Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

giovedì 9 aprile 2026

Se non metti in ordine arriva Donald Trump


Donald Trump è da anni il caso di megalomania più noto e studiato al mondo, che altro potrei aggiungere a questo punto? Che ci ha fatto rivalutare George W. Bush, Berlusconi, Putin, gli ayatollah? Che l'angoscia dei patrizi romani, mentre aspettavano che un pretoriano più coraggioso di un altro si avvicinasse all'imperatore pazzo e lo soffocasse coi cuscini, scompare di fronte a quella dei cittadini del mondo che al mattino controllano sul telefono se una civiltà non è stata nuclearizzata nottetempo per capriccio? Mi limito a confessare una cosa: io continuo a trovare qualcosa di rassicurante, in Donald Trump. La sua ignoranza, la sua mitomania, la sua ostentata volgarità, la sua ridicola pretesa di capire il mondo mentre il mondo lo strozza, la sua arroganza, sono troppo reali per esserlo davvero. Per quanto possa essere malvagio, resta un malvagio da melodramma, da telefilm. Ti aspetti che calchi i toni perché prima o poi sarà punito, e il pubblico avrà la soddisfazione che pretendeva dallo spettacolo. Ed è come lui stesso lo capisse, un lampo di lucidità che lo percorre proprio nei momenti in cui sbrocca più forte. Non può durare, Donald Trump: è programmato per perdere, e perdere male. Si tratta soltanto di capire quanta gente dovrà rimetterci, prima della scena risolutiva. Magari miliardi. Ma non credo sia possibile una Storia dell'uomo in cui Trump non venga sconfitto e punito – e se esiste, è la Storia di un animale che ha scoperto l'intelligenza per puro caso e vi ha rinunciato abbastanza presto, non costituendo nessun vantaggio evolutivo: invece di aiutarlo ad adattarsi all'ambiente, lo distruggeva. 

Ripeto: o la nostra civiltà finisce con Trump (e potrebbe), o nei resoconti storici prossimi venturi Trump sarà il fantoccio da irridere, il simbolo di cosa succede alla democrazia se non poti i populismi e i razzismi sul nascere, l'esempio da evitare intorno al quale costruire daccapo un intero sistema educativo, sociale e politico. A chi chiederà: ma perché dobbiamo tassare i patrimoni? risposta: Donald Trump. Perché dobbiamo destinare così tante risorse alla formazione di una classe dirigente illuminata e competente? Perché altrimenti poi succede Donald Trump. Perché abbiamo smesso di bruciare idrocarburi? Per evitare un altro Donald Trump. Perché devo mangiare le verdure? Donald Trump non le mangiava. 

martedì 7 aprile 2026

Un'intera civiltà morirà stanotte

 

Comunque andrà, una civiltà è morta davvero. 

E magari qualcosa di rivoluzionario può succedere, chissà?

venerdì 3 aprile 2026

Sul fronte meridionale


È più io meno il ventennale di quella volta che Berlusconi disse: ""Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che votano contro il proprio interesse". Citazione testuale che subito qualcuno pensò di male interpretare, lanciando alti strali perché B. aveva dato dei coglioni agli elettori di sinistra. B. aveva semplicemente suggerito che l'orientamento al voto dipenda molto più dagli interessi percepiti che da altri fattori (l'appartenenza, l'ideologia, l'inerzia, ecc.). Nell'occasione si era mostrato più materialista di molti avversari a sinistra, e i risultati di quella tornata elettorale non gli diedero torto. Promise di abolire la tassa sulla prima casa, e i proprietari votarono per lui. Da lì in poi la tassa sulla prima casa non è più stata ripristinata. Ma la domanda è: prima che B. promettesse, all'ultimo minuto di una tribuna elettorale, di abolire l'ICI, gli stessi proprietari stavano tutti pensando di votare Prodi?

È da trent'anni che gli esperti si dicono convinti di sì, che le elezioni si vincano al Centro: e che è quindi opportuno, soprattutto in campagna elettorale, tentare la fascia moderata con proposte il più possibile moderate – detassare i proprietari di prima casa mi sembra l'esempio più felice, anche se B. quelle elezioni non le vinse: le pareggiò. Quando si fa presente che a insistere troppo sul Centro si rischia di disaffezionare la fascia estrema, gli esperti fanno spallucce: in un modello bipolare gli estremisti non hanno alternative. O si turano il naso e votano moderato, o non votano proprio (il che a volte significa votare liste e candidati che non hanno chance). Inutile dire che di questo modello bipolare essi sono i più convinti fautori. Trent'anni fa speravano che l'introduzione del bipolarismo li avrebbe resi preziosi come l'ago della bilancia; quelli che nel frattempo sono cresciuti nel sistema non concepiscono proprio che ne possano esistere altri. Contro la loro tesi, noi incalliti anti-bipolari non abbiamo che invocare i fatti: non è che non funzioni, il bipolarismo; semplicemente non esiste. Per quanto il sistema elettorale possa essere truccato fino a costringere gli elettori a scegliere tra un rosso e un blu (entrambi convergenti verso il centro) senza altre opzioni, gli italiani sono ugualmente riusciti a inventarsele e a votarsele: vedi il drammatico risultato del 2013, quando un partito nato dall'insoddisfazione degli italiani per Berlusconi e per il PD si prese un terzo dell'elettorato. L'Italia non è bipolare e non c'è motivo per cui debba diventarlo – se si esclude l'interesse di qualche piccola lobby e di qualche grande proprietario che vorrebbero piazzarsi al centro e determinare ogni futura scelta con un piccolo pacchetto di voti. La scommessa dei centristi, che i centristi perdono sempre, mentre ai margini nascono formazioni magari altrettanto effimere, ma che attraggono in meno tempo molti più elettori. 

Completiamo quindi l'ipotesi di Berlusconi (l'elettore vota per curare i propri interessi) con un corollario: quando non ci trova nessun interesse, l'elettore semplicemente non vota. Questo forse ci aiuta a capire cosa sta succedendo al sud, cosa Meloni & co. non hanno capito, e cosa rischiamo di non capire anche noi. 

Uno dei modi in cui ci mentono le mappe è il fatto che dietro ogni colore ce ne potrebbero essere altri. Se in una provincia il rosso spunta sul verde di pochi punti percentuali, noi coloriamo la provincia di rosso e non ci accorgiamo più di quanto verde comunque c'era sotto. Tanti errori si potrebbero correggere con un uso più attento delle sfumature: ma le bugie a volte diventano soltanto più sottili. Ad esempio guardate questa. 


Questa è la carta archetipica – i forestieri ci sfottono, dicono: tutte le vostre carte sono così. Nella fattispecie, si tratta dell'affluenza al voto del 2022, ma potrebbe essere il 2018 o il 1964: la gente va a votare più al nord che al sud, fine. Se poi aggiungi che il nord è più popolato, capisci perché i demagoghi storicamente abbiano preferito tarare i propri messaggi sui capannonici che sugli elettori meridionali. E però. 

E però nella cartina ci sono numeri scritti in piccolo, che potrebbero dirci un'altra cosa. Ad esempio che in Campania (terza regione d'Italia per popolazione) nel 2022 ha votato il 55% degli aventi diritto. E quindi? Se guardassimo una cartina del 2018, troveremmo più o meno lo stesso colore, ma... aveva votato il 68%. Questa cosa vale più o meno per tutto il sud: nel 2018 andarono a votare centinaia di migliaia di elettori in più – ed è vero che nel complesso votarono soprattutto per il M5S. Giuseppe Conte era ancora un insigne sconosciuto. Nel 2022 invece era il leader del M5S, e in quanto tale mantenne un buon risultato soprattutto al sud, che evidentemente riconosceva nel M5S l'unico partito che tutelava i suoi interessi: ma in quell'occasione centinaia di migliaia di elettori non andarono a votare. Stanno ora parzialmente rientrando, perlomeno in un'occasione in cui non dovevano votare per un partito o per un leader, ma semplicemente per dire NO a una riforma del centrodestra. 

L'errore di valutazione di Giorgia Meloni e del suo staff sta probabilmente qui. Per mesi girava l'idea che una maggiore affluenza al voto avrebbe premiato il Sì – è successo l'esatto contrario, ed è successo al sud. Un territorio che Fratelli d'Italia, e in generale il centrodestra, avevano sacrificato nel 2018, con un calcolo che almeno fino a quel momento si era rivelato corretto: si trattava di scegliere tra promettere ai capannoni la flat tax e l'abolizione del tetto sul contante e al meridione il mantenimento del reddito di cittadinanza. Il centrodestra scelse i capannoni e vinse; nell'occasione, molti suoi sostenitori meridionali non passarono al M5S o alla sinistra, ma semplicemente non andarono a votare. Meloni & co. hanno commesso l'errore di continuare a considerare quei non-elettori un esercito di riserva, una quinta colonna che in occasione del referendum si sarebbe fatta viva, ma perché? Per ideologia, per appartenenza, per inerzia? Ma la gente non vota per queste cose: ricordate cosa diceva Berlusconi?

La cartina ci dice anche che Giuseppe Conte non è esattamente il fulmine di guerra che qualcuno sta cominciando a celebrare. Perlomeno non lo era nel 2018, quando comunque poteva rivendicare la gestione di un paio di governi (che però avevano varato misure impopolari). Magari lo sta diventando ora; in certi casi l'opposizione corrobora. Ma chi davvero votava per il Reddito di Cittadinanza, lo ha già votato nel 2022. Se nel frattempo il centrodestra si inventa qualcos'altro – sembrano abbastanza suonati, ma non è detto – il meridione è assolutamente contendibile, lo dice proprio il rosso di quella cartina. Anche solo l'affluenza in Campania può oscillare di 15 punti percentuali, e sono centinaia di migliaia di voti. 

giovedì 2 aprile 2026

Primarie sì primarie no (primarie fantasma)

Stavamo dicendo: al centrodestra non sono mai servite le primarie per scegliere il leader. Per i primi vent'anni sarebbero state pleonastiche: il carrozzone lo pagava Berlusconi, il candidato era lui. In seguito è entrato in vigore il patto non scritto per cui a Palazzo Chigi va il capo del partito della coalizione che ha preso più voti. Il sistema funziona bene anche perché fin qui asseconda l'andamento ciclico dei leader: nel '17 scoccava l'ora di Salvini, nel '22 quella di Giorgia Meloni. Ma adesso? 

