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martedì 29 dicembre 2015

Chi ha ucciso Woody Allen

Irrational Man (Woody Allen, 2015)

– Woody Allen ha ucciso qualcuno. Impossibile stabilire chi e perché. Un'amante che sapeva troppo, un ricattatore, un semplice passante che non doveva essere in un certo posto proprio in quel momento. Woody Allen ha pagato un sicario, oppure lo ha ucciso con le sue mani: e il rimorso lo tormenta da allora - ma non si costituirà mai. Però ce lo sta dicendo da più di vent'anni - Crimini e misfatti è del 1989, e a ben vedere sotto il travestimento è una confessione fatta e finita. Da allora è tornato sullo stesso soggetto quante volte? Settembre, Pallottole su Broadway, Match Point, Cassandra's Dream, e adesso Irrational Man: tutte variazioni sul tema. Come si fa a non notare l'ossessione, come si fa a non sentire il muto grido di dolore sepolto sotto il rassicurante tappeto di fotografia elegante e swing d'epoca? Woody Allen è un assassino. Oppure:

– Woody Allen è morto. Impossibile stabilire chi è stato e quando. Un'amante che sapeva troppo, un ricattatore, un semplice psicopatico che lo ha trovato in un certo posto nel momento sbagliato. Woody Allen ci ha lasciato da un pezzo, ma il piccolo carrozzone che ha messo assieme in più di quarant'anni di carriera, la sua piccola Disney per anziani, doveva in un qualche modo andare avanti. Un film all'anno, niente che il pubblico pagante non si aspetti già. All'inizio hanno usato qualche vecchio copione scartato. Poi hanno iniziato a scriverne di nuovi alla sua maniera. Ultimamente usano un software che riesce a simulare anche l'invecchiamento di Woody Allen, per cui per esempio il 'suo' ultimo film, Irrational Man, sembra veramente scritto da un ottuagenario molto preoccupato di farsi capire a spettatori altrettanto rintronati. Joaquin Phoenix è un insegnante di filosofia morale depresso e alcolizzato: lo si potrebbe indovinare dagli occhi disperati, dal pancino alcolico, ma anche dal fatto che tira continuamente fuori una fiaschetta di scotch (la offre anche alle studentesse in mezzo al campus), e dalla voce fuori campo che martella ogni due minuti. ERO DISPERATO. LA VITA NON AVEVA PIU' SENSO. INFATTI AVEVO VOGLIA DI MORIRE. DA UN PO' ERO ANCHE IMPOTENTE. VI AVEVO GIA' DETTO CHE ERO MOLTO DEPRESSO? Così per un'ora. Nel frattempo Emma Stone si innamora di lui. Lo si capisce dal modo in cui sgrana gli occhioni, dal fatto che accetti di passeggiare con lui in mezzo al campus, che lo inviti alle feste dei compagni e a casa dei genitori,, dalle scuse che racconta al suo ragazzo ufficiale, nonché da dialoghi del tipo OH PROFESSORE HAI CAPITO CHE MI SONO INNAMORATA DI TE? ORA TI FICCO LA LINGUA IN BOCCA FAMMI UN CENNO SE TI ARRIVA IL MESSAGGIO. Woody Allen, insomma, è morto. Questa almeno è la mia ipotesi preferita, ma ce ne sono anche altre.

