Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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lunedì 17 ottobre 2011

La guerriglia prevedibile

(Fermo così, sei perfetto).


D'altro canto chi poteva aspettarsi che una manifestazione al di sopra delle parti e dei partiti rigorosamente spontanea senza leader e senza servizio d'ordine potesse andare a finire con della gente vestita di nero e organizzata non si capisce da chi e da cosa che brucia le macchine e scrive sui muri e la polizia invece di fermarli carica la povera gente che non se lo poteva aspettare? Chi se lo poteva aspettare?
Mah, per esempio, tutti. La non imprevedibile vittoria dei Caschi Neri (H1t#95) è sull'Unità, e si commenta là. Venite senza casco.

Anche a me è capitato, come a tanti, di restare sbalordito di fronte alle immagini che sabato arrivavano da Roma. E però dopo un po' che guardavo caschi neri e camionette in fiamme mi sono chiesto: ma di cosa oso stupirmi, ancora? Non avrei dovuto aspettarmi tutto questo? Non è lo stesso copione delle marce in Val di Susa, non sono successe cose simili il 14 dicembre, per tacere del g8 di Genova, dopo il quale davvero non dovrei più essere autorizzato a stupirmi di niente? Non è in fondo il solito compitino sulla traccia impartita da Francesco Cossiga (“lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città...”)? No, io non credo di avere il diritto di stupirmi, e non credo che ce l'abbiano i manifestanti del movimento. Che rinasce ormai più volte all'anno con nomi e rivendicazioni diverse, dall'onda viola agli indignados, e ogni volta fa marcare la sua distanza da quello che c'era prima, e dai partiti e dai sindacati, e insomma rivendica il suo diritto a rinascere mondo di ogni peccato e inconsapevole di ogni dinamica di piazza – salvo poi inorridire davanti a disordini e situazioni che chiunque ha frequentato la piazza negli ultimi anni purtroppo non può fingere di non conoscere. E mentre rinasce vergine ogni sei mesi, i parassiti devastatori in casco nero si presentano a ogni appuntamento più organizzati e professionali. Alla fine non dovrebbe davvero sorprenderci se sono loro a prendersi le prime pagine. In fondo se le meritano, sono gli unici che hanno memoria e sanno imparare dai loro errori.

Tra sei mesi, quando soltanto qualche automobilista danneggiato si ricorderà più dei fatti di Roma, e le condanne o le assoluzioni per devastazione e saccheggio finiranno a pagina venti, è facile immaginare che sorgerà un nuovo movimento su facebook o altrove, che difenderà giustissime istanze e sacrosantissime recriminazioni colpevolmente fino a quel momento ignorate eccetera. I leader saranno ovviamente facce nuove, che rifiutano la vecchia politica dei partiti e la vecchia gestione della piazza dei sindacati. Resta da vedere se anche loro commetteranno l'errore di accogliere, nella propria piazza, dietro ai propri slogan, chiunque vorrà venire, pur di far numero. Perché l'errore sta tutto lì. Gli indignados avrebbero potuto mantenere un'identità forte, una piattaforma precisa, e puntare più sull'ostinazione che sul numero: come i loro ispiratori di Wall Street, o gli egiziani di piazza Tahrir che prima di essere migliaia furono centinaia. Ma in Italia non si fa così. In Italia prima si rimarca la distanza tra partiti e associazioni; e poi si fa entrare allegramente chiunque, pazienza se hanno il casco. I dieci anni da Genova avrebbero potuto insegnarci qualcosa, ma noi ci ostiniamo a rinascere tutti gli anni dimentichi degli errori dei padri, o dei fratelli maggiori, o di noi stessi quando invece di essere indignados eravamo noglobal o qualcos'altro.

Nel frattempo Libero e il Giornale festeggiano con la stessa, identica prima pagina. Ieri, come un anno fa, le immagini di Roma in fiamme soccorrono Berlusconi proprio quando ha bisogno di mostrare che l'unica alternativa a sé stesso è il caos. Ora, tagliamo corta la dietrologia. Il metodo Cossiga è pur sempre un metodo, che per essere applicato necessita di risorse e intelligenze, ed è lecito a questo punto domandarsi se al Viminale queste risorse, queste intelligenze ci siano. Ed è pure vero che i tagli hanno colpito anche le forze dell'ordine.

