Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

venerdì 29 novembre 2002

Raindrops keep falling on my town

Sarà anche il miglior bar dell'anno 2002 (e complimenti), ma se domenica pomeriggio verso le quattro hai voglia di un panino, non ce l'hanno. Almeno, sul banco non ce n'erano, e io in certi posti a chiedere mi vergogno.

Ero ancora scioccato dal fatto che sulla Let's go Italy di Monica fosse segnalata La Vecchia Scarpa, che in pratica è il minimo sindacale della vita notturna modenese. Se esci con una tipa e hai deciso di portarla in un posto suggestivo, quando arrivi davanti al portone scopri che è chiuso, (per ferie, per lutto, per cambio gestione). Allora stringi i denti e la porti alla Vecchia Scarpa, sperando non faccia caso ai peli del petto del cameriere scamiciato (sempre più grigi e radi, ormai), ai quadri alle pareti che gridano vendetta al cospetto d'Iddio, ai Deep Purple ad alto volume che non conciliano le confidenze. – Oh, adesso che ci penso ci abbiamo portato anche Franco.

"Ma la Let's go è affidabile, hai visto quest'estate".
"Dunque in Spagna siamo andati in posti che sono l'equivalente della Vecchia Scarpa?"
"A te piacevano, però".
"Ma che ne so, ero accecato dalla fame…"

Dovrei chiedere a Enzo.
"Enzo, ti ricordi quest'estate?"
"Questa cosa?"
Sì, vabbè.

Potrei continuare a parlarne male, della mia città, ma piove da giorni, perché infierire? Foglie marce nei tombini, e un'antica vocazione a fare da palude. Però intanto intorno tutta la Padania è allagata e lei no: come mai? Intelligente gestione del territorio dal dopoguerra in poi o semplice Botta di C u l o? Scegliete voi. Io oggi ho fatto un blob of the blogs dedicato alla mia città, che secondo me somiglia più alla Vecchia Scarpa che al caffè dell'orologio: un postaccio, tutto sommato, ma non ti lascia a piedi quasi mai. Un saluto a tutti i citati e a tutti quelli che ho dimenticato (e scusate). Alla prossima. E buon derby, domenica.

giovedì 28 novembre 2002

Segni del tempo. (Un omaggio al Riformista, più o meno dieci anni dopo).

Sign O the Times
mess with your mind
Hurry before it's 2 late...


Sto ascoltando Are you experienced?, come oggi prescrive Polaroid, e intanto penso: però è una cosa strana, la nostalgia. Non sempre ha a che vedere coi ricordi. A volte è pura fantasia, è un universo parallelo che ci costruiamo coi ricordi degli altri. E non serve aver vissuto in un periodo per rimpiangerlo, anzi.

E poi è strano come certi periodi siano familiari a tutti e altri no. Tra un revival e l'altro ci sono zone d'ombra che nessuno ancora ha iniziato a rimpiangere. Prima o poi torneranno di moda – tutto torna di moda – ma nel frattempo a me piacciono così, accessibili e poco frequentate.

Quella manciata d'anni tra Ottanta e Novanta, per esempio, mentre veniva giù la cortina di ferro e Andreotti regnava, assai meno popolare allora di quanto non sia diventato dopo tangentopoli e un paio di processi per mafia. Vi ricordate? No, non vi ricordate, è un'epoca sbiadita, se cercate un volto o un ritornello non vi viene in mente niente. A furia di rievocare il Boom, il Sessantotto, gli anni di piombo, i favolosi Ottanta, abbiamo cancellato dalla memoria cache il passato più recente. Poco male, sarà divertente re-installarlo tra qualche anno, e giocarci.

Tutti i ricordi che ho di quegli anni sono per sottrazione – per esempio, ricordo che Internet non c'era, eppure si viveva; i cellulari ispiravano un misto d'invidia e disapprovazione, e Andreotti li fece tassare; in tv non c'erano tutti quei talk show politici di adesso, eppure non ci sentivamo affatto disinformati: forse compravamo qualche giornale in più.
Ecco, questo me lo ricordo bene: nelle edicole c'erano ottimi quotidiani. Per esempio, c'era il Riformista di Polito, che poi non so che fine abbia fatto. Una pietra miliare.

