Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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lunedì 4 ottobre 2010

La mano non più invisibile

L'ultimo capolavoro di Maurizio Cattelan - forse lo sapete già - è un dito medio in Piazza degli Affari.
Ai milanesi, stranamente, piace (alla Moratti per prima). Ma è davvero così strano? E, a proposito: chi sta mostrando il dito a chi? (Scopritelo sull'Unita.it!) (E commentatelo qui!)

Pare che il dito medio di Cattelan resterà in Piazza Affari ancora un po’. Se barzellette, bestemmie e appartamenti monegaschi non vi hanno distratto, sapete già di cosa si tratta: di un’installazione di Maurizio Cattelan, la copia monumentale di una mano che fronteggia la Borsa Valori protendendo il dito in alto in un gesto universalmente decifrabile.

Negli ultimi anni Cattelan è diventato l’artista italiano contemporaneo più noto al grande pubblico soprattutto grazie al valore immediato, anti-intellettualoide delle sue opere: così anche in questo caso c’è ben poco da discutere. Un dito medio è un dito medio è un dito medio, di fronte al quale il parere di un critico come Renato Barilli non si discosta molto da quello del passante qualunque: “In questo caso, non c’è neppure provocazione, in quanto i tre quarti dell’umanità sarebbero pronti a ripetere con lui quel medesimo gesto, contro le nequizie delle borse mondiali, colpevoli della grave crisi economica che ci affligge”. Così devono aver pensato anche le autorità milanesi, che hanno deciso di lasciare l’installazione nella piazza-parcheggio per altre due settimane. Non solo, ma il sindaco Moratti starebbe valutando l’idea di lasciare lì il dito per sempre: a detta di Franco Bolelli, del resto, “esso riempie – con uno straordinario senso della prospettiva – una piazza generalmente fredda e inanimata”. Sulle pagine lombarde di Repubblica on line c’è persino un sondaggio sull’argomento: per ora i sostenitori del Dito Medio sono una maggioranza qualificata. 
Eppure non sono passati molti anni da quando le opere dello stesso Cattelan suscitavano nei milanesi ben altre reazioni. Ci fu persino chi si ruppe le ossa, nel tentatico di staccare i ‘bambini impiccati’ appesi alle querce secolari di piazza XXIV Maggio. Oggi invece un enorme dito medio suscita ammirazione, e manca poco che Milano non ne faccia un suo simbolo. È cambiata la città o è cambiato Cattelan? Diciamo che stiamo tutti invecchiando assieme: forse i milanesi hanno capito come funziona il gioco della provocazione, e non ci cascano più, o ci cascano meno. Ma anche l’artista ha capito come sintonizzarsi sulle loro lunghezze d’onda: in effetti, come dice Barilli, chi non sottoscriverebbe oggi un dito medio di fronte alla Borsa, a tutte le Borse del mondo? E però la Borsa resta al suo posto (e continua a far danni), e persino il gesto osceno viene riciclato per il modo in cui valorizza il piazzale e gli immobili che lo circondano. Cattelan nasce provocatore (anche se a lui la parola non piace, ci mancherebbe) e rischia di ritrovarsi pompiere.
È buffo che pochi giorni fa si sia lamentato, come un trombone qualunque, dell’“imbarbarimento” della società. Buffo ma anche significativo, visto che la sua “manona” è un richiamo forse inconsapevole all’arte pagana dell’Impero Romano in caduta libera: abbiamo già visto mani del genere, scheggiate e mutilate, negli schizzi dei romantici che rovistavano tra le rovine, e nei fondali di cartone dei peplum hollywoodiani. Ma chi sarebbero i nuovi barbari? Cattelan non ha dubbi: “Oggi sono tutti preoccupati per i rom, ma nessuno si accorge che i cinesi stanno comprando Milano, l’Italia, il mondo”. E di colpo tutto torna. Cattelan non è più un misterioso folletto sospeso tra Padova e New York: è uno di noi, ha paura dei cinesi e delle borse mondiali, e per esprimere le sue paure e le sue frustrazioni mostra il medio, come un Bossi qualunque. Il fatto che il suo dito possa piacere a Letizia Moratti, ex broker di Borsa ed ex Ministro dell’Istruzione, non è più così sorprendente. A ben vedere del resto il dito presenta un margine d’interpretazione di cui non mi ero accorto: siamo sicuri che è rivolto verso la Borsa? Milanesi, andate a controllare: magari è la Borsa che lo rivolge contro di noi. E allora davvero diventerebbe il simbolo, anzi, la manifestazione di un potere sfrenato, ormai slegato da qualsiasi complicazione umanistica e morale: un potere pagano, che negli uffici delle società per azioni si fotte i nostri risparmi, taglia i nostri posti di lavoro, incassa le plusvalenze e ci mostra il dito.
Un potere osceno, che si nasconde dietro alla sua stessa oscenità: dietro a quel dito c’è l’ingiustizia del mondo, ma tu intanto guardi il dito e ti tocca anche applaudire alla provocazione ben congegnata. Un potere che con la sua volgarità ti mette nell’angolo: se lo critichi ti fa passare per un moralista, un benpensante, un uomo di altri tempi. Mentre questi sono i tempi dei diti medi, delle barzellette sugli ebrei con qualche bestemmiuccia ma per ridere, e se non ridi è colpa tua, che non sei più in sintonia con la gente. Su quel tono basso e greve che ormai ha imparato a intonare perfino Cattelan. http://leonardo.blogspot.com

giovedì 30 settembre 2010

Stelle come polvere

(In questi giorni Blogger sta facendo casini. In particolare, si è messo a cancellare o nascondere commenti con delle logiche tutte sue. Se vi capita di non trovare più un vostro commento, prima di gridare alla congiura dei poteri forti forse è meglio che mi scriviate, l'indirizzo è qui di fianco).