Però non potete venirci a raccontare che gli stessi organi di polizia che riescono ad arrestare boss di mafia e camorra non siano in grado di capire chi siano i caschi neri né quando e dove colpiranno. Va bene, non sono tutti ragazzini; non sono tutti di estrema destra; non sono tutti ultras; non sono tutti dei centri sociali. Ma sono tutti lì. Comunicano con sms e forum, mica pizzini. Non dovrebbero essere così difficili da intercettare o infiltrare. Allora i casi sono due: o li avete intercettati, e magari infiltrati, dando loro una mano a devastare il devastabile; o avete deciso di non intercettarli e infiltrarli, permettendo loro di devastare il devastabile.

Non so quale delle due prospettive mi piaccia meno, ma entrambe portano alla stessa conseguenza: questa è la devastazione che serviva al governo per tenersi in sella e dissodare l'imminente campagna elettorale, questa è la devastazione che i caschi neri prontamente gli hanno servito, questa è la devastazione che le forze dell'ordine si sono ben guardate dal reprimere, contentandosi come sempre di sparare fumogeni e manganellare un po' a casaccio. Tutto stupefacente, se non fosse già successo fin troppe volte. E può darsi perfino che succeda ancora, ma per favore, che nessuno si senta più sbalordito da qui in poi.http://leonardo.blogspot.com

sabato 15 ottobre 2011

Questo non è un orgasmo



E basta, non è che devo fare altro per vendervi il pezzo. Ho già scritto nel campo titolo "orgasmo", sarà comunque il più cliccato dell'anno.
Eh, lo so, con tutti i problemi che ci sono al mondo.
Comunque oggi era la festa di Santa Teresa d'Avila, santa un po' meno orgasmatica di quanto si creda in giro, o no? No? Boh, sul Post se ne parla.

15 ottobre - Santa Teresa d'Avila (1515-1582), Vergine e Dottore della Chiesa

Il primo orgasmo della Storia dell'arte: quando pensiamo a Teresa d'Avila di solito pensiamo a questo. La Santa in questione ha scritto migliaia di pagine, è passata per il tribunale dell'Inquisizione, ha riformato un ordine religioso, fondato diciassette conventi, percorrendo la brulla Spagna del Siglo d'Oro a dorso di mulo. Nel frattempo probabilmente soffriva di epilessia e aveva nausea e malesseri tutti i giorni. Con tutto questo, è arrivata lucida a 77 anni. Poi è successo che nel secolo successivo il più grande architetto-scultore del barocco romano, Gian Lorenzo Bernini, le abbia dedicato il suo capolavoro, un vero film di marmo e luce, ispirato a una pagina della sua biografia. È un film di un solo fotogramma, ma chi l'ha visto non se lo dimentica. La Santa guarda l'angelo e si sente trafiggere il cuore. È una sensazione dolorosa e piacevole, la trasverberazione, che la pervade totalmente. È un orgasmo? Lacan non aveva dubbi (“elle jouit, ça ne fait pas de doute”), e per qualche tempo nessuno ha osato avere dubbi su Lacan. Come dire che Bernini (mica un qualsiasi pornografo, uno degli artisti più autorevoli della Chiesa romana post-tridentina, zelante lettore di Ignazio di Loyola), si sarebbe lasciato sfuggire un orgasmo di Santa così, per distrazione, come ad altri sfugge un sogno o una parola di troppo: un lapsus di marmo. Ma sul serio possiamo dire che orgasmo ed estasi siano la stessa esperienza? Sulla base di quali conoscenze? Abbiamo mai sperimentato un'estasi? (abbiamo mai sperimentato un orgasmo?)