Adesso abbiamo un problema, anzi per una volta ce l'hanno loro. Forse fino a qualche mese fa i dirigenti di FdI erano convinti che la Meloni potesse invalidare quella legge empirica per cui la fortuna di un leader non dura neanche una legislatura intera. Nel frattempo magari qualcuno si guardava intorno, alla ricerca del prossimo personaggio carismatico, ma tutto quello che è riuscito a trovare è un generale in prepensione, che malgrado abbia imparato alla svelta e a memoria tutti i punti dell'agenda antiwoke, non riesce a venderli a una maggioranza silenziosa ma non così scema. Non sarà una coincidenza che nelle bozze della nuova legge elettorale compaia l'obbligo di ufficializzare il candidato di coalizione – un dettaglio, questo, che molto difficilmente la corte costituzionale potrà concedere, tanto è chiaro sulla Carta il principio che assegna la nomina del governo al presidente della repubblica – e però prima che la corte si pronunci bisogna fare ricorso, prima di fare ricorso bisogna che la legge sia votata e ratificata, per cui insomma non sarebbe davvero molto strano che si andasse a votare con l'ennesima legge-pastrocchio evidentemente incostituzionale. L'unico che davvero potrebbe mettersi in mezzo è Mattarella e non sempre ne ha voglia. Ma insomma non è solo l'ambizione personale a suggerire aa Meloni un trucco per restare in sella: è proprio che, per quanto sia declinante il suo astro, altri sorgenti in quell'emisfero non se ne vedono. E nel nostro?

Nel nostro abbiamo una serie di problemi che però rischiamo di fraintendere. Prendi Elly Schlein: all'apparenza il problema è uno scarso carisma – che si scontra con l'evidenza per cui, da quando ha vinto a sorpresa le primarie, il PD è cresciuto a ogni tornata elettorale, in modo non spettacolare ma costante e consistente. E tuttavia non sembra il candidato adatto: ha un cognome strano, di cui l'italiano medio diffida; e poi ha questo grande problema che è una donna. Non una donna portata sugli scudi da una coalizione orgogliosamente patriarcale e machista, come Giorgia Meloni, la cui femminilità serviva ad attenuare quel forte sentore di spogliatoio maschile che emanavano i suoi ranghi; no, Elly Schlein è segretaria di un partito che del femminismo si fa alfiere e interprete, e questo molti potenziali elettori non riescono ad accettarlo, è un limite con cui fare i conti. 

Dall'altra parte c'è Giuseppe Conte, che se davvero riuscisse a spuntarla sarebbe la prima eccezione alla regola per cui a un leader viene concessa una sola stagione per brillare. Bisogna dire che il suo è già il caso più atipico: quello che per gli altri leader è stato l'apice della carriera – l'arrivo al governo – per lui è stato l'inizio. Ma è stato comunque quasi dieci anni fa; e chi resta convinto che Conte abbia davvero molte chance in più della Schlein, probabilmente si basa su sondaggi che hanno lo stesso valore di quelli che mesi fa, sondando un'opinione pubblica distratta, davano il No in abbondante vantaggio sul Sì. È pur vero che "Conte" e "Schlein" sono opzioni più concrete di "Sì" o "No", ma dobbiamo accettare che la maggior parte degli elettori oggi non risponderebbero né per l'uno né per l'altra: devono ancora scegliere. Certo, se convochiamo delle primarie, la scelta diventerà presto obbligata. E come tutte le scelte obbligate, comporterà tensioni e rinunce. 

Il precedente più simile sembra quello delle primarie del 2012, lo scontro (a due fasi!) tra Renzi e Bersani. Qui devo ammettere una cosa. Nell'occasione, mi sbagliai. Quando la campagna entrò nel vivo, attirando un po' di traffico persino su questo piccolo sito, io scambiai quel po' di attenzione mediatica per un reale focolaio d'interesse. Per la prima volta in Italia le primarie non erano una semplice consacrazione popolare di un leader già designato, ma una lotta accesa tra due candidati che esprimevano due concezioni definite e distanti, il che per me era fantastico, anche perché ci metteva al centro della scena. Per un attimo anche gli elettori di M5S e centrodestra sembrarono genuinamente interessati allo scontro – se per ottenere la loro attenzione dovevamo litigare un po', non c'era problema: litighiamo sempre volentieri e nell'occasione non credo di essermi risparmiato. Alla fine, dopo tanto disputare, le cose andarono come era più logico che andassero, e Bersani la spuntò. Dopodiché si andò a votare, e Bersani... non vinse. Cos'era successo?

Tante cose. Molti ipotetici elettori della mozione Renzi non votarono per Bersani: la polarizzazione che si era compiuta durante le primarie aveva ottenuto il risultato di allontanarli – anche e soprattutto a causa di Renzi, che ci teneva a dimostrare che se non era in grado di gestire la festa, poteva comunque ancora farla fallire. Molti optarono per la lista di Monti, che peraltro era nata appositamente per evitare la possibilità che il PD di Bersani vincesse da solo. Bersani peraltro, per quanto fosse segretario del PD da poco tempo, rappresentava la continuità ed era visto come fumo degli occhi da una buona parte dell'elettorato grillino, per cui, insomma, no, le primarie combattute non ebbero quell'effetto che avevo sperato che avessero. Se conquistarono un po' di attenzione, non conquistarono voti, anzi alienarono quelli della fazione che aveva perso. 

Io credo francamente che una tornata di consultazioni primarie tra Conte e Schlein (più altri segnaposto e figuranti) otterrebbe domani un risultato simile. Molta attenzione da parte dei giornalisti – alla fine alle primarie ci tengono soprattutto loro, è un'occasione per fare accessi e vendere inserzioni – ma un risultato politico che sarebbe inferiore alla somma delle parti. Forse perché il vero problema non è il carisma di Elly Schlein o di Giuseppe Conte, ma l'irriducibilità dei loro bacini elettorali. Ci sono elettori M5S che al momento sono convinti di non poter votare per lei, ci sono elettori PD altrettanto convinti che Conte non sia votabile. E sono esattamente quegli elettori che dobbiamo portare alle urne se vogliamo evitare altri cinque anni di un centrodestra sempre più rancoroso. Quindi che si fa? (Continua)

martedì 31 marzo 2026

Tutti vogliono le primarie (nella stanza dei ciechi)

Nonostante una certa tendenza ad azzeccare le previsioni, io non credo sinceramente di intendermi più di tanto di politica, o di avere il polso del Paese eccetera. Con le diottrie che mi trovo, posso simulare ampiezza di visione soltanto in una stanza dove chiunque altro sia cieco, e quindi comincio a pensare che sia questo il caso: non sono io che ci capisco qualcosa, sono politici e politologi a non capirci niente. Già. Ma perché? Qualcuno sarà anche semplicemente stupido: più spesso si benderanno gli occhi perché gli conviene. Ma il caso dell'ultimo referendum credo sia illuminante: per mesi un sacco di gente ha veramente creduto che il No potesse vincere, perché lo dicevano i sondaggi. I quali sondaggi stavano sondando un'opinione pubblica ancora disinformata e soprattutto disinteressata, che ci ha messo mesi ha capire quale fosse la sostanziale differenza tra Sì e No. Per molti mesi i politologi sono andati alla cieca, fidandosi di sondaggi che captavano un sostanziale rumore di fondo – questa è un'ipotesi. Ed è interessante perché ora più o meno gli stessi politologi ci stanno dicendo che gli elettori del cosiddetto Campo Largo preferirebbero Giuseppe Conte a Elly Schlein. Sarà vero? E ci conviene davvero scoprirlo prima delle elezioni?

Un altro problema degli esperti nostrani è il dare per scontate alcune caratteristiche invero bizzarre della politica italiana, come se fossero aspetti tipici di qualsiasi democrazia e non bizantinismi escogitati a un certo punto da qualcuno che cercava un trucco per assicurarsi una maggioranza stabile. I premi di maggioranza (quelli che secondo il geniale politologo ce li avevano in tutto il mondo e secondo wikipedia soltanto la Grecia e San Marino). Le coalizioni da formare obbligatoriamente prima delle elezioni, e non dopo come in qualsiasi sistema parlamentare gestito da adulti: con tanto di programma di coalizione, perché se devi deludere i tuoi elettori lo devi fare prima che ti votino, a sinistra, perlomeno (a destra devono vincere). In effetti storicamente gran parte di queste regolette sono state escogitate per evitare che una sinistra vincesse; dopodiché ce le siamo tenute manco fossero le XII tavole. In realtà non ci è dato sapere che legge elettorale ci toccherà stavolta; considerato chi la sta scrivendo, diamo per scontato che sarà l'ennesima legge incostituzionale – come scoprirà prevedibilmente anche stavolta la Corte Costituzionale, non prima che sia stata firmata dal Presidente e non ci abbia costretto a scrivere liste elettorali ad hoc, con le quali avremo già eletto l'ennesimo parlamento che a quel punto dovrà scriverne un'altra, chissà magari perfino peggiore – scusate, ma capite che ci sono già passato più volte, per tutte queste fasi? Ecco, un altro problema dei politologi è che sembrano avere memorie cortissime. 

Dicevo, non ci è dato sapere che legge elettorale ci toccherà, ma il cattivo risultato referendario (e le cattive vibrazioni successive) ci autorizzano a sperare che Giorgia Meloni stia calando un po' le penne: adesso che non è più convinta di vincere, magari il premio di maggioranza calerà un po'. E forse potrebbe anche riconsiderare l'elemento più anticostituzionale (e demenziale), ovvero l'obbligo di designare un candidato di coalizione. Proprio la cosa che il centrodestra postberlusconiano si è ben guardato di fare, nel 2017 come nel 2022. Il che ha consentito, al centrodestra (sempre meno centro), di cambiare con disinvoltura il proprio leader, da Salvini aa Meloni, senza affannare i sostenitori in estenuanti risse tra segretari di partiti così simili per bacino elettorale e ideologia. Il tutto in virtù di un patto tra segretari: chi prende più voti diventa il presidente designato. Facile. Economico. Sembra anche il trucco più efficace per motivare gli elettori del leader in declino (che però può avere ancora chances, se i suoi continuano a sostenerlo). E anche il più elastico, quello che permette ai leader qualche avventura fuori dal seminato: quando ad esempio Salvini fece un governo coi grillini, mentre aa Meloni, ogni tanto ricordiamocelo, restava fuori anche dall'esecutivo 'tecnico' di Draghi. A occhio, insomma un sistema che funziona meglio delle primarie: ma ammetto che l'occhio è mio. Nella stanza invece c'è un sacco di gente che le primarie le vuole proprio fare. Avranno ragione loro, no? (Continua)

venerdì 27 marzo 2026

La questione capannonica

Se ora vi mostro questa mappa...



