Cosa resterà?
Ci sono stati periodi della storia dell'uomo, in cui i capolavori piombavano sulla testa del pubblico fatti e finiti: gli anni Ottanta non sono stati così. Tutto quello che si è salvato, si è salvato sulla distanza.
Prendi un caso ormai indiscutibile: gli Smiths. Negli '80 erano 'abbastanza' famosi. Nei '90, gradualmente, a furia di titoli di romanzi anglosassoni e sondaggi des Inrockuptibles, sono diventati classici. Esagero a dire che si tratta – per il 75% di una gloria retroattiva? E infatti solo oggi Morrissey riesce a fare qualcosa che da sei-sette anni non faceva più, cioè vendere un suo disco da solista.
(Siccome poi la generazione dei rivalutatori degli Smiths è ancora giovane, ha ancora a disposizione notevoli margini di rincoglionimento, il che significa che la fama degli Smiths potrebbe anche continuare a crescere, nei prossimi anni – del resto si comincia a parlare una reunion, e il tempismo mi pare perfetto. Dateci ancora quindici anni, e Morrissey & Marr andranno a cantare davanti al Colosseo, con tutti i romani che si abracciano e dicono: li aspettiamo dai tempi del liceo! Balle, naturalmente: al liceo si ascoltavano solo Vasco e i Duran, ma probabilmente è stato così anche con Simon & Garfunkel: un sacco di gente che all'epoca ascoltava Morandi e Celentano si è autoconvinta di avere sempre conosciuto i dolci cantautori californiani. La memoria tira scherzi pesissimi).
Inghiottiti dalle crepe
C'era un gruppo che nessuno si ricorda, non si chiamavano Simon & Simon (quello era un telefilm), bensì David & David. Scrissero una canzone struggente sul vuoto edonismo californiano, si chiamava Welcome to the Boomtown, il titolo di sicuro non vi dice niente. Ma forse il primo verso:
Miss Cristina drives a nine-four-four…
Quello fu il loro primo successo. Il loro secondo successo fu un titolo che mi ricordo solo nella traduzione italiana, dice, "Inghiottiti dalle crepe". Il testo parla di tre amici che sognano di diventare famosi in qualche modo, poi, per un motivo o per un altro, smettono di vedersi, spariscono nell'oblio, "inghiottiti dalle crepe". Questo, per inciso, è stato il destino dei David & David, di cui in seguito nessuno ha più sentito parlare, e oggi se mi tornano in mente rischio di confonderli con un telefilm. Inghiottiti dalle crepe. Eppure non mi dimenticherò mai di Miss Cristina e della sua Porsche 944.
Anche di Giuni Russo avrò sentito al massimo quattro canzoni, pure non la dimenticherò mai. Questa è una particolarità degli Ottanta: le meteore. Molti pezzi che sono sopravvissuti, sono legati ai nomi di simpatici sconosciuti. Piccolo gioco: Orchestra Manouvres in The Dark, Knack, Eighty Wonder, Industry, Dead Or Alive. Due, tre pezzi, più spesso uno solo. Eppure sulla distanza sono sopravvissuti. Gli anni '80 hanno dato una possibilità a un sacco di gente.
Questo meteorismo, al tempo, ci sembrava un sintomo di futilità. Oggi è una delle cose che rivaluterei. Sì, perché dopo sono arrivati i '90, gli anni in cui qualsiasi personaggio che imbrocca una canzone, per cinque-dieci anni non te lo levi più di torno.
Ma pensa solo. Pensa se tutti i divetti di oggi fossero rimasti inghiottiti da una crepa dopo il loro album di esordio. Pensa Britney Spears che dopo Hit me baby one more time cade in disgrazia e si mette a fare la parrucchiera: non sarebbe stato fantastico, cinque anni dopo, mettere su in radio Hit me baby one more time? E invece no, una ragazzina che azzecca un singolo, negli anni 90, deve come minimo diventare un simbolo generazionale, un idolo, un marchio di fabbrica, una bomba sexy, una multinazionale.
È vero che anche gli '80 hanno avuto le loro leggende: la differenza sta nel sottobosco. Il sottobosco '80 era pieno di meravigliosi debuttanti, pronti al loro quarto d'ora di popolarità e a essere inghiottiti da una crepa: al confronto, il sottobosco '90 è terra bruciata. O diventi famoso e ci appioppi almeno quattro dischi, o non diventi proprio nessuno.
Non so, metti uno come Biagio Antonacci. Quanti CD ha fatto, quanti ancora ne farà?
[continua]
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi
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giovedì 30 settembre 2004
martedì 28 settembre 2004
Stile balneare
Quest'estate voglio andare al mare / per le vacanze è una frase molto banale, che descrive un desiderio altrettanto banale. Tanta banalità può essere fortemente sospetta, ma anche no. Dipenderà da come intendiamo gli anni Ottanta: età dell'oro o del fango, da un punto di vista infantile o senile. Da quello infantile, non c'è dubbio che quell'estate volessimo andare al mare per le vacanze (e "sopra i ponti delle autostrade c'è qualcuno fermo che ci saluta").
Da un punto di vista senile, non dimentichiamoci che il 1982 era un anno già saturo di messaggi. Canzoni sulla spiaggia se ne cantavano da trent'anni (con alcuni capolavori inarrivabili: sei diventata nera come il carbon, sapore di sale sapore di te, un bacio a labbra salate, un fuoco quattro risate a far l’amore giù al faro). Giuni Russo si trova sul palcoscenico in un momento in cui già sembra impossibile aggiungere qualcosa di nuovo. Si aggiunga che la Storia era finita più o meno in quegli anni: negli arsenali c'era già abbastanza potenziale da spazzare l'intero genere umano in mezz'ora (appena di 3 miliardi e mezzo di persone). La contestazione, gli anni di piombo, l'eroina. Ma quest'estate voglio andare al mare, per le vacanze.
(Gli anni Ottanta come una vacanza, un piccolo break della Storia, tra un massacro e l'altro).
La frase è un esempio di grado zero dell'ironia: c'è solo se vuoi trovarcela. Ma se non vuoi, se non t'interessa, se non sei abbastanza colto o raffinato o smaliziato per capirla, essa semplicemente non c'è, e la canzone resta ugualmente godibile. Il genio del Battiato tra '79 e '83 è tutto qui: si potevano fare canzoni sciocche che sembrassero incredibilmente smaliziate, ma che vendessero come canzoncine sciocche, semplicemente montando rammenti da altre canzoni, altri successi per l'estate. Quando neanche il montaggio funziona, si può essere semplicemente sé stessi, o una versione un po' più banale di sé stessi. Giuni, che ti va di fare quest'estate? Mah, quest'estate voglio andare al mare.