Nel testo Teresa descrive un dolore-piacere che parte dal muscolo cardiaco. È una sensazione ineffabile che decidiamo di chiamare “orgasmo” perché non ci viene in mente niente di meglio. In effetti, non ci viene mai in mente niente di meglio di un orgasmo. Ma è un limite nostro, non di Teresa. Lei ha passato una vita a meditare e coltivare sensazioni che noi non abbiamo mai provato (quando non era impegnata a dirigere conventi e a litigare con altri direttori di conventi). Anche stavolta, più che di una suora carmelitana del Cinquecento, stiamo parlando di noi. Sul testo rimbalzano le nostre ossessioni. Ha scritto che le è piaciuto “un po', anzi molto”, quindi dev'essere per forza un orgasmo. Ora crederete che scherzo, ma leggete per esempio questo passo del catechismo di Odifreddi (Perché non possiamo dirci cristiani, p. 103):
L’esempio più tipico è quello in cui l’ipersensibilità e l’autoesaltazione di una giovane le fanno scambiare una fantasia autoerotica, sensuale o sessuale, per l’incontro con un vero essere, angelico o divino. È probabilmente successo nell’annunciazione di Maria, ed è certamente successo nella famosa Estasi di Santa Teresa, raffigurata dal Bernini nel 1652 in Santa Maria della Vittoria a Roma, sulla base del vivido racconto della stessa protagonista nella sua autobiografia:

"Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avere un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere dei gemiti, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi che di Dio. Non è un dolore fisico, ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un po’, anzi molto. È un idillio così soave quello che si svolge tra l’anima e Dio, che io supplico la divina bontà di farlo provare a chi pensasse che io mento".

L’abbiamo provato, Teresa, l’abbiamo provato. Solo che lo chiamiamo con un nome un po’ più prosaico di trasverberazione, “esperienza indicibile”, e lo celebriamo un po’ più spesso di una sola volta l’anno.
Va bene, Odifreddi, siamo contenti se celebri anche più orgasmi all'anno, ma ti dovrebbe comunque restare un po' di tempo per studiare le cose di cui parli. “L’autoesaltazione di una giovane”... Teresa aveva già quarant'anni. E sul serio: come fai ad affermare che si sia trattato “certamente” di una fantasia autoerotica? Sulla base di che studi, qual è la branca delle scienze che ti consente di trarre conclusioni “certe” dal resoconto di una mistica del Cinquecento? Perché io non mi fiderei nemmeno se me lo dicesse Freud. Per il quale del resto Teresa era un'isterica, il che non stupisce affatto, visto che Freud curava per lo più pazienti isteriche, e che i suoi metodi li aveva messi a punto studiando l'isteria, e si sa, se hai un martello in mano tutto ti sembra un chiodo. Oggi l'isteria neppure esiste: è stata tolta dall'elenco delle malattie mentali (DSM).

È rimasto solo il modo di dire, che ci ricorda quei tempi prefreudiani in cui si riteneva che disturbi del genere potessero essere originati da infezioni dell'utero o delle ovaie – per cui a fine Ottocento i malesseri psicologici di migliaia di donne si curavano con l'ovariectomia bilaterale. Questo forse non c'entra più nulla con Teresa, che nel Cinquecento, con tutta la sua isteria e le sue visioni (memorabile quella dell'inferno, che non durò più di un battito di ciglia e la terrorizzò per il resto della vita) ebbe una carriera di tutto rispetto, occupò posizioni di potere, e in un qualche modo riuscì a domare i suoi demoni e i suoi angeli interiori. Fosse vissuta a fine Ottocento, magari un medico le avrebbe strappato le ovaie per farla stare "meglio". Fosse in vita oggi, passerebbe lunghi pomeriggi catatonici davanti a una tv, prendendo tempo tra l'assunzione di un antidepressivo e un antiepilettico. E nessun angelo verrebbe a trafiggerla con un dardo dorato. Odifreddi ci direbbe che sta meglio così, ma per fortuna non dobbiamo necessariamente essere odifreddiani.

Per conoscere meglio Teresa si può partire dal Libro della sua vita, che è qui. Di Teresa si è recentemente innamorata la studiosa postmoderna Julia Kristeva, e questo è il suo poderoso romanzo di seicento pagine, che io non ho letto poiché la vita è breve. Invece le storie a fumetti di Teresa, disegnate da Claire Bretécher, si leggono in poche ore e sono molto divertenti.

venerdì 14 ottobre 2011

Sradicateli

La foto via Malvino
Lo scrivo qui perché vorrei che si sentisse il più chiaro e il più forte possibile. Io questi signori non li voterò più. Non riesco nemmeno a capire com'è possibile che sia successo, che io li abbia votati.