Oggi forse è difficile rendersene conto, ma in tempi in cui la dialettica della sinistra consisteva in eterne schermaglie tra PCI e PSI, il "Riformista" ebbe il merito di proporre una terza via, qualcosa di veramente innovativo. In tempi in cui tutti, a destra e sinistra, facevano blanda professione di fede europeista, "il Riformista" fu il primo a criticare seriamente le politiche protezionistiche della Comunità Europea, specie in materia agricola. Peccato non aver conservato certi editoriali, scommetto che ci troverei in seme tutta l'ideologia noglobbal d'oggigiorno… E poi, la scelta tutt'altro scontata di puntare il futuro della sinistra su un giovane politico di buone speranze, D'Alema… Insomma, per certe cose, quel piccolo quotidiano di opinione era davvero dieci anni avanti.

Ma non era solo una questione di politica. "Il Riformista" è stato il primo quotidiano ad accorgersi della svolta generazionale di quegli anni. Fu il primo a far caso a un mondo giovanile che esplodeva: il mondo delle autogestioni, delle prime braghe grigioverdi, dei 99 Posse, (anche di Jovannotti, ahimè). Insomma, fu il primo quotidiano a prendere atto che i figli dei sessantottini stavano prendendo la patente.
Tutto questo dieci anni fa, più o meno. Poi ci sono state le imitazioni, e le imitazioni delle imitazioni, e dell'originale si sono perse le tracce.

Eppure a me capita sempre più spesso, in questi giorni di dibattito politico rovente, di pensare: chissà cosa ne penserebbe, oggi, "il Riformista". Sarebbe noglobbal o siglobbal? Darebbe addosso ai giudici o ai loro corruttori? Continuerebbe a sostenere il vecchio timoniere o lo affonderebbe senza pietà? Sono domande senza senso, lo so. Nessuna verità è valida in assoluto: l'importante è trovarsi nel momento giusto con le idee giuste. In quella manciata di anni tra Ottanta e Novanta, il Riformista aveva forse le idee migliori in circolazione. Probabilmente quelle stesse idee, su un quotidiano di oggi, le troveremmo patetiche. Ma è il destino del giornalismo, anche di quello buono, non durare che l'éspace d'un matin, lo spazio di un mattino.

Intanto il disco è finito. Are you experienced?, Jimi Hendrix, 1967. L'ho messo su perché oggi Hendrix avrebbe compiuto sessant'anni. Mio padre li ha compiuti in giugno. È buffo pensarci.
Mio padre non ha fatto il '68, stava mettendo su l'autofficina. Non mi pare che nutra molta nostalgia per quegli anni. Per lui i Beatles furono una meteora: fecero il botto nel '65 e quattro anni dopo si erano già sciolti. Non fece neanche in tempo ad affezionarsi. È strano pensare che i 99 Posse sono durati molto di più. È strana tutta questa storia della nostalgia, dei ricordi finti che sono più struggenti di quelli veri, del passato che possiamo modellare a nostro piacimento, tanto ci sfugge lo stesso. È strano, è curioso. Ma è anche tardi, adesso.

…Let's fall in love, get married, have a baby
We'll call him Nate
(if it's a boy)


Non perdetevi domani mattina (sì, giovedì 28 dicembre 2002) questo pezzo del Riformista:

Tra corsi di cucito e dibattiti sulla guerra nei licei va in scena l’autogestione
Amano il vestiario militare, leggono la biografia del Che, ascoltano Jovanotti e i 99 Posse: ecco i figli dei sessantottini, la nuova generazione di studenti italiani.
Viaggio nel mondo della scuola che si appresta ad essere okkupata.

martedì 26 novembre 2002

Maestri di vita: (1) lo sguardo di Oliver Hardy

Capita nel bel mezzo di una comica, di solito a gag sopraggiunta, che Oliver Hardy guardi verso la cinepresa, perplesso, sbuffante. Non so se sia stato il primo a farlo, ma il più antico che mi ricordo è lui. Ed è a lui che penso quando mi capita – e mi capita spesso – nel bel mezzo di un guaio, o di una situazione che troverei comica, se non mi riguardasse in prima persona – di guardarmi in giro perplesso, come in cerca di una telecamera, un monitor, un pubblico qualunque davanti a cui sbuffare, anche solo un attimo, prima del prossimo ciak.