L'educazione religiosa, 1

Ognuno ha gli hobby che si merita, e se guarda indietro agli ultimi anni, Saul si rende conto che ha passato una parte cospicua del suo tempo libero ad accapigliarsi con sconosciuti su argomenti religiosi. Tutto questo – badate bene – senza provare un briciolo di ansia religiosa dentro di sé. Cioè, al di là di tutti i discorsoni sul crocefisso, o l'ora di religione, o la santità dell'embrione, ma Saul in Dio ci crede o no? Non sa, non risponde, la domanda lo annoia. È una domanda da personaggio di Dostoevskij, Saul vive nel 2010 e ha meglio da fare: del resto, davvero, il mondo si surriscalda e sovrappopola che Dio esista o no. Ma questo non è in fondo eludere il problema? Persino Stephen Hawking ha un'opinione in merito, perché non dovrebbe averla un tipo come Saul? Tanto più che il suo passatempo è scrivere opinioni, e qualcuno gliele legge, addirittura gliele premiano.

C'è una foto in giro da quest'estate, un collages di puntini che potresti scambiare per un quadro informale o la neve della tv con l'antenna staccata – salvo che ognuno di quei puntini è una galassia. Ogni galassia è un miliardo di possibili mondi, eccetera. A questo punto il problema non è neanche più se esistano forme di vita extraterrestri – è lecito supporre che esistano forme di cose che non immaginiamo e non definiremmo nemmeno vita (altrove si chiederanno se esistano forme di t$%£) Saul vive in un periodo storico in cui ogni tanto ti mettono davanti delle foto così, e poi come fai a continuare a credere al tuo Dio? Ma la domanda è viziata: qualcun altro con la stessa foto in mano potrebbe chiederti: come fai di fronte a tanta complessità, tanta immensità, a non credere proprio al tuo Dio? Saul ha perso molto tempo a cercare di spiegare che il sentimento religioso è qualcosa che non ha nulla a che fare con la scienza. Ma allora con che cosa? Forse la paura. Saul non sa se Dio ci sia o no, ma sa che l'idea di un Dio non gli fa nessuna paura. Non se lo immagina come un Occhio Spietato che lo osserva da lontano: altri sì, e ne sono terrorizzati e infuriati, sia che ci credano, sia che non ci credano: e in questo secondo caso, il loro non-crederci, la loro non-fede, è abbastanza scomoda e spigolosa da somigliare alla fede in un dio qualunque. Si tratta insomma di una variante esistenziale: alcuni (credenti e non credenti) hanno un'angoscia, altri (non credenti e credenti) non ce l'hanno. Saul è tra questi ultimi, ma ricorda distintamente degli anni vissuti tra i primi: questo è il suo unico vantaggio.

Negli anni ha formulato varie ipotesi, (che è un po' quello che fa nella vita: l'ape il miele, l'anguilla il muco, Saul le ipotesi). Alla fine si è affezionato alla più banale, e cioè: potrebbe essere una questione di genitori. Saul ha avuto genitori buoni e modesti, molto difficili da descrivere e raccontare, perché in tv e sui libri ci mostrano sempre solo genitori violenti e pazzi: la famiglia va in scena solo quando è in decomposizione, altrimenti non è un soggetto interessante. È così da cento anni, ed è destinato a continuare per parecchio: ci sono secoli di sacre famiglie da dissacrare. Nel frattempo però quelli che sono cresciuti nelle famiglie *normali* si sentono un po' disadattati: è il paradosso della, boh, postmodernità. Per tutti gli anni della sua infanzia Saul non ha veramente avuto motivo di dubitare dell'esistenza di Dio, ed esattamente di quel Dio che stava appeso alla parete, semplicemente perché chi gliene parlava era una persona buona e modesta, che non raccontava bugie, che metteva per primo in pratica, senza fatica apparente, ogni comandamento di cui chiedeva il rispetto. Gli ordini che gli venivano impartiti gli apparivano, sin dal sorgere della coscienza, assolutamente necessari: non attraversare la strada. È un tabù, certo, ma è anche la Strada Nazionale 12 dell'Abetone e del Brennero, ci passano i camion ai cento all'ora, non si fa molta fatica a credere in un Dio-Padre che ti dà un comandamento del genere. Non quel genere di Dio-Padre che ti vieta il prosciutto o i gamberi, per intenderci. Ancora oggi Saul ha per il Dio che forse esiste la stessa naturale deferenza che prova senza difficoltà per qualsiasi autorità: il Preside, il Vigile, il Capo dello Stato. Con un po' di sforzo, naturalmente, Saul può nutrire sentimenti avversi: detestare qualche poliziotto violento, dileggiare i ministri. Ma gli costa un po' fatica, e le sue velleità rivoluzionarie non arrivano mai alle estreme conseguenze di invocare l'abolizione dei ministeri, o delle polizie. Saul detesta i ministri che non sanno fare i ministri e i poliziotti che picchiano le persone invece di difenderle: non l'autorità, ma chi la incarna in modo indegno. Un borghese, gratta gratta? Saul si risponde di no, non è esattamente questione di borghesia: ci sono borghesi ansiosi, cresciuti in famiglie difficili, che per l'autorità non hanno alcun rispetto. No, davvero, è una questione di famiglia. Saul ha avuto genitori buoni, modesti e cattolici. Li avesse avuti buoni modesti e non credenti, sarebbe oggi più o meno la stessa persona, e scriverebbe le stesse cose.