E' successo che tre anni fa mi fu proposto di votare un partito di centrosinistra che doveva farla finita coi cespugli e con gli inciuci; e in effetti quel partito sbatté fuori dal parlamento verdi e comunisti. Però nel frattempo aveva imbarcato questi qui, che di voti probabilmente non ne portavano più di un 2%, ma ottennero nove seggi sicuri tra Camera e Parlamento (e una cospicua percentuale del rimborso spese elettorali; sarei curioso di sapere com'è andata a finire, se insomma oltre alla valanga di denaro che sborso per Radio Radicale ho pagato pure i loro manifesti).

Già allora la cosa lasciava perplessi, però io quel favoloso PD egemone e duro e puro lo votai lo stesso, respirando forte. Poi è successo quel che ognuno poteva immaginare: in capo a qualche mese si è scoperto che lorsignori votano un po' come gli va; e che gli ordini, piuttosto che dai capigruppo PD di Camera e Senato, li prendono da tal Giacinto Pannella detto Marco, il loro guru. Insomma, è successo. Una setta di poche migliaia di persone si è fatta regalare nove seggi nel Parlamento, oltre a tutto lo spazio mediatico che possono ottenere giocando al Mi Si Nota Di Più Se Entro All'Ultimo Momento.

Va bene. Va tutto bene. Ora credo che la piccineria di questi signori sia evidente anche ai sordi e ai ciechi, e a quelli che, avendo studiato la Storia dell'Italia contemporanea sugli album Panini, si erano convinti che senza radicali non avremmo avuto divorzioabortomoratoriallapenadimorte (e Fioravanti starebbe ancora scontando uno qualsiasi dei suoi ergastoli). E posso dare per scontato che nessun dirigente del PD stia ancora pensando di imbarcarli nel prossimo grande partito egemone a vocazione bipolare eccetera.
Posso?

Perché - vorrei che fosse chiaro - se ne imbarcate anche uno solo, voi il mio voto ve lo scordate. E non soltanto il mio, direi.

Rimpianto per un golpe mancato

Just a little Putsch
Senz'altro fanno più colore gli sbadigli di Bossi, però di tutto l'inutile discorso di Berlusconi a mezza Camera io trovo molto più significativo e beffardo quel complimento all'“impeccabile” Napolitano. In effetti, quando mercoledì il governo è andato sotto sul bilancio, Napolitano ha avuto la più bella occasione di dichiarare decaduto il governo, e non lo ha fatto.

Certo, sarebbe stato un atto senza precedenti (ma tutti gli atti hanno avuto un precedente senza precedenti). Un'interpretazione del dettato costituzionale tutt'altro che "impeccabile". E da destra qualcuno avrebbe gridato al golpe. Con qualche ragione. D'altro canto la destra è proprietà di Berlusconi, che tiene insieme la sua maggioranza acquistando volta per volta i voti che gli servono. È una pratica che può definirsi costituzionale? Lo stesso Berlusconi, lasciando stare le decine di processi che lo riguardano, è sempre stato ineleggibile, secondo quella famosa legge del 1957. Ciononostante gli è stato consentito di candidarsi; di avvantaggiarsi di tre emittenti televisive nazionali, una delle quali trasmetteva illegalmente e ha continuato a farlo finché Berlusconi, vinte le elezioni, non è riuscito a cambiare la legge. Cosa c'è di esattamente costituzionale, in tutto questo? Del resto, se cominciamo a elencare le offese arrecate da B. alla Costituzione non ne usciamo più. Ricordiamo soltanto che B. considera la Repubblica parlamentare, così com'è stata disegnata nella carta del 1948, superata dai fatti nel momento in cui è riuscito a scrivere sullo stemma del suo partito “Berlusconi presidente”. Lo ha ribadito ieri: per lui l'unico governo legittimo possibile in questa legislatura è il suo, perché la maggioranza dei cittadini non ha eletto dei parlamentari senza vincolo di mandato, o meglio lo ha fatto senza pensarci, in realtà voleva solo fare la crocetta su “Berlusconi presidente”.

In soldoni: Berlusconi non ha rispettato mai la Costituzione e, se lo lasciamo al suo posto, farà tutto il possibile per svuotarla di senso o stravolgerla. B. non ha mai giocato pulito. Questa è una constatazione perfino banale. E allora perché insistiamo a voler giocare pulito con lui? Perché insistiamo ad appellarci a un dettato costituzionale che lui invece può violare quando e come vuole? Perché continuiamo a credere di poterlo battere ad armi dispari, su un campo in salita?