– Woody Allen sta benone, (continuava su +eventi!) rilascia interviste lucidissime. Ultimamente ha compiuto 80 anni e un sacco di gente su facebook si è divertita a stilare la sua lista dei cinque film migliori. È un gioco che funziona con Allen meglio che con qualsiasi altro regista, perché chiunque ne sappia almeno un po', senza sforzo riesce a ricordarsi una ventina di titoli. Tanta prolificità ha anche il suo lato oscuro, e infatti a un certo punto per il puro istinto di distinguermi ho pubblicato la classifica dei film di Allen che mi erano piaciuti di meno. Se ci riflettete, ha molto più senso, perché nessuno ci ha fatto vedere tanti film mediocri come Woody Allen – qualsiasi altro autore, dopo un paio di mosse false lo avremmo abbandonato. Invece da lui siamo tornati anno dopo anno, sempre sperando di assistere al miracolo di un nuovo Harry a Pezzi, un nuovo Zelig. E ci siamo sciroppati Another Woman, Vicky Cristina Barcelona, Magic in the Moonlight, senza neanche lamentarci troppo.
In questo senso Woody Allen è un po' come Bob Dylan, che oltre ai suoi capolavori, è riuscito a venderci una discreta manciata di dischi talmente scadenti che nessun altro artista ci avrebbe potuto propinare senza perdere la sua credibilità: dischi così orrendi che li ricordiamo con affetto. Alla fine chi ascolta Dylan, o chi guarda un film di Allen, ha soprattutto voglia di ritrovare un vecchio amico – non importa quanto sia fuori forma. Woody Allen magari è in perfetta forma, ma a questo punto si preoccupa dell'inevitabile invecchiamento del suo pubblico. Si chiederà: ma che razza di rincoglioniti tornano in sala a vedere qualunque cosa io faccia? Meglio non rischiare, meglio l'usato sicuro: ancora Dostoevskij, ancora un Raskolnikov (pazienza se rischia di sembrare quel tipo di studentessa di un suo film, che di ogni autore conosceva solo una citazione a effetto). Il protagonista deve essere un misantropo disilluso. Forse è meglio ribadirlo ogni due o tre minuti, metti che qualcuno in sala si addormenti – ehi non è uno scherzo, fare film di Woody Allen è una scienza, magari si sono addormentati durante un focus group.
Il protagonista deve commettere un omicidio, perché da sempre questo è l'unico modo che hanno i personaggi di Allen di votarsi al Male – omicidi e al limite le corna, ma queste ultime da un pezzo sono state derubricate a peccato veniale. Tutto il resto non conta - ad esempio farsi corteggiare da una studentessa davanti a colleghi e compagni di lei, per Allen è un comportamento normalissimo, accettato anche da superiori e genitori: ed è anche l'indizio più forte del fatto che ci troviamo ancora nell'universo mentale dell'autore e vecchio satiro Woody Allen, e non in quello di un software in grado di produrre intrecci verosimili.
Come in Pallottole su Broadway ci dev'essere un artista irresponsabile, irrazionale, assassino, e un piccoloborghese che lo ammira ma non potrà seguirlo per la sua strada: non si tratta di una vera e propria scelta, semplicemente la via del Male (ma anche dell'Arte) non è per lui/lei. Rispetto a dieci o vent'anni fa, la novità di rilievo non è tanto la colonna sonora più blues, ma l'atteggiamento sempre più didascalico, ai limiti dell'autoparodia. La trama che occupava una mezz'oretta di Crimini e Misfatti è dilatata sui novanta minuti. Allen può lavorare con gli attori migliori sulla piazza, e quello che vuole da loro ormai è che vestano una specie di costume kabuki e continuino a ripetere al centro della scena: SONO DISPERATO. VOGLIO MORIRE. TUTTO È ASSURDO. MA SE AMMAZZO QUALCUNO LA MIA VITA CAMBIA. AMMAZZO QUALCUNO. ECCO LA MIA VITA È CAMBIATA. SONO FELICE. HO FAME, RIESCO ANCHE A SCOPARE. Il risultato è un prodotto che oltre a funzionare in sala – ma in sala ormai ci andremmo in ogni caso – avrà un senso anche sul digitale terrestre tra un annetto o due, al pomeriggio, mentre stiriamo o diamo la polvere: quelle fiction che riesci a seguire anche se guardi una scena ogni tre.