Il successo di Battiato / Russo è del 1982: un anno in cui tutti gli italiani hanno avuto almeno un'occasione per riflettere sull'aspetto terribilmente banale che può assumere la felicità. (Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!) L'anno dopo Umberto Eco pubblica su "Alfabeta" le Postille a "Il nome della Rosa", in cui definisce pulitamente la sua idea di postmoderno. Innanzitutto "il post-moderno non è una categoria circoscrivibile cronologicamente, ma una categoria spirituale […] un modo di operare. Potremmo dire che ogni epoca ha il proprio post-moderno". Ogni volta che la coda della storia si fa troppo pesante ("Il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta"), e la tentazione di tagliarla di netto (il moderno, l'avanguardia) si rivela fallimentare, ecco che "la risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente".
Nella pratica, Eco pensa di riutilizzare Liala
Penso all'atteggiamento post-moderno come a quello di chi ami una donna, molto colta, e che sappia che non può dirle "ti amo disperatamente", perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia c'è una soluzione. Potrà dire: "come direbbe Liala, ti amo disperatamente". A questo punto, avendo evitata la falsa innocenza, avendo detto chiaramente che non si può più parlare in modo innocente, costui avrà però detto alla donna ciò che voleva dirle: che la ama, ma che la ama in un'epoca di innocenza perduta. Se la donna sta al gioco, avrà ricevuto una dichiarazione d'amore, ugualmente. Nessuno dei due interlocutori si sentirà innocente, entrambi avranno accettato la sfida del passato, del già detto che non si può eliminare, entrambi giocheranno coscientemente e con piacere al gioco dell'ironia… Ma entrambi saranno riusciti ancora una volta a parlare d'amore.
Implicita, nell'esempio di Eco, una meditazione su cultura e… come chiamarlo, "amore"? Mah, chiamiamolo "bisogno". Mentre la cultura si avvita su sé stessa e genera gusti sempre più complessi (ma è un progresso verso il silenzio, perché ogni scrittore, da Liala in poi, non aggiunge parole, ma le toglie all'innamorato 'moderno' che non può dirle perché sono già state scritte da qualche parte), i nostri bisogni rimangono tutto sommato gli stessi: amarsi, parlare d'amore. Negli '80 la "donna molto colta" (e il suo uomo) non possono più ripetere le frasi di Liala, eppure hanno gli stessi bisogni dei lettori di Liala di 30-40 anni prima. Il post-moderno ovvia a questa divaricazione tra gusto (sempre più sofisticato) e bisogno (più o meno sempre lo stesso, e banale). Dando per scontato qualcosa di fondamentale: che dei nostri bisogni, anche in assenza di un'educazione cattolica, noi ci vergogniamo. Non fosse altro che per la loro banalità. Ci vergogniamo, sì, ma in qualche modo dobbiamo venire a patti con loro. Anche a costo di saccheggiare Liala.
Allo stesso modo, quell'estate, quaranta milioni d'italiani avrebbero avuto voglia di andare al mare, "come direbbe Giuni Russo". Desiderio banale, ma l'importante è che si possa ancora comunicare. La canzone, quella popolare, serve a questo. Battiato lo aveva capito. (In seguito se l'è dimenticato, poi gli è tornato in mente, poi se lo è dimenticato di nuovo, ecc., un po' come tutti).
Il fatto è che il miracolo di "Quest'estate al mare" non era così semplice da replicare. Dall'intro fino al libitum finale, tutta la canzone strizza l'occhio all'ascoltatore: io sono più intelligente di così, con la voce che ho potrei cantare meglio (ma "per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che ti sdoppia la voce"). Un tocco di erotismo ambiguo, quel che basta ad ammiccare senza sparire dalla fascia protetta ("per le strade mercenarie del sesso, che procurano fantastiche illusioni…"). Persino un bambino (io) di fronte alla glossolalia esibita degli "ombrelloni oni oni" non può non cedere al sospetto che ci sia qualcosa sotto: qualcosa, ovvio, di più intelligente di così. Anche se tutto sommato non c'era bisogno davvero di produrre qualcosa di intelligente: l'allusione, l'ammiccamento, sono più che sufficienti. L'astuzia dello stile balneare: facciamo i bambini per dimostrare che non siamo più bambini. Oppure: facciamo i piccolo-borghesi per dimostrare che, etc.. Vincente, anche e soprattutto da un punto di vista commerciale: perché queste canzoni mettono d'accordo adulti e bambini, borghesi e snob. Ognuno ha la sua interpretazione, anzi, ancora meglio: ognuno può slittare da un'interpretazione a un'altra, senza che nessuno se ne accorga. Quand'è che abbiamo smesso di cantare "Cuccuruccuccù" perché era un ritornello scemo e ci siamo messi a cantare "Cuccuruccuccù" perché era una canzone malinconica e struggente? In ogni caso, un bambino che canta "Cuccuruccuccù" sembra già più intelligente; un adulto che canta "Cuccuruccuccù" sembra altrettanto scanzonato e intelligente, senza fare niente di particolarmente impegnativo che non sia cantare "Cuccuruccuccù".
Il metodo vantava, ovviamente, ripetuti tentativi di imitazione. "Un'estate al mare" è la matrigna di una serie di canzoni che hanno illuminato le estati '80: ironiche e stupide a scelta. L'estate sta finendo, Maracaibo, mare forza nove, etc.. Queste canzoni tuttora continuano a far ballare i trentenni sulle spiagge: sulla distanza sono sopravvissute al revival delle sigle dei cartoni giapponesi: segno che anche la nostalgia col tempo si fa un po' più sofisticata?
Il ritornello più esemplare mi sembra "Cocco bello / cocco fresco / non è che mi diverta", di Orietta Berti (ma c'è ancora lo zampino di Battiato, sotto pseudonimo). Anche in questo caso, sono possibili infinite letture: non che io mi diverta a cantare queste scemenze; e invece sì, mi diverto un mondo a stare in spiaggia e ascoltare i venditori di cocco in lontananza; oppure, mi diverto un sacco (a cantare e a prendere il sole) ma non ho il coraggio di ammetterlo, etc.. Piccoli pudori dei primi anni '80. Si praticava il banalotto (che non era ancora trash), ma si confessava (o si affettava) un certo imbarazzo. Non si grufolava ancora nel truogolo: quello è venuto dopo.