Guardare verso il pubblico, cercare la sua solidarietà, è un espediente vecchio quanto il teatro. Ma Oliver Hardy ci aggiunge qualcosa di nuovo, un ritrovato della tecnica: il primo piano. Non ha bisogno di fare un passo in avanti sul palcoscenico: d'improvviso il suo faccione riempie lo schermo, guarda verso lo spettatore, e non fa nulla: sbuffa appena. E lo spettatore ride. Per la verità stava già ridendo dalla gag precedente. Ma lo sguardo di Hardy aggiunge qualcosa di più. Prima ridevamo di lui: ora gli ridiamo in faccia. Per di più, lui sa che noi ridiamo, e resta serio. Non cerca neanche un momento di salvare la faccia, mettendosi a ridere anche lui. Sarebbe patetico. Invece accusa il colpo. Sbuffa, impreca sommessamente contro il suo destino di clown. E la comica riprende.

Sì, però Oliver Hardy è un clown professionista, e un genio del mestiere. Ma io? Chi sto cercando? La candid camera, il pubblico del Grande Fratello, o del Truman Show? O forse una parte di me stesso, né subconscio né superIo, né sopra né sotto, ma nei paraggi, una specie di risata registrata interiore? O forse sto cercando Dio, però vorrebbe dire che ho smesso di cercare un Dio-onnipotente in cielo (da cui piovono solo disgrazie), rassegnandomi a un più modesto Dio-spettatore che si degna di sghignazzare alle mie spalle – concedendomi qualche rada volta l'onore di sghignazzarmi in faccia. Del resto, ha pagato il biglietto…

Quando la gente mi trova serio – e la gente mi trova serio – è difficile spiegare che la mia serietà l'ho imparata tutta da Oliver Hardy. E che anzi di nascosto sono un buffone, ma non mi piace deridere nessuno a parte me stesso. Perciò preferisco essere io il protagonista dei miei sketch.
Mi spetta la parte più difficile e più ridicola, che è quella del clown bianco. Il clown che si crede superiore, e viene continuamente umiliato dal più autentico pagliaccio, lo Stan Laurel di turno, l'Augusto, il bambino, il genio. Mentre io aspiro a una vita seria, normale, dove le torte si mangiano e non finiscono invariabilmente sulla mia faccia.
Stan non ha questo orizzonte. Per lui è normale saltellare sulle travi di un cantiere con un bicchiere d'acqua in tasca. Ma io, per quanto goffo, so che questo non è il mio posto, e che qualcuno, da qualche parte ride di me. E guai se non ci fosse. Sarebbe tutto vano.

Così certe sere io mi chiedo: ma che pazzia è, esattamente, il voler tenere un blog, pretendere di avere tre o quattro storielle divertenti alla settimana? Perché? Per chi? Non conosco il nome di questa patologia, ma somiglia al voltarsi di scatto (in un aria di vetro) a cercare una cinepresa, un pubblico, qualcuno a cui sbuffare. Non voglio essere famoso, ma vorrei che qualcuno sorridesse un po' di me. Per poter – restando serio – sorridere un poco con lui. E in questo modo andare avanti.

(In fondo il boom mondiale dei blog è scoppiato pochissimo dopo il boom del Grande Fratello: ci ha fatto caso qualcuno? Ci faccio caso io).

lunedì 25 novembre 2002

Autodafé


Signori lettori, signori della giuria:
dopo un breve esame di coscienza, sono giunto alle seguenti conclusioni:

1. Se le cose stanno così, non posso non essere solidale col senatore Lino Jannuzzi, condannato a due anni e mezzo di reclusione per aver divulgato informazioni inesatte sul direttore di un giornale, su un giudice (poi avvocato) e su un farmacista.