Woody Allen a ottant'anni ci conosce meglio di noi stessi: ha capito che cominciamo a perdere colpi e si sta adeguando. Continua a macinare film che nessun altro sa fare, e che forse a nessun altro perdoneremmo. D'altro canto prima o poi ci regalerà qualche altra perla, anche solo un Whatever Works. Nel frattempo Irrational Man è al Cityplex di Alba (21:10), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (15:10, 17:20, 20:10, 22:20), al Baretti di Mondovì (21:00) e al Cinecittà di Savigliano (22:30). Prego notare che è alla terza settimana di permanenza in sala; ed è quella tra Natale e Capodanno. Whatever works.

sabato 26 dicembre 2015

Ti piaccio? Ma quanto ti piaccio? (un sondaggio)

Buon anno tutti, il mio 2015 davvero non mi consente di lamentarmi. Prima del solito super-interessante bilancio di fine anno, vorrei chiedere qualcosa a quelle indispensabili persone che negli ultimi anni sento un po' più distanti, i lettori. Sì perché nei commenti siamo i soliti quattro gatti (benché graditi) e sui social, eh, non si capisce mai cosa succede sui social.

Per questo motivo ho pensato di farmi un'idea con uno di questi strumenti interattivi che ci sono su internet adesso. Si chiama "sondaggio", bisogna mettere qualche puntino in qualche pallina, vi prende tre minuti e ho cercato di farlo il meno noioso possibile. Grazie fin d'ora a tutti!


giovedì 24 dicembre 2015

Un uomo serio a Berlino

Sembra che a Berlino stiano costruendo una specie di... muro.

Il ponte delle spie (Steven Spielberg, 2015).

Rudolf Abel - ovviamente non si chiamava così - imparò a dipingere in America. Il mestiere del pittore era la copertura ideale per una spia: quando sei un artista, nessuno fa caso ai tuoi orari o ai tuoi itinerari. Puoi sparire per mesi e nessuno si preoccupa. Ma anche se resti fermo nello stesso posto per ore e ore, nessuno si porrà il problema: basta che davanti hai un cavalletto. Abel non era un pittore, ma non è che avesse molto altro da fare nei suoi lunghi pomeriggi en plein air o nella sua base segreta camuffata da atelier. Durante la guerra era stato un elemento prezioso, ma negli anni Cinquanta, a New York, l'impressione è che tirasse a campare: dopo l'esecuzione dei Rosenberg, gran parte dei suoi contatti erano bruciati. In più il KGB gli aveva procurato un compare inaffidabile, un finlandese che si scordava in giro i microfilm e col vizio peggiore che una spia possa avere, l'alcool.

Il nemico ti ascolta.
Abel invece dipingeva. Stava diventando bravo, anche se un po' accademico. In effetti la sua freddezza per le avanguardie, e un certo debole per il realismo socialista, alla lunga avrebbero potuto insospettire qualche collega pittore - se a bruciarlo non avesse provveduto il finlandese. Sapeva che Abel era scontento di lui. Quando da Mosca lo chiamarono a rapporto, lui perse la testa e si ritrovò nell'ambasciata americana di Parigi. Si guadagnò la fiducia dei federali facendo una manciata di nomi, tra cui quello di Abel. Condannato a morte, mantenuto in vita in attesa di essere usato come merce di scambio (con la prospettiva di essere giustiziato in patria da chi sospettava che avesse tradito) Abel in cella continuò a dipingere, diventò sempre più bravo. Non aveva molto altro da fare, e comunque preoccuparsi non sarebbe servito.

A volte Spielberg sembra voler estrarre il cuore pulsante dell'America, altre volte sezionarne il sistema nervoso. Quello che ci conquista è il fatto che sia impossibile capirlo prima di dare un'occhiata: gli basta passare da una storia all'altra per oscillare allegramente dal pacifismo alla paranoia. L'autore che più di tutti ha amato gli alieni e ci ha invitato ad accoglierli a braccia aperte, è anche quello che ce li ha mostrati più spietati e assetati di sangue. Potrebbe essere interessante cercare di organizzare i suoi film in coppie antitetiche, ad esempio: Incontri ravvicinati come un anti-Squalo, La guerra dei mondi un anti-ET. Il soldato Ryan un anti-1940, The Terminal un anti-Prova a prendermi. Per certi versi Lincoln si presentava come una specie di Schindler allo specchio: le malefatte di un presidente eroico contro le opere di bene di un nazista profittatore.