Allo stesso tempo, Saul sa di avere trascorso anni difficili, in cui forse ha bordeggiato varie psico-patologie senza che nessuno se ne accorgesse. Per fortuna nemmeno lui (continua, forse diventa più interessante).

lunedì 27 settembre 2010

Big in Riva del Garda


Il pupo è già al lavoro (e voi siete un pubblico meraviglioso, e vi amo).
Potere riamarmi sui commenti dell'Unità.

Non potrei fare come Fini, dieci minuti di monologo e poi addio?
"No, devi rispondere alle domande".
Uff.
"Ciao, per prima cosa spiegaci cosa ci facevano ieri i blogger a Riva del Garda, mentre Grillo era da tutt’altra parte".
Ah, già, Grillo, è vero che ha un blog anche lui.
Ci fai o ci sei? Quello di Grillo è ancora il più importante blog italiano, o sbaglio?
Probabilmente non sbagli. Vedi, ho questa teoria: Grillo è sempre stato troppo importante per essere soltanto un ‘blog italiano’. Gli altri sono troppo piccoli e lui è troppo grande, non c’è possibilità di comunicazione. Lui gioca in un altro campionato, che è poi quello delle testate giornalistiche. Magari per centinaia di migliaia di italiani quello è "il blog": l’unico che hanno mai visitato. Ma si tratta comunque di un prodotto professionale. Grillo ha usato lo strumento blog in modo tradizionale, per arrivare a un pubblico che non poteva più raggiungere con la televisione. Ma io quando penso ai ‘blog italiani’ penso ancora ai siti personali fai-da-te.
I diari in rete? Ancora?
Ecco, magari lasciamo perdere la parola "diario". Direi che la discriminante sta nell’interazione coi lettori: io per capire se un sito è un blog mi pongo la domanda: l’autore litiga coi suoi lettori? Se la distanza tra autore e lettore è tanto breve da consentire lo scazzo, quello è un blog. Grillo non può litigare con uno dei suoi commentatori, non so neanche se intervenga mai nelle discussioni che provoca. È naturale, del resto: gli scrivono in duemila, lui ha altro da fare che rispondere a tutti quanti.
Quindi il blogger ‘vero’ è una persona che non ha niente di meglio da fare…
No, quasi sempre è un hobbysta che avrebbe tantissime cose da fare, ma nel tempo libero si diletta a interagire con, diciamo in media una cinquantina di lettori affezionati. Un’altra discriminante è l’aspetto comunitario: i blog tendono a formare gruppetti e autopromuoversi. Grillo non ne ha mai avuto bisogno, è un enorme astro solitario nel cielo della cosiddetta blogosfera italiana. E’ importantissimo, non dico di no, ma tutto il resto della vita è altrove.
Raccontaci qualcosa di più della costellazione che ogni anno si autopromuove a Riva del Garda.
Potremmo definirli (ma è riduttivo) la vecchia guardia. Molti di loro gestivano siti personali quando ancora Grillo a teatro spaccava i computer. Si linkano tra loro compulsivamente da un decennio, ormai. Alcuni si sono sposati e cominciano a portare i figli a Riva (quest’anno infatti c’era l’angolo kindergarden).
Quindi anche nella blogosfera italiana comandano i vecchi.
Ma no, non comanda nessuno, è un gruppo di persone che si scrive e si legge tutto l’anno e ogni tanto ha voglia di ritrovarsi, e quindi viene alla Blogfest. Se nel tempo libero cacciassimo farfalle col retino faremmo, boh, un farfalloraduno. Immagino che da qualche parte ci sia. Magari c’è anche qualcuno che non ci va e si lamenta della cricca di cacciatori di farfalle dove contano i soliti cacciatori di farfalle. Esistono più cose in cielo in terra, Orazio, che… 
Sì, però vi votate e vi premiate da soli. Non è un po’ imbarazzante?
In parte sì, ma devi capire che è tutto cominciato per scherzo. All’inizio era solo una lista fatta da Gianluca Neri di Macchianera‘vi dico chi premierei se ci fosse una specie di notte degli oscar dei blog italiani’, un invito neanche tanto implicito a far cagnara nei commenti: e perché lui sì e io no, è il solito magnamagna, eccetera. Fu così divertente che l’anno dopo fece votare tutti i suoi lettori. Ma era ancora un gioco tra amici, i premi erano solo virtuali. Hanno cominciato a consegnarli sul serio solo tre anni fa. In realtà è una semplice scusa per passare un fine settimana in un bel posto, conoscere di persona gente che magari leggi tutti i giorni, e berci insieme un bicchiere… e poi ci sono i camp, i miniconvegni, che sono molto interessanti… quest’anno per esempio l’argomento era l’editoria digitale e…
Ronf.
Va bene, parliamo dei premi. Però vedi come funziona? Per andare sui giornali bisogna consegnare i premi. Anche se sono dei pezzi di plastica, fanno notizia lo stesso
È vero che vanno ai soliti noti? Che alla fine il vecchio blog bolso ha dieci probabilità di aggiudicarsi una statuetta in più del giovane blog di qualità?
Senz’altro i più anziani partono avvantaggiati nell’accaparramento di pezzetti di plastica. C’è stato un periodo in cui la comunità era ristretta ed era relativamente più facile farsi notare: chi c’è passato oggi può vivere, in una certa misura, di rendita. Ma il pubblico della blogfest è meno tradizionalista di quanto sembri. In realtà se vai a vedere il palmares di quest’anno di blog veramente vecchi (antecedenti al 2004) ce n’è solo uno, che, ehm, è il mio.
Addirittura hanno dato il premio "Rivelazione" a Metilparaben.
Grande Metilparaben!
Scusa, ma ti pare una "rivelazione"? Capriccioli ha i capelli bianchi! Allora diamo Sanremo Giovani a Bobby Solo.
Grande Bobby Solo! No, sul serio, il successo di Metilparaben dimostra che il pubblico della Blogfest è apertissimo alle novità. I blog che hanno fatto incetta di premi nelle ultime edizioni, come Piovono Rane o Spinoza, tre anni fa erano ancora sconosciuti ai più. Addirittura alcuni blog non esistevano ancora: prendi I400calci, favoloso blog che parla di cinema scemo in modo estremamente intelligente, e quest’anno ha stracciato i senatori. A Riva viene gente che legge e scrive blog da tanti da anni: magari fa un po’ fatica a trovare le novità, ma poi le abbraccia con tutto il cuore.
Va bene, tutti bravi e tutti buoni e tu sei il loro nonnetto. Ma non ti vergogni un po’ a farti votare tutti gli anni?
Beh, se vincessi tutti gli anni sarebbe davvero uno spettacolo triste. Meglio un anno sì e un anno no, c’è più suspense. 
La Juve di Trapattoni.
Io tifavo Torino per dispetto, ma in sostanza sì. No, comunque credo che in molti continuino a votarmi perché mi trovano rassicurante.
La Democrazia Cristiana.
Dieci anni fa ero uno sfigato che apriva un sito personale, oggi chi sono?
Uno sfigato che litiga con sconosciuti su un sito personale.
Le risposte le devo dare io, tu sei l’intervistatore.
Scusa, non so cosa sia successo, mi è venuta spontanea. Comunque non sei così tanto sfigato, dai. Scrivi anche su un giornale importante.
Guarda, non farmici pensare. Devo ancora mandare il pezzo per lunedì.
Scrivi qualcosa sulla blogfest, no?
Sì, pensavo di intervistare uno dei vincitori, ma poi ci siamo messi a ballare, è venuto tardi, adesso è ora di tornare a casa e non ho niente.
Intervista te stesso, fai prima.
Mi vergogno.
Non ti devi vergognare.
Perché?
Perché sei un blogger. I blogger non conoscono la vergogna. Non sanno proprio cos’è, com’è fatta.
Forse hai ragione. Grazie
Figurati, quando vuoi.