È una domanda che mi faccio da anni. La riposta che mi do è che la Costituzione del 1948, per quanto sbrindellata dalle riforme che l'hanno tirata di qua e di là, è tutto quello che abbiamo. Prima c'era il fascismo, dopo non è concepibile nessuna prospettiva. Persino ora siamo convinti che si tratti si salvare la nobile Carta dalle offese di Berlusconi e Bossi, quando si tratta invece di salvare noi stessi, con o senza Carta; la quale non è un fine, ma il mezzo che in teoria avrebbe dovuto servire a proteggerci da situazioni come queste. È evidente che non ha funzionato; ciononostante non riusciamo a separarci da lei. È la nostra coperta di Linus. Se fossimo francesi, a quest'ora ne avremmo già riscritte tre: ma loro sono venuti su così, ai tempi della ghigliottina ne mandavano fuori una all'anno. Persino a De Gaulle, il salvatore della Francia, lasciarono fare un putsch o forse due. Sono cose che capitano: se la Quarta repubblica non va, si preallertano i generali e si prepara la quinta, che male c'è. Invece noi, con tutto che sono vent'anni che non facciamo che parlare di “seconda repubblica”, tuttora non siamo pronti all'idea che una repubblica possa sul serio voltare pagina con qualche violenza: inorridiamo all'idea che qualcuno possa fare anche solo un minimo atto di forza, mandare due camionette davanti all'ingresso di Palazzo Chigi – neanche per arrestare lorsignori, no, soltanto per impedire l'ingresso ai figuranti, per notificare che dopo il Bagaglino anche il cosiddetto Consiglio dei ministri ha chiuso.

Dopodiché, certo, qualcuno brontolerebbe. In tv più che in piazza, direi. E a quel punto bisognerebbe forse bombardare Cologno, ma magari questa è solo una fissazione mia.

giovedì 13 ottobre 2011

Forse non ha mai riso nessuno

La terra delle risate registrate.

Io ve lo dico, arrivano tempi cattivi . Vedremo la madre tradire il padre, il fratello affittare la sorella, e tutto questo passato ci sembrerà un'età dell'oro, Berlusconi uno di quegli imperatori matti ma tutto sommato simpatici. E lo rimpiangeremo. Tutto rimpiangeremo, perfino La Russa, sì: rimpiangeremo i bei giorni in cui bastava caricare un video di La Russa per ridergli in faccia e tirarsi un po' su il morale. Anche se la vecchia guardia storceva il naso, insomma, così è troppo facile. Cosa vuoi dire su La Russa che non ha detto ancora nessuno? Niente.

Voglio dire che l'ho apprezzato, fino a un certo punto, La Russa. Come si apprezza un cattivo da melodramma, si capisce. Però in quel melodramma lo trovavo abbastanza professionale. C'è chi lo prendeva per un pippatore privo di autocontrollo. Per me non era privo di autocontrollo. Sempre invariabilmente sopra le righe, è vero: com'è vero che più di una volta si mostrò di una cafonaggine impareggiabile, ma stiamo parlando appunto di un melodramma, mica di un dramma scandinavo. È vero che arrivava sempre quel momento, a Ballarò o a Porta Porta, o dovunque, in cui La Russa dava l'impressione di scoppiare e rafficava insulti, o tirava calci, o forava la quarta parete.

Però io non ci ho mai creduto veramente in quelle scenette, sapete. La Russa non impazziva mai davvero, La Russa era un professionista che sapeva impazzire a comando, e ci vuole tecnica, disciplina, autocontrollo. La Russa un giorno andò a un funerale di soldati e fu fischiato dai genitori delle vittime per tutto il tempo, e non fece una piega, perché la situazione non richiedeva melodrammi. Per contro, La Russa riusciva sempre a saltare in aria proprio quando la discussione prendeva una direzione che non piaceva a lui. Un maestro, nella sua arte. La quale arte, ricordiamo, è il melodramma. Vogliamo dire che in fondo il problema della Seconda Repubblica è tutto qui?

