Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

venerdì 11 gennaio 2013

Orientarsi tra le nuvole

Cloud Atlas (Andy e Lana Wachowski, Tom Tykwer, 2011).

Hugo Weaving, avete presente? No. L'agente Smith, il cattivo di Matrix, precisamente, ecco, non è stato formattato, ma ha infettato la memoria fissa di quattro secoli. È diventato un negriero sudista nell'Ottocento, ma anche un killer californiano negli anni Settanta, e una sadica infermiera in un ospizio scozzese nel 2012. Condanna a morte i cloni che a NeoSeul, nel 2144, non vogliono più servire ai tavoli

Siamo nei mari del sud. Ma anche a Edimburgo nel 1936. Halle Berry, nel 1973, sta lavorando a un'inchiesta su una centrale nucleare malfunzionante, e invece dell'ingegnere Jack Lemmon incontra l'ingegnere Tom Hanks che però muore in circostanze misteriose ma è in circolazione 40 anni dopo sotto forma di scrittore burino che lancia i critici dai grattacieli. Siamo a Neo Seul nel 2144, i cloni servono ai tavoli. Siamo alle Hawaii, in un futuro alla Mad Max ma sempre con Tom Hanks e Halle Berry, quanto mi mancavano quelle preistorie all'ombra di rottami tecnologici, perché non ne fanno più? Perché non ne fanno di più? Siamo di nuovo nel 2012, e prima di andare a vedere Cloud Atlas dobbiamo verificare di avere tre ore e di essere gli spettatori adatti. Altrimenti rischiamo di addormentarci o innervosirci molto, e scrivere recensioni che ci sarebbe da buttarci dai grattacieli. Amare i film di fantascienza o d'azione non è una garanzia: metà del film non è ambientato nel futuro, non ci sono sparatorie ma compositori omosessuali disperati, pensionati in fuga dall'ospizio, ciurme ubriache. Io credo comunque di aver messo a punto il test ideale per Capire Se Sei Lo Spettatore Adatto. Una sola domanda, semplicissima, di quattro lettere: Lost?

No, sul serio, se ti dico Lost, come reagisci? Non ti piaceva, non lo hai mai visto? Lascia perdere Cloud Atlas. Ti piaceva finché non è diventato una baracconata? Lascia perdere Cloud Atlas. Ti è piaciuto quasi fino alla fine, ti sei bevuto con piacere anche le puntate ambientate nel Seicento o in Mesopotamia, non hai cambiato canale neanche quando personaggi invisibili hanno ordinato di spostare l'isola di qua e di là nel tempo e nello spazio? e mentre lo guardavi imploravi dio, ma più spesso gli sceneggiatori, di dare un ordine, un filo, un senso a ogni cosa? Forse sei lo spettatore adatto a Cloud Atlas. Non dico che ti piacerà come Lost - è troppo breve per dare quella forma di dipendenza - ma non ti deluderà nemmeno come le ultimissime puntate di Lost, quelle in cui gli sceneggiatori gridano: "Guardate i personaggi!" e intanto scappano con la grana. Per quanto ambizioso, con la sua struttura a sei piani, e non sempre definito nei dettagli, L'Atlante delle Nuvole non lascia alla fine quel senso dolciastro di fregatura. Un senso ce l'ha, una direzione dove andare a parare era prevista.

In certi momenti guardare Cloud Atlas è come sfogliare in piedi un fumetto in libreria (continua su +eventi): se non vi è mai capitato, forse è meglio che giriate alla larga. Se invece siete di quelli che cominciano a sfogliare per vedere se la storia vale la pena; a cui capita di trovarsi nel giro di pochi secondi immersi in una mezza dozzina di mondi diversi, genealogie di eroi che si incontrano e scontrano, roba da perdersi, ma stranamente non vi perdete, anzi riuscite a seguire tutto e dopo un po' la storia è finita, e state già dando un'occhiata per vedere se c'è un secondo volume; se siete quel tipo di lettori, varrà la pena anche dare un'occhiata a Cloud Atlas. Ci vuole una certa abilità, per seguire trame che si snodano rapide e tutt'altro che lineari - ma anche una gran disponibilità a farsela raccontare da affabulatori non convenzionali. Vale la pena giusto per ottenere la conferma: i Wachowski sono fumettisti. È da lì che vengono, forse è lì che dovrebbero tornare, dove gli unici limiti alla fantasia sono le chine e gli inchiostri e il formato delle tavole. Fare cinema dev'essere frustrante, quando dare forma a una semplice idea può costare milioni di dollari e gli spettatori pretendono di capire tutto alla prima visione.  Mi ricordo un personaggio di Matrix 3 che a un certo punto lo dice proprio in faccia a Morpheus: "Mi dispiace che non ci sia una spiegazione semplice per questo". Un modo educato per dire Hollywood fottiti.