(Grazie a tutti quelli che sono venuti o sarebbero voluti venire a Riva. Siete un pubblico fantastico).http://leonardo.blogspot.com 

giovedì 23 settembre 2010

Gli aborti non sporcano

Venite a Riva? Io ci sarò tra sabato e domenica. Sono quello basso con la barba vicino a Enzo. Vi siete ricordati di votare (per me)?

Neologismi da salvare (4): Benaltrismo

Neologismo fino a un certo punto – gli Annali del Lessico Contemporaneo lo attestano nel 1995 (se qualcuno conosce il coniatore, l'autore insomma, per favore, segnalatemelo). Uno di quei figli appena nati di amici che ti volti un attimo e vanno già al liceo. “Benaltrismo” ha anche una buona pagina di wiki, sui vocabolari più recenti di sicuro c'è, ed è una delle migliori prove della vitalità della lingua italiana. Perché a fraintendere gli anglismi (“quoto”) son buoni tutti, e a ripiegare sulle trivialità dialettali (“bimbominchia”) pure. Ma benaltrismo è un'invenzione tutta italiana, oltre che un contributo del lessico giornalistico italiano al mondo: posso sbagliarmi, ma direi che a quindici anni suonati resta ancora un termine intraducibile. Non so se vi rendete conto, ma per esprimere lo stesso concetto gli anglofoni sono costretti a laboriosi giri di parole, ah ah ah! Il petto mi si gonfia come quando un personaggio di Underworld dice a un altro: Ehi, lo sai che gli italiani hanno una parola per questa roba? (in quel caso era dietrologia). Sì, non produciamo più divine Commedie e nemmeno Gattopardi, ma riusciamo ancora a inventare qualche buona parola ogni tanto.

Benaltrismo è, tra le altre cose, di facile comprensione. È un benaltrista colui che, di fronte a un determinato problema, afferma che non vale la pena risolverlo e nemmeno parlarne, perché... i problemi sono “ben altri”. Ciò che rende stuzzicante la cosa è che in fondo siamo stati tutti benaltristi qualche volta: e magari quella volta avevamo pure ragione. In quella matassa di complicazioni che è la vita, saper riconoscere quali nodi vanno districati per primi è una dote tutt'altro che secondaria. Tutto questo mentre la sfera dell'informazione prende a girare sempre più vorticosamente intorno a un calendario di emergenze che non si sa bene chi stia dettando: c'è il periodo delle violenze sulle donne e diventiamo tutti esperti di violenza sulle donne, poi comincia la settimana degli zingari ed eccoci tutti zingarologi, e sembra proprio che non si possa procedere finché non avremo trovato una soluzione per il problema degli zingari. Poi cominciano le sfilate. A volte il benaltrista è semplicemente qualcuno che insiste a difendere le proprie priorità, la propria visione del mondo, quei due o tre problemi che considera davvero emergenze.