Voi pensate: si è sbagliato, è rosso anche il Friuli. Già, ma in effetti questa non è la mappa del referendum costituzionale 2026. È quella di un referendum costituzionale molto diverso, giustamente dimenticato, che si svolse nel giugno del 2006. Vent'anni fa. E per quanto sia anziano, il corpo elettorale italiano, dobbiamo comunque presumere che molti elettori del 2026 vent'anni fa non votassero; e molti elettori del 2006 non siano più tra noi. Cos'è invece rimasto fermo, in questi vent'anni: cosa porta una porzione molto geograficamente determinata (il Lombardo-Veneto!) ad abbracciare le riforme più bislacche e improponibili, mentre il resto d'Italia resta completamente indifferente?

(Digressione: tra il 2006 e il 2026 c'è ovviamente il 2016. Anche in quel caso l'Italia disse no a una riforma forse persino più bislacca; eppure in quel caso la cartina fu completamente diversa. Se quella del 2006 e del 2026 dimostra il radicamento della Lega Nord, i territori "verdi" della mappa del 2016 disegnavano la dorsale centro-settentrionale che il Centrosinistra ha ereditato dal PCI. A dimostrazione di un semplice fatto: ai referendum non si votano le riforme, si votano i partiti che le promuovono). 

Ogni mappa è una bugia: se la ingrandiamo, se la raffiniamo, ci dirà bugie più sottili e interessanti, man mano che nella miscela comincia a scorgersi qualche verità. Se invece di guardare regione per regione, ci fissiamo sui comuni, ci accorgiamo che non stiamo mettendo a fuoco il Lombardo-Veneto, ma la sua provincia. 

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I capoluoghi di provincia hanno quasi tutti votato no, con eccezioni interessanti ma prevedibili (Verona). È buffo perché si tratta di un referendum sulla magistratura, e i magistrati di solito lavorano in città. In provincia viceversa dobbiamo presumere molti avvocati, a macinare chilometri, da cliente a cliente. 

Questo referendum, celebrato proprio all'indomani della morte di Umberto Bossi, potrebbe esserne l'epitaffio migliore. Umberto B. era uno studente trentenne fuoricorso all'università quando comprese, tra i primi, che la provincia lombarda aveva esigenze e sogni che nessuno stava interpretando: non i partiti, non la Chiesa, senz'altro non il sindacato. Ci si mise lui: e per quanto approssimative e fuorvianti siano state le sue proposte, evidentemente riempivano un vuoto. Che vuoto è rimasto: le città di provincia messe a fuoco dal Sì del 2026 non hanno nessun vero portavoce politico. Della Lega di Salvini, più di tanto, non si fidano; anche l'appeal di Forza Italia ormai è un ricordo lontano (e una Craxi non lo riavvicinerà). Quanto ai Fratelli d'Italia, folklore veronese a parte, non hanno mai cantato la canzone che le città di provincia volevano ascoltare. Nel frattempo Vannacci batte la campagna tuonando contro il politically correct, ma è difficile immaginare che a Gussago o a Conegliano quella sia la priorità. La mappa del Sì del 2026 ci dice, né più né meno, che all'Italia manca un Bossi; uno che sappia interpretare le esigenze della piccola-media industria sfarinata lungo la pedemontana e nelle valli delle acciaierie e delle tintorie. Lui la chiamò a un certo punto Padania, ma era un'esagerazione; si tratta di un territorio più limitato e articolato. A macchie di leopardo, verrebbe da dire, senonché è proprio il contrario: le macchie sono i centri urbani con la loro borghesia tradizionale, il loro terziario più o meno avanzato. Il Nord di Bossi era lo spazio tra una macchia e l'altra.  

Io una volta l'ho chiamato Capannonia, la terra delle Zone Artigianali. E tutto sommato mi sembra che il nome renda ancora l'idea – nel frattempo al mio Paese la Zona Artigianale è diventata una rovina, non sto scherzando, l'erbaccia cresce davanti ai portoni degli uffici delle piccole aziende che un tempo furono leader di settore. Migliaia di mq di cemento e infissi di alluminio che nessun terremoto ha abbattuto e nessun boom economico riuscirà a riscattare. Altrove immagino sia andata meglio, ma il peccato originale della Capannonia è appunto questo: sono stati ricchi e felici per un tempo brevissimo, come Adamo ed Eva nell'Eden: e come Adamo ed Eva non si danno pace. Chi nasce ricco conserva, da qualche parte nella sua coscienza, la nozione di Privilegio, e non importa con quanti cuscini la possa soffocare; ma a chi nasce in case ipotecate dai genitori artigiani e si ritrova all'improvviso piccolo imprenditore nella caldaia della Locomotiva d'Italia, come fai a spiegare che non ci è arrivato per i suoi sacrosanti meriti, ma per una serie di congiunzioni geo-politico-socio-economiche che si sono verificati per vent'anni e potrebbero non verificarsi più per altri duemila? Bossi, se anche l'aveva capito (e non è detto) si guardava bene dallo spiegarglielo. Vale la pena di ricordare che la Lega non nasce con gli elmi cornuti e le ampolle d'acqua del Po; la fuga di Bossi nel fantasy storico arrivò dopo un decennio di richieste molto più concrete, alcune delle quali furono recepite (beffarda ironia) dal centrosinistra di D'Alema: l'unica vera coalizione politica che ha dato a Capannonia qualcosa di concreto; il federalismo sanitario. Grazie all'altro referendum costituzionale, il primo, quello del 2001, veneti e lombardi si sono ritrovati con gli ospedali più ricchi d'Italia; il che non li ha salvati dal Covid, perché puoi coprire di denaro tutte le strutture che vuoi, ma se poi arriva un virus e i capannoni non vanno in quarantena, il risultato è una carneficina. 

Chi riuscisse a trovare una risposta alle esigenze capannoniche, si sarebbe assicurato elettoralmente quei territori per una generazione e più. Non è che nessuno ci stia provando; Conte varò il bonus facciate, Salvini cianciò a lungo di flat tax (a più aliquote). Non è sufficiente e non lo sarà mai: Capannonia è causa del suo male. I suoi cittadini più abbienti e lungimiranti sono i primi ad aver intuito che qualcosa si era rotto per sempre, e tra un pianto e l'altro hanno delocalizzato in Cina o in Romania (mentre Bossi buttava lì persino l'ipotesi dei dazi). Se in questi giorni vi sembrano più nervosi del solito, più del referendum può darsi che sia la constatazione che quell'attico a Dubai non lo rivenderanno mai al prezzo a cui l'hanno comprato. Anche la fiaba del Turismo Nostro Petrolio comincia a puzzare (e poi è una cosa che puoi raccontare a Marostica, al massimo a Crema: ma che turisti mai dovrebbero accorrere a Casalpustarlengo). Capannonia sprofonda, e nel frattempo diventa sempre meno bianca: sì, è un dato curioso, ma questo luogo che sembra senza speranze ne sta tuttora dando a immigrati da tutto il mondo che evidentemente qualcosa da fare lo trovano, ma cosa? Molti lavorano nell'allevamento e nella lavorazione della carne. Siamo pur sempre la macelleria d'Italia: settore sanguinolento e fetido, ma lavoro ce n'è; ed è quel tipo di impiego che non vorremmo mai per i nostri figli. Così abbiamo lasciato che il settore fosse occupato da gente che non parla la nostra lingua e ora li guardiamo con l'orrore con cui si guardano gli animali spazzini spolpare un cadavere. Ci sentiamo accerchiati da chi fa i lavori sporchi per noi, forse così si sentivano i gentiluomini sudisti? E come andò a finire?

Nessuno ci capisce, nessuno ci vuole veramente più rappresentare. Neanche noi sappiamo esattamente cosa vogliamo. Ogni tanto qualcuno butta là una riforma qualsiasi, e noi gridiamo Sì, ma è un riflesso condizionato. 

Chi ha studiato Storia sa, con una relativa sicurezza, che siamo spacciati com'era spacciata Venezia il giorno in cui Vasco De Gama vide le coste indiane: questo non le impedì di vivere ancora secoli di meravigliosa decadenza, e forse anche noi ne abbiamo il diritto. Forse l'Unesco dovrebbe fare qualcosa per i nostri Capannoni, dichiarare il nostro cemento unico al mondo. Capannonia sorgerà come una piccola patria di officine - costruiremo tutto un pezzo alla volta, i carri armati e gli acquedotti e le mura intorno alle nostre Z.I. Nessuno avrà il diritto di farci la guerra, o meglio se ci attaccheranno dovranno farlo ad armi pari, con catapulte costruite secondo le antiche ricette. Verranno i turisti non solo a carnevale, saranno felici di travestirsi da cavalieri o Casanova, il cambio con la lira sarà favorevolissimo. E la legge Merlin, non c'è bisogno di dirlo, abolita. Insomma Capannonia un senso ce l'avrebbe, una storia potrebbe avercela, io che ho studiato storie forse mi ci dovrei applicare, mi domando se in fin dei conti non sia mio preciso dovere di padano...

giovedì 26 marzo 2026

Il ritorno del soffitto viola

Se ci ha insegnato qualcosa Gino Paoli (1934/2026), è che le canzoni possono anche essere molto brevi, anzi forse è meglio: e che meno cose diciamo, più a fondo riusciamo a scolpirle nella memoria di chi ci ascolta. Questo, mi rendo conto, va contro tutto quello che ho detto e fatto e scritto in vita mia, ma è ormai troppo tardi per correggersi – non per sognare che la prossima generazione reagisca alla verbosità dei rapper con una nuova vague laconica, due strofe un ritornello, magari la seconda strofa uguale alla prima, magari il ritornello strumentale. 