 

Cloud Atlas in effetti non è passato per Hollywood, lo chiamano "film indipendente" anche se c'è un cast un po' stagionato ma da grandi occasioni (Hugh Grant, Susan Sarandon, Jim Broadbent, Jim Sturgess, Zhou Xun nuda) ed è costato cento milioni di dollari. In realtà è un blockbuster - però tedesco: il primo kolossal della cinematografia federale tedesca. Tre episodi su sei non sono girati dai Wachowski (che avevano comprato i diritti del libro dopo che Natalia Portman lo aveva fatto leggere a Lana sul set di V per Vendetta) ma da Tom Tykwer, il regista di Lola corre e Profumo, che per non far notare troppo la differenza mette una pistola in mano a Hugo Weaving e poi gli fa inseguire i buoni per le strade di San Francisco e per un attimo sembra che Matrix abbia infettato Starsky e Hutch. Però non è un film pretenzioso. O meglio. Una volta accettata l'ambiziosissima pretesa iniziale - offrire in tre ore la versione cinematografica di un romanzo ambientato in sei luoghi e tempi diversi - Tykwer e i Wachowski non si fanno prendere da nessuna ansia esplicativa, riducono gli spiegoni al minimo necessario, e portano a casa un film che possiamo guardarci d'un fiato anche se per due ore non abbiamo la minima idea di dove andrà a parare. La differenza, come in Lost, la fanno i personaggi (e gli interpreti): per quanto poco li vediamo sulla scena, ci affezioniamo abbastanza presto e restiamo fino alla fine curiosi del loro destino. Un sacco di cose ovviamente sfuggono, tanti dettagli meriterebbero una seconda visione, o addirittura il recupero del libro: però bisogna ammettere che date le condizioni di partenza gli autori sono stati onesti, si capisce che hanno tagliato tante cose e hanno privilegiato l'azione sulla filosofia. Non era scontato.

 

I Wachowski, a ogni film che scrivono, fondano una religione. Con Matrix riuscirono a riportare in voga la gnosi, non accadeva da una ventina di secoli. V per vendetta ha fatto arrabbiare Alan Moore (autore del fumetto originale) ma ha fornito ad anonymous e grillini una specie di manifesto, ideologicamente ambiguo quanto basta per trovarci tutto e il contrario di tutto. Quando ho visto il trailer di Cloud Atlas mi sono detto: l'hanno fatto di nuovo, stavolta hanno scoperto la metempsicosi. Bisogna dire che avevo appena visto the Master, dove la reincarnazione è una favola per spillare denaro alle vecchie ereditiere: ma anche ai nerd - e Dianetics nacque nei circoli di appassionati di fantascienza, non scordiamocelo - ecco, i nerd che dieci anni fa si bevevano la filosofia gnostica di Matrix mi sembrano pronti per cominciare a immaginare le loro vite precedenti e future: sono a quello snodo esistenziale e anagrafico in cui l'insofferenza per il proprio destino, se coltivata, può trasformarsi in allucinazione. Se c'era qualcuno in grado di piazzare a milioni di gonzi un film mistico sulla reincarnazione, quelli erano i Wachowski. Ma non l'hanno fatto; gli interessava di più raccontare una bella storia, anzi sei. L'argomento metempsicosi è liquidato con qualche battuta (ogni tanto due personaggi si domandano se non si sono già visti), e soprattutto è delegato ai trucchi e ai parrucchi. Che sono l'aspetto più discutibile del film: non solo perché se nell'episodio coreano monti gli occhi a mandorla sul faccione di Weaving qualche associazione antirazzista protesta formalmente, ma perché nell'episodio dell'ospizio ce lo troviamo truccato da infermiera e mi dispiace tanto, ma non è credibile: come il Tom Hanks scrittore pugile o Zhou Xun fanciulla del west, precipitiamo a livelli filodrammatici ed è un peccato. Ma alla fine è un peccato veniale perché chi rimane a vedere Cloud Atlas ha sospeso gran parte della sua incredulità: ha la stessa voglia di immergersi nella storia del ragazzino che sfoglia fumetti in piedi, o dei bambini intorno al fuoco, che chiedono una storia al vecchio del villaggio. Con tutta la sua complessità stratificata, con la sua filosofia di fondo che si può sintetizzare in Volemose Bene, Cloud Atlas non smette neanche per un istante di essere una favola per bambini che hanno voglia di stare alzati e di viaggiare un po' tra i mondi. Se ne avete voglia; in caso contrario, tenetevi decisamente alla larga da Cloud Atlas.

 

Cloud Atlas a Cuneo non c'è, in compenso dilaga in provincia: Al Cityplex di Alba (ore 21), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (ore 21 e 22, in quest'ultimo caso uscite all'una), al Vittoria di Bra (ore 21), al Bertola di Mondovì (ore 21), all'Italia di Saluzzo (ore 21) e al Cinecittà di Savigliano. Tenete conto che dura tre ore.

giovedì 10 gennaio 2013

I volenterosi coglioni di Berl.

Quasi sette anni fa - qualcuno se ne ricorderà - Silvio Berlusconi movimentò gli ultimi giorni di campagna elettorale dichiarando che avrebbe vinto perché gli italiani non potevano essere in maggioranza "così coglioni da votare contro i loro interessi". Quel che successe a quel punto illustra bene il funzionamento paradossale del berlusconismo; non fu Forza Italia o la Lega a riprendere la frase e a trasformarla in uno slogan, ma i militanti di centrosinistra, nel tentativo di rovesciarla in senso ironico. Le iniziative di qualche blog (i social network erano ancora pochissimo diffusi) avrebbero avuto comunque un'eco piuttosto ridotta, se Repubblica-Kataweb non avesse deciso di dare un risalto nazionale alla "rabbia sul web" nata dal "tam tam on line", lanciando una petizione e pubblicando gli autoscatti dei lettori che si autodenunciavano ("io sono un coglione"). Le elezioni Berlusconi le perse per un soffio - in un certo senso le pareggiò - ma se si considerano i sondaggi di partenza, la campagna del 2006 fu uno dei suoi più notevoli risultati politici; probabilmente l'episodio dei coglioni non fu determinante, ma ci ricorda le regole del gioco. Mentre avversari (e anche alcuni alleati) convergono verso il centro, nella speranza di attirare gli indecisi, Berlusconi cerca di motivare i suoi elettori esponendosi allo sdegno degli avversari, accreditandosi come la vittima dell'ostilità comunista, giustizialista, eccetera eccetera (continua sull'Unita.it, H1t#161).