Ma a volte, naturalmente, è solo un trombone che del mondo si è abbondantemente stancato; ma siccome lo pagano ancora ha individuato 2-3 argomenti inossidabili (es. “Berlusconi ladro”) sui quali ripiegare quando, sempre più spesso, si ritrova senza nulla da dire (“sì vabbè che Fini ha i suoi scheletri nei suoi armadi, però Berlusconi ladro”). Non potrei trovare un esempio migliore di questo atteggiamento dell'ultimo detto memorabile di Giuliano Ferrara, che nella settimana in cui eravamo appunto tutti zingarologi, ha voluto ribadire che i problemi sono ben altri, e che lui resta un convinto abortologo, scrivendo:

Si può abortire un bambino al mattino e piangere sul destino degli zingari la sera?

Questo esempio funziona anche perché illustra molto bene, a mio parere, come mai l'argomento “aborto” sia diventato così gettonato negli ultimi, diciamo, cinquant'anni: prima non è che se lo filassero in molti. Abortire era un triste affare di soldi e ferri da calza, e i Papi avevano di meglio da pensare: se leggete vecchie encicliche ci trovate transustanziazioni, immacolate concezioni, misteri trinitari, ma che fine facessero gli embrioni non era chiaro. Per qualche periodo si parlò di limbo, ma era più un'indiscrezione che un dogma di fede. Tutta questa enfasi sul diritto alla vita è, se la misuriamo coi ritmi di una comunità millenaria, una relativa novità. A un certo punto preti e similpreti si sono accorti che c'era un genocidio, milioni e miliardi di bambini uccisi negli uteri, e vi si sono tuffati con tutto il loro zelo. Che cos'ha di così affascinante la causa degli aborti? Ci sono secondo me tre aspetti che rendono l'aborto l'arma finale del benaltrismo:

1) L'atto di fede è relativamente leggero. Credere nella trinità è complicato e faticoso, credere nell'immacolata concezione e nella sua beata assunzione ti potrebbe anche esporre al ridicolo in società. Viceversa, credere che un embrione sia vivo nell'attimo del concepimento non è né complicato né ridicolo. Non è neanche necessario offendere la scienza: il confine tra “vita” e “non ancora vita” è un problema linguistico, quindi speculativo, quindi siamo liberi di discuterne, quindi non avremo difficoltà a trovare qualcuno che ci dia ragione. Uno come Giuliano Ferrara, alla sua età, non è che può mettersi immediatamente a credere nella transustanziazione come se fosse la cosa più plausibile del mondo: ma all'embrione sì, non è mai troppo tardi per ravvedersi e vedere la vita nell'embrione.

2) Una volta che hai abbracciato la non troppo scandalosa verità (l'embrione è vita!), sei in possesso dell'ordigno benaltrista di fine-di-mondo. Improvvisamente ti svegli e, dove la sera prima c'erano banalissimi consultori e ospedali, tu vedi un genocidio. Legalizzato! E tu non puoi più fare finta di niente. Di conseguenza, non hai più bisogno di preoccuparti di nient'altro. Cioè, stiamo scherzando? Riscaldamento globale? Crisi energetica? Zingari? Politici corrotti? Imprenditori concussi? Mafia e camorre? Ma sono le normali asperità della vita, il problema è che ci sono milioni di individui a cui la Vita stessa viene negata! Ogni giorno! Quando abbracci la causa degli aborti, non hai più bisogno di preoccuparti di nessun'altra causa al mondo. Tanto più che...

3) Gli aborti non sporcano. Questo è determinante. Non c'è causa che, una volta abbracciata, non lasci brutte tracce sulle mani e altrove. Molte, oggettivamente, puzzano. Prendi gli zingari. È difficile stare dalla loro parte. È difficile sposare le cause degli stranieri, dei poveri, dei malati, dei drogati, dei giovinastri. È tutta gente che poi ti tocca andare a trovare, gente che si sentirà tradita se dopo un po' li trascuri, gente che più di solidarietà chiede monetine, gente che ha usanze e odori che non riuscirai mai a condividere. Ma gli aborti, gli aborti sono fantastici. Non fai in tempo a credere in loro, che essi non esistono già più. La cosa che li rende meravigliosi è che proprio in quanto aborti, essi non ci sono. Non puzzano. Non hanno abitudini imbarazzanti. Non fanno chiassose feste in piazza a cui t'invitano mentre tu vorresti stare a casa a leggere Novalis. Uno zingaro potrà lamentarsi della tua solidarietà pelosa. Un nero prima o poi cercherà di sposarsi tua figlia. Ma gli aborti non disturberanno mai chi li difende. Nessun aborto si alzerà mai per dire che preferisce essere abortito piuttosto di evolversi in Joseph Ratzinger o Giuliano Ferrara.

Insomma, capite la bella invenzione? Un piccolo atto di fede e improvvisamente nel tuo mondo esistono milioni, miliardi di individui che tu puoi difendere gratis. Neanche due spicci per levarteli di torno al semaforo: gratis. Gli aborti, se non esistessero, bisognerebbe inventarli. E in fondo è andata proprio così: a un certo punto ce li siamo inventati.

martedì 21 settembre 2010

Supernova S.C.