Ho scritto "laconica" e non "ermetica" perché, in effetti, Gino Paoli era sempre chiarissimo, anche a rischio di esser banale. Il cielo in una stanza è una canzone limpida, non c'è niente da interpretare. Sta a disposizione di chiunque la voglia appendere in un angolo della propria memoria – ad esempio io non posso fare a meno di collegarla a una particolare sensazione che mi è capitato di provare nelle stanze delle ragazze in cui finalmente riuscivo a entrare. Ovviamente i soffitti non erano viola e (fortunatamente) nessuna fisarmonica suonava; ma se anche ci fosse stato quel viola, e del liscio in sottofondo, io non me ne sarei accorto, perché quando entravo in quelle stanze – al culmine di una lunga battaglia, condotta con armi che a distanza mi sembrano così improbabili – io non vedevo niente, non sentivo niente, non capivo niente. Alberi infiniti, immensità del cielo, questo tipo di eufemismi. E siccome non capivo niente, non mi accorgevo nemmeno di non capire, né di sentire, né di vedere: viaggiavo in una dimensione mia, sballottato tra testosterone e adrenalina, terrore di fare una brutta figura, necessità di farla comunque. Alberi infiniti, immensità del cielo, questo tipo di eufemismi. Dopodiché –

Dopodiché veniva il dopo. E a parte il fiatone, il batticuore, l'imbarazzo e quel senso di tristezza e vergogna, uno degli aspetti più curiosi è che improvvisamente io quella la stanza la vedevo. Le foto alle pareti, i libri sulle mensole, il manico di una racchetta spuntante dalla cima dell'armadio più alto. Lo screen saver del computer citava Ovidio. Ed eccomi in una stanza non mia, guardato e giudicato da cento soprammobili. Alcune stanze erano davvero ostili. Chi ti credi di essere, mi dicevano. Noi eravamo qui prima di te, e ci saremo quando tu non sarai più nemmeno un numero sull'agendina. Altre angoscianti, proprio per quanto mi sembravano vuote e mi chiedevano di essere riempite, e in quel momento capivo che non erano per me, che anche se avessi voluto non ce l'avrei fatta, ma evidentemente non lo volevo. 

Quindi ecco sì, Il cielo in una stanza è un capolavoro di canzone, però mi sarebbe piaciuto ascoltare la seconda parte: quella in cui il soffitto torna viola, gli alberi tornano a chiudersi come pareti, e Gino Paoli si domanda: cosa ci faccio qui? Perché forse lui sarebbe riuscito a spiegarlo in due strofe, e il ritornello strumentale. Io invece sono già a tremila caratteri, maledizione. 

martedì 24 marzo 2026

Vanno tutti a sbattere contro un referendum (ma perché?)


Il risultati di questo referendum erano così ampiamente prevedibili che li avevo preveduti persino io, due anni fa, quando ancora non si sapeva su cosa si sarebbe fatto il referendum: e però sembrava inevitabile che il Centrodestra ne organizzasse uno, e ci andasse a sbattere (ma perché?) Poi lo confesso, man mano che ci si avvicinava alla scadenza, e per molto tempo sondaggi e analisti sembravano dar ragione ai meloniani, anch'io ho dubitato: del resto mica sono un professionista. E questa è forse la cosa più interessante: che anche stavolta si sono sbagliati i professionisti. 

Se ne deducono alcune leggi empiriche sugli ultimi 15 anni di postberlusconismo (2011-2016), ovvero:

1) Chi si trova al governo dopo aver più o meno vinto una consultazione elettorale, cercherà dopo qualche tempo di ottenere un'ulteriore investitura popolare, mediante un voto che dovrebbe trasformarsi in un plebiscito: Renzi col referendum del 2016, Salvini facendo cascare il governo al Papeete nel 2019, Meloni nel 2026.

2) Tutti questi plebisciti falliscono, più o meno clamorosamente.

3) Gli esperti, i consulenti, i politologi, i sondaggisti... sono sempre tutti convinti che questi plebisciti siano una buona idea – finché non si accorgono che non lo è, ma sempre troppo tardi.

Tutti questi in fondo non sono che corollari dell'unica vera regola non scritta ma inossidabile del quindicennio postberlusconiano: (4) i leader ballano una sola stagione, e neanche tutta. Si scaldano nell'angolo mentre il leader precedente viene suonato al tappeto; irrompono pieni di fresca energia; cercano di reggere i colpi ma di solito non arrivano a fine legislatura (Meloni sarebbe la prima). Non ce l'ha fatta Grillo, non ce l'ha fatta Renzi (il più arrembante e incosciente, non aveva nemmeno vinto un'elezione legislativa), non ce l'ha fatta Salvini, non ce l'ha fatta Conte (che è quello che fin qui ne è uscito con le ossa meno rotte). Il potere logora chi ce l'ha, come per altro è giusto che sia in un periodo recessivo. È una regola abbastanza evidente, eppure ancora nessuno l'accetta. Nessuno che la politica la osservi e la commenti di professione; nessuno che la giochi ai massimi livelli. E ancora, perché? Cosa illude il leader di turno di poter sconfiggere il banco, anche quando ha numeri inferiori al precedente?

Potrebbe essere l'ombra lunga di Berlusconi? Magari non riescono a capire che lui non era un semplice personaggio, ma un uomo di potere, con interessi ben più concreti e ramificati. Berlusconi sì, sopravvisse a tante sconfitte elettorali, e non per qualche sua innata qualità, ma perché possedeva tutti i media necessari a restare sulla cresta dell'onda anche quando perdeva. E quindi, dopo tanti anni, e a Berlusconi apparentemente morto e sepolto, il problema sarebbe ancora lo stesso: non aver compreso in cosa consistesse il conflitto d'interessi. Renzi, Salvini, Meloni, devono essersi convinti che la longevità di Berlusconi dipendesse da una misteriosa unione empatica con gli italiani, e non dal mero controllo dei mezzi di propaganda. Ne deducono che questa unione empatica sia alla loro portata: basterebbe mettere gli italiani al muro, costringerli a scegliere tra loro e tutti gli altri. Messi al muro, gli italiani scelgono tutti gli altri. Berlusconi era un leader/boss: dopo di lui abbiamo visto dei leader/personaggi molto più volatili, sui quali i gruppi di potere (ma anche i semplici elettori) puntano finché danno una certa sensazione di novità – che dura al massimo quei due o tre anni, dopodiché ci sarà senz'altro qualcosa di nuovo e più interessante. 

Da Wikipedia, i sondaggi sul referendum, mannaggia a chi li paga. 

Tutto chiaro, no? A me sembra molto chiaro. E allora perché ci cascano? Prendi ad esempio Giorgia Meloni. Non è che dovesse fare una cosa molto complicata: si trattava di contare i voti che stava prendendo. Non le percentuali – che finiscono sempre per illuderti: i voti secchi. Ci ricordiamo tutti che Giorgia Meloni vinse le elezioni del 2022. Secondo alcuni le stravinse. Quegli alcuni guardavano le percentuali. Il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, nel 2022, prese dodici milioni di voti. Sono tanti? PD e M5S, che correvano separati, non arrivarono insieme a undici. Ecco. 

A quel punto Giorgia Meloni doveva porsi il problema: ne prenderò mai di più? O ne prenderanno gli altri? Perché ad esempio, nel 2018 il Centrodestra ne aveva presi sempre dodici milioni (persino quattrocentomila in più); PD e M5S, invece, ne avevano presi rispettivamente undici e otto. Bene. Dunque tra 2018 e 2022 cos'era successo? Che molta gente aveva smesso di votare PD e M5S. Com'era ampiamente prevedibile, considerato che PD e M5S avevano condiviso le maggiori responsabilità di governo (peraltro durante una pandemia gravissima). Questa disaffezione non aveva portato molti più voti al Centrodestra: questo Giorgia Meloni aveva tutti i dati per capirlo. Se voleva aumentare il suo bacino elettorale, doveva inventarsi qualcosa. Ma quando si è al governo è molto più difficile, no? 

Un anno fa, i più se lo saranno dimenticati, ci fu un referendum abrogativo che fu definito un "disastro" per il Centrosinistra: in effetti non fu raggiunto il quorum – com'era scontato che succedesse – e però più di dodici milioni di elettori votarono per abrogare leggi promosse e difese dal Centrodestra. Esatto, proprio dodici milioni. La stessa cifra che fin qui Giorgia Meloni non è riuscita a superare. Probabilmente in quell'occasione tramontò l'idea di un referendum sul premierato – una riforma troppo personalizzata – e però un referendum costituzionale andava fatto comunque, è come un impulso incontrollabile, una specie di bomba a orologeria innestata in ogni maggioranza di governo: e così siamo arrivati al referendum di ieri. Ora, lasciate stare le percentuali. Contate i voti secchi. Quanti voti ha preso il Sì, ieri?

13.251.848

Quindi ce l'ha fatta! Giorgia Meloni è riuscita a superarsi! Certo, bisogna anche calcolare i centristi che ufficialmente non si candideranno mai con lei (pronti a diventare una stampella non appena ce ne fosse la necessità) e persino certe frange di M5S e PD. Però, insomma, Giorgia Meloni dovrebbe avere più di dodici milioni di elettori dalla sua parte.

Il PD e il M5S ne hanno quindici. 

Fine.

Questa è l'unico risultato che andrebbe discusso – per quanto vada contro la narrazione che tutti abbiamo deciso di farci, di un Centrodestra invincibile che dovrebbe aver conquistato il cuore degli italiani: no. Dal 2016 al 2022, ha perso dei voti. Dal 2022 al 2026, non sembra averne recuperati. Gli avversari sì. Ora, è ben vero che nei prossimi mesi tutto può succedere: ma cosa può succedere che renda Giorgia Meloni più popolare di quanto lo era nel 2022, all'opposizione? Se Trump davvero fa la pace, e la benzina crolla di schianto, e non avvengono disastri naturali, e nessun altro sottosegretario si fa beccare in società con un camorrista, forse, dico forse... ma è sempre più dura, no? Se riuscisse a parlare ai giovani... è andata da Fedez. Niente da fare. Magari brevettando una legge elettorale che offra un premio di maggioranza al secondo arrivato – conoscendo i precedenti, è persino probabile. Giorgia Meloni non è stupida. Come ha potuto convincersi che lei, a differenza di Matteo Renzi, non sarebbe andata a sbattere?