Il Ponte delle spie riflette di nuovo allo specchio alcuni temi di Lincoln: se là la sceneggiatura si attardava compiaciuta sui metodi moralmente discutibili di un grande personaggio con un grande scopo, qui Spielberg inverte le lenti e si concentra su un piccolo uomo che salva il mondo semplicemente facendo il suo lavoro, senza deviare dalla retta via o ammettere strappi alle regole, cascasse il cielo (e il cielo poteva cadere davvero: le spie sovietiche si erano appena impadronite dei segreti del progetto Manhattan). Tom Hanks è ancora una volta il buon americano qualunque, come nel soldato Ryan (mentre in The Terminal era l'opposto, il buon selvaggio); ancora una volta l'avvocato di un alieno, che si appassiona al suo caso disperato e alla fine non solo riesce a salvarlo, ma mostra la superiorità del sistema giudiziario migliore del mondo. Spielberg ci crede sul serio, e la sua fede non ci sorprende: è molto più bizzarro che facciano mostra di crederci i fratelli Coen (continua su +eventi, e Buon Natale!)

Il loro copione, comunque uno dei meno storicamente inaccurati che Hollywood abbia messo in scena negli ultimi anni, è notevole per la quantità di materiale che decide semplicemente di ignorare: è il film di un avvocato, ma c'è poco spazio per le procedure e per l'inchiesta. Lo stesso profilo della spia Abel (un memorabile Mark Rylance) si staglia sul vuoto, dietro di lui non c'è sfondo né paesaggio. Persino la storia degli aerospia U2, così potenzialmente ricca di spunti, è liquidata in pochi minuti e con una sola (notevole) scena d'azione. Tutto il resto del film è davvero il ritratto in primo piano di un "uomo serio" che fa scelte difficili ma giuste, ritrovandosi in situazioni assurde ma senza mai perdere il senso di quello che sta succedendo - quel senso che tutti avevano smarrito nel delizioso film spionistico dei Coen, Burnt After Reading. Stavolta all'uomo serio le cose andranno bene, ritroverà il suo volto e la stima dei famigliari: la fiaba gelida avrà il suo lieto fine alla Spielberg, al punto che non è poi così strano ritrovare questo film di guerra fredda e spionaggio nelle sale per Natale. Chi ha gusto per i paradossi al limite noterà come la morale di tutta la storia sia pronunciata in russo, la prima e unica frase in russo che sfugge alla spia. Restare saldi, restare in piedi: inutile preoccuparsi. La Storia ci assolverà o ci masticherà vivi, non dipende da noi. 
Il ponte delle spie è al Citiplex di Alba (20:45), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (17:00, 19:55, 22:45); al Vittoria di Bra (21:30); al Fiamma di Cuneo (21:10), al Politeama di Saluzzo (21:30), al Cinecittà di Savigliano (21:30). Buon Natale!

mercoledì 16 dicembre 2015

Star Wars 7, la recensione che non cede al lato spoiler

In questi casi il tempo è tutto, non lo perderò in preamboli. Ho visto l'Episodio VII, prima di molti di voi.
È un grande potere quello sento in me, ora. Saprò usarlo al meglio? Saprò scrivere una recensione senza danneggiarvi, senza farvi venire neanche il sospetto che il nuovo xxxxxxxxxxxxx e il xxxxxxxxxxxxxxx di xxxxxxxxxxx, e che alla fine xxxxxxxxxxxxx si xxxxxxxxxx per xxxxxxxxxxxxxxx?

È così difficile, Maestro!

Oh come potrei approfittarne.