[Proprio quando credevate di essere usciti dal tunnel delle recensioni di Somewhere, indovinate un po' chi arriva fuori tempo massimo:]

Francis Ford Coppola è stato uno degli ultimi titani del cinema americano. Muoveva i suoi set tra tifoni e tossicodipendenze. Spappolava budget, indebitava produttori, occasionalmente sbancava botteghini. Lui poi ai figli ha raccomandato di non fare così: di girare film piccoli, personali, come dire, europei. Sofia Coppola ha recepito il messaggio e ha affittato Versailles per girare un film in costume su Maria Antonietta. Però con le All Star ai piedi. E in fondo, se tutto quel film fosse stato un enorme “Marie Antoniette c'est moi”, sarebbe stato persino divertente. Ma il problema è che con la Coppola non si sa mai esattamente: in certi punti sembrava un film iperrealista; poi ogni tanto sotto le parrucche partiva l'Ipod, ma il tutto restava irrisolto, non lucido; insomma alla fine non si capiva, Maria Antonietta eri tu o no? Cosa volevi dirci? Che hai avuto un'adolescenza di lusso ma a tratti assai scomoda? Ok, quindi?

Ma è una domanda sciocca, contadina. Io temo che la Coppola non voglia dirci proprio niente, che non sia il motivo per cui gira dei film. Dobbiamo intenderci su cosa intendiamo per minimalismo, perché c'è viceversa del titanismo nel modo in cui certi autori si concentrano su sé stessi. Fino a un certo livello il narciso è una persona antipatica e supponente; però salendo sulla scala logaritmica si arriva a un livello di narcisismo tale che alla fine non puoi dirle niente, alla Coppola, per il semplice motivo che nel suo universo tu non esisti. Sei un grammo di inconsistenza a miliardi di anni luce dall'abbagliante supernova Sofia C., e se ti è capitato di vedere il suo film è stato per un accidente del destino; comunque non era rivolto a te. Non era rivolto a nessuno. Io comincio a pensare che Coppola i film se li giri per sé stessa, e chiedersi perché siano fatti in un certo modo equivalga a chiederti perché sulla smemoranda di tua nipote c'è una massima di Biagio Antonacci piuttosto di un verso di Tiziano Ferro. Saranno mica fatti miei? Se a lei piace Casablancas, e lascia che si ascolti Casablancas. Si esce da Somewhere con l'aria colpevole di chi è entrato nella cameretta di una preadolescente mentre lei non c'era. Credo. Non che io entri mai in camerette, eh, non credete alle voci.

Credo che capiti a tutti di voler rivivere un po' del nostro passato. Non di ricordarlo: riviverlo proprio: annusarlo, gustarlo, rivederlo. Mille sono gli espedienti. Zeno Cosini prova con la psicanalisi. Marcel assume pasticcini per via orale. Io con un caffè alla cannella se mi concentro ho visioni del Connecticut. E poi ci sono le canzoni, e le fotografie. Abbiamo tutti i nostri trucchi, ma Sofia Coppola ne ha uno tutto suo: gira i film. Certo, perché no? Suo padre per Apocalypse Now affittò mezze Filippine, ma voleva descrivere l'involuzione della società americana, e quindi, forse, chissà, ne valeva la pena. Sofia sembra che si accontenti di movimentare le maestranze italiane e rimontare un set del Telegatto, però non è che abbia niente da dire sulla società dello spettacolo o sulla volgarità dei paesi in via d'inviluppo, o anche solo su quanto sia noiosa la quotidianità nello showbiz; lo fa semplicemente perché vuole rivivere un ricordo. Come Marcel che puccia la madeleine nel tè, lei si gira una sequenza. Io lo trovo titanico, e un certo senso lo ammiro, ma come un contadino del Settecento che vede passare un cocchio dorato e non capisce più niente. Per mal che vada Somewhere sarà costato decine di milioni; alberghi, ferrari, elicotteri... ma alla fine ha funzionato, Mrs Coppola? Perché è da settimane che stiamo tutti chiedendoci se ci è piaciuto o no, ma alla fine la nostra opinione che valore ha? L'unica che possa dirci se questo film sia riuscito o no sei tu: ce l'hai fatta? Ti sei rivista undicenne magra amata ma trascurata, sballottata da una piscina all'altra? Se il film ha funzionato, complimenti. Io continuerò a spruzzar cannella nel caffè, mi sembra più comodo, ma capisco che al tuo livello è impossibile non pensare in grande. La cosa fantastica è che invece ti danno della minimalista, a te! Supernova Sofia!

Perdonami se ho sbadigliato al cinema – è una cosa che mi succedeva con le diapositive degli amici, figurati con quelle di gente che nemmeno conosco. Non è neanche una questione di ritmo, è una reazione molto più banale: nei tuoi film la gente non fa che addormentarsi e svegliarsi, ma più spesso addormentarsi. Capisco benissimo il motivo: è nei momenti liminari al sonno che tu cerchi di ripescare la sensazione del passato. È lo stesso motivo per cui insisti con le piscine (tuffarsi, riemergere), e vai matta per certi suoni sferraglianti e ipnotici che una volta si ascoltavano in cuffia sotto le lenzuola. È lo stesso motivo per cui il cantastorie del lounge ha la chitarra orrendamente scordata: uno strumento ben temperato suona come milioni di altri, ma se tiri le chiavette a casaccio il suono diventa unico, e si imprime nel ricordo mentre tu undicenne ti addormenti. Però gli spettatori dei film, insulse scimmie che secondo me non ha mai calcolato, hanno queste reazioni banali: vedono uno sbadiglio e sbadigliano. Vedono occhi chiudersi e cominciano a sbattere le ciglia. Sentono una chitarra scordata e stridono i denti. Ma cosa vogliono? Chi li ha invitati alla proiezione dei fatti tuoi? Che stiano in casa, guardino The Hills, mangino brioches.