La stessa Giuni Russo si sentiva probabilmente prigioniera del genere: due anni dopo tentò di imporre un 45 giri con una bella canzone d'atmosfera, poetica, Mediterranea: ma i dj delle radio le preferirono il lato B, Limonata Cha Cha Cha ("Cha Cha Cha / della limonata / Cha Cha Cha / seduti in riva al mar"). Ancora due anni, e poi la resa: nel 1986 Giuni dichiarava di voler fuggire ad Alghero in compagnia dello straniero. Più che giusto che la genitrice non sapesse come si buttava via il talento della figlia.
[continua]
Quest'estate voglio andare al mare / per le vacanze è una frase molto banale, che descrive un desiderio altrettanto banale. Tanta banalità può essere fortemente sospetta, ma anche no. Dipenderà da come intendiamo gli anni Ottanta: età dell'oro o del fango, da un punto di vista infantile o senile. Da quello infantile, non c'è dubbio che quell'estate volessimo andare al mare per le vacanze (e "sopra i ponti delle autostrade c'è qualcuno fermo che ci saluta").
Da un punto di vista senile, non dimentichiamoci che il 1982 era un anno già saturo di messaggi. Canzoni sulla spiaggia se ne cantavano da trent'anni (con alcuni capolavori inarrivabili: sei diventata nera come il carbon, sapore di sale sapore di te, un bacio a labbra salate, un fuoco quattro risate a far l’amore giù al faro). Giuni Russo si trova sul palcoscenico in un momento in cui già sembra impossibile aggiungere qualcosa di nuovo. Si aggiunga che la Storia era finita più o meno in quegli anni: negli arsenali c'era già abbastanza potenziale da spazzare l'intero genere umano in mezz'ora (appena di 3 miliardi e mezzo di persone). La contestazione, gli anni di piombo, l'eroina. Ma quest'estate voglio andare al mare, per le vacanze.
(Gli anni Ottanta come una vacanza, un piccolo break della Storia, tra un massacro e l'altro).
La frase è un esempio di grado zero dell'ironia: c'è solo se vuoi trovarcela. Ma se non vuoi, se non t'interessa, se non sei abbastanza colto o raffinato o smaliziato per capirla, essa semplicemente non c'è, e la canzone resta ugualmente godibile. Il genio del Battiato tra '79 e '83 è tutto qui: si potevano fare canzoni sciocche che sembrassero incredibilmente smaliziate, ma che vendessero come canzoncine sciocche, semplicemente montando rammenti da altre canzoni, altri successi per l'estate. Quando neanche il montaggio funziona, si può essere semplicemente sé stessi, o una versione un po' più banale di sé stessi. Giuni, che ti va di fare quest'estate? Mah, quest'estate voglio andare al mare.
Il successo di Battiato / Russo è del 1982: un anno in cui tutti gli italiani hanno avuto almeno un'occasione per riflettere sull'aspetto terribilmente banale che può assumere la felicità. (Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!) L'anno dopo Umberto Eco pubblica su "Alfabeta" le Postille a "Il nome della Rosa", in cui definisce pulitamente la sua idea di postmoderno. Innanzitutto "il post-moderno non è una categoria circoscrivibile cronologicamente, ma una categoria spirituale […] un modo di operare. Potremmo dire che ogni epoca ha il proprio post-moderno". Ogni volta che la coda della storia si fa troppo pesante ("Il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta"), e la tentazione di tagliarla di netto (il moderno, l'avanguardia) si rivela fallimentare, ecco che "la risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente".
Nella pratica, Eco pensa di riutilizzare Liala
Penso all'atteggiamento post-moderno come a quello di chi ami una donna, molto colta, e che sappia che non può dirle "ti amo disperatamente", perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia c'è una soluzione. Potrà dire: "come direbbe Liala, ti amo disperatamente". A questo punto, avendo evitata la falsa innocenza, avendo detto chiaramente che non si può più parlare in modo innocente, costui avrà però detto alla donna ciò che voleva dirle: che la ama, ma che la ama in un'epoca di innocenza perduta. Se la donna sta al gioco, avrà ricevuto una dichiarazione d'amore, ugualmente. Nessuno dei due interlocutori si sentirà innocente, entrambi avranno accettato la sfida del passato, del già detto che non si può eliminare, entrambi giocheranno coscientemente e con piacere al gioco dell'ironia… Ma entrambi saranno riusciti ancora una volta a parlare d'amore.
Implicita, nell'esempio di Eco, una meditazione su cultura e… come chiamarlo, "amore"? Mah, chiamiamolo "bisogno". Mentre la cultura si avvita su sé stessa e genera gusti sempre più complessi (ma è un progresso verso il silenzio, perché ogni scrittore, da Liala in poi, non aggiunge parole, ma le toglie all'innamorato 'moderno' che non può dirle perché sono già state scritte da qualche parte), i nostri bisogni rimangono tutto sommato gli stessi: amarsi, parlare d'amore. Negli '80 la "donna molto colta" (e il suo uomo) non possono più ripetere le frasi di Liala, eppure hanno gli stessi bisogni dei lettori di Liala di 30-40 anni prima. Il post-moderno ovvia a questa divaricazione tra gusto (sempre più sofisticato) e bisogno (più o meno sempre lo stesso, e banale). Dando per scontato qualcosa di fondamentale: che dei nostri bisogni, anche in assenza di un'educazione cattolica, noi ci vergogniamo. Non fosse altro che per la loro banalità. Ci vergogniamo, sì, ma in qualche modo dobbiamo venire a patti con loro. Anche a costo di saccheggiare Liala.
Allo stesso modo, quell'estate, quaranta milioni d'italiani avrebbero avuto voglia di andare al mare, "come direbbe Giuni Russo". Desiderio banale, ma l'importante è che si possa ancora comunicare. La canzone, quella popolare, serve a questo. Battiato lo aveva capito. (In seguito se l'è dimenticato, poi gli è tornato in mente, poi se lo è dimenticato di nuovo, ecc., un po' come tutti).