Star Wars VII: il risveglio della Forza, (J. J. Abrams, 2015)

Sento il Potere, ma sento anche la Paura. Forse non sono l'uomo adatto. Sono salito in questa cosa quando ero appena un giovanetto. Non capivo nulla di intreccio e di suspense, di montaggio men che meno, non capivo nulla di cinema e forse mai lo capirò. Volevo solo scappare dal mio pianeta di rottami, volevo vedere lo spazio. Ancora non sapevo quanto potesse essere freddo e avvilente, certe volte. Mi hanno detto un arnese in mano, tie', datti da fare. Spara ai film brutti e difendi quelli belli, inoltre da qualche parte c'è una principessa da salvare, un mega-cannone che ha sempre un minuscolo punto debole, e non scordarti che estetica ed etica sono gemelle dello stesso seme.

"Estetica e cosa?"
"Lascia perdere. Spara ai brutti. Io ti copro".

Trent'anni più tardi eccomi qui, Recensore della Grande Provincia di Cuneo. C'è senz'altro in me un briciolo di grandezza - ma c'è anche tanta meschinità, tanta invidia - ed ecco che all'improvviso precipita da queste parti un droide con un biglietto per la prima proiezione di Episodio VII. Che cosa devo fare maestro?

Chiudi gli occhi.

Ma così non si vede un...

È un modo di dire, idiota. Immagina il respiro dei tuoi lettori. Domandati: cosa vogliono da te? Vogliono sapere che alla fine xxxxxxxxxxxxxxxxx è xxxxxxxxxxxxxxxxx di xxxxxxxxxxxxx? O vogliono sapere soltanto se è una bella storia che vale la pena.

Che importa? Tanto ci andranno lo stesso.

Non cedere. 

Massì, chissenefrega, è Star Wars, potrebbero riempire interi film di dialoghi di soap e mostri di gomma e la gente riempirebbe le sale lo stesso, con le loro spade colorate da minchioni. Non ha senso farli belli, questi film. Questa gente non si merita niente.

Non cedere al lato oscuro.

Poi certo, la Disney per togliere Star Wars al suo oscuro padrone si è svenata, è ovvio che deve recuperare presto l'investimento. Un film all'anno e pedalare. Dove c'erano solo rottami nel deserto arriveranno i centri commerciali, apriranno i discount. J. J. Abrams non fa prigionieri.

Ma ha fatto un brutto film?

(Continua su +eventi!)
No, Maestro, non ha fatto un brutto film. Ha voluto tornare all'originale, quando ancora non c'erano soap incestuose e dinastie. C'era solo un robottino perso nel deserto con un messaggio. Quando tutte le trame e sottotrame erano solo accenni tra una sparatoria e un inseguimento, e anche la Forza era poco più di un McGuffin, un espediente buttato lì per far andare avanti la storia. Quando si passava continuamente da un'astronave a un'astronave più grossa, i piani si improvvisavano lì per lì e le astronavi si imparavano a pilotare nei secondi del conto alla rovescia. Quando il lato Fantasy non aveva ancora preso il sopravvento sul lato Pirati, quando la formula segreta era 10% Misticismo, 10% Soap e 80% Baraccone. Che poi Maestro, perché? Perché quando le saghe vanno avanti il Soap prevale sempre sul Baraccone? È colpa del pubblico nerd che vuole tutto chiaro, tutto spiegato, tutto sempre messo a lucido, una galassia rigorosamente catalogata e organizzata? Il primo film era così sporco, arrugginito, periferico.

E questo?

Questo è sporchissimo, addirittura è ambientato tra le rovine dei precedenti... ops! Forse ho detto troppo. Ma il tritarifiuti spaziale ha di nuovo un ruolo importante, e quando hai sete ti bevi pure la bava dei brontosauri. Tutto quello che già successo è già sbiadito nella leggenda. Si riparte dal mistero, lo spazio è di nuovo pieno di meravigliosi buchi. Ci sono di nuovo personaggi che non hanno idea di cosa sta per succedere, eroi per sbaglio o di malavoglia. Giovani sospesi tra il rifiuto e l'ammirazione per la vecchia guardia. Le maschere non ci proteggono da volti orribili, ma dalla paura di non essere all'altezza.