C'entrano forse i sondaggi. Anche stavolta, fino a venti giorni fa, guardando i sondaggi il Centrodestra credeva di avere la strada spianata, e poi? E poi niente, all'improvviso i sondaggi hanno cambiato idea, salvo che non è possibile: qualcuno li truccava? L'unica spiegazione che riesco a trovare è la seguente: fino a venti giorni fa, la gente rispondeva a caso, più o meno quello che il sondaggista voleva sentirsi rispondere. Fino a venti giorni fa, all'italiano medio non fregava nulla di questo referendum, probabilmente non riteneva di voler votare. La vera risposta che i sondaggi avrebbero dovuto dare aa Meloni era: non ce ne frega niente del tuo referendum. E quindi i sondaggi sono soltanto la punta iceberghiana del problema, che è l'autopercezione che i questi leader hanno di sé e dell'interesse che stimolano nei cittadini. Quella bolla mediatica alla quale non riescono a sottrarsi e che li persuade di essere interessanti anche quando parlano dell'argomento meno sexy al mondo che potrebbe davvero essere la separazione delle carriere e dei CSM. 

Venti giorni fa il referendum comincia a forare l'attenzione: in quel momento l'italiano medio si informa e immediatamente si polarizza: sbilanciandosi nel modo in cui tutti potevamo prevedere che si sbilanciasse, tranne paradossalmente i sondaggisti e i commentatori politici: contro il governo. Come era successo con Renzi, e per lo stesso motivo: governare stanca. Il calo di affluenza nelle regioni meridionali, che nel 2022 erano passate sensibilmente dal M5S al Centrodestra, mi suona come una conferma. E tuttavia...

E tuttavia ogni regola in politica ha le sue eccezioni. Specie se confligge con altre ancora più generali di quelle che ho trovato io. Ad esempio ricordiamoci di questa:

5) Ogni volta che la Sinistra sembra sul punto di vincere (1919 – 1994 – 2013) il Capitale si inventa qualcosa. Questo qualcosa magari non può più essere Giorgia Meloni, ma l'unico sostituto finora escogitato (il generale Vannacci) fin qui non ha dato una gran prova di sé. Può anche darsi che alla fine Giorgia Meloni rimanga alla barra in mancanza di meglio. Così come può darsi che quel misterioso corpo stellare in perenne evoluzione – il M5S – si risvegli dopo una fase relativamente stabile e deflagri in qualcosa di imprevedibile. Altre ipotesi non mi vengono in mente, ma dopo tutto non sono un esperto. Anche se, ecco, tendo ad azzeccarci un po' più spesso. Il che non cessa di sorprendermi: di inquietarmi, persino.

sabato 21 marzo 2026

La riforma che piace ai Bassotti

A chi vuole votare soltanto nel merito, a chi ha ponderato lungamente e ha deciso che separare le carriere è una cosa giusta (qualsiasi cosa significhi), a chi pensa che un voto a una riforma promossa da una banda di fasci non equivale a votare per la medesima banda di fasci presi dal panico che pur di recuperare qualche punto in percentuale adesso taglia soldi a sanità e istruzione per calare le accise (che rialzerà tra venti giorni), cosa posso dire?

Va bene, allora proviamoci con una dimostrazione per assurdo. Ponete che un membro del governo sia coinvolto in uno scandalo – sì, lo so, è assurdo. Che scandalo? Mah, poniamo che si scopra che fa affari con la camorre. Che tipo di affari? Uff non ne ho idea. Diciamo che è socio di un'impresa che evidentemente ricicla denaro sporco, intestata a una parente di un boss della 'ndrangheta. Che tipo di impresa? Ma tiro a caso, guardate: una bisteccheria. Mi rendo conto che queste cose non potrebbero succedere, però vi chiedo la cortesia di immaginarlo. Come reagirebbe il governo, un governo di questa repubblica? 

Ma ovviamente chiederebbe e otterrebbe immediatamente le dimissioni del tizio: voglio dire, se non siamo bambini piccoli sappiamo tutti cosa significa essere soci di un boss. Anche essere soci di un parente prossimo di un boss, che apre una bisteccheria in una città apparentemente lontana dai suoi interessi. Sappiamo tutti cos'è il riciclaggio di denaro, e quindi il tizio nel giro di poche ore si dimette e attende che l'inchiesta faccia il suo corso. Ma a questo punto vi chiedo un'ulteriore sforzo di fantasia. 

Immaginate che non succeda così. Che al governo, per una qualche congiunzione astrale, si sia installata una gang di personaggetti piagnoni e prepotenti, che approfittino del caso per mettersi a lamentare una persecuzione della magistratura nei loro confronti – sì, capisco l'obiezione: chi li voterebbe, dei simili gaglioffi? Ma mettiamo che siano i residui di una lunga battaglia culturale perseguita da gruppi industriali (ed editoriali) che pur di non far vincere un centrosinistra avrebbero promosso anche la Banda Bassotti. Sono ipotesi campate per aria, mi rendo conto: ma per favore, immaginate che a un certo punto succeda. La Banda Bassotti vince le elezioni e poi si lamenta perché i magistrati si accorgono di certi loro addentellati con la camorra. I pm che provano a indagare vengono deferiti a un'Alta Corte composta da 15 giudici: tre nominati dal Presidente della Repubblica, tre sorteggiati in base ad un elenco formato dal parlamento in seduta comune, sei giudici e tre magistrati "requirenti" estratti a sorte. Ora, lasciamo pure stare il fatto che per introdurre questa Alta Corte bisogna scalpellare un bel po' di Costituzione, e che lo stesso ministro Nordio non ci abbia ancora saputo spiegare se e dove le sentenze di questa Alta Corte siano appellabili; lasciamo stare tutto. Abbiamo una giuria formata da sei membri politici, dai quali è lecito sospettare una certa malevolenza nei confronti di un imputato che stia dando fastidio alla maggioranza di governo (partiamo dal presupposto che se al governo c'è la Banda Bassotti, al parlamento ci sia una maggioranza che la sostiene; e al Quirinale un presidente che se la fa piacere. È fantascienza, lo so). 

E poi ci sono nove togati, invece, sorteggiati tra tutti i magistrati "che abbiano i requisiti di legge per ricoprire l’incarico". Così, completamente a caso: magistrati estrapolati improvvisamente dalle loro famiglie, dalle loro inchieste, e catapultati a Roma per giudicare dei colleghi. Che ne dite? Magari, per la legge dei grandi numeri, potrebbe ritrovarsi nell'Alta Corte un nucleo di magistrati preparati, competenti e al di sopra delle parti; ma anche dotati di sufficiente autorevolezza per reggere la pressione dei membri politici. Tutto è possibile, del resto. Ma è molto possibile il contrario: che i membri togati dell'Alta Corte non abbiano né la preparazione né il carisma per contrapporsi ai membri politici. Così alla fine un'Alta Corte del genere potrebbe essere usata, da un governo colluso con la criminalità, per bloccare ogni inchiesta della magistratura nei suoi confronti. Altri motivi per istituirla, in effetti, quest'Alta Corte, non mi vengono in mente. 

Mi si obietterà che sto esagerando, che nessun membro del governo si assocerebbe mai a malavitosi in società a scopo riciclaggio, e che nel remotissimo caso che ciò accadesse, si dimetterebbero subito, magari si autosospenderebbe tutto il governo in attesa che un'inchiesta assolutamente indipendente dalla politica facesse luce sulla questione. Che dirvi. Me ne rendo conto. Ma così come le nostre case dovrebbero essere a prova di terremoto, la nostra costituzione dovrebbe essere a prova di camorra. Se non la pensate così votate pure Sì, che altro ancora posso dirvi.  

venerdì 20 marzo 2026

Umberto Bossi, l'impostore

Addio a Umberto Bossi, profeta della Seconda Repubblica. Se Berlusconi ne è stato il messia, Bossi è la vox clamantis che ne ha anticipato le mosse, dissodando il terreno, creando le condizioni per un successo che stava per travolgere lui per primo, e col quale ha imparato a convivere. C’è un prima e un dopo Bossi nella Storia, se non d’Italia, almeno del linguaggio politico.

Prima di lui i politici si punzecchiavano in punta di fioretto. A inizio ‘80 un ministro era finito in prima pagina per aver definito “comare” un collega. Dagli stessi giornali, poco più di dieci anni dopo, Bossi ci informava che “La Lega ce l’ha duro”. Una frattura profonda, che Bossi da solo non ha provocato, ma che confusamente aveva previsto. La vecchia retorica del pentapartito non funzionava più: così come la lingua del PCI, ancorata al mito di una rivoluzione impossibile. Umberto Bossi, quando per la prima volta ci apparve in tv, sembrava spuntato all’improvviso dal territorio, come i nani delle leggende norrene: la voce già cavernosa, l’accento nordico inconfondibile ma indefinibile (chi aveva mai sentito un varesotto?), le idee poche e apparentemente concrete, come il ceto piccolo-industriale a cui si rivolgeva: più autonomia al nord, meno soldi a Roma. Tanto bastò per portarlo nel 1987 a Palazzo Madama, unico senatore del partito che si era fondato praticamente in casa, pochi anni prima: il più grande colpo gobbo della storia della Repubblica – fino a quel momento. Perché in quella piccola industria di cui si era autonominato difensore, Bossi non ci aveva mai lavorato. Forse.

Non lo sappiamo: i suoi primi 38 anni sono uno dei misteri meglio conservati della politica italiana... (Continua su Rivista Studio)

martedì 17 marzo 2026

Un'altra riforma sociopatica

Ho già sentito da qualche parte la solita obiezione: questa riforma la votereste, se non la proponesse questo governo. Un paradosso, che se non altro attesta una certa difficoltà non solo culturale, ma anche logico-cognitiva. Hitler ha invaso la Polonia... e se l'avesse invasa Gandhi, non vi garberebbe, questa invasione della Polonia? No, davvero, no, e non è perché ci sia antipatico Hitler. Allo stesso modo, ricordiamo, non si tratta di bocciare una riforma costituzionale perché non ci piace la maggioranza governativa che la promuove: si tratta di constatare che questa maggioranza non fa che promuovere leggi orribili – e anche questa ne ha tutta l'aria. È una riforma partorita dal grembo berlusconiano, e ne conserva i tratti genetici: un contratto che nasconde clausole vessatorie, astuzie da piazzista spacciate per grandi riforme. E sopra tutto quella grande diffidenza istintiva, pre-logica, per qualsiasi istituzione, qualsiasi corpo intermedio, qualsiasi gruppo di persone anche solo vagamente organizzato; per la società, in breve. Non dovrebbe esistere. Se malgrado tutti i nostri sforzi continua a farlo, dev'essere a causa di un complotto contro il mio interesse particolare. Berlusconi ha avuto tanti figli, ne trovate in tutti i partiti, e li riconoscete al volo, al primo sciopero: non capiscono cosa succede. I sindacati, perché esistono? I partiti, perché non si riducono ad agili comitati elettorali? Le associazioni, perché si associano?