Il fatto è che il miracolo di "Quest'estate al mare" non era così semplice da replicare. Dall'intro fino al libitum finale, tutta la canzone strizza l'occhio all'ascoltatore: io sono più intelligente di così, con la voce che ho potrei cantare meglio (ma "per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che ti sdoppia la voce"). Un tocco di erotismo ambiguo, quel che basta ad ammiccare senza sparire dalla fascia protetta ("per le strade mercenarie del sesso, che procurano fantastiche illusioni…"). Persino un bambino (io) di fronte alla glossolalia esibita degli "ombrelloni oni oni" non può non cedere al sospetto che ci sia qualcosa sotto: qualcosa, ovvio, di più intelligente di così. Anche se tutto sommato non c'era bisogno davvero di produrre qualcosa di intelligente: l'allusione, l'ammiccamento, sono più che sufficienti. L'astuzia dello stile balneare: facciamo i bambini per dimostrare che non siamo più bambini. Oppure: facciamo i piccolo-borghesi per dimostrare che, etc.. Vincente, anche e soprattutto da un punto di vista commerciale: perché queste canzoni mettono d'accordo adulti e bambini, borghesi e snob. Ognuno ha la sua interpretazione, anzi, ancora meglio: ognuno può slittare da un'interpretazione a un'altra, senza che nessuno se ne accorga. Quand'è che abbiamo smesso di cantare "Cuccuruccuccù" perché era un ritornello scemo e ci siamo messi a cantare "Cuccuruccuccù" perché era una canzone malinconica e struggente? In ogni caso, un bambino che canta "Cuccuruccuccù" sembra già più intelligente; un adulto che canta "Cuccuruccuccù" sembra altrettanto scanzonato e intelligente, senza fare niente di particolarmente impegnativo che non sia cantare "Cuccuruccuccù".
Il metodo vantava, ovviamente, ripetuti tentativi di imitazione. "Un'estate al mare" è la matrigna di una serie di canzoni che hanno illuminato le estati '80: ironiche e stupide a scelta. L'estate sta finendo, Maracaibo, mare forza nove, etc.. Queste canzoni tuttora continuano a far ballare i trentenni sulle spiagge: sulla distanza sono sopravvissute al revival delle sigle dei cartoni giapponesi: segno che anche la nostalgia col tempo si fa un po' più sofisticata?
Il ritornello più esemplare mi sembra "Cocco bello / cocco fresco / non è che mi diverta", di Orietta Berti (ma c'è ancora lo zampino di Battiato, sotto pseudonimo). Anche in questo caso, sono possibili infinite letture: non che io mi diverta a cantare queste scemenze; e invece sì, mi diverto un mondo a stare in spiaggia e ascoltare i venditori di cocco in lontananza; oppure, mi diverto un sacco (a cantare e a prendere il sole) ma non ho il coraggio di ammetterlo, etc.. Piccoli pudori dei primi anni '80. Si praticava il banalotto (che non era ancora trash), ma si confessava (o si affettava) un certo imbarazzo. Non si grufolava ancora nel truogolo: quello è venuto dopo.
La stessa Giuni Russo si sentiva probabilmente prigioniera del genere: due anni dopo tentò di imporre un 45 giri con una bella canzone d'atmosfera, poetica, Mediterranea: ma i dj delle radio le preferirono il lato B, Limonata Cha Cha Cha ("Cha Cha Cha / della limonata / Cha Cha Cha / seduti in riva al mar"). Ancora due anni, e poi la resa: nel 1986 Giuni dichiarava di voler fuggire ad Alghero in compagnia dello straniero. Più che giusto che la genitrice non sapesse come si buttava via il talento della figlia.
[continua]
venerdì 24 settembre 2004
L'estate sta finendo, anzi è finita, quasi senza scrivere un pezzo sui tormentoni estivi. Sono fiero di queste piccole cose.
Oggi, infine, è autunno. Parliamo di tormentoni estivi. Essi sono stupidi, ma costruire teorie su di loro ci fa sentire intelligenti con poco sforzo.
Quindi, adesso faccio un gioco. Condensare un periodo storico nel distico di un tormentone. Pronti, via. Gli anni Ottanta, facile:
Quest'estate voglio andare al mare per le / vacanze (Giuni Russo)
E gli anni 2000-2004:
È un po' colpa mia, è un po' colpa tua, tocchiamoci
Nel nostro letto preso e montato / di sabato.
(Biagio Antonacci)
Seguirebbe il post di 50.000 caratteri dove spiego il senso dell'operazione, ma a–hung preferisco creare un'attesa nei lettori, lasciarli con degli interrogativi su cui possono costruire delle teorie, tenerli insomma sulle spine.
Zzz.
Oggi, infine, è autunno. Parliamo di tormentoni estivi. Essi sono stupidi, ma costruire teorie su di loro ci fa sentire intelligenti con poco sforzo.
Quindi, adesso faccio un gioco. Condensare un periodo storico nel distico di un tormentone. Pronti, via. Gli anni Ottanta, facile:
Quest'estate voglio andare al mare per le / vacanze (Giuni Russo)
E gli anni 2000-2004:
È un po' colpa mia, è un po' colpa tua, tocchiamoci
Nel nostro letto preso e montato / di sabato.
(Biagio Antonacci)
Seguirebbe il post di 50.000 caratteri dove spiego il senso dell'operazione, ma a–hung preferisco creare un'attesa nei lettori, lasciarli con degli interrogativi su cui possono costruire delle teorie, tenerli insomma sulle spine.
Zzz.
mercoledì 22 settembre 2004
In Emilia Romagna vivono gli italiani più ricchi, dice. E uno si chiede, sì, ma dove? In città, in montagna, al mare, a Forlimpopoli, a Tolè?
Io me lo sono chiesto spesso, ho fatto quel che si dice delle ricerche.
La città dalle finestre che brontolano
Purtroppo sono una persona un po' più stupida di quel che sembra, e posso metterci a volte decine d'anni a vedere una cosa che magari voi trovate evidente.
Per esempio: ci ho messo una decina d'anni per accorgermi che le finestre del Centro Storico di Modena erano tutte chiuse, anzi sbarrate, con gli scuri. Da mane a sera, d'estate come d'inverno. E siccome sono curioso, ma stupido, per un'altra decina d'anni mi sono chiesto: perché?
Naturalmente sono partito dalle ipotesi più astratte. Per esempio: non ci abita nessuno. Stanno tutti a Montale Rangone, e piuttosto di affittare ai nigeriani tengono tutto chiuso, così i prezzi lievitano (a quel tempo non sapevo che un nigeriano, in termini d'affitto, vale più di un autoctono. Stupido).