L’atteggiamento provocatorio (oggi che siamo tutti su internet potremmo definirlo trolling) gli riesce tanto più congeniale quanto più è istintivo; Berlusconi non ha bisogno di un tavolo di spin-doctors per definire “coglioni” gli elettori di sinistra, o consigliare un otorino a Lilli Gruber, o un ruolo di kapò a un europarlamentare. Sono cose che gli vengono naturali; le dicesse un altro, geleremmo di imbarazzo; le dice lui, ed è una festa per tutti. Non vediamo l’ora di propagarle via twitter o facebook, non vediamo l’ora di condividerle e riderci su. Questo tipo di attenzione scandalizzata è esattamente quello che va cercando, senz’altro con più affanno che in passato. La principale differenza, oltre all’età che si fa sentire, è il presenzialismo televisivo: Berlusconi aveva sempre mantenuto una certa distanza dai talk-show, anche in contesti per lui confortevoli come da Vespa si era sempre fatto organizzare dei monologhi, annessa claque e attrezzi di scena (la lavagna, il contratto con gli italiani). Ora che non può più permettersi di mandare avanti i portavoce, è ragionevole immaginare un’impennata di gaffes e provocazioni – confusamente lo sappiamo tutti, che B. è solo all’inizio, che le “giudichesse comuniste” sono un semplice antipasto. Lo sappiamo e siamo ansiosi che si scateni stasera da Santoro: senonché, che altro potrebbe dire o fare Berlusconi, che non abbia già fatto o detto negli ultimi vent’anni? Un Mussolini statista? Già fatto. Un Obama abbronzato? Fatto. Si è già paragonato a Cristo? Sì. D’altro canto è prerogativa degli artisti riuscire sempre a stupire, ed è ragionevole immaginare che ci riuscirà, e che i titoli più grandi dei giornali di venerdì saranno per lui. Dopodiché, dipenderà anche da quanto siamo coglioni. http://leonardo.blogspot.com

sabato 5 gennaio 2013

Come cinguettare in campagna

Ormai ci siamo, la campagna elettorale sta per iniziare. Tra poco conosceremo i candidati, e a quel punto succederanno cose diverse dal solito. Per esempio, cosa sarà di Twitter? Un mezzo semplice, gratuito, modernissimo, alla portata di tutti: potranno resistere, migliaia di candidati in tutt'Italia, alla tentazione di conquistare un po' di elettori sul social network più sintetico e in voga, lanciando slogan, sperimentando salacissime battute, cercando il dialogo con i follower? Temo proprio di no. Insomma, stanno per aprirsi le cataratte del ridicolo. Bisogna fare qualcosa, qualcosa che non sia necessariamente prepararsi i popcorn. E così, cari aspiranti parlamentari, ecco il mio Decalogo per Cinguettare in Campagna Elettorale Senza prendersi troppe beccate e schizzi di guano. Chi sono io per fare un decalogo? Non ha la minima importanza, sono uno che usa un po' twitter per i fatti suoi come chiunque. Per cui vedi all'art. 1.

1. Qualsiasi espertone voglia prenderti dei soldi per insegnarti a usare twitter ti vuole rifilare un pacco. Non hai speso soldi per imparare ad andare in bicicletta, ce la puoi fare anche con twitter. Tutto quello che ti scriverò qui sotto è orribilmente ovvio.

2. Twitter, in sé, non sposta un voto. Non lo farà. È inutile che cerchi di sembrare interessante, divertente, appassionato, quel che vuoi. E se ci provi per parecchio tempo, ti farai male del male da solo. Infatti, se vai all'art. 3 scopri che

3. Uno degli scopi principali di Twitter è far perdere del tempo a gente che, evidentemente, questo tempo da perdere ce l'ha. Magari anche tu ce l'hai, però tra due mesi si vota, rifletti bene. Porteresti a riparare la tua auto da un meccanico che è su twitter continuamente? Voteresti un tizio che twitta compulsivamente? No, e faresti bene. Per cui: hai già un profilo su twitter, e lo usi per cazzeggio? Chiudilo, sospendilo, metti un cartello che dica pressapoco "sono impegnato a vincere le elezioni e salvare l'Italia, ci vediamo tra un po'". Fa' vedere che non hai tutto questo tempo da perdere, in amore e su twitter vince chi fugge.

4. D'altro canto twitter costa infinitamente meno di un lancio d'agenzia, e quindi, se non hai un profilo ufficiale da candidato, forse è il caso di aprirlo. Per scriverci le stesse cose che dichiareresti ai giornali. E qui arriviamo al vero problema: cosa dichiareresti ai giornali? Che ti ha fatto ridere il tweet del candidato Sarcazzo che non conosce l'0rtografia? Non sei un vitellone al bar, magari lo eri il mese scorso; adesso sei un candidato alla Camera dei Deputati o al Senato della Repubblica, hai comprato almeno una cravatta? Comportarsi bene su twitter costa anche meno (continua sull'Unita.it, H1t#160).