Anche J. J. ha paura. 

Puoi sentirlo?

Poteva deludere centinaia di milioni di spettatori. Abusare della loro fede. Consegnare un prodotto pieno di citazioni e senza vita.

È andata così, Maestro?

Apri gli occhi, e rispondi all'unica domanda.

Maestro io...

Tu?

mi sono divertito.

Questo era l'importante. 

Anche se...

Anche se...

Beh, non è che tutto fili proprio liscio, cioè... ma il Lato Oscuro non ha proprio niente di meglio da fare che costruire la stessa arma sempre più grossa? In tutti i film un po' più grossa? Che razza di modello di sviluppo è? Se analizzi la trama da un punto di vista...

Ti sei divertito?

Sì maestro.

Non dimenticartelo. Sei euro. Che ci fai oggi con sei euro?

Il popcorn però è un furto. Per tacere del 3d, che francamente...

Nessuno ti obbliga. Adesso metti gli orari. 

Star Wars: Episodio VII - Il Risveglio della Forza è al Cityplex di Alba (21:00), al Cinelandia di Borgo San Dalazzo (20:00, 21:00, 22:45); al Fiamma di Cuneo (21:00); al Multilanghe di Dogliani (20:45, 21:30); ai Portici di Fossano (18:30, 21:30); al Bertola di Mondovì (20:45); all'Italia di Saluzzo (21:30). 

La versione 3d, che secondo me non vale la pena, la potete trovare al Cinelandia di Borgo (19:50, 22:40) e all'Impero di Bra (20:00, 22:30). Che la Forza sia con Cuneo e la sua grande provincia. 

lunedì 14 dicembre 2015

Cos'è il Front National sotto il 50%? Nulla. Cosa sarà sopra il 50%?

Le elezioni francesi sono quella cosa che dopo il primo turno ci regala una settimana di allegro allarmismo giornalistico: i fascisti stanno per prendersi la Francia! Non faranno prigionieri! - dopodiché arriva il ballottaggio, e un sacco di espertoni si allontana fischiettando.

In nero i dipartimenti vinti dal Front National AHAHAHAH
Succede sempre così - voglio dire, solo quest'anno è già successo due volte. Quando mi capita di immaginare la bolla mediatica in cui viviamo come un acquario di pesci rossi, con una memoria a lungo raggio di pochi minuti, ho in mente situazioni del genere: in marzo - era ancora fresco lo choc della strage di Charlie Hebdo - il Front National fece un notevole exploit al primo turno, e al secondo portò a casa 0 dipartimenti. Zero. Nove mesi dopo, lo stesso risultato, e tutti stupiti. Ieri a pranzo un telegiornale italiano mostrava Marine Le Pen "preoccupata" - ecco, no, se ho capito anche poco di politica francese non credo che la Le Pen fosse preoccupata. È il suo mestiere, è la sua vita, probabilmente due conti ha avuto il tempo per farli. Ha visto suo padre perdere decine di elezioni e sa che le succederà la stessa cosa ancora per un po' di tempo. La barra è ancora lì dove la indicava il patriarca: il 50%.

Finché non ci arriva, il Front non è nulla. Quando ci arriva, sarà tutto. Ma ci vorrà ancora un po' di tempo, ammesso che.

A questo punto credo sia più facile anche qui da noi capire il punto di vista di Houellebecq. Un mese fa il Corriere, in crisi d'astinenza da pensierini fallaciani, lo andò a disturbare. Si aspettavano una tirata anti-islamica, si ritrovarono un pezzo che attaccava frontalmente Hollande e si chiudeva proponendo la democrazia diretta - da noi ne parlavano i grillini, prima di arrivare in parlamento (in seguito se ne sono quasi dimenticati). Ma che c'entrava la democrazia diretta col terrorismo?