Oppure sono anziani, neanche cattivi, solo un po' timidi, come in certi paesini della bassa dove suoni il campanello e non viene ad aprirti nessuno, poi dopo un po' si affaccia il vicino, ti dice che la signora è all'ospedale da tanto tempo, e il marito è morto, e i figli non vengono mai… una città fantasma, pensate, al centro di una provincia industriale.
Oppure (visto che dalle grate di certi scuri cominciavano a sentirsi suoni misteriosi e squillanti), perché no, i cinesi. Come in certi casolari della bassa, sigillati, pieni di piccoli cucitori abusivi che non escono mai, l'unico segno di vita è la parabola sul tetto…
La spiegazione, naturalmente, era molto più banale. Anzitutto, quelle che io credevo abitazioni, otto casi su dieci erano uffici. Perché venivo dal paesello e mi mancava tutto un mondo di avvocati e notai e assicuratori e bancari e commercialisti, che alle cinque o alle sei staccano, più o meno quando mettevo fuori il naso io.
E poi non avevo mai riflettuto alla forma di quelle case, che non erano parallelepipedi col tetto triangolare, come ero convinto che fossero tutte le case del mondo perché da bambino col lego io le facevo così, ma avevano tutte il loro bel cortile interno, verso il quale naturalmente preferivano aprire le finestre. Tuttora continuo a dimenticarmelo, e se per caso un portone schiuso mi sbatte in faccia la realtà, ci resto di sasso: metà del centro storico è chiusa al pubblico!
In quei cortili (che io immagino sempre verdissimi, con una statua di Prassitele e i nanetti), vivono, secondo me, gli italiani più ricchi. Non escono molto, tanto dove vuoi andare la sera a Modena. Si svegliano alle due del pomeriggio, si sistemano nel triclinio, divorano piatti di tortelloni all'aceto balsamico (riserva speciale), vomitano nell'apposito vomitarium, e attaccano la salama da sugo. Il pranzo termina verso le 18, in tempo per l'aperitivo.
Le ragazze più ricche d'Italia invece non mangiano mai, sono magre e stronzissime, fanno sesso estremo, e quando si stancano ci scrivono un libro e giustamente ce lo vendono. Questa è la mia idea dei ricchi. Potete considerarla insulsa, la fantasia di un cretino, e indubbiamente lo è. Ma altrimenti, cosa dovrei credere? Che i ricchi vadano in giro per le stesse strade che giro io, con la stessa faccia grigia che porto io, che facciano la gara con me ai semafori al lunedì mattina? No, lasciatemi alle mie fantasie da basso impero.
Domenica, per la prima volta in vent'anni, ho saltato il turno a stappar bottiglie alla Festa del Lambrusco di Sorbara e ho fatto un salto al Festival di Filosofia. E mi sono, ebbene sì, divertito.
C'era Fabio De Luigi, un ragazzone simpatico che tutto il mondo conosce perché faceva il comico con la Gialappa, che leggeva le Cosmicomiche di Calvino nella piazzetta della Pomposa.
Ora, De Luigi è molto simpatico, e gli basta arricciare il naso per far ridere la gente, ma se c'è qualcosa di cerebrale e difficile da recitare, quelle sono le Cosmicomiche di Italo Calvino. Lo stesso De Luigi sembrava essersi scelto le Cosmicomiche più cerebrali e impervie del mazzo. Ci voleva del coraggio, dico io.
Eppure, incredibile, stava funzionando. La piazzetta era piena, ma che dico, piazzetta. Diciamocelo, che la Pomposa è una piazza quando vuole, e che Modena ha delle belle piazze se si impegna, piene di gente che si appassionano alle Cosmicomiche di Italo Calvino. E quando ne terminava una, la gente gliene chiedeva un'altra, e ridevano, e applaudivano, e restavano zitti e seguivano…
Finché da una finestra di fronte, non si è sentita forte e chiara una voce, vox clamans in piazzetta:
"O, è ancora lunga? No, perché domani noialtri avremmo da lavorare".
Detto con un orgoglio, avete presente, come se l'indomani a lavorare ci dovesse andare lui, solo lui: e tutti gli altri, buoni da niente, seh, filosofi, t'la dàg mè, la filosofia.
E non aveva nemmeno aperto lo scuro: la luce filtrava dalle fessure. Neanche la curiosità di vedere chi era quel pazzo che leggeva le Cosmicomiche. No. Ciavèdi, toti ciavèdi. Domani è lunedì, altroché. Silenzio. E poi risa, e applausi, ma era Modena che si rideva dietro dopo l'ennesimo sfondone. Il bello è che magari quel signore lì doveva alzarsi davvero presto, alle sei o alle cinque, chissà.
E che magari rimpiangeva anche lui il tempo in cui non volava una mosca, in piazzetta, ché gli spaccini controllavano il territorio che era un piacere. Mentre ora, tutte 'ste iniziative, e gli artigiani, e i bambini, e i concerti, e che due maroni, eh?
Non erano neanche le undici di sera, Fabio De Luigi ha promesso al vuoto che avrebbe finito in fretta, e intanto io cominciavo a rivedere le mie teorie sul centro storico. Che non sia davvero una città fantasma, piena di gente non cattiva, forse un po' timida, ma anche un po' troppo stronza? Che non c'è nessuna povertà, nessun mestiere difficile, nessuna sveglia puntata che ti permettano di disturbare una festa di centinaia di persone tranquille, alle undici di sera. Roba che bisognerebbe denunciare te, proprio te, per schiamazzi notturni, per disturbo della pubblica gioia.
Un ricco vero, questo, non lo farebbe mai. E neanche un povero vero, credo. Il problema con noi emiliani, forse, è che siamo rimasti incastrati in mezzo. E non ci schiodiamo. Sigilliamo le fessure e resistiamo.
(ricordo alle lettrici che alla Pomposa c'è il negozio di borse e indumenti fatti/e a mano più esclusivo dell'Emilia Romagna, e quindi dell'Italia, e dell'Universo tutto).
Io me lo sono chiesto spesso, ho fatto quel che si dice delle ricerche.
La città dalle finestre che brontolano
Purtroppo sono una persona un po' più stupida di quel che sembra, e posso metterci a volte decine d'anni a vedere una cosa che magari voi trovate evidente.
Per esempio: ci ho messo una decina d'anni per accorgermi che le finestre del Centro Storico di Modena erano tutte chiuse, anzi sbarrate, con gli scuri. Da mane a sera, d'estate come d'inverno. E siccome sono curioso, ma stupido, per un'altra decina d'anni mi sono chiesto: perché?
