti vanno in tv e si domandano: ma in fondo la Cancellieri cos’ha fatto di male? Ha aiutato un’amica. Pretendete che aiuti soltanto gli estranei? Si dà per scontato che un ministro debba comunque aiutare qualcuno. In questo consisterebbe il suo potere, o il suo privilegio: nel poter intercedere per noi. Sotto il cattolicesimo c’è una scorza di pessimismo ancora più profonda e pagana. Gli dei, se esistono, sono inaffidabili e continuamente presi dalle loro scaramucce. Non esiste una vera giustizia nel Caos: esiste un destino che fa quello che gli pare, avvinghiando gli stessi dei che a loro volta trascinano nella disgrazia gli umani votati a loro. Non resta che onorarne il più possibile, sperando che non si incazzino comunque per misteriose questioni restate in sospeso da millenni, e provare a entrare nelle grazie di qualche divinità più misericordiosa. Magari uno poco importante, periferico, che abbia tempo per ricordarsi di te e interesse a trattar bene i suoi clienti. I cristiani, quando arriveranno, li chiameranno “santi in paradiso”. È importante averne almeno uno. In teoria poi i cristiani dovrebbero credere in un Dio che sia giustizia pura e puro amore, e quindi non necessiti di alcuna intercessione. In teoria. In pratica i cieli e la terra restano quel caos che sono, e alla prima sfiga la gente si appende al telefono: solo tu mi puoi aiutare, tu che sei tanto buono, di’ una parola buona. Scetticismo e devozione sono due facce della stessa medaglia: chiedere cose ai santi (o ai ministri) significa non fidarsi di Dio (o della giustizia). Una concezione feudale, clientelare, diciamolo: mafiosa.

La modernità, viceversa, vista da lontano sembra un’entità monolitica disegnata dall’Emilio di Rousseau quando crescendo ha avuto nostalgia dell’ordine, poi è diventato giacobino e si è messo a falciar teste imparruccate. Non c’è bisogno di intercessioni né di altre deroghe alla norma, perché lo Stato tutto vede, tutto capisce, è un Ente Supremo che tutto giudica con giustezza e precisione: chi è in galera è dunque giusto che ci resti. Per la verità chi nella modernità c’è stato – in vacanza o in erasmus – ci riporta immagini più ragionevoli: anche laggiù si concepisce che le cose non sempre vadano come dovrebbero, e l’istituto pre-moderno della grazie è previsto e disciplinato dalle leggi. I privilegi concessi a San Leonardo vengono ancora oggi riconosciuti, per esempio, al presidente della Repubblica, o a quei governatori nei film americani che fino all’ultimo possono telefonare nella cella della morte e interrompere l’esecuzione, così, perché il dubbio e la pietà possono prevalere fino all’ultimo momento. Nei fatti non prevalgono quasi mai: sono tutti eletti che hanno ancora bisogno di voti, e le elezioni si vincono ostentando giustizia, piuttosto che grazia. La grazia viceversa le elezioni te le fa perdere (anche nei Paesi meno moderni), ed è giusto così. La giustizia ci riguarda come collettività, la grazia come individui. Voteremo sempre per chi ci promette ordine e certezza della pena, salvo appenderci al telefono quando la pena colpirà proprio noi. Non c’è nulla di strano. Probabilmente anche la singola formica, quando capisce che la regina ha deciso di sacrificarla, ha pietà per la sua sorte. Noi non siamo formiche e probabilmente a questo punto non lo diventeremo mai: siamo mammiferi onnivori che tendevano a collaborare per difendersi e cacciare prede più grosse, dopodiché ognuno per sé. Il fatto che siamo riusciti comunque a costruire edifici sociali straordinariamente complessi è sorprendente, ammesso che ci sia qualche dio la fuori disponibile a sorprendersi. Ma probabilmente dipende dal fatto che ci interessano prede sempre più grosse. Quel dio lo sa, e non ci giudica.

Anche Leonardo non ci giudica, non gli interessa. Viveva nei boschi per non dar fastidio a nessuno, e se incontrava un prigioniero lo liberava. Liberò anche la regina Visigarda dal bambino che portava nel ventre, o se preferite liberò il bambino dall’utero. Liberare e far nascere sono la stessa cosa: un atto di grazia. La giustizia arriva dopo, non ci guarda in faccia e non ci chiama per nome. È giusto che sia così. Ma non è grazioso.


martedì 5 novembre 2013

Cancellieri buh, vergogna, eccetera

Da piccoli abbiamo tutti allenato la nazionale, e dopo aver vinto quei due o tre mondiali, crescendo, ci siamo ritirati sui blog, dove accanto alla lista dei libri e dei dischi migliori del mondo (scelti da noi) al massimo qualche volta ci càpita di presiedere la Corte Suprema dell'Indignazione, quella che ha il potere di chiedere le dimissioni anche a domineddio.