[Un episodio di The Hills o The City girato da Sofia Coppola, per inciso, sarebbe la quadratura del quadrato].

Perdonami se ho cercato di capire un personaggio che non ha nessuna consistenza, così come non l'hanno spesso i nostri amori trasfigurati nel ricordo: questo è un divo del cinema che sembra in vacanza da una vita. Non legge i copioni, non studia, non fa palestra, niente. Ma nemmeno si butta veramente via: nien-te, non fa niente. Vive in uno strano limbo, come un drogato senza droga: uno che con due birrette si addormenta durante l'atto sessuale. Qualche ex incattivita lo tormenta via sms ma lui probabilmente nemmeno ricorda chi sia. Un tizio a una festa gli chiede come ha fatto a diventare un attore, e lui non ha niente da dire: non sa, non ricorda. Nel momento più lucido del film se ne accorge: “Non sono neanche una persona”. Esatto. Sei la sagoma di cartone di una stella di Hollywood, una di quelle che sistemano davanti al botteghino. Sei un fantasmino froidiano e porti scritto in fronte Non-Pensate-A-Me-Come-Francis-Ford-Coppola-Non-Ci-Assomiglio-Neanche. Purtroppo Freud aveva una stravagante ipotesi su certe frasi che cominciano per “Non”.

In fondo è semplice: basta accettare che tutto il film sia una proiezione della povera undicenne trascurata. Quindi è vero che papà si porta in camera le lapdancine, però poi si addormenta e non ci fa niente, perché in fondo non è un porco papà. Anche Laura Chiatti: lui mica voleva, è lei-stronza-che-ha-insistito, stronza! Maledetta stronza! Rovinarmi la colazione italiana col papà! Il fatto che siano sempre le donnacce a provarci, a tenere le porte aperte, a sventolar tette in terrazzo, mi sembra un indizio interessante. Oddio, interessante. Interesserà il tuo analista. Ma visto che mi trovo qui davanti alla tua smemo, non posso impedirmi di psicanaleggiare alla carlona, perdonami. Questo film vuole ripristinare la verità storica, dell'unica storia che nell'universo di Sofia abbia qualche rilevanza: papà ha scopato in giro, sì, ma solo perché lo costringevano; gliela strofinavano praticamente in faccia, ma lui non è che ci tenesse più di tanto, lui, lui in realtà voleva bene solo a me. Mi ha portato a Milano, non mi avete visto tutti? E un'altra volta mi è bastato fare i capricci, venti secondi di capricci, perché lui accelerasse e mi portasse a Las Vegas. Io e lui: c'eravamo solo io e lui. Tutte le altre puttane non contano, è chiaro il messaggio?

No.
C'è sempre questo problema della lucidità. Per esempio: come facciamo ad assumere il punto di vista dell'undicenne se molto spesso non è in scena? D'altro canto, pretendere lucidità da qualcuno che vuole rivivere (non illustrare: rivivere) il suo passato non è una contraddizione in termini? C'è il problema che a volte non sa cosa fare e gira a vuoto (non il protagonista: il film). Si può anche fare un film tutto di sketch che non fanno ridere e nemmeno pensare, scenette zen in cui succede qualcosa di intenso, a volte, forse (siamo in macchina, la macchina si rompe, accostiamo: fine dello sketch). Però a un certo punto anche le scenette cominciano a ripetersi. Mi dispiace da spettatore ogni volta che un regista usa contro di me l'arma più facile del mondo: blocca la inquadratura e zooma lentamente su un'immagine fissa finché non mi fa venire l'ansia; in pratica è un sequestro, il fatto di aver pagato il biglietto mi costringe a provare ansia per qualsiasi sciocchezza rimanga inquadrata per più di un minuto e mezzo? ma così son tutti buoni. Non è cinema, è sparare ai pesci nel barile, e con dei mezzucci così ti danno il Leone D'Oro? A questo punto è finita, la prossima volta terrà la camera fissa per due ore, tanto agli europei queste cose piacciono. Aveva davvero ragione Woody Allen, se acciechi un regista americano ottieni un autore europeo?

Mi dispiace, infine, per questi finali coppoliani che vogliono sempre alludere alla fine di qualcosa ma in realtà non si decidono mai. La Scarlett molla il marito o no? Maria Antonietta, la ghigliottinano? E la sagoma del protagonista di questo film, che fine fa? Dove va? Perché deve dare l'impressione di andare da qualche parte, quando non è un personaggio, ma una sagoma di cartone senza nessuna destinazione plausibile? È come se in postproduzione qualcuno si fosse ricordato che i film hanno una trama, e quindi un finale. Quando semplicemente non è vero. Somewhere non è un film che possa finire: ci saranno altri alberghi, altre colazioni, altre piscine, e chi non è una persona non lo diventerà mai. Non è una di quelle cose che ti basta fare trenta secondi di capricci e papà ti accontenta.

lunedì 20 settembre 2010

Più Bibbia a scuola!

Ma a questo punto, metti che la Gelmini dica qualcosa di ragionevole.
Lo so anch'io che è improbabile.
Ma metti che.
Come fai a darle ragione? Davanti a tutti?

Così. Ho una teoria #41 si legge sull'Unità, e si commenta qui (attenzione, con Chrome c'è qualche problema).