5. Ma cosa li scrivi a fare gli slogan su twitter, sei un deficiente? Per lo stesso motivo per cui non si mettono i manifesti col tuo bel faccione nel punto in cui sei statisticamente sicuro che ci cacherà un cane, non si mettono gli slogan su twitter, dove si possono rimediare soltanto sberleffi e parodie. Tanto comunque non sposti un voto, ma almeno mostri di capire la differenza tra un social network e una bacheca pubblicitaria, magari un elettore su centomila apprezzerà che non interrompi il suo flusso di news e chiacchiere di amici con degli spot pubblicitari; e butta via.
6. E quindi cosa scriverai? Dichiarazioni ufficiali, di quelle assolutamente necessarie. Poche. Brevi. Senza repliche. Agenda degli impegni: nessuno verrà a sentirti a Buco di Sotto perché lo ha letto su twitter, ma almeno sapranno che ti stai dando da fare. E se hai un discorso più lungo e complesso da fare?
7. Se hai un discorso più lungo e complesso da fare, twitter non è il posto adatto. Non fare come i bimbominchia e Veltroni che fanno i tweet a puntate, riflettici bene: hai mai letto un tweet a puntate? Chi si legge i tweet a puntate? Metti il tuo discorso lungo su un blog e linkalo con un titolo interessante su twitter facebook e anche google plus, crepi l’avarizia. Se il titolo è interessante la gente cliccherà e leggerà. Se non sai scrivere titoli interessanti, affitta qualcuno bravo con i soldi che hai risparmiato mandando a quel paese il tizio che voleva farsi pagare per spiegarti come si va in bicicletta o su twitter.
8. Altri replicheranno. Se non è Napolitano Obama o Elvis Presley, ignorali. Tutti i discorsi sul medium orizzontale, lasciali ai gonzi che commentano beppegrillo.it (e Grillo, giustamente, non gli risponde). Nessun social network è veramente orizzontale e tu non hai proprio tempo per rispondere al primo che passa. Hai un lavoro da fare, una missione. Ti fermi solo un attimo per lasciare un avviso con le cose che stai facendo, e te ne vai. La gente ha diritto di prenderti in giro, tu hai il dovere di pensare a cose più importanti. Se non sai gestire  il dibattito lascia perdere twitter, o fallo scrivere a un collaboratore che sappia gestirlo.
9. Si stima che un candidato al parlamento della Repubblica un minimo di 140 caratteri senza errori di ortografia punteggiatura e sintassi dovrebbe riuscire a buttarli giù – Monti non ce l’ha fatta, ma quelli sono bocconiani, mica si può pretendere. Comunque un errore può scappare a tutti: si cancella e si riscrive. Se è passato troppo tempo, amen, la gente ti prenderà in giro: vedi al punto 8. Fregatene; se ti chiederanno conto della cosa risponderai che non sei bravo a trovare gli apostrofi col tablet, forse che importa qualcosa a qualcuno? Hai di meglio da fare che trovare gli apostrofi sui tablet, vivaddio.
10. I cancelletti (#), solo se lo ritieni necessario e sempre con la condiscendenza con cui balleresti la macarena alla festa di compleanno di tua figlia di sette anni. Se non hai capito di cosa sto parlando lascia pure perdere, tanto la possibilità che qualcuno rintracci il tuo fondamentale tweet tra un milione usando il cancelletto è inferiore a quella di conquistare dei voti su twitter, per cui vedi all’articolo 2.
Ecco qui. A dire il vero è parecchia roba, forse è un po’ complicata da ricordare. Ma se vuoi si può sintetizzare così: hai presente Mario Adinolfi? Ecco, il contrario.
E ora vai, giovane candidato (ma anche vecchio), twitter è tuo. Sarai un po’ noioso, non avrai molti follower, non farai molti danni, e alla fine della fiera prenderai gli stessi voti che avresti preso senza. Con qualche figuraccia in meno, sputaci su. http://leonardo.blogspot.com

venerdì 4 gennaio 2013

Puoi vivere senza the Master?

The Master (Paul Thomas Anderson, 2012)

Freddy è un reduce che porta a spasso per gli Stati Uniti del dopoguerra i suoi traumi e la sua passione per i distillati non convenzionali (manda giù il solvente come fosse acqua). L'incontro con Lancaster Dodd, uno scrittore che sta fondando una religione, gli offre una possibilità di riscatto - a meno che il Master non lo stia semplicemente usando come cavia per i suoi esperimenti sul controllo delle menti più impressionabili. Gennaio, diciamocelo subito, sta diventando un mese impossibile per chi si ostina a mettere da parte quei sette, quattordici, ventotto euro da investire in biglietti al cinema. Forse è colpa dei cinepanettoni (è sempre colpa dei cinepanettoni) e della loro logica di occupazione massiccia delle sale durante le feste; l'impressione è che i gestori e i distributori italiani abbiano deciso di organizzare una specie di festival su scala nazionale. C'è una mezza dozzina di titoli imperdibili e altri tre o quattro che promettono bene (e quando mantengono sono sempre le sorprese migliori). Qualcuno per forza ce lo perderemo; ci consoleremo pensando che prima o poi lo recupereremo al videonoleggio - cosa che in molti casi ci dimenticheremo di fare perché siamo già indietro con questa o quella serie imperdibile e poi in realtà la sera siamo distrutti e tutto quello che desideriamo è sonnecchiare davanti a qualcuno che litiga da Floris o Santoro. Quindi passiamo senza indugio alla domanda cruciale: vale la pena di investire parte del proprio budget cinematografico nell'ultimo pluripremiato film di Paul Thomas Anderson, che come praticamente tutti i film di P.T. Anderson da Magnolia in poi (passando per il Petroliere) è già considerato un capolavoro? Dunque. Dipende.