È in tal veste che, dopo aver preso sommaria visione dei fatti riguardanti il ministro Cancellieri e la scarcerazione della sua amica Giulia Ligresti; dopo aver soppesato i pro e contro e scelto le arringhe dei più titubanti difensori (Luca Sofri) e garbati accusatori (Massimo Mantellini) del ministro, dichiaro che, per quanto mi compete

Sono indignato. Credo che la Cancellieri dovrebbe dimettersi.
Segue la motivazione:

Sono indignato perché la Cancellieri ha aiutato un'amica; questo aiuto era perfettamente conforme alle leggi, al buonsenso e alla decenza; non è tuttavia decente che un ministro aiuti qualcuno piuttosto che un altro (anche quando questo uno non è esponente di un'associazione a delinquere a carattere famigliare, che incidentalmente la Cancellieri frequentava). Bisognerebbe aiutare tutti; e siccome ciò è impossibile, nell'esercizio delle sue funzioni un ministro non deve aiutare nessuno. Ho trovato particolarmente convincente Mantellini quando parla della "variabile umanitaria": il nostro problema è che "ci innamoriamo dell’eccezione, specie se questa contiene una quota sentimentale in grado di scaldarci l’animo. In nome di questo siamo disposti a ridiscutere i valori e perfino la struttura dell’organizzazione sociale". È un difetto che riconosco perlomeno in me stesso, ogni volta che sul posto di lavoro abbuono una nota o un'insufficienza perché rifuggo la crudeltà: invece di esercitare le mie funzioni, mi sembra di infierire su un debole o un inerme. Non ha nessuna importanza che questo debole o inerme sia povero o ricco, bianco o nero, e infatti Giulia Ligresti non è povera e non è simpatica; purtuttavia se fossi al posto della Cancellieri non sarei in grado di infierire su di lei, anche se ciò sarebbe non dico doveroso, ma coerente col ruolo che dovrei rappresentare (ministro della Giustizia in una nazione con prigioni indecenti). Capisco insomma la Cancellieri; ma in quanto presidente della Corte Suprema dell'Indignazione la condanno lo stesso a ricevere la mia accorata richiesta di dimissioni. Cancellieri buh! Cancellieri vergogna! Cancellieri dimettiti!

Esaurite le formule di rito, il qui presente si toglie il parruccone e torna un tizio qualunque, e si sente male.

Non per la Cancellieri, bravo ministro ma non indispensabile (tanto più che il governo non sembra dover durare ancora a lungo). Non per Giulia Ligresti, bando alle ipocrisie: a me interessa veramente poco della salute di Giulia Ligresti. Mi sento male perché non mi sembra di aver mai trattato con tanto disprezzo il pubblico, i lettori, gli italiani in generale. Sul serio penso a loro come a un branco di rancorosi pecoroni a cui dare in pasto la vittima sacrificale, la fanciulla della ka$ta anoressica e inetta alla reclusione? Tenerla in prigione piuttosto che fuori non serve a nient'altro che a questo: a soddisfare l'appetito di un pubblico frustrato che non sa con chi prendersela, e vuole il sangue. E io qui con la catinella che mi lavo le mani e mi domando: quid est veritas? Magari avete ragione voi, non sarebbe la prima civiltà ad aver istituzionalizzato i sacrifici umani. Se a questo siamo.

Eh? No, scusate, pensavo a voce alta. Non lo faccio più. A che punto era il coro? Ah sì: Cancellieri buh! Cancellieri vergogna! Cancellieri dimettiti!

domenica 3 novembre 2013

Il partito più e meno democratico

Immaginate un Paese con due partiti. Veramente ce n'è anche un terzo, molto importante, ma il suo proprietario è anziano e non si rassegna a passare la mano, nemmeno ai figli. Gli altri due partiti invece si considerano entrambi a loro modo democratici, anche se questa cosiddetta democrazia non potrebbe prendere due forme più diverse.