Naturalmente sono partito dalle ipotesi più astratte. Per esempio: non ci abita nessuno. Stanno tutti a Montale Rangone, e piuttosto di affittare ai nigeriani tengono tutto chiuso, così i prezzi lievitano (a quel tempo non sapevo che un nigeriano, in termini d'affitto, vale più di un autoctono. Stupido).
Oppure sono anziani, neanche cattivi, solo un po' timidi, come in certi paesini della bassa dove suoni il campanello e non viene ad aprirti nessuno, poi dopo un po' si affaccia il vicino, ti dice che la signora è all'ospedale da tanto tempo, e il marito è morto, e i figli non vengono mai… una città fantasma, pensate, al centro di una provincia industriale.
Oppure (visto che dalle grate di certi scuri cominciavano a sentirsi suoni misteriosi e squillanti), perché no, i cinesi. Come in certi casolari della bassa, sigillati, pieni di piccoli cucitori abusivi che non escono mai, l'unico segno di vita è la parabola sul tetto…
La spiegazione, naturalmente, era molto più banale. Anzitutto, quelle che io credevo abitazioni, otto casi su dieci erano uffici. Perché venivo dal paesello e mi mancava tutto un mondo di avvocati e notai e assicuratori e bancari e commercialisti, che alle cinque o alle sei staccano, più o meno quando mettevo fuori il naso io.
E poi non avevo mai riflettuto alla forma di quelle case, che non erano parallelepipedi col tetto triangolare, come ero convinto che fossero tutte le case del mondo perché da bambino col lego io le facevo così, ma avevano tutte il loro bel cortile interno, verso il quale naturalmente preferivano aprire le finestre. Tuttora continuo a dimenticarmelo, e se per caso un portone schiuso mi sbatte in faccia la realtà, ci resto di sasso: metà del centro storico è chiusa al pubblico!
In quei cortili (che io immagino sempre verdissimi, con una statua di Prassitele e i nanetti), vivono, secondo me, gli italiani più ricchi. Non escono molto, tanto dove vuoi andare la sera a Modena. Si svegliano alle due del pomeriggio, si sistemano nel triclinio, divorano piatti di tortelloni all'aceto balsamico (riserva speciale), vomitano nell'apposito vomitarium, e attaccano la salama da sugo. Il pranzo termina verso le 18, in tempo per l'aperitivo.
Le ragazze più ricche d'Italia invece non mangiano mai, sono magre e stronzissime, fanno sesso estremo, e quando si stancano ci scrivono un libro e giustamente ce lo vendono. Questa è la mia idea dei ricchi. Potete considerarla insulsa, la fantasia di un cretino, e indubbiamente lo è. Ma altrimenti, cosa dovrei credere? Che i ricchi vadano in giro per le stesse strade che giro io, con la stessa faccia grigia che porto io, che facciano la gara con me ai semafori al lunedì mattina? No, lasciatemi alle mie fantasie da basso impero.
Domenica, per la prima volta in vent'anni, ho saltato il turno a stappar bottiglie alla Festa del Lambrusco di Sorbara e ho fatto un salto al Festival di Filosofia. E mi sono, ebbene sì, divertito.
C'era Fabio De Luigi, un ragazzone simpatico che tutto il mondo conosce perché faceva il comico con la Gialappa, che leggeva le Cosmicomiche di Calvino nella piazzetta della Pomposa.
Ora, De Luigi è molto simpatico, e gli basta arricciare il naso per far ridere la gente, ma se c'è qualcosa di cerebrale e difficile da recitare, quelle sono le Cosmicomiche di Italo Calvino. Lo stesso De Luigi sembrava essersi scelto le Cosmicomiche più cerebrali e impervie del mazzo. Ci voleva del coraggio, dico io.
Eppure, incredibile, stava funzionando. La piazzetta era piena, ma che dico, piazzetta. Diciamocelo, che la Pomposa è una piazza quando vuole, e che Modena ha delle belle piazze se si impegna, piene di gente che si appassionano alle Cosmicomiche di Italo Calvino. E quando ne terminava una, la gente gliene chiedeva un'altra, e ridevano, e applaudivano, e restavano zitti e seguivano…
Finché da una finestra di fronte, non si è sentita forte e chiara una voce, vox clamans in piazzetta:
"O, è ancora lunga? No, perché domani noialtri avremmo da lavorare".
Detto con un orgoglio, avete presente, come se l'indomani a lavorare ci dovesse andare lui, solo lui: e tutti gli altri, buoni da niente, seh, filosofi, t'la dàg mè, la filosofia.
E non aveva nemmeno aperto lo scuro: la luce filtrava dalle fessure. Neanche la curiosità di vedere chi era quel pazzo che leggeva le Cosmicomiche. No. Ciavèdi, toti ciavèdi. Domani è lunedì, altroché. Silenzio. E poi risa, e applausi, ma era Modena che si rideva dietro dopo l'ennesimo sfondone. Il bello è che magari quel signore lì doveva alzarsi davvero presto, alle sei o alle cinque, chissà.
E che magari rimpiangeva anche lui il tempo in cui non volava una mosca, in piazzetta, ché gli spaccini controllavano il territorio che era un piacere. Mentre ora, tutte 'ste iniziative, e gli artigiani, e i bambini, e i concerti, e che due maroni, eh?
Non erano neanche le undici di sera, Fabio De Luigi ha promesso al vuoto che avrebbe finito in fretta, e intanto io cominciavo a rivedere le mie teorie sul centro storico. Che non sia davvero una città fantasma, piena di gente non cattiva, forse un po' timida, ma anche un po' troppo stronza? Che non c'è nessuna povertà, nessun mestiere difficile, nessuna sveglia puntata che ti permettano di disturbare una festa di centinaia di persone tranquille, alle undici di sera. Roba che bisognerebbe denunciare te, proprio te, per schiamazzi notturni, per disturbo della pubblica gioia.
Un ricco vero, questo, non lo farebbe mai. E neanche un povero vero, credo. Il problema con noi emiliani, forse, è che siamo rimasti incastrati in mezzo. E non ci schiodiamo. Sigilliamo le fessure e resistiamo.
(ricordo alle lettrici che alla Pomposa c'è il negozio di borse e indumenti fatti/e a mano più esclusivo dell'Emilia Romagna, e quindi dell'Italia, e dell'Universo tutto).
martedì 21 settembre 2004
Contrordine, signori: pare che Le chiavi di casa sia un bel film, con una bella colonna sonora.