Io, per esempio, ci andrei senz'altro, ma non so se faccio testo, ho una fissa per le religioni e una devozione per Philip Seymour Hoffman - per inciso posso capire i suoi devoti nel film, chi non aderirebbe a una religione fondata da Philip S. Hoffman nella sua versione gioviale e buffoncella? I cinefili non possono senz'altro perdersi il primo film girato in 65 millimetri in quasi vent'anni - sempre ammesso che trovino una sala che lo proietta in quel formato - però un cinefilo mica sta ad aspettare che gliene parli io, di The Master, un film che non ha preso il Leone d'Oro soltanto perché non si può dare allo stesso film a cui si dà la Coppa Volpi per il migliore protagonista, e non si poteva non dare la Volpi ex-aequo a Hoffman e Joaquin Phoenix. Per i profani The Master è semplicemente un film dalla fotografia stupenda, con due attori al massimo della forma. Entrambi avevano già avuto una possibilità di vincere un Oscar interpretando un biopic; peccato che sia successo nello stesso anno 2005, quando il Capote di Hofmann soffiò la statuetta al Johnny Cash di Walk the Line. Per cui se vi piace vedere attori in gara, è senz'altro il vostro film; c'è quasi da vergognarsi pensando a quanto ci stanno dando dentro per gente che se ne sta a guardarli sgranocchiando popcorn. Joaquin Phoenix sembra che sia andato in guerra davvero, ha la schiena deformata da una scoliosi e parla muovendo un solo lato del volto, come Popeye. Sul serio, dopo averlo visto torni a casa e la prima cosa che fai è cercare notizie su internet perché hai paura che non stia bene (continua su +eventi!)

In effetti negli ultimi anni ha fatto dei numeri interessanti Phoenix (ormai lo si può chiamare col cognome, non c’è più la necessità di rimarcare che non è il suo povero fratello). A un certo punto ha messo in giro la voce che si ritirava dal cinema per darsi al rap; si è fatto crescere la barba ed è andato da Letterman a fare scena muta masticando gomma, alla fine il conduttore lo ha salutato dicendo: “È un peccato che tu non abbia potuto essere con noi stasera”. In realtà Phoenix stava semplicemente promozionando il suo film in lavorazione, I’m still here, in cui impersona sé stesso molto spesso nudo mentre sniffa, ordina puttane al telefono, e a un certo punto qualcuno gli caga addosso mentre dorme (non l’ho visto). E poi per due anni non ha fatto più film, e ora arriva con questo, e che razza di film. Il suo Freddy fa paura, non lo vorresti mai sul tuo lato del marciapiede. Non c’è un solo fotogramma in cui appare in cui non hai paura che stia per fare qualcosa di orribile, ti riduci a sperare che si stia soltanto masturbando nei pantaloni. In realtà non sbrocca così spesso, ma che ansia che fa. Ed è il protagonista. Immedesimarsi in lui significa ammettere che non c’è una figura del test di Rorschach che non ti ricordi qualche organo genitale al lavoro; non è una cosa per cui tutti pagheremmo un biglietto, credo. Per dire, se siete al primo appuntamento magari provate Tornatore.

Ci fosse almeno qualche altro personaggio positivo, ma accidenti, non ce n’è. Intorno a Lancaster Dodd, lo scrittore pulp che sta fondando una setta, c’è il consueto codazzo di adoratori gregari e fulminati. La moglie (una stupenda Amy Adams in stato interessante) è la più antipatica di tutti. In effetti è forse il film più povero di personaggi positivi che io abbia visto, nel Petroliere c’era almeno un figlio che cercava di amare il patrigno, qui è tutto un concerto di fanatici maniaci e truffatori. Ti sorprendi ad aspettare che sullo schermo torni il Master perché lui, con tutte le sue teorie improvvisate alla bene e meglio, i suoi sermoni da predicatore da strapazzo… almeno è un tizio simpatico, a cui piace ridere e sperimentare cose nuove: bersi un distillato di trielina? Perché no, wow, è uno spasso, fammene ancora. E poi è Philip Seymour Hoffman, io lo seguirei dovunque; se venisse a dirmi dai rapiniamo la gioielleria dei nostri genitori, io con Philip ci andrei. Ma mettiamo che siate dei puristi, e che non andiate pazzi per i film doppiati: ecco, forse vale la pena di aspettare il dvd, ci sono almeno due scene fondamentali in cui Hoffman canta, e sono convinto che l’Hoffman originale non sia patetico come il doppiatore – ridicolo sì, patetico no, non so se mi sono spiegato. Per inciso, “trillion” in italiano significa “bilione”, non “trilione” come dicono i doppiatori. Vabbe’ che differenza farà direte voi? tre zeri di differenza, un trilione italiano è un milione di trillions inglesi. E la parola non è proprio lì per caso. 

C’è infatti la questione di scientology, che è uno dei motivi per cui the Master ha fatto tanto discutere (e quindi ha incassato molto bene, per un film d’autore). Per quanto regista e produzione abbiano ribadito che non è un film su Ron Hubbard, Anderson non ha veramente fatto molti tentativi per stornare i sospetti. Freddy conosce Lancaster su una nave, dove il Master riesce a concentrarsi sul suo lavoro evitando le polemiche (e le indagini federali). Hubbard rimase anni per mare, nominandosi commodoro di una piccola flotta al largo del Portogallo. Le tecniche di audit sviluppate da Lancaster sembrano molto simili a quelle di Dianetics o Scientology. La mitologia, le parole d’ordine… le anime che migrano di corpo in corpo per bilioni (non trilioni) di anni, sono concetti abbastanza familiari. E soprattutto, anche la più influente e carismatica delle mogli di Hubbard si chiamava Mary Sue. Manco il nome ha cambiato Anderson, allora dillo che cerchi rogna.