Il primo partito è nato un po' prima dell'altro. Riconosce il diritto dei tesserati a esprimere candidature e proposte, ma nei fatti tutte le decisioni vengono prese dal comitato dei fondatori. Prima di poter prendere parte alla discussione i tesserati devono attendere molti mesi. Il secondo partito, anche per volontà di distinguersi, ha aperto le porte a tutti: chiunque può entrare, aderire e votare immediatamente. Ne risulta un certo caos. Li avete riconosciuti? (continua sull'Unita.it, H1t#203)

Il primo è quello nato nel 2005 sotto forma di Meetup Amici di Beppe Grillo, e che oggi chiamiamo Movimento Cinque Stelle. Beppe Grillo ne è presidente, coordinatore e portavoce, e soprattutto possiede il marchio: lo può ritirare a chi vuole quando vuole. Dopo tante insistenze da parte della base, finalmente il movimento si è dotato di una piattaforma digitale, pomposamente definita “sistema operativo” per condividere proposte e iniziative. Per ora però possono accedervi soltanto i tesserati al giugno 2013: una precauzione per evitare le infiltrazioni (anche quando si trattò di nominare un candidato m5s al Quirinale, la consultazione telematica fu ristretta a chi si era tesserato entro il dicembre dell’anno scorso).
Il secondo è il Pd, nato nel 2007, e che da allora non ha praticamente mai smesso di consultare una base magmatica, in perenne evoluzione. All’inizio addirittura il fondatore Veltroni voleva fare a meno di tessere – ma forse aveva in mente un modello plebiscitario, in cui la vittoria alle primarie avrebbe legittimato un leader e il suo staff a prendere qualsiasi decisione ritenesse necessaria. Il leader però era molto meno sicuro del necessario, e la sconfitta elettorale finì per indebolirlo anche agli occhi di chi lo aveva sostenuto. Da lì in poi ha ripreso forza l’idea di un partito radicato attraverso federazioni, sezioni e tesseramenti: senza che l’ideale plebiscitario tramontasse del tutto. Il risultato è il caos di questi giorni, denunciato da Cuperlo e preannunciato da CivatiI vecchi rais delle tessere rialzano la testa, e a contrastarli non esiste nemmeno più quella norma di buon senso per cui durante una campagna congressuale il tesseramento dovrebbe essere sospeso.
Il risultato è paradossale: il Pd ‘verticista’, il Pd ‘baluardo della partitocrazia’, è di fatto il movimento politico più aperto e scalabile che esista in Italia. Al confronto il M5S, con la sua selezione all’ingresso, sembra una setta esoterica. In realtà entrambi i partiti sono meno democratici di quanto li vorremmo. Il M5S non riuscirà probabilmente mai, per costituzione, a liberarsi dal suo padre-padrone; il Pd sta per nominare il suo quinto segretario in sei anni, eppure non riesce a trasformare un’occasione di democrazia in qualcosa di diverso da una guerriglia tra gruppi dirigenti, condotta sezione per sezione.http://leonardo.blogspot.com

venerdì 1 novembre 2013

Vedovi non ci si improvvisa

Madonna quanto sei brutta
Aspirante vedovo (Massimo Venier, 2013).

Più di mezzo secolo è passato e la Torre Velasca è ancora là. Spuntata come un fungo nelle notti umide e ruggenti del boom, non si è piegata a tornadi e tangentopoli e ha resistito a ogni tentativo di rivalutazione: è brutta, incredibilmente brutta, sarà sempre più brutta, e nel 2012 il Daily Telegraph lo ha inserito tra i venti edifici più brutti del mondo. Ma Dino Risi lo aveva capito nel '59: per darci tutto il brutto del boom e di Milano, inutile darsi pena di costruire set e ambienti: bastava far scorrere i titoli di testa su quel torrione malvagio. L'incapace Nardi e l'insopportabile Elvira non potevano vivere che lassù, prigionieri reciproci intenti a torturarsi fino che morte non li separi. E se la morte non si dà una mossa, le si può sempre dare una spinta...

Cinquant'anni dopo, c'è ancora qualcuno lassù. Perlomeno di notte si vedono luci. Nuovi Nardi dribblano i fallimenti e nuove Elvire tessono trame. Non c'è motivo per non provare a raccontarle. Con buona pace dei cultori della commedia italiana, Il vedovo è un buon canovaccio che ogni tanto bisognerebbe ricordarsi di rifare - semmai la notizia è che abbiamo aspettato così tanto, al punto che il nuovo Nardi risulta nato dieci anni dopo la morte del vecchio. Non è un capolavoro indissolubilmente impregnato dello spirito di quei tempi; non è Il sorpasso, ammesso che il Sorpasso sia questo; e poi quest'anno abbiamo avuto in sala pure un tentativo di 8 e mezzo: come ci si fa a offendere se qualcuno raccatta due facce note della televisione e prova a rifare il Vedovo?  E invece c'è qualcuno che si offende. Giù le mani da Albertone, giù le mani da Franca Valeri, formidabili quegli anni. Sì.