Perlomeno, me l'ha scritto Jonathan (che su polaroid latita da tempi immemori):
Caro Sito Leonardo,
ti scrivo due righe dopo aver letto il tuo pezzo sul trailer delle Chiavi di casa, il film di Gianni Amelio su cui un po' tutti hanno detto la loro. Secondo me una volta che hai tempo oppure se ti rimane il sito vuoto per due o tre giorni faresti bene a tornare sull'argomento e a vedere la cosa da un punto di vista diverso. Io penso che dovresti prendertela con il trailer, con le recensioni e con il tono da millantato credito e da "patria offesa" usato dai Tg e dai vari servizi sul Festival di Venezia. Il vero aspetto provinciale della vicenda è non avere quasi nessuno capace di parlare decentemente di un film fatto davvero con sottigliezza e con grande cultura cinematografica e umana. O se ne parla come di un capolavoro assoluto e incompreso o come di una palla neorealista. Secondo me questo è male.
Mercoledì, uscendo dal cinema con la mia morosa mi dicevo "ma tu pensa se per colpa di una serie di giudizi troppo positivi, troppo entusiasti e troppo retorici dati dalle peggiori teste d'uovo d'italia, da Marzullo a Mentana a dio sa chi altro, io devo rischiare di giocarmi la serata a metà prezzo andando a vedere Spiderman 2 invece di questo film qui, che è davvero molto bello". (Spiderman ci vado la settimana prossima...).
Poi stamattina leggo il tuo sito, il pezzo su Vasco ecc. Il pezzo è [...] letteralmente assurdo, quando si riferisce al film. Al momento (un momento che dura da mesi) non ho le forze per scrivere una vera "recensione" però vorrei dirti schematicamente il di quest'assurdità e perché il film ha qualcosa di interessante.
La colonna sonora è una delle cose più straordinarie di tutto il film. E' una presenza che c'è e non c'è. Si sente molto di rado e a un volume bassissimo, come se fosse suonata in un'altra stanza, anzi direi che addirittura la tecnica di registrazione riproduce l'effetto di un filtro. In più è tutta musica originale (non ricordo il compositore) scritta apposta per le scene ed eseguita da un ensemble ridottissimo di musicisti. Ci sono delle percussioni, dei pezzetti di piano solo e soprattutto lunghissimi minuti senza musica. Roba così, nella provincia italiana, si produce poco spesso. L'unica canzone della colonna sonora è un pezzo in portoghese, di grande impatto devo dire, sui titoli di coda. E Vasco? C'è anche Vasco ma, ironia del trailer, non fa parte della colonna sonora. La canzone è un pezzo di film anzi è forse uno dei pochi momenti di "realismo" di tutto il racconto. Paolo, il bimbo disabile protagonista, la ascolta a tutto volume (il volume alto è una sia fissazione) dall'autoradio del padre mentre sono in giro da soli per i deserti della Norvegia. La ascolta e ci canta sopra, un po' come se fosse la sua canzone preferita (ma cosa dovremmo dire di quello che ascoltano i protagonisti dei film coreani, cinesi giapponesi ecc.?). E in fondo un tredicenne romano avrà nello zaino anche la cassetta di Vasco. Il tutto a dieci minuti dalla fine, e dopo la colonna sonora che ti ho malamente descritto ti assicuro che non disturba (anche grazie ad altri legami fra il testo del pezzo e il film che ora non sto a dire).
Un critico che io e te leggevamo quando avevamo vent'anni, a volte con passione a volte con snobismo, Frederic Jameson [chi? Ah, sì, Jameson...], ha scritto uno dei suoi saggi migliori proprio sul genere narrativo del trailer e del commento giornalistico a un film. Dopo averlo analizzato conclude che un trailer deve essere considerato un'altro prodotto rispetto al film che dovrebbe riassumere per due motivi molto semplici: 1) il regista e il montatore del trailer non è mai (eccetto Kubrick) lo stesso regista del film: di solito è un pubblicitario della produzione; 2) perché la strategia più cara ai curatori di trailer è quella di creare immagini e sequenze che nel film non ci sono; l'esempio che tutti conoscono sono le battute fulminanti nei provini di certi film comici, che poi al cinema non ritrovi perché in realtà erano fatte mescolando due scene diverse. Il trailer di Amelio insomma, ci paral del pubblico a cui si rivolge, non del film.
Sulle Chiavi di casa avrei ancora mille cose da dire ma mi fa ridere dilungarmi ancora. Te ne dico un po' schemaicamente perché così magari vai a vederlo e lo consigli anche ai tuoi lettori.
Anzitutto fare un film da un libro di Giuseppe Pontiggia deve essere una bella sfida. Pontiggia è uno dei pchi narratori che riescono a rendere calda e spietata l'ironia e la raffinetazza. Infatti Amelio, come è noto, ha scritto un'altra storia, cercando di riprendere il tono dolce e sincero del romanzo Nati due volte, che racconta di un padre (Pontiggia stesso) e della sua convivenza trentennale con un figlio handicappato. C'è il libro nel film? C'è, nel senso che si vede, lo legge la Rampling e ne parla con il glaciale e impalato Rossi Stuart. Ma la storia è di Amelio, ed è una strana storia d'amore. Per certi versi il film mescola due generi, il road movie e la love story, solo che invece dell'avventura e del sesso c'è uno strano erotismo familiare, frutto di un'altrettanto strano colpo di fulmine, fra un padere e un figlio che non si conoscevano. Fra Berlino e una Norvegia vista con un occhio alla Antonioni si svolge una vicenda senza capo ne coda, che non ha né un inizio né una fine.
I pezzi migliori sono in ospedale. C'è una sequenza di fisioterapia che sembra girata da Kiarostami, con tre schermi che si sovrappongono, teste tagliate e tutto, con grande naturalezza. Il virtuosismo tecnico è la telecamera a spalla per quasi tutto il film. Sembra una steadycam ma è una telecamera a spalla usata con straordinaria leggerezza (è come un cantante che ha una bella voce senza microfono e senza ricerbero...). Qualcosa di simile lo aveva fatto Nanni Moretti nel primo episodio di Caro diario, nelle scene in vespa. Non è una steadycam!