Non è chiaro se sia stata la questione Scientology a rendere difficile la produzione del film, con la Universal che a un certo punto si è tirata indietro.  Negli USA Scientology è ufficialmente considerata una religione, e va trattata con rispetto: se è meglio non fare film su Maometto, perché farli su Hubbard? Sappiamo che nel maggio dell’anno scorso Anderson ha voluto mostrare il film a Tom Cruise, che con lui vinse un Oscar per Magnolia. A Cruise il film non è piaciuto, soprattutto nel punto in cui il figlio primogenito liquida i discorsi del padre con una battuta: Non vedi che si sta inventando tutto? Anche il primogenito di Hubbard era scettico sulle teorie del padre. Giunse a cambiarsi il cognome, e si rifece vivo solo quando fu ora di reclamare un pezzo d’eredità. Insomma, è un film che parla veramente di Scientology. Ma se l’argomento vi incuriosisce, se vorreste capirne di più sulla storia di uno scrittore di fantascienza di serie B che fonda una religione (e una multinazionale del controllo pardon, autocontrollo delle menti), the Master rischia di deludervi: Scientology è solo un ingrediente, piccantissimo ma è solo uno di tanti. O forse il risultato finale, per quanto ottimo, risente delle difficoltà di percorso: Anderson ha rimesso le mani più volte nello script nel tentativo di ottenere qualcosa di finanziabile, e un po’ si sente. The Master è uno di quei film che ti fanno venire voglia di leggere il libro, perché sei sicuro che nel libro ci sia qualcosa di più esteso e profondo, magari qualche pensiero messo per iscritto che davanti allo schermo ti tocca immaginare di fronte a quei due faccioni magnetici ed esplosivi. Peccato che stavolta il libro non ci sia: the Master è una sceneggiatura originale (qui in una versione piuttosto diversa) in cui Anderson ha mescolato ingredienti originali e potenzialmente tossici: Dianetics, ma anche Steinbeck, e i ricordi di guerra di un grande caratterista, Jason Robards (l’anziano padre di Magnolia), una tensione forse edipica forse omoerotica forse tutte e due, e tante altre cose sullo sfondo difficili da distinguere. Il risultato sembra meno robusto del Petroliere, e forse non reggerebbe senza quei due giganti a tenere su tutto. Ma forse sono semplicemente deluso perché ho sviluppato una venerazione per Hoffman, e vorrei che qualcuno finalmente scrivesse un film maestoso tutto su di lui, un Quarto Potere per capirci. Secondo me se lo merita, e Ron Hubbard poteva essere il soggetto migliore, e Anderson l’autore giusto. Invece il regista aveva in mente un altro film – un film bellissimo. Ma se vi aspettavate anche voi l’epopea di un magnetico contafrottole interplanetario, rischiate di restare un po’ delusi.

The Master è al Cinema Monviso di Cuneo. Sbrigatevi, non si sa quanto lo terranno, e la prossima settimana ne escono tanti altri imperdibili. Buona visione (e buon Anno).

I diavoli in Angela

4 gennaio - Beata Angela da Foligno, mistica, maestra dei teologi, autolesionista

[Si legge completo qui].

(ATTENZIONE: dettagli repellenti. Poi non dire che non ve lo si era detto).

Dietro a ogni santa di successo c'è sempre un frate. La coppia folignate Arnaldo-Angela somiglia molto a quella, più famosa, formata da Caterina da Siena e Raimondo da Capua. Anche Arnaldo, come Raimondo, all'inizio non immagina nemmeno di essersi imbattuto in una santa: la prima volta che assiste a una crisi ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a un'isterica. Sta accompagnando una comitiva di pellegrini alla basilica di Assisi, e all'improvviso quella lontana cugina si accuccia vicino alla porta della chiesa superiore e si mette a urlare Amore Perché M'Abbandoni? Una pazza, insomma, ed è pure sua parente. Angela sta urlando così perché ha improvvisamente perso la connessione con lo Spirito Santo, che l'aveva sorretta durante tutto il viaggio. Sulla scena accorrono altri frati, cominciano a fare domande, ma chi è questa, la conosci? C'è da sprofondare dalla vergogna. Questa è l'ultima volta che la porto. "Mai più in avvenire osasse metter piede in Assisi".

Più tardi alla vergogna per la figuraccia subentra la vergogna per averla saputa aiutare. Se si comporta così, è probabilmente posseduta da qualche spirito maligno: non è suo dovere indagare? Decide di sottoporre Angela a un rigoroso interrogatorio. La cugina si sottomette volentieri, ma le sue risposte sono così interessanti che Arnaldo smette di fare domande e la lascia parlare a briglie sempre più sciolte. Man mano che procede nelle sedute, il frate si convince di avere trovato una mistica di prim'ordine. Quando le rilegge un suo primo abbozzo, lei lo respinge come oscuro, ma soprattutto "privo di gusto": nel frattempo in paese la gente comincia a mormorare, guarda quel frate come le sta sempre attaccato. Le sue trascrizioni, frettolose e furtive, diventeranno il Liber, uno dei capolavori della mistica medievale. La mistica medievale è però piuttosto noiosa, così Angela da Foligno su internet è per lo più citata per quelle due o tre pratiche veramente hard che ha confessato al suo padre spirituale o ai destinatari delle sue lettere. Col rischio di farla apparire ancora più estrema di quanto non fosse: per esempio, non è esattamente vero, come ho letto più di una volta, che leccasse le ferite dei lebbrosi. Una volta, è vero, mentre stava pulendo le ferite putrefatte, bevve l'acqua sporca della bacinella (non fate così io ve l'avevo detto che si andava sul repellente; e siete ancora in tempo); a un certo punto sentì di avere ingoiato un pezzetto di carne, ma, per quanto volesse ingoiarlo, non ne fu in grado. E poi c'è la questione dei carboni ardenti nella vagina (IO VE L'AVEVO DETTO). In uno dei tanti periodi in cui si sentiva torturata e tentata da demoni, Angela ricorse anche a questo diversivo, ma Arnaldo glielo proibì.