Perché in fin dei conti gli italiani a Berlusconi avrebbero perdonato tutto, tutto: corruzioni, concussioni, orge, patti col demonio e con Riina – se solo fosse riuscito a combinare una cosa, una delle centinaia che ha promesso; se solo fosse riuscito a selezionare una classe dirigente capace, i famosi uomini del fare. E invece alla fine di tutte le scremature gli sono rimasti guitti, ballerine, fenomeni da baraccone, il Bagaglino permanente che ha chiuso in salone Margherita e si è traserito a Palazzo Chigi. Mi sono sempre chiesto se esistesse un La Russa parallelo, un abile politico e organizzatore – perché tutto sommato non si arriva dal MSI dei torbidi anni Settanta al Consiglio dei ministri senza qualche talento oltre a quelli teatrali. Può darsi. In realtà quel suo volto grifagno (aggettivo destinato a sopravvivere nei vocabolari soltanto finché La Russa è ancora in circolazione) ha sempre attirato i teleobbiettivi, sin da quando fece la prima comparsa in quel filmato di repertorio montato all'inizio di Sbatti il mostro in prima pagina.

Con gli anni la telegenia ha avuto la meglio su qualsiasi velleità da statista: se è mai esistito un La Russa politico, l'avanspettacolo al potere lo ha risucchiato da tempo. La Russa, con tutti i trascorsi fascisti che può vantare, è riuscito a farsi compatire da un'associazione di ufficiali perché non ha più nemmeno la buona creanza di indossare una giacca alle parate – col risultato che ci sono foto che lo ritraggono con abiti più larghi di due taglie, roba che gli hanno prestato in aereo, quando lo vedi pensi subito “Albania”, poi ti ricordi che siamo nel 2011 e anche i ministri schipetari possono permettersi la sartoria su misura. La Russa, se la stampa inglese gli chiede una dichiarazione, ne approfitta per realizzare una simpatica papera per Striscia la Notizia. La Russa alla fine si è ridotto a essere la cattiva imitazione di Fiorello che imita La Russa, di sicuro non sono il primo che dice questa cosa.

Io poi non dubito che La Russa possa parlare l'inglese meglio di così. Ma qui apro una parentesi: secondo me i nostri politici non dovrebbero parlare in inglese mai. A meno che non sfoggino un accento oxoniense o harvardiano, e non credo sia ancora il caso di nessuno (Scalfarotto?) Ma nel frattempo vorrei che si uscisse da quell'ottica postliceale per cui ci tieni a far vedere che i soldi del corso privato non li hai buttati via. Vorrei che si riflettesse anche solo cinque minuti sull'effetto che ci farebbe un politico straniero qualsiasi se parlasse un italiano stereotipato con un accento straniero abbastanza marcato. Anche se ci trattenessimo dal sorridere, finiremmo per concentrarci sulle sue intonazioni sbagliate e troveremmo le sue idee ingenue, perché espresse in modo ingenuo. Per contro, uno straniero che parla straniero con brio e convinzione ci sembrerà sempre forbito e impeccabile – di sicuro se dice papere o scemenze non ce ne accorgiamo, e poi ci sarà sempre un buon traduttore simultaneo o un buon sottotitolatore a metterci una pezza. E in lingua originale coi sottotitoli, ci avete fatto caso? Sembrano tutti un po' più intelligenti. Persino La Russa. Ma il problema è tutto qui, in fondo, La Russa non vuole più nemmeno sembrare. A questo punto forse è una semplice strategia di sopravvivenza, magari sperano che se ci faranno ridere ancora un po' ci dimenticheremo di avere davanti dei veri criminali, e li lasceremo andare. Pensa quando scopriranno che non sono mai stati divertenti, mai; che le risate di Striscia erano finte. Sono sempre state finte. E che non ride più nessuno, qui, da vent'anni o quasi.

lunedì 10 ottobre 2011

Ardaendutaét, Bambo!

Siccome secondo me siamo ciò che leggiamo, è giusto che sappiate che da bambino ho letto di tutto: ingredienti di confezioni di biscotti a non finire, e topolini e giornalini e geppi e tiramolla, e quando proprio finivo tutto, quando non c'era proprio più una cosa non letta in casa, capitava che mi buttassi anche su questo.


E adesso scrivo il Santo del giorno per il Post. E oggi è proprio San Daniele Comboni, il bresciano volante. A ri-idis, gnari.