Erano anni formidabili. Sordi faceva dieci film all'anno, e nel '59 tra l'altro vinse David e Nastro con la Grande Guerra: insomma era al picco di una lunghissima carriera. E mentre era al picco recitava in un film al mese: alcuni di questi, come il Vedovo, realizzati con un'attenzione quasi spartana al budget. Risi, che era pur reduce dal successo della trilogia di Poveri ma belli, gira tutto in tre stanze e in una villa di campagna. Vi ricordate che Nardi, quando scopre che Elvira è ancora viva, si ritira in convento? Se ridate un'occhiata al film, scoprite che il convento non c'è: una strada di collina, un albero, un frate che cerca di insegnare ad Albertone a far rispondere gli uccelli, e via che si va. Erano gli anni del boom, la gente andava al cinema una volta alla settimana, i soldi scorrevano copiosi dai botteghini - e però Risi continuava a girare con due lire.  Oggi invece c'è la crisi, e Venier non bada a spese - perlomeno l'impressione è quella: conferenze, aeroporti, grattacieli; tutto fotografato persino con qualche pretesa artistica. Venier può trasformare la Velasca da semplice fondale a presenza granulosa e ostile; Venier può concedersi il lusso di far recitare gli attori più difficili, gli animali. Ma qualunque cosa faccia (e alcune sequenze sono fatte davvero bene) pubblico e critici preferiranno sempre il filmetto girato in pochi giorni da Dino Risi nel '59, così come nessuna Audi Quattro sostituirà nel loro cuore la Cinquecento della loro prima pomiciata. E poi certo, De Luigi non è Sordi, ma lo sa. Il riflusso e la crisi gli hanno messo a disposizione decine di altri modelli di rampante frustrato, ma lui rimane un po' sfuocato; è davvero difficile immaginarlo palazzinaro o faccendiere... (continua su +eventi!) Si capisce che qualsiasi tentazione di berlusconizzare il personaggio è stata scartata a priori: Aspirante vedovo è un film ancora meno politico dell'originale, dove i trascorsi e le nostalgie fasciste di Nardi saltavano ogni tanto fuori. Ma era più facile essere antifascisti nel '59 che antiberlusconiani oggi. Al cinema bisogna cercare di portare più gente possibile, compreso chi Berlusconi l'ha votato per parecchio e adesso non vuole sentire rimproveri nemmeno indiretti; ma magari è sensibile a un paio di frecciatine anti-kasta ("con questa crisi c'è da far soldi a palate, eh").


Anche la Littizzetto non è Franca Valeri, anche se la sua Elvira (persino meno empatica dell'originale) è il personaggio migliore che ha fatto al cinema. Certo, sostituire "cretinetti" con "gnugnu" è una delle poche cose che fanno davvero pensare a una decadenza più che culturale, linguistica: cretinetti era un'invenzione che metteva assieme frenologia e anagrafe, "gnugnu" è un'onomatopea, una resa alla non-lingua dei bambini e degli animali. Pesa come un macigno su di lei il ruolo ormai liturgico che ha assunto a rai3, la sacerdotessa della parolaccia che ci aiuta a sopportare mezz'ore di interviste a venerati maestri, dai che dopo il premio nobel c'è la Litti che dice merda fregna vaffanculo. E questa è la tv colta. Anche Aspirante vedovo è percepito come prodotto medio-alto; critici e ufficio stampa ne sottolineano per esempio l'assenza di volgarità. Allora uno curioso va a vedere come hanno fatto a girare una commedia nel 2013 senza volgarità, e scopre che i primi cinque minuti del film sono costruiti intorno a gag sulla cacca del cane. Per dire quanto ormai si sia abbassata l'asticella: a De Luigi scappa anche un vaffanculo nel trailer. Altre cose che nell'originale mancavano e che adesso si possono mostrare: topi morti, psicofarmaci, chirurgia plastica, formaggio di fossa, rumeni, vescovi mondani e intrallazzoni (bravissimo Bebo Storti). Cose che c'erano nell'originale e oggi evidentemente non funzionano: nobili in disarmo, nazisti e pedofili (l'ingegnere degli ascensori era entrambe le cose), il mambo. Cose che potevano sembrare verosimili 50 anni fa e oggi no: l'amante che si fa viva al funerale e comincia a dirigere la servitù. E ammazzare qualcuno con un ascensore poteva avere un senso. Invece il piano per assassinare la Littizzetto è in assoluto la cosa più sconclusionata e inverosimile che ho visto quest'anno al cinema - e ho visto la fine del mondo due o tre volte, zombie e robottoni e cloud atlas.



Aspirante vedovo è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 15:30, alle 17:35 e alle 20:30; al Fiamma di Cuneo e alle 22:30. È già fuori da più di due settimane; se non ci siete ancora andati magari un motivo c'è.

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