Per queste e per altre aberrazioni, Angela può sembrare il personaggio ideale di un pamphlet anticattolico e antireligioso in generale, come ce n'è un po' dappertutto in rete. Anche qui non è che siamo esattamente su Avvenire; e però mi sembra che le cose siano un po' più complesse. Nei pamphlet la fanciulla vivrebbe libera e felice, ma viene costretta da torve famiglie a rinchiudersi in un convento. Non è esattamente il caso di Angela, che semmai era stata costretta a maritarsi, e che aveva avuto più di un figlio. Quando morirono, Angela (già quarantenne) "provò consolazione": finalmente il suo cuore era libero di donarsi a Dio. Nei pamphlet la religione ufficiale inocula nei fanciulli quei sensi di colpa che poi germineranno in masochismo e altre patologie; nel caso di Angela, che non sembrava vergognarsi di aver provato sollievo alla morte dell'intera famiglia, la religione ufficiale non incoraggiò e nemmeno autorizzò gli eccessi masochistici; cercò per quanto poteva di capire cosa stava succedendo alla povera suora. Frate Arnaldo non poteva certo inventarsi la psicanalisi da solo, anche se il caso effettivamente meritava. Fece del suo meglio, a rischio di mettersi nei guai. Era un frate spirituale a cavallo per Due e Trecento: il problema per lui si poneva nei termini: "Santa o posseduta?" Se era posseduta, si poteva ancora guarire. Se invece era una santa, andava incoraggiata (continua sul Post...)

martedì 1 gennaio 2013

Buon anno col prepuzio o senza

1° gennaio - Circoncisione di Gesù.

Fingiamo di lavorare in una cancelleria un trentun dicembre del millequattrocentoquarantanove - quasi millequattrocentocinquanta. Il vostro principe si sposa e voi dovete mandare biglietti di inviti a tutte le corti d'Europa. La data - il primo marzo - dovrebbe corrispondere in tutto il continente; non è ancora arrivata la riforma gregoriana a complicare le cose. Ma l'anno qual è? Eh. Dipende.

Se scrivete a qualche signore di Firenze, o a un pari d'Inghilterra, è ancora il primo marzo del '49: da loro il capodanno si festeggia il venticinque marzo. In fondo ha un senso, visto che gli anni si celebrano dalla nascita di Cristo, e per i cristiani la vita comincia col concepimento... Se però invitate anche qualche dignitario di altre città toscane, come Pisa, attenzione: da loro è già il primo marzo 1450. Pure a Pisa capodanno è il 25 marzo, ma dell'anno prima: anche questo se ci pensate ha un senso, se Gesù nasce il 25 dicembre, deve essere concepito nove mesi prima, non tre mesi dopo. Anche per i veneziani sarà già il 1450, non potete sbagliare: loro festeggiano il capodanno proprio quel giorno lì, il primo marzo. Per i bizantini, i pugliesi e i sardi invece è ancora il '49, e continuerà a essere il '49 fino ad agosto - e anche questo, se ci pensate, ha un senso, anzi forse nel torrido mediterraneo è la cosa che ha più senso di tutte: l'anno vero comincia il primo settembre. In Spagna è già il '50, con loro tutto sommato non si sbaglia mai, basta ricordare che l'anno comincia una settimana prima, il 25 dicembre. Il vero problema è se scrivete ai reali di Francia. In Francia infatti gli anni si contano dalla Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore, e anche questo potrebbe avrebbe un senso (ma non bisognerebbe detrarre 33 anni al computo?) non fosse per la complicazione che ogni anno la Pasqua cade in un giorno diverso. Che razza di casino. Perché? Possibile che per arrivare a sincronizzare i capodanni dell'Europa Occidentale abbiamo dovuto aspettare fino al Settecento? Come potevano resistere i nostri antenati, a tutta questa confusione e incertezza?

Resistevano benissimo. Avevano altre priorità: la maggior parte di loro nasceva viveva e moriva nello stesso luogo; la necessità di intendersi con i forestieri su curiosità come la numerazione dell'anno in corso non li toccava. Siamo noi a vivere l'ossessione della simultaneità, a sentirci obbligati a festeggiare tutti negli stessi giorni se non negli stessi minuti e secondi, con dirette sincronizzate da orologi atomici. L'incubo dell'Anno Mille come ce lo racconta Carducci, con le folle terrorizzate dall'arrivo del primo gennaio manco fosse l'apocalisse maya, "raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri", è una bufala ottocentesca: la maggior parte degli europei non aveva la minima idea di che anno fosse. Era il tot anno dalla nascita del tal re o imperatore o papa o figlio maschio o vacca da latte; per sapere quanti anni fossero passati dalla nascita di Gesù bisognava chiedere al prete, lui teneva il conto. Forse.

Comunque già alla fine del Seicento la diffusione del nuovo calendario gregoriano portò la maggior parte delle corti europee a uniformarsi (Venezia si arrese soltanto un secolo dopo, con Napoleone) e adottare il calendario che comincia il primo gennaio, secondo quello che è chiamato "stile della circoncisione". Infatti se assumiamo che Gesù sia nato il 25 dicembre, il primo gennaio è il giorno in cui secondo la legge ebraica sarebbe stato circonciso. Dunque noi non contiamo gli anni dalla nascita di Gesù (25/12) né dalla sua procreazione/incarnazione (25/3), ma dal momento in cui è diventato a tutti gli effetti un ebreo. Il primo gennaio è poi diventato ben presto anche il giorno della festa di Maria madre di Dio, ma il sospetto è che sia stato un espediente per dissimulare una verità ovvia quanto imbarazzante: Gesù era un ebreo. Circonciso.