10 ottobre - San Daniele Comboni (1831-1881)

È solo una suggestione, e non è tutta colpa mia. Un po' è anche colpa di Balotelli, e molto prima di Idris, lo juventino nero di Quelli che il calcio. Fatto sta che per me i neri italiani hanno sempre un'ombra di accento bresciano. Al punto che passeggiando per la contrada del Carmine uno si può immaginare che i bresciani indigeni siano loro, e abbiano passato l'accento ai pensionati pallidi coi capelli bianchi venuti da lontano. In fondo ci sta, voglio dire che se a un semaforo rosso invece di partire chiudi gli occhi, il grido del bresciano che sale da dietro senti che potrebbe venire dalla profondità della giungla, dalla spaziosità della savana. Brescia è la leonessa d'Italia e se parli bresciano stretto a un leone, secondo me, lui un po' si spaventa. Poi ti mangia uguale, magari, ma portandoti il rispetto che meritano le prede importanti. Inoltre Brescia – non molti lo sanno – è oggettivamente una delle città e province più ospitali d'Italia: un Idris o un Balotelli avrebbero potuto saltar fuori da tante città padane, ma era statisticamente ragionevole che arrivassero da lì.

L'altro motivo per cui nella mia fantasia (strana) Brescia è alle porte dell'Africa è San Daniele Comboni, che era di Limone sul Garda e che a un certo punto dell'Ottocento risultava vescovo di tutta la Nigrizia, ovvero quell'immensa parte di Africa che nessun geografo europeo aveva ancora osato disegnare. Comboni era stato in missione nell'odierno Sudan per la prima nel 1857, a ventisei anni: in quell'occasione sopravvisse alle malattie che falciarono tre suoi compagni. Del resto era già l'unico superstite di otto fratelli (“di tanti figli me n'è rimasto uno solo, di carta” si narra dicesse la madre davanti al fotoritratto). Tornato a Verona, deciso più che mai a evangelizzare il continente nero, Comboni mette a punto un “piano per l'Africa” che oggi può apparirci datato, ma per i tempi risultava assolutamente rivoluzionario. In pratica Comboni aveva capito che noi europei, nel cuore dell'Africa, non ce l'avremmo mai fatta: non prima di inventare antibiotici e impianti di refrigerazione, perlomeno. E quindi l'Africa dovevano cristianizzarla gli africani – non gli africani venuti in Europa a studiare, come quelli che Comboni scopriva intirizziti nel suo collegio di Verona, ma gli africani delle coste, dove sarebbe stato opportuno rafforzare una rete di “fortini missionari”. Soltanto qui avrebbe avuto senso il lavoro degli europei – e delle europee, che secondo Comboni erano più adatte all'uopo, “le statistiche della Missioni africane avendo dimostrato che la donna europea, attesa la vantaggiosa elasticità del suo fisico, l'indole del suo morale, e le abitudini del suo vivere domestico e sociale, resiste a gran pezza più che il Missionario europeo all'inclemenza del clima africano”.

Dagli istituti impiantati sulle coste sarebbero scaturiti non solo i catechisti e i maestri (sempre e rigorosamente “d'ambo i sessi”) ma anche “virtuosi ed abili agricoltori, medici, flebotomi, infermieri, farmacisti, falegnami, sarti, muratori, calzolai etc.”, e io già mi sto immaginando tante piccole Bresce d'oltremare brulicanti di artigiani e partite iva. Eppure, con tutto il suo bresciano pragmatismo e la sua brescianissima testardaggine, a Comboni mancava forse il senso delle proporzioni: quella che lui affettuosamente chiamava “la grande famiglia dei negri” non era una famiglia in nessun senso: i popoli e le tribù dell'entroterra non avrebbero sempre ben recepito i missionari dalle coste, anche se avevano la pelle di un colore simile. Ma eravamo a metà Ottocento, in Europa e in America il “negro” era ancora sinonimo di schiavo. Nelle regioni della sua immensa diocesi il commercio di schiavi era stato vietato solo a parole: Comboni fece tutto quel che poteva per trasformarle in fatti. Al Concilio Vaticano I, come fece notare lui stesso, non c'era nemmeno un vescovo nero: quando all'inaugurazione del canale di Suez il Kaiser Francesco Giuseppe conobbe delle maestre nere che gli rivolgevano la parola in tedesco ne fu strabiliato. Erano studentesse comboniane.