È facile prendersela con la Gelmini, e lei non ci fa mancare certo gli spunti. A volte però rischiamo di infervorarci inutilmente anche le rare volte che dice qualcosa di ragionevole. Persino l’orologio fermo, si sa, dice la verità almeno una o due volte al giorno. Il Ministro Gelmini potrebbe anche avere la competenza di un orologio scarico, ma se chiede che a scuola si studi la Bibbia non è che possiamo stracciarci le vesti e fingere che la richiesta sia insensata. Perché mai non si dovrebbe studiare la Bibbia a scuola? Sul serio, perché l’Odissea sì, l’Eneide sì, la Commedia dantesca sì… e la Bibbia no? È un testo meno importante? Si stenta un po’ a crederlo.

In questa battaglia per portare Antico e Nuovo Testamento nella scuola, Maria Stella Gelmini è in buona compagnia. In calce alla petizione dell’Associazione “Biblia” ci sono fra le altre le firme di Claudio Magris, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Amos Luzzatto, Margherita Hack. A occhio non ha l’aria di una lobby di integralisti cattolici. Forse dobbiamo intenderci su cosa significhi “studiare la Bibbia a scuola”.

Per i leghisti si tratta di portare negli istituti pubblici un altro simbolo identitario, accanto al crocefisso e al sole delle Alpi (quest’ultimo un po’ pagano, ma fa l’istess). In quanto simbolo, non credo che abbiano nessuna intenzione di aprirlo, col rischio di scoprire che racconta la saga di un popolo terrone e sfaticato che per non costruire le piramidi d’Egitto, fugge al di là del Mar Rosso e si dà al nomadismo. Una storia di zingari, figurati. Non è certo quello a cui pensa Zaia quando dice che ha già trovato "un imprenditore disponibile a stamparle in breve tempo". A proposito: quanto è costato tappezzare le scuole coi Soli delle alpi? Quanto costerà ficcare nell’armadietto di ogni scuola un altro librone che prenderà polvere insieme ai dizionari? Tanto paga il popolo somaro. La Bibbia in ogni scuola, per i leghisti, è un affare come un altro.

Per gli intellettuali, la Bibbia a scuola è una garanzia di laicità. Significa che il Libro dei Libri si può studiare, analizzare e smontare. Proprio quello che la Chiesa cattolica ha sempre preferito evitare: e del resto, se c’è qualcuno in Italia che ha ostacolato la diffusione della Bibbia è stata proprio la Chiesa, dalla Controriforma in poi. Per molto tempo le traduzioni si sono ritrovate addirittura all’indice dei libri proibiti. Ancora oggi a catechismo non si studia la Bibbia (si studia il Catechismo). Le gerarchie cattoliche sanno bene quanto sia potenzialmente pericoloso lo studio di quel libro. Solo chi lo ha sfogliato appena può riempirsi la bocca di parole come “cultura” o “identità”. Studiare la Bibbia è immergersi in un mondo e in una cultura radicalmente diversi dai nostri. È impossibile non diventare un po’ antropologi, un po’ filologi, un po’ studiosi della religione, mentre si sfoglia un libro che dispensa contraddizioni e ambiguità a ogni pagina. Dovremmo privarci di questa possibilità per scongiurare il rischio che qualche insegnante la usi per fare propaganda religiosa? Per lo stesso motivo dovremmo bandire dai programmi scolastici tutte le opere letterarie che possono essere usate allo stesso scopo. La divina Commedia, la Gerusalemme liberata, i Promessi sposi… tutte opere in fondo più cattoliche della stessa Bibbia. Dovremmo privarcene?

Nel frattempo, la Bibbia a scuola c’è già. Posso testimoniare che nei libri di testo di prima media (pardon, “secondaria di primo grado”) si trova sempre qualche pagina biblica, nella sezione “mito”. Di solito si tratta della Creazione e del Diluvio (spesso messi in confronto con miti analoghi di altre culture). A volte c’è anche la leggenda di Sansone, primo kamikaze integralista della Storia. Tre pagine sono poche? Sono tante? Anche l’epopea di Gilgamesh occupa più o meno lo stesso spazio. È una storia lontanissima dalla nostra cultura e identità, che nessuno ha più letto per millenni. La Bibbia ha avuto più fortuna, e forse meriterebbe più spazio sui nostri manuali. Ma a danno di chi?

Perché il vero problema è questo. Ogni volta che un Ministro spiega ai giornali che a scuola bisognerebbe studiare la Bibbia, o le foibe, o l’amore per gli animali, dà l’impressione di considerare i programmi scolastici come un involucro vuoto che si può riempire a piacere. Bisognerebbe una volta tanto avere il coraggio di spiegare cosa dobbiamo togliere dai programmi, per farci entrare la Bibbia (o le foibe, o gli animali). A meno che il Ministro non voglia allungarci l’orario scolastico… ma no, la tendenza è quella di aggiungere carne al fuoco e tagliare il combustibile. Vogliono più inglese, e ci tolgono i pomeriggi. Vogliono più internet, ma non ci danno un’ora in più. Vogliono che si studi la Bibbia, che è un testo letterario: e intanto tolgono lezioni agli insegnanti di italiano. Vogliono tutto, non danno nulla. Soltanto qualche gadget ogni tanto; quest’anno, un librone stampato da un imprenditore che conosce Zaia. Se lo apri verso la fine c’è scritto: “Gli scribi e i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le loro opere; perché dicono e non fanno”.(Matteo 23,2). http://leonardo.blogspot.com

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