Quasi niente. Occorre rassegnarsi: a Houellebecq non interessa particolarmente né il terrorismo né l'Islam. Quello che davvero lo preoccupa è il sistema elettorale francese. Lo aveva detto con chiarezza proprio al Corriere della Sera, nell'intervista rilasciata dieci mesi prima, all'indomani della strage di Charlie.

Se vogliamo parlare nello specifico del Front National, hanno due deputati e il 25% dei voti (alle Europee, ndr)... C’è uno scarto evidente. Il Front National ha un peso nella società che non corrisponde affatto alla sua rappresentanza parlamentare. Mi domando fino a che punto una situazione simile sia sostenibile, con questa astensione poi. C’è un sistema che dovrebbe essere democratico e che non funziona più». [...] Se François Hollande sarà rieletto presidente nel 2017 forse molte persone emigreranno. Per ragioni fiscali ed economiche, per l’idea che è difficile fare granché in Francia, un Paese che appare bloccato. E poi potremmo vedere qualcuno alla destra del Front National che si innervosisce e passa a un’azione violenta».

La chiave di Sottomissione è qui - davanti agli occhi di chiunque non si lasci distrarre dalla cronaca. Non è un libro che usa il sistema elettorale per suggerire che l'Islam possa conquistare la Francia; è un libro che usa l'Islam come paradosso per suggerire le iniquità e le perversioni del sistema elettorale francese. Per ammissione dello stesso autore, il protagonista avrebbe potuto convertirsi sia all'Islam che a un cristianesimo identitario vagamente lefebvriano: se alla fine ha scelto il primo, probabilmente è perché gli scenari paradossali sono meno faticosi da costruire di quelli realistici. La stessa cosa si potrebbe dire della Francia prossima ventura del suo romanzo: una nazione incerta se buttarsi sull'Islam o sul Fronte Nazionale, disposta a tutto pur di finirla coi partiti tradizionali.

Per Houellebecq era molto importante immaginare non tanto una rivoluzione islamica, ma una presa di potere attraverso le elezioni: a queste ultime dedica molta più attenzione che non al fumoso ritorno all'artigianato che verso la fine del libro viene buttato lì come la salvezza dell'economia francese. Lo stallo del primo turno, le irregolarità che causano la ripetizione del secondo, i bizzarri apparentamenti che portano il candidato islamico moderato a prevalere sulla solita Le Pen: tutto questo probabilmente ha addormentato molti lettori italiani, ma erano argomenti che all'autore premevano davvero. Francesi, in guardia: il sistema che vi ha regalato vent'anni di stabilità e altrettanti di decadenza, è lo stesso che useranno gli avversari per soggiogarvi. Basterà arrivare al 50%, e si prenderanno tutto. E probabilmente è giusto così - Houellebecq tifa per l'entropia, da sempre. E dunque? Non ho idea di cosa intenda H. per "democrazia diretta": quel che è sicuro è che la democrazia com'è adesso in Francia non lo convince.

Houellebecq ha in mente la Francia, ma se spostiamo il suo discorso all'Italia, c'è il rischio di fare qualche scintilla. Quello che H propone di eliminare è più o meno il sistema elettorale che Renzi e Boschi hanno appena fatto approvare in parlamento. Ovvero no, Renzi si è fatto confezionare una scorciatoia - a lui basterà il 40% per non far scattare il ballottaggio e ottenere una maggioranza solida alla Camera. E se non passa?

La domanda alla fine è sempre la stessa. Non occorre essere apocalittici alla Houellebecq per porsela: anzi, proprio perché non crediamo che la fine del mondo sia vicina, è lecito preoccuparsi non solo per come andranno le elezioni nel '16, ma anche nel '21 e più in là. Che vinca un partito islamico mi sembra comunque improbabile: ma prima o poi un leghista o un fascista ci arriva. E non avrà le limitazioni che impedirono a Berlusconi di abusare dei suoi poteri più di quanto non abbia fatto. L'italicum combinato con la riforma costituzionale trasformano il Capo dello Stato in un nobile soprammobile. Non ci sarà più il bicameralismo a temperare le iniziative legislative dei deputati, e questo è forse un bene - finché nella stanza dei bottoni non arriva qualche fascista o qualche incompetente.