Per rosicchiare il continente dai bordi, comunque, agli uomini e alle donne di Comboni sarebbe servito molto tempo e denaro; e in effetti forse Comboni da lì in poi viaggiò più per l'Europa per fare convincere scettici e a scopo di fundraising che in Africa, dove quando arrivava poteva finalmente concentrarsi sulla sua vocazione autentica, lontano dalle polemiche dei rivali e dalle malelingue che lo accusavano di avere una suora preferita. Può anche darsi che ce l'avesse, poveraccio, ma non dovevano permettersi di spifferarlo all'anziano padre. Questa cosa gli spezzò il cuore, e forse accelerò il decorso della malattia che lo uccise centotrent'anni fa oggi a Khartoum. Ne aveva cinquanta, per i parametri del Sudan di allora era già un uomo anziano, nel bel mezzo di una spaventosa carestia. Se fosse sopravvissuto un paio di anni, si sarebbe ritrovato al centro della rivoluzione del Mahdi, che si limitò a distruggere la sua sepoltura e a imprigionare i suoi missionari per più di dieci anni. Oggi i comboniani sono presenti in tutti i continenti: in sedici Paesi nella sola Africa. Hanno una rivista, “Nigrizia”, che è una fonte di informazioni di prima mano dai Paesi africani, e che soprattutto durante la direzione di padre Alex Zanotelli diventò un punto di riferimento per i cristiani più progressisti (Zanotelli poi dovette lasciare la rivista, si ritirò in Kenya, quindi tornò in Italia e divenne un leader noglobal: a proposito, se a i noglobal dovesse servire un santo protettore, direi che Comboni è libero). Oltre a “Nigrizia” i comboniani pubblicano anche il PM, che sta per “Piccolo Missionario”, ed è un giornaletto per bambini di cui mi è già capitato di parlare, anche se non ne ho più sfogliato uno dagli anni Ottanta, quando ero abbonato. Però mi è rimasto nel cuore.

Il PM non è che avesse dei fumetti meravigliosi. Alcuni erano proprio bruttini, e questo spiegava il perché se ne rimanesse incellofanato per intere settimane, finché non si esaurivano i Topolino inediti e i Braccio di Ferro prestati. Ecco, a quel punto si apriva il Piccolo Missionario e ci si trovavano storie a fumetti sulla vita di Santi famosi o del tutto sconosciuti; ma anche schede approfonditissime sui Paesi africani, così quando proprio non c'era più nulla di nuovo da leggere in casa, neanche le recensioni della GuidaTV o le ricette sulle confezioni dei biscotti, io mi mettevo da qualche parte e leggevo notizie sul postcolonialismo nella Guinea Conakry. Molti anni dopo, mentre scrivevo una tesina di letteratura francofona, avrei pagato qualcuno per riuscire a trovare informazioni fresche sui regimi della Guinea Conakry: ma wikipedia ancora non esisteva, e i vecchi Piccoli Missionari chissà in che scatolone erano andati a marcire.

In realtà era una specie di fanzine missionaria, si capiva che ognuno contribuiva per quel che poteva, con tanta passione ma poco rispetto per le scadenze. Eppure a distanza di anni ci sono pagine del PM che mi sono entrate dentro. Mi ricordo per esempio un articolone sui Testimoni di Geova, in cui per la prima volta scoprii che avevano già cannato tre volte la data della fine del mondo! Che buffoni! Il motivo per cui quell'articolo mi è entrato sottopelle è che ovviamente anch'io, in quegli anni, avevo una paura folle della fine del mondo, per via di questo o quell'asteroide o del 1999 o del 2000, e scoprire che i tizi del citofono ne avevano già annunciate tre senza beccarci mi tirò su il morale, rendendomi molto più scettico nei confronti di tutti i millenarismi. Così a scuola, quando mi capita di trovare un ragazzino terrorizzato dalle puttanate maya di Giacobbo (e ne trovo sempre, quell'uomo tra parentesi in questi anni ha fatto un uso criminale del mezzo pubblico), tiro sempre fuori questa storia dei Testimoni secondo i quali il mondo stava già finendo verso il 1914, e ci facciamo una risata. E di tutto questo sano scetticismo razionalista devo ringraziare, pensate, il Piccolo Missionario. E San Daniele Comboni, sempre sia lodato.

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