I cristiani invece non sono circoncisi - la maggioranza, almeno (continua sul Post, buon anno a tutti col prepuzio o senza, e anche chi il pene proprio non ce l'ha. Che non è che si perdano 'sta gran cosa, diciamocelo).

Il disegno riproduce le incisioni sulla tomba di Ankh-Mahor. Però potrebbe anche trattarsi di una depilazione rituale, il dibattito è aperto (no ironia).

Per la verità, nessuno glielo proibisce. Ma Paolo di Tarso, il vero propulsore del primo messaggio cristiano nel mediterraneo, mette bene in chiaro che la circoncisione non è richiesta. Paolo in quanto ebreo era circonciso, ma predicava perlopiù ai Greci. Difficilmente il suo Verbo avrebbe attecchito, se avesse preteso dai suoi fedeli l’asportazione del prepuzio. I Greci erano sempre stati particolarmente avversi alla pratica, un segno di barbarie secondo loro. Erano stati i sovrani ellenisti a proibire la circoncisione anche in Palestina. La proibizione ovviamente contribuiva a fare di un antico rito tribale il segno indelebile della resistenza di un popolo alla globalizzazione imposta dal potere imperiale. C’erano ovviamente anche i collaborazionisti che cercavano di ricostruire una parvenza di prepuzio stiracchiandosi la pelle lungo il corpo cavernoso, una specie di riportino sul pisello: il primo libro dei Maccabei li definisce chiaramente come venduti alle potenze straniere. Uno dei possibili effetti dei loro tentativi fu la radicalizzazione della pratica: se prima forse si poteva anche asportare solo la sommità del prepuzio, da lì in poi ci si mise a scoperchiare il glande in modo irreparabile.

Quando nasce la circoncisione? Non si sa, ma la si ritiene di gran lunga l’operazione più diffusa e più antica condotta su un corpo umano. C’è un’incisione molto esplicita, su una tomba egizia, databile tra il 2300 e il 2400 avanti cristo (2399 per i pisani). Pare che gli egizi si circoncidessero tutti, anche il loro dio del sole si era circonciso. La circoncisione potrebbe essere stata inventata prima della scrittura e quindi appartenere alla preistoria. Non siamo nemmeno sicuri se sia stata inventata in un luogo solo e poi trasmessa a popoli lontanissimi (medio-orientali ma anche bantù, polinesiani, aborigeni australiani, pre-colombiani), oppure sia stata adottata in luoghi diversi per motivi diversi. E rimane l’interrogativo di fondo: perché popoli non dico senza antibiotici, non dico senza disinfettanti, ma senza nemmeno lame di acciaio o di ferro, decisero che bisognava a tutti i costi separarsi da quella pellicina per altri versi così comoda?


Con una lametta così in Congo te lo sbucciavano nel 1900… dopo Cristo? *DOPO* CRISTO? FERMATE IL MONDO VOGLIO SCENDERE L’UMANITA’ È UN BRANCO DI SCIMMIE SADICHE CON UN POLLICE DECISAMENTE TROPPO OPPONIBILE.

Un medico italoamericano contemporaneo di Carducci, Peter Charles Remondino, ipotizzava che fosse nata come una forma soft di evirazione, il terzo stadio di un lungo percorso verso la civiltà. Nella prima fase i barbari asportavano il fallo dei cadaveri sconfitti e lo esibivano come un trofeo (lo fanno ancora i giovani berberi per impressionare i genitori della fidanzata, annota Remondino); nella seconda fase cominciano a risparmiare la vita degli sconfitti e a schiavizzarli, ma non possono rinunciare a mutilarne i genitali e quindi li castrano; la castrazione tuttavia è una pratica complessa che spesso provoca infezioni e cancrene, specie quando tutto quello che hai è una conchiglia, in Polinesia, o un affare in bronzo affilato; e comunque anche la riproduzione degli schiavi può risultare utile, e quindi nella terza fase i barbari si limitano al taglietto del prepuzio. Lo stesso David avrebbe esibito al re Saul duecento prepuzi di filistei (contandoli uno per uno), e per il solito motivo: diventare suo genero. L’ipotesi è intrigante, ma già al tempo degli Egizi e dei Sumeri la circoncisione non identifica gli schiavi, bensì i sudditi liberi; potrebbe essere stata imposta da un imperatore o da un patriarca come un supremo segno di sudditanza. Il Dio di Abramo lo chiama più diplomaticamente “segno di un patto”, che a quanto pare non fa differenze tra schiavi e nati liberi:

All’età di otto giorni, ogni maschio sarà circonciso tra di voi, di generazione in generazione: tanto quello nato in casa, quanto quello comprato con denaro da qualunque straniero e che non sia della tua discendenza. […] L’incirconciso, il maschio che non sarà stato circonciso nella carne del suo prepuzio, sarà tolto via dalla sua gente: egli avrà violato il mio patto (Gen 17,12 e 14).

Serpeggia forse già in epoca antica, e sicuramente nel medioevo, l’ipotesi che la circoncisione serva a prevenire un eccessivo piacere sessuale. La Bibbia non ne parla: che sia un modo per razionalizzare o attualizzare un antico rito tribale di cui si era perso il senso? Oggi la