Ma non siamo in Francia. Non abbiamo nessuna verginità da difendere. Fascisti e incompetenti ne abbiamo già avuti. È una cosa che ci capita ogni tanto. I padri costituenti magari non erano così autorevoli come poi ce li siamo immaginati, ma questa cosa almeno l'avevano notata. Non rifiutarono il presidenzialismo per un capriccio. A Renzi invece il presidenzialismo piace, ma è solo un corollario dell'enorme piacere che Renzi prova per sé stesso. Noi che Renzi non siamo, abbiamo il dovere di pensare a quello che verrà dopo. Che Dio ce la mandi buona - ma anche Allah, se vuole collaborare, non è il caso di fare gli schizzinosi.

domenica 13 dicembre 2015

Veri detective (in Andalusia)

La isla mínima (2014, Alberto Rodríguez).

Il franchismo è finito, la palude è rimasta. In paese ogni tanto qualche ragazza scompare, è normale: qui a parte la vendemmia e il contrabbando non c'è niente. Nessuno ne parla volentieri. Ogni tanto qualche ragazza ricompare, a pezzi, riaffiorando dalla laguna. Anche di questo nessuno parla.

Chi è già in crisi d'astinenza da True Detective potrà trovare un efficace placebo in La isla mínima, un thriller arrivato nelle sale spagnole l'anno scorso, che non fa nessun vero sforzo di sottrarsi al paragone con la serie americana uscita sei mesi prima. Persino i baffi del protagonista - l'accigliato Raúl Arévalo, un ispettore naturalmente in rotta di collisione coi superiori - sembrano ricalcati su quelli che si fa crescere Rust Cohle. Invece il suo collega (meno idealista e più praticone, ovviamente) è uno Javier Gutiérrez un po' troppo in forma per sembrare davvero un ex boia franchista cirrotico che cura i rimorsi e l'insonnia con l'alcool.

Il vero protagonista in questi casi è la cornice... (continua su +eventi!) quella foce del Guadalquivir che soffoca nei suoi miasmi tutto il pittoresco che ci aspettiamo dall'Andalusia. Le case coloniche abbandonate, le ville in mezzo al niente; il labirinto dei canali e delle strade sterrate su cui Seat e Diane si sfidano a sorpassare vecchi trattori. Tutto questo - se lo sai fotografare - funziona benissimo e costa anche poco. Ispirandosi a un reportage del fotografo Atín Aya, il regista ha fatto incetta di premi in patria, creando persino un'attrazione turistica: nei mesi successivi la regione andalusa ha creato una "Ruta Isla mínima", che porta nei luoghi del film. 

Rispetto alla fiction americana la trama è ovviamente più lineare; gli spunti soprannaturali ridotti al minimo, col rischio di farli apparire gratuiti (i fantasmi di Gutiérrez si manifestano sotto forma di uccelli: bella trovata, purtroppo non sviluppata). Quello che un film spagnolo può permettersi di aggiungere alla formula USA è la metafora politica. Gutiérrez e Arévalo si ritrovano in una Spagna profonda dove il franchismo non è stato sconfitto, ma è stato lasciato decomporre con infinita pazienza. È un passato putrido e sempre meno confessabile che pesa sulle coscienze di tutti: anche i meno compromessi sanno di portarselo con sé. Vivere con gli assassini; lavorare ogni giorno con loro, stringer loro la mano e ritrovarsi a bere alla loro salute. Eppure a volte fa comodo averne uno bravo che ti copre le spalle. 
La isla mínima è al Multisala Vittoria di Bra domenica alle 18:15 e alle 22; martedì alle 22:00.

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