E le correnti della magistratura? Non possono che avercela con me. 

Trent'anni di retorica scadente sul "correntismo" della magistratura (retorica promossa, ricordiamo, da un tizio che possedeva una larga fetta dei media benché i magistrati avessero dimostrato che la cosa era illegale) non dovrebbe far dimenticare al cittadino educato che l'autonomia del potere giudiziario significa che esso non deve dipendere dal legislativo e dell'esecutivo, e quindi dalle correnti che percorrono il dibattito politico; il che non significa, se non siete cresciuti a editoriali del Foglio e botte in testa, che ai magistrati non possa capitare di avere opinioni, di dividersi in correnti che le rappresentano, come del resto è inevitabile, se sono esseri umani e hanno diritti (e il diritto all'associazione, ricordiamo, è costituzionale).

Che le correnti possano degenerare in lobby e camorre è cosa senz'altro possibile – lo abbiamo tante volte visto succedere nella sfera politica, e i magistrati non sono santi – ma andrebbe dimostrato caso per caso e con prove tangibili, che di solito chi si lamenta del "correntismo" non si dà la pena di esibire. 

La cosa è resa un filo più ipocrita dal fatto che molto spesso, appunto, dietro queste accuse ci sono lobby, camorre, o comunque esponenti di partiti politici che non trovano affatto strano che la propria categoria si divida a seconda di opinioni e interessi: succede naturalmente in tutti gli ambiti del comportamento umano, perché non dovrebbe succedere ai magistrati? E perché dovrebbe compromettere proprio la loro professionalità, e non quella di altre categorie? 

Parlerò della mia piccola esperienza diretta. Appartengo a una categoria (gli insegnanti) che in teoria detiene un grande potere (i collegi docenti possono deliberare su tantissime cose) ma nella pratica non ho mai avuto la sensazione di esercitarlo perché, in linea di massima, i collegi sono immense assemblee di lavoratori che non hanno molta idea del potere che hanno, né fiducia dei colleghi con cui potrebbero organizzarsi a esercitarlo (spesso non li conoscono; nella scuola dell'obbligo i collegi riuniscono insegnanti di 5-6 plessi diversi, infanzia primaria e medie). Per cui ci si riduce quasi sempre a plebiscitare le indicazioni del dirigente e del suo staff, che almeno dà la sensazione di sapere di quel che parla. A questa situazione periclea, in cui l'assemblea diventa in sostanza la cassa di risonanza delle decisioni di un tecnico e dei suoi collaboratori, non siamo arrivati per caso: è un risultato che, se non è stato attentamente perseguito, comunque non dispiaceva a chi non si fidava della classe docente e dalle autonomie che col tempo si era conquistato.  Chi immagina un organo rappresentativo senza 'correnti', forse non se ne rende conto, ma persegue lo stesso obiettivo: i rappresentanti dei magistrati dovrebbero smettere di avere idee e opinioni e trasformarsi in automi disposti ad alzare la mano quando qualcuno propone qualcosa (qualcuno dotato di maggiore autorevolezza, in quanto nominato da un potere politico quello sì, organizzato in solide correnti). Ovviamente non andrà così, anche solo perché il CSM sarà pur sempre un parlamentino dove il voto anche di un singolo magistrato avrà peso: salvo che invece del bilancino con cui le correnti esercitavano quel peso (con gli strumenti tipici di ogni democrazia, la ricerca del consenso e il compromesso), esso piomberà in ogni discussione con la mala grazia del bossolotto estratto a caso. Siete liberi di trovarlo un progresso, ma forse dovreste smettere di leggere il Foglio – e anche di darvi tutte quelle botte in testa.

lunedì 16 marzo 2026

Giuliano venuto dal mare

Adesso "Sacramora" è un hotel,
ovviamente. 
16 marzo: San Giuliano di Anazarbo (anche di Rimini) (200-250 circa)

Giuliano è il classico santo venuto dal mare – come spesso ne arrivavano sulle spiagge e nei piccoli porti, resti enigmatici a cui gli uomini di chiesa dovevano trovare una spiegazione. A volte il mare portava immagini – la vergine della Candelaria a Tenerife, la madonna di Barbana – in altri casi sarebbero affiorati santi completi, già inscatolati in un sarcofago, come Trofimena di Patti. Il che ci può lasciare perplessi: le icone di legno galleggiano, ma i sarcofaghi? Certo non quelli in marmo; e anche se fossero di legno, dovrebbero essere a tenuta stagna. In qualche modo comunque Giuliano di Anazarbo sarebbe approdato verso il X secolo presso Sacra Mora, una località presso Rimini dove si trovava la fonte di un'acqua curativa. Una volta sbarcato, il sarcofago diventa di colpo pesantissimo, inamovibile, rendendo vano ogni tentativo di traslarlo nel duomo. Dopo molte preghiere, il vescovo Giovanni riesce quanto meno a farlo portare nel monastero più vicino, costruito il secolo precedente su un antico tempio pagano, e intitolato originariamente a Pietro e Paolo: da lì in poi (almeno dal XII secolo) diventerà l'abbazia di San Giuliano. Nel sarcofago un abate (anche lui chiamato Giovanni) avrebbe trovato anche le informazioni necessarie per identificare i resti con quelli di un giovane di origine istriana torturato e martirizzato ad Anazarbo, in Cilicia (molto lontano dall'Istria), durante la persecuzione di Decio: Giuliano di Anazarbo, appunto, un santo di cui in occidente non si doveva sapere molto (ancora nel secolo scorso i suoi Acta non erano stati pubblicati), ma il cui nome appariva comunque sul Martirologio geronimiano del V secolo e in un'omelia di un terzo Giovanni, il Crisostomo. Bisogna però ammettere che tutte le informazioni provenienti da Rimini ci arrivano da fonti molto più tarde (1600-1700). Nell'abbazia, i pannelli sulla parte posteriore dell'altare, scolpiti nel Quattrocento da Bittino di Faenza, ci raccontano una vicenda che ritorna ossessivamente alle profondità del mare. Il corpo di Giuliano vi sarebbe stato gettato almeno due volte: la prima da vivo, infilato in un sacco contenente sabbia e serpenti (un antico supplizio riservato ai parricidi e già riciclato per esempio dall'agiografo di Sant'Ulpiano). Ripescato su un'isola del mar di Marmara – ben distante quindi dalla Cilicia – sarebbe stato posto nel sarcofago e venerato fino al X secolo, quando il sarcofago sarebbe precipitato in mare. Da qui avrebbe proseguito quindi fino alla riviera adriatica: un percorso talmente improbabile da rendere necessario l'intervento degli angeli. Questa la spiegazione ufficiale.

Gli studiosi contemporanei ne hanno una meno fantastica, ma comunque suggestiva: Giuliano non arriverebbe dalla lontana Cilicia, ma dall'altra sponda dell'Adriatico, e non scortato dagli angeli, ma imbarcato da più prosaici pirati romagnoli. Lo stesso nome "Giuliano" sarebbe da intendere come "originario della Giulia", ovvero dell'Istria. Chissà che nome aveva il martire laggiù. Viene da chiedersi quanti altri santi venuti dal mare siano il bottino di scorrerie piratesche: nell'insieme potremmo includere San Nicola (sia quello di Bari che il Niccolò veneziano), forse Fosca e Maura, e magari la sacra casa di Loreto. Questo per limitarci all'Adriatico.  


16 marzo: San Papas di Larandon, Licaonia (III secolo)

Ma credi che se mi dicessero: indossa i sandali di San Papas, con i chiodi sulla suola: e con quei sandali rincorri i cavalli da Larandon a Diocesarea, a Seleucia; credi che per te non lo farei? 

Per sentirti poi dire Ma che ci sei andato a fare a Seleucia, capoluogo dell'Isauria: e cavati quei chiodi dai talloni, che sanguini e fai schifo. Ti pigli il tetano imbecille. 

E se mi catturassero gli Uroni, e mi torturassero come padre Giovanni di Brébeuf, credi che per te non lo sopporterei? Giusto per sentirti dire: fesso, ma dovevi proprio andare in mezzo agli Uroni? Ora ti mangeranno il cuore, perché? perché devi sempre farti compatire?

Scendi da quel piedistallo, non sei un martire e lo sai. Punta la sveglia, basta alcol, mangia più verdure – uffa. 

Non voglio stare a dieta, non voglio fare i compiti. Vorrei sapere come stai, ma non so più a chi chiedere. Ci fosse una cifra da pagare, un organo da farsi asportare. Un patto da firmare. Non c'è nulla che non farei, davvero. Ma niente sembra funzionare – neanche mangiare le verdure – così  invidio i sandali di Papas. Che seguì i cavalli da Larandon a Seleucia; senza temi da correggere, o insalate da mandare giù. Viva San Papas, martire. 

mercoledì 11 marzo 2026

Un Costantino in Cornovaglia

Il modello era Sting. 
11 marzo: San Costantino, re di Cornovaglia? apostolo degli scozzesi? (520-576).

Alla radice della leggenda di Costantino di Cornovaglia c'è poco più di un'immagine: la scena sfuocata di una storia complessa che è andata del tutto perduta. Un uomo malvagio entra in un luogo di culto e uccide due giovani che vi si erano rifugiati. Per quanto le chiese offrissero in effetti un riparo a chi era ricercato e perseguitato, la scena potrebbe essere più antica del cristianesimo. Proprio perché è slegata da qualsiasi giustificazione, sembra contenere un lampo di realtà: da qualche parte qualcuno quei due giovani deve averli uccisi davvero – così come da qualche parte un padre deve aver davvero riflettuto sull'opportunità di sacrificare l'unico figlio – e un marinaio deve essere pur tornato a casa dopo tanti anni, a uccidere i pretendenti della moglie. Tutto quello che si è incrostato intorno a queste storie, tutta la letteratura d'evasione o edificante, non può non avere preso una forma intorno a qualcosa di più antico, di autentico, che ci sfuggirà per sempre.

Nel sesto secolo il cronista Gildas rimprovera un certo re Costantino di Dumnonia per le sue malefatte, tra cui una condotta particolarmente adulterina e l'uccisione di due giovani di stirpe reale presso l'altare di una chiesa, che Costantino avrebbe eseguito travestendosi da monaco. Il cronista ne parla come di un personaggio contemporaneo, e spera che possa pentirsi e convertirsi al vero Dio. Gildas è una fonte importantissima per le vicende britanniche del sesto secolo, anche perché è una delle poche che abbiamo; qualche lettore successivo deve avere immaginato che la conversione di Costantino si sia realizzata davvero, e lo collega a un monaco della Cornovaglia che in seguito avrebbe fondato monasteri in Scozia collaborando con San Columba e Kentigern di Glasgow, per poi cadere martire nel 576, aggredito da una tribù di Pitti che stava cercando di evangelizzare. Per una coincidenza abbastanza incredibile, esistevano due popoli definiti Dumnoni: uno era stanziato proprio in Cornovaglia, mentre l'altro nella bassa Scozia. 

L'11 marzo il Martirologio romano ricordava due Costantini, nessuno dei quali è il grande imperatore romano: uno è un misconosciuto santo nordafricano, l'altro è appunto il re di Cornovaglia, che rientra in una tipologia di santi britannici che prima di diventare cristiani, fondare conventi ed evangelizzare qualche zona dell'isola... facevano i re ma soprattutto erano dei gran mascalzoni (vedi ad esempio Gwynllyw del Galles). Queste figure leggendarie segnalano il tentativo di cristianizzare miti precedenti di cui si deprecavano i costumi barbarici; se raccontate da bravi cronisti e predicatori servivano a ribadire che Dio perdona anche i peggio peccatori, purché si convertano; e non è del tutto escluso che qualche volta siano basate su personaggi realmente esistiti, despoti sanguinari e poi convertiti in seguito a crisi magari scatenate da un senso di colpa. 

Più di cinquecento anni dopo Goffredo di Monmouth, mentre mette in moto con la sua Historia regum Britanniae il carrozzone della materia arturiana, associa il nome di Costantino a quello di Artù, di cui sarebbe il successore: i due ragazzi uccisi sarebbero i figli del traditore Mordred, che a questa altezza non è ancora il figlio bastardo di Artù. Goffredo fornisce così un movente a un delitto di cui da secoli si era perso il contesto. Quando le leggende vengono rielaborate nel ciclo dei romanzi bretoni, Costantino viene per lo più escluso dal canone, forse per rafforzare l'idea che la corte di Camelot finisca con Artù e la morte del figlio patricida. Oppure perché il fatto che Costantino fosse anche nel canone dei santi creava un crossover imbarazzante, insomma cavalieri della tavola rotonda e santi del calendario non dovrebbero vivere nella stessa continuity (e invece succede spesso, nelle storie di questi re mascalzoni). Così, se qualcuno si domandava perché l'indagatore dell'occulto inventato da Alan Moore per i fumetti DC portasse un nome così apparentemente poco britannico, ecco no: è un nome che trasuda il folklore delle storie perdute. Costentyn nel dialetto della Cornovaglia, Custennin in gallese. Ma è comunque plausibile che il nome derivi davvero dal Costantinus latino, sinonimo di "grande re cristiano" (così come Cesare e Augusto erano diventati titoli onorifici degli imperatori romani). 

martedì 10 marzo 2026

Il referendum paradossale


Di giustizia, ribadisco, non m'intendo, ma di paradossi un poco sì, e credo di trovarmi davanti ad uno enorme: un governo che a ogni suo minimo gesto tradisce un'impostazione autocratica, una mentalità totalitaria, e che promuove una riforma per rendere più indipendente la magistratura. In teoria: perché in pratica, ovviamente, la riforma va nel senso opposto. Però com'è successa questa cosa? I posteri magari si porranno il problema. E siccome non possiamo pretendere molto dalla loro soglia di attenzione, la faccio breve: è stato Berlusconi. Sì, ci sta ancora creando problemi. E tanti ancora ce ne creerà.

Ora, immagina di essere un ricco disonesto. Cosa vorresti dalla magistratura del tuo Paese?

– Che non si accanisca troppo nei suoi confronti. Comprensibile, dal tuo punto di vista. 

– L'unico sistema è entrare in politica.

– A quel punto dovrai accusare la magistratura di essere sua avversaria per motivi politici, ovvero affermare che la magistratura è politicizzata (il che è probabile: tutto si politicizza, presto o tardi. Si è politicizzato anche il ladro, perché non dovrebbero politicizzarsi i magistrati).

– Non resta che vincere le elezioni e proporre una riforma per depoliticizzare la magistratura. Se sei molto ricco non è così difficile. 

– A questo punto però... il potere politico sei tu! E se depoliticizzi la magistratura, quella poi sarebbe indipendente nei tuoi confronti e potrebbe anche indipendentemente decidere di indagare su di te! Così all'improvviso non sei più così ansioso di depoliticizzare la magistratura. Tieni ancora la questione in sospeso perché ormai è diventato uno slogan, ma hai altre priorità.  

– Nel frattempo gli anni passano per tutti, cosicché magari muori. Succede anche ai ladri. Persino a quelli ricchi.

– Ma l'ideologia che hai messo assieme non te la porti nella tomba. Tanti elettori li hai convinti, tante parole d'ordine sono rimaste. Bisognerà depoliticizzare la magistratura, è scritto in un copione che nessuno ha ancora mandato al macero. 

– I tuoi eredi, quando si ritrovano al potere, hanno un'esigenza apparentemente simile alla tua iniziale: la magistratura li infastidisce, scopre troppi altarini, pretende che un ministro si giustifichi per le navi che ordina di speronare, si domanda perché il tal sottosegretario ha coperto un trafficante libico di esseri umani. La differenza principale è che tu eri un ladro prestato alla politica: loro sono politici professionisti (oddio, professionisti: diciamo che non saprebbero fare nient'altro). Tu eri a Palazzo Chigi per risolvere i tuoi problemi personali, e soprattutto all'inizio sapevi che non saresti durato: per loro Palazzo Chigi è l'obiettivo finale, una volta arrivati hanno solo l'angoscia di doverne uscire e sono tuttora convinti che da qualche parte tra Costituzione e legge elettorale ci sia una fessura, un passaggio segreto, qualcosa che una volta sbloccato consentirebbe loro di governare per sempre. Ci credeva Matteo Renzi, ci crede persino la più scettica Giorgia Meloni. Per te era sufficiente che la magistratura ti lasciasse stare: loro la vorrebbero commissariare. Hai creato un mostro! Chissà se te ne rendevi conto. Chissà se te n'è mai fregato qualcosa.

giovedì 5 marzo 2026

Non vi farei riscrivere la Costituzione neanche se foste bravi (ma non lo siete)


Al referendum del 22 marzo voterò NO alla proposta di riforma costituzionale, e non credo sia una notizia. Voterò NO perché, per quel che posso capirne, si tratta di una pessima riforma. Magari se avrò tempo nei prossimi giorni mi spiegherò, ma c'è senz'altro chi se ne intende di più e lo ha già spiegato meglio di me. Quanto a me... a chi la vado a raccontare?

Non me ne intendo. 
Ma è questo il punto. 

Se davvero in parlamento c'è una maggioranza che ritiene di dover riscrivere un pezzettino di Costituzione; se questa maggioranza è assoluta ma non è qualificata, e quindi si riduce a dover chiedere un parere ai cittadini come me, ebbene, perché dovrei all'improvviso intendermene? Perché dieci e più milioni di persone dovrebbero nel giro di pochi mesi acquisire una competenza in fatto di giustizia e costituzione, giusto perché qualcuno in Parlamento vorrebbe ottenere i risultati ma non è riuscito ad avere i numeri? Credo proprio che non sia questo il senso dell'articolo 138

A dispetto di qualsiasi politico che ci ha provato e ci proverà – per poi soggiungere che "non ci mette la faccia", il senso dell'articolo 138 mi sembra chiaro: se una parte politica vuole provare a cambiare la Costituzione da sola, senza ottenere la maggioranza dei due terzi in parlamento, ebbene non le resta che chiederlo al popolo con un plebiscito (la parola "referendum" l'abbiamo recuperata perché sembrava meno compromessa col Ventennio).
Che sarà, inevitabilmente, una prova di forza di quella maggioranza: un modo per dimostrare che se non ha i numeri in Parlamento, ce li ha nel Paese.
Se ce li ha. 
Ma se invece non ce li ha...  

Con questo non voglio suggerire che Giorgia Meloni sia sprovveduta come Matteo Renzi nel 2016 – se non altro perché ha avuto la possibilità di vedere cos'è successo a Matteo Renzi nel 2016. Si è ben guardata, quindi, di "mettere la faccia" come lui non riuscì a evitare di fare. E ha fatto bene: lui stesso, se dopo i risultati avesse contato fino a cento, avrebbe potuto rendersi conto che aveva ancora delle chance per restare in sella. Ma era Matteo Renzi, ed era circondato da gente (come abbiamo avuto l'occasione di vedere anche in seguito) non molto più avveduta di lui. Non che intorno a Giorgia Meloni si sia condensata una particolare tempesta di cervelli – non sanno letteralmente cosa gli succede intorno, perfino il portaborse della Leonardo ex Finmeccanica si fa beccare su un teatro di guerra senza scorta: e però forse non riusciranno a eguagliare quel capolavoro di autolesionismo. Il fatto che si siano messi ad arzigogolare l'ennesima legge elettorale significa probabilmente che hanno già capito che andranno a sbattere, una cosa che Matteo Renzi capì mesi dopo l'impatto. Quindi.

Quindi la questione è molto semplice: il governo Meloni mi ha chiesto un favore, e io al governo Meloni rispondo NO.

Senza entrare nel merito della questione?