2. E se nemmeno un Senatore della Repubblica è al di sopra della legge, come posso pretendere di esserlo io, dopo tutte le informazioni inesatte o imprecise, sballate o addirittura inventate, che ho divulgato sul mio umile sito? Altro che due anni. Ce n'è abbastanza per venirmi a prendere alle cinque di domattina, chiudermi in cella e buttare via la chiave.

3. Ciononostante io ho fiducia, anzi, fede nella magistratura, e nel momento della disgrazia spero ardentemente di trovarmi davanti a un gip saggio, buono e premuroso come Nadia Plastina. Davanti a lui/lei il mio cuore indurito dalla menzogna e dalla violenza si aprirà alla Verità, e io non dovrò dire altro che: "Abiuro la violenza e la menzogna, e rinuncio a Satana, fonte di ogni male". E sarò libero, mondo da ogni peccato, libero da ogni tentazione, disponibile a infamare qualche compagno qualora se ne presenti la necessità.

4. Siccome però ho un po' fretta , e non posso pretendere che gli inquirenti si mettano a leggere i miei archivi, per anticipare i tempi della mia conversione ho pensato di autodenunciarmi, come Torquato Tasso. Così ho dato una rapida occhiata agli ultimi 12 mesi del mio blog e di cazzate passabili di querela ne ho trovate veramente tante. Ecco una breve antologia di notizie false, inventate, non verificate, e, soprattutto, totalmente gratuite.

Lunedì 10 dicembre: Il creativo che ha creato lo spot del pandoro Melegatti è cocainomane.
Lunedì 24 dicembre: Rillo mangia i bambini
Martedì 5 febbraio: Casarini, ubriaco, balla malissimo
Martedì 11 febbraio: Fazio non sa contare i computer
Mercoledì 28 febbraio; la moglie di Scajola lo tradisce col cuoco
Mercoledì 22 maggio: il consiglio comunale (di Modena) è un cafone
Martedì 28 maggio: Berlusconi da piccolo buttava via i santini (e anche Putin)
Mercoledì 17 luglio: C'è gente che è morta da dieci anni e ancora continua a firmare per i referendum.
Venerdì 13 settembre: Galimberti in casa sua non lo ascolta nessuno.
Mercoledì 16 ottobre: Mirko Tremaglia non ha capito nulla dell'America.
Lunedì 18 novembre: la Fallaci è un'anziana signora malata.

Sapendo di poter sempre contare sulla vostra illuminata misericordia, vi saluto e mi firmo sempre vostro

venerdì 22 novembre 2002

Wanted - innocent or guilty

Pur non augurando la galera a nessuno, e ferma restando la solidarietà con tutti i presunti, tuttavia, non ci sarebbe modo di far fare a Fini qualche giorno in cella? Niente di personale, giusto per completare il suo giudizio sulle carceri italiane, che secondo lui sono sotto controllo. Anche solo un paio di giorni - se quei pappamolla di no global resistono per una settimana, un uomo tutto d'un pezzo come lui non dovrebbe aver problemi, no? Così si fa un'opinione a tutto tondo.