La parte più buffa di tutti i commenti che ho sentito, per finire, è la scelta "neorealista" del bimbo handicappato davvero anziché di un attore. A parte il fatto che ciò dimostra l'opinione che il commentatore medio ha del cinema neorealista (domanda: Anna Magnani e Aldo Fabrizi erano attori oppure una vera sfollata e un prete?). A parte questo quando prendi un non attore straordinario come il ragazzo che interpreta Paolo e che fa letteralmente sparire Kim Rossi Stuart (Amleio ha l'estro masochista del pessimo attore maschile tipo Enrico Lo Verso) devi centuplicare il lavoro di finzione e di costruzione registica per traportare il tutto su uno schermo. Un film è l'esatto contrario di un filmino familiare, perchéun film non ha famiglia è sempre la storia di un estraneo.
avrà senso che ti abbia scritto questa mail? non lo so.
Altroché.
(grazie)
venerdì 17 settembre 2004
Drin, drin
Dio delle telefonate inopportune, fa almeno che stavolta non sia Gaetano con le sue considerazioni universali, né Palmira con le sue pare premestruali, ma soprattutto, fa che non sia Arcibaldo, il Pitagora della Bassa, proprio lui, Arci, con le sue idee così geniali…
"Pronto "
"O Davide, come va?"
"O Arci, bene, e tu?"
"T'ho chiamato perché m'è venuta un'idea che la metà basta. Stavo qui sul divano…"
"Non hai paura di restare senza?"
"Eh?"
"Non hai paura di restare senza idee, un giorno?"
"No, perché? Stavo qui, sul divano, coi titoli del dvd che giravano all'infinito".
"Perché giravano all'infinito?"
"Perché non riuscivo a spegnerli".
"Perché non riuscivi a spegnerli?"
"Non trovavo il telecomando".
"Hai provato sotto il cuscino?"
"C'era il telecomando dell'aria condizionata".
"Sotto il divano?"
"Quello dello stereo".
"Sopra il televisore?"
"Quello del televisore, no?"
"Ah già. E dietro il televisore?"
"Il cellulare".
"Allora prova in tasca".
"In tasca?"
"Magari te lo sei messo in tasca pensando che fosse il cellulare, a me succede… prova…"
"Bella intuizione, ma in tasca ho il cordless. E insomma, a questo punto mi è venuta un'idea. Ho pensato: la vita moderna è logorante".
"Ci hai pensato dal divano?"
"Sì. E lo sai perché è logorante? Per via di tutti questi telecomandi che ti complicano la vita, non sai mai dove appoggiarli, perdi intere mezz'ore a cercarli. Allora ho pensato allo spago".
"Lo spago?"
"Sì, pensavo di legare con lo spago ogni telecomando al relativo elettrodomestico. Rozzo, ma efficace. Poi ho pensato: e se invece dello spago usassi un conduttore di elettroni?"
"Un filo elettrico, intendi".
"Bravo! Così risolvo anche il problema dell'alimentazione! Invece di cambiare le pile a cinquantasei telecomandi, li faccio alimentare dai rispettivi elettrodomestici, e secondo me ci risparmio pure. Che ne dici?"
"Cioè, la tua idea sarebbe attaccare i telecomandi agli elettrodomestici con…"
"Con dei cavi elettrici. Dico, non è geniale? Talmente banale che non ci ha mai pensato nessuno! Poi arrivo io, la brevetto, e…"
"Arci, posso dirti una cosa sui cavi elettrici?"
"Li trovi antipatici?"
"Presi uno per uno, no. Ma appena ne metti due vicini, lo sai cosa succede?"
"Cosa succede?"
"Si attorcigliano. Non fanno che attorcigliarsi l'uno con l'altro. Io non so come facciano. Probabilmente aspettano la notte. Appena uno spegne la luce, cominciano a imbrigliarsi tra loro come serpentelli infoiati. Hai mai dato un occhio al retro del tuo Pc?"
"È sempre un gran casino".
"Perché? Hai mai spostato un cavo, tu?"
"No, non mi sembra".
"Lo vedi! Sono loro, sono i cavi che si attorcigliano la notte! E tu vuoi mettere un filo per ogni telecomando?"
"Cavolo, Davide, hai ragione".
"Certo che ho ragione ".
"E se attaccassimo direttamente il telecomando all'elettrodomestico? Niente più cavi né pile".
"E come fai a cambiare canale dal divano?"
"Vorrà dire che mi alzerò dal divano, tanto mi devo alzare lo stesso a cercare il telecomando da qualche parte… anzi, probabilmente faccio prima".
"Cioè, in pratica metteresti i tasti dei canali direttamente sul televisore".
"Geniale, non trovi?"
"Insomma…"
"Il televisore coi tasti dei programmi incorporati! Questa non è venuta ancora in mente a nessuno. Stessa cosa anche per lo Stereo, il Dvd, il Vhs… tutti i tasti incorporati. Niente file, niente batterie, niente aggeggini di plastica che si infilano sotto il cuscino. Davide, obiettivamente, io sono un genio".
"Ma…"
"Sì, sì, anche tu mi hai aiutato. Anzi, sai cosa ti dico? Questa la brevettiamo insieme. Certo, dobbiamo studiarla più in dettaglio. Che ne dici di passare da me domani sera?"
"Mi dispiace, non… non mi parte più la macchina".
"Perché non ci attacchi un bue?"
"Eh?"
"No, niente, è un'altra idea che mi è venuta quest'estate, sai, coi rincari del petrolio. Ho pensato: e se attaccassimo dei buoi ai cofani delle macchine? Niente più code ai distributori, niente inquinamento, ma soprattutto: niente colpi di sonno! Loro mica vanno contro un platano, se ti addormenti!".
"Arci…"
"Questa riesco a venderla alla Fiat, che han bisogno idee nuove … poi magari la cosa prende e smettono di montare il motore a scoppio di serie, fanno un modello apposta per i buoi…"
"Una carrozza".
"Sì, stavo appunto cercando un nome accattivante per il brevetto, car-rozza, perfetto. Davide, io sono un genio, ma anche te non scherzi".
"Arci, tu sei troppo in anticipo sui tempi".
"È quel che penso anch'io, ma cosa vuoi… senti, adesso devo riattaccare, sto finendo il credito. Ti richiamo appena posso… sai, sto anche studiando un sistema più conveniente per comunicare a distanza, una cosa semplicissima, una serie di squillini che…"
"Il codice Morse".
"Un che?"
"No, niente, riflettevo tra me e me. Buonanotte".
"Buonanotte".
Click.
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