No, perché dovrei? Non me ne intendo. (Dopodiché sì, mi conoscete, probabilmente nei prossimi 15 giorni entrerò nel merito della questione, non riuscirò a farne a meno). Ma non sono obbligato a diventare un esperto di carriere e di alte corti. Non è quello che si chiede a me come cittadino. Mi si chiede un atto di fiducia nei confronti di una maggioranza di governo, ora per favore guardatela. 

Guardate quella maggioranza di governo. 

Secondo voi si merita che io le faccia un favore?

In cambio di cosa?

Hanno appena votato al Senato una legge contro l'antisemitismo basata sulla definizione Ihra, una cosa oggettivamente ridicola che mi costringerà, una volta pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, ad autodenunciarmi perché ritengo che ci sia una lobby di persone che cercano di far votare leggi favorevoli a Israele. Il che mi sembra abbastanza autoevidente – è appena successo! – ma l'autoevidenza è una cosa che i sionisti italiani non ci possono più permettere. Sorvoliamo un attimo per carità cristiana su quei sei senatori PD che una legge così, in spregio a ogni buon senso, intelligenza e vergogna, l'hanno votata. È una legge voluta da questa maggioranza. 


E io a questa maggioranza di governo dovrei fare un favore?

Vi ricordo che in Medio Oriente è appena scappata la guerra più assurda che poteva scoppiare, che ha già determinato l'aumento del prezzo del gas con cui mi scaldo in casa e del petrolio con cui ogni merce, in Italia, viene trasportata. È una guerra sciocca, che ha già complicato una situazione tragica, voluta da un governo israeliano genocida e un presidente USA affetto da demenza. A gente simile, il governo spagnolo ha detto no. E noi? Ma ci mancherebbe che Giorgia Meloni dicesse anche una mezza sillaba di biasimo o di presa di distanza. Abbiamo tante basi Nato e le concederemo, anche perché in sostanza comandano loro, noi dobbiamo inchinarci e ringraziare. Questo è quello che il governo fa. 

E a questo governo io dovrei fare un favore?

Ma il pacchetto-sicurezza l'avete seguito? Col fermo di 12 ore a chi semplicemente sta andando a una manifestazione? E la possibilità di perquisire i manifestanti senza mandato? Questa è la maggioranza che mi chiede un favore. Poi magari il 25 aprile mi tiene in caserma. Dicono che se voto "Sì" la magistratura sarà più indipendente dal potere politico, cioè da loro. 

E io dovrei crederci? A questa gente?

E insomma, su. Tenete conto che non è mai esistito, nella Storia della repubblica, un referendum costituzionale che non fosse peggiorativo; tenete conto che da adulto ne ho già visti quattro, letteralmente uno peggiore dell'altro, forse l'argomento migliore per chi sospettasse di un'involuzione della cultura giuridica in questo Paese (in 20 anni siamo passati da "devolviamo competenze alle regioni così togliamo un argomento alla Lega" a "parlamento grande brutto buuuuuuh! politicanti a casa!") E dovrei aspettarmi che invece un tizio come Nordio mi scriva un pezzo di Costituzione come si deve? Non dico che sia in assoluto impossibile – anche un pool di scimmie, con molto tempo, potrebbe scrivere l'Amleto, ma...

...vi sembra una cosa fattibile? 

Continuare a far riscrivere la Costituzione da un pool di primati finché per la legge dei grandi numeri non ne esca almeno un articolo interessante?

Sentite, io sono in giro da un pezzo, di governi ne ho visti tanti. Alcuni li ho disprezzati più di altri, per tutta una serie di ragioni. Ma non ho mai mancato di riconoscere quando perfino il governo più manigoldo, per caso, azzeccava una legge. Berlusconi proibì il fumo nei luoghi pubblici. Matteo Renzi fece passare la legge sulle unioni civili. Giuseppe Conte prese decisioni coraggiose, durante l'emergenza Covid. 

Ora ditemi una cosa, una sola cosa buona che avrebbe fatto questo governo. 

Con calma, eh.

Io sono abbastanza sicuro che questa proposta di riforma costituzionale sia scadente. Non me ne intendo, ma sono abbastanza sicuro che sia peggiorativa. Non sono un esperto, ma questo governo l'ho già visto al lavoro in tanti settori e sarebbe veramente molto strano che tutta la sua competenza si concentrasse sulla questione (non così centrale) della separazione delle carriere. Ma se anche fosse una buona riforma. Se l'avesse scritta Solone coadiuvato da Montesquieu, su appunti recuperati da Calamandrei, io voterei No lo stesso, perché a un governo che mi impoverisce, che mi vieta di parlare e mi minaccia se manifesto, io non faccio nessun favore, e di sicuro non contribuisco a farlo passare alla Storia come un governo riformatore. Persino se migliorasse la Costituzione (e non lo fa), ci sono talmente altri argomenti sull'altro piattino che No, grazie, mi tengo la Costituzione così com'è. Non è perfetta, ma giù le mani. Non vi ho mai visto lavarvele.

mercoledì 4 marzo 2026

La scuola dei cattivi influencer


Non è facile, la vita da influencer. È un concetto che cerco di trasmettere, per quanto posso, ai miei studenti – spesso ancora convinti che migliaia di visualizzazioni su youtube o tiktok si traducano in denaro contante. Ma credo che quello che davvero li affascina sia l'impressione di assoluta individualità che l'influencer comunica: nessuno come lui sembra dare la sensazione di avercela fatta da solo – per quanto la loro popolarità si regga su quei like, quei commenti che non smettono di chiedere a chiunque passi di lì. Che sia questo il motivo per cui delle loro parabole ci interessa, sempre più spesso, la fase discendente? Perché a un certo punto gli influencer precipitano, ormai si è capito: a quel punto la solitudine, che li aveva resi più leggeri e dinamici nella fase di decollo, impedisce loro di attivare un minimo di rete di protezione, qualcosa che attutisca la caduta. I like diminuiscono, i commenti cominciano a inacidirsi, ma noi siamo ancora lì a guardarli: il disastro sociale fa parte dello spettacolo, per alcuni ne è la degna conclusione. L'influencer di cui più si parla in questi giorni è un insegnante, che sembrava aver conciliato la sua vocazione di docente di fisica con l'attività di divulgatore sui social, finché non abbiamo scoperto che no, le due cose non si conciliavano affatto; che il suo impero di like era stato costruito sullo sfruttamento degli studenti, fortemente invitati (se non proprio costretti) a commentare e apprezzare pubblicamente i video in cambio di buoni voti. Del resto non siamo più negli anni Dieci: gli algoritmi sono sempre più spietati, nessun like è gratis, ogni visualizzazione va sudata, la lotta per l'engagement non ha pietà di nessuno ed evidentemente nemmeno della deontologia professionale. Anche a scuola del resto la situazione è sempre più tesa: agli insegnanti viene chiesto di tenere una posizione di “magister” che non si traduce in prestigio sociale né in vantaggio economico; l'unico strumento che hanno in mano è il voto, e possono essere tentati di usarlo per forzare gli studenti, se non proprio per minacciarli.

Questa potrebbe essere la triste morale della storia – eppure qualcosa non torna. Possibile che tutto si scopra soltanto ora? Un docente/influencer è una persona divisa tra due mondi, entrambi esposti all'attenzione del pubblico: se come influencer devi piacere ai tuoi spettatori, come insegnante hai a che fare con studenti, genitori, colleghi, dirigente. Quest'ultimo in particolare non poteva ignorare che il docente adoperasse le aule della sua scuola per girare i suoi video durante le ore di lezione. Come racconta un'ex studentessa, a volte semplicemente l'influencer portava una classe in laboratorio perché 'doveva' fare un determinato video: e gli studenti gli servivano come claque, anche se l'argomento non era in programma. Ma in una scuola non ci si comporta così, se non si può contare sulla complicità di colleghi e superiori. 

È questa forse la parte della storia fin qui meno studiata. Forse perché configge con l'idea dell'individuo solo contro tutti: no, almeno in questo caso non è andata proprio così. Non si trattava di un docente che nel suo tempo libero faceva l'influencer, ma di un docente che con la sua attività di influencer reclamizzava il proprio istituto: al punto che dirigente e colleghi non ritenevano necessario obiettare al fatto che realizzasse i suoi video nell'orario e nel luogo di lavoro. Grazie a lui la scuola aveva aumentato le iscrizioni e attirato stanziamenti; grazie a lui a quanto pare si erano potuti allestire dei laboratori. Non è poi così strano che pretendesse dall'istituto l'acquisto di tot copie del suo libro (perché malgrado tutti i like e gli engagement, molto spesso gli influencer monetizzano con la carta stampata). Possiamo senz'altro raccontare la sua storia come l'ennesima parabola dell'eroe solitario che crede di aver trovato un sistema di navigare sull'attenzione del pubblico, finché non sottostima i suoi limiti e ne finisce travolto: non c'è dubbio che sia una bella storia, e istruttiva. Ma forse stavolta vale la pena di allargare l'obiettivo, e di osservare il sistema in cui un insegnante è stato usato da un istituto scolastico – che ne ha sfruttato la disponibilità a diventare un personaggio mediatico, magari anche la vanità – per farsi pubblicità, per portare più genitori agli open day, per aprire qualche classe in più a settembre e avere qualche diplomato in più da sfoggiare a giugno. 

Per quanto possa sembrarci un po' mostruoso, l'insegnante/influencer può essere l'esito del paradosso in cui si trovano gli istituti scolastici dal momento in cui qualche riformatore che veniva dal mondo aziendale ha pensato che fosse sensato metterli in competizione, come squadre o appunto, aziende private. Ma il manager di un'azienda (o di una squadra) può scegliere i suoi dipendenti; il dirigente di un istituto pubblico no. Per convincere genitori e studenti di avere un team migliore, deve inventarsi qualcosa, deve insistere sui progetti, sull'innovazione e tante altre cose che non sempre sono belle parole, anche se la retorica degli Open day sembra sempre più simile a quella delle fiere campionarie. E in una situazione del genere anche il docente/influencer, invece che un problema, può diventare una risorsa. Ora che è precipitato, ovviamente, ce la prenderemo tutti con lui. Ma qualcuno l'ha pur lanciato. E domani avrà bisogno di inventarsi qualcos'altro, di lanciare qualcun altro. 

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