Non si può, dici. Non ha fatto niente. Oh, andiamo. Tanta gente è dentro anche per meno. E poi qualcosa si trova sempre. Se un santo pecca sette volte al giorno, Gianfranco Fini avrà anche lui i suoi scheletri, no? Per esempio, una volta dichiarò che non avrebbe pagato il canone RAI: evasione fiscale, apologia di reato. Robetta, dici?
Beh, e quella frase... "Mussolini è il più grande statista del Novecento"?
Sì, lo so, è un'opinione come un'altra, però i reati d'opinione tornano di moda. E se c'è un reato d'opinione a norma di Costituzione, quello è proprio l'apologia di fascismo.
Dici che è un po' stiracchiato? Dici che tra gli apologisti di fascismo in parlamento Fini è il più moderato? Che a momenti è meno revisionista lui di Violante? Vabbè, è un appiglio come un altro.
Altrimenti si fruga nella vita privata. Nessuno è innocente, perché dovrebbe esserlo lui? Vuoi che non si sia mai fatto masterizzare un CD? E i contributi alla badante? Possibile che non sia mai passato col rosso in auto blu? Una volta i suoi gorilla malmenarono un automobilista, chi era il mandante? Ti presenti in casa sua con un mandato di perquisizione, gli sequestri un coltello da cucina e un manico d'ombrello e lo incastri per cospirazione. Oppure, figurati se non ha un'e-mail pubblica: basta che gli arrivi la foto di una 17 enne n u d a ed è nei guai. Bisogna sbrigarsi ad ammanettarlo prima che inquini le prove, premendo per esempio il tasto Canc.
E comunque, non deve mica essere per forza colpevole di qualcosa! Basterebbe che si ritrovasse fortemente sospettato: un arresto cautelare, un giro in cellulare, una notte in branda. Sono esperienze che ti forgiano. Perché a parlare di carceri sovraffollate siamo tutti buoni, ma un'altra cosa è trovarsi in pochi metri quadri di libertà, e doverli dividere con un estraneo o più estranei, colpevoli o fortemente sospettati di qualcosa... la prospettiva cambia.
Tutti cambiano un po', dietro le sbarre. Non necessariamente in meglio. Ma nel mondo possibile che ho in mente io, tutti i parlamentari e i giudici prima d'insediarsi dovrebbero farsi due o tre giorni in cella. Giusto per capire l'effetto che fa. E magari concludere - come Fini - che la situazione, sì, è grave, ma... "sotto controllo". Però da dentro, non da fuori. A ragion veduta, non per un calcolo politico. Sarà un caso, ma tutti i miei padri Costituenti preferiti si sono fatti anni e anni di prigione e confino.

Esiste qualcosa - o meglio, non esiste - che si chiama responsabilità politica. Purtroppo (o per fortuna) non è punibile. Nessuno è indagato per le migliaia di morti di fame da embargo in Iraq, ma la responsabilità politica ricade su tutti i governi che hanno applicato l'embargo. Nessuno sarà giudicato colpevole della carestia argentina, ma la responsabilità politica ricade su gli organismi internazionali che hanno portato quel Paese allo sfascio.
Allo stesso modo, a fine anno qualcuno come sempre conterà i morti e gli infetti nelle carceri italiane. Nessuna istituzione sarà giudicata colpevole di quei morti e di quei malati. Nessun politico sarà accusato di aver calcolato il proprio indice di gradimento sulla testa dei detenuti. Nessuno verrà sospettato o accusato di omicidio o di strage. La responsabilità politica non esiste. La politica è irresponsabile.
Invece, se avete in casa coltelli da cucina, cd masterizzati, volantini, fotocopie... state all'occhio. È roba che scotta, quella.

giovedì 21 novembre 2002

Varie ed eventuali

Lo sento...
è un rantolo dalle tenebre... è lui...
l'enel ha staccato la luce e nell'oscurità degli Uffizi lui ghigna alla faccia del consumo culturale E' Defarge! L'organico!
E' tornato!

Allora? Signora Fallaci, si sfavi e smandiboli adesso, scriva al Corriere, telefoni alle autorita': Botticelli rimane al buio e il crocchio di grazie che dondolano anemiche sul ballatoio della primavera rischia di trasformarsi in un puttanaio, tutti avvinghiati a tutti in un groviglio poligamico che nemmeno Maometto, nel buio degli Uffizi!

***
Bloggatori, vi sentite poco rappresentati dall'auditel, un sistema di rilevazione che da vent'anni usa lo stesso campione? (Vedi dossier su Megachip). Da oggi potete sfogarvi con audiblog!

***
Se invece la tv vi nausea e i sondaggi vi stomacano, vi meritate www.bagnato.it. No, non è quello che pensate, bensì uno dei più bei siti di poesia italiani. Sì, il poeta è un mio amico, sì, non faccio che lincare amici miei. E me ne vanto. Molti amici, molti accessi, molto onore. E poi avercene, di amici che scrivono:

Da noi c’è una aria perpetua da concorso,
da noi ci si distruggerà in piazza, sotto casa,
l’oroscopo è l’articolo più letto dei giornali,
noi, la ciliegina di un albero tagliato.
Dal punto di vista dello schianto tutto è pronto,
sulla scena un uomo, la verità e il compianto.


(l'Appartenenza)

Alla prossima.

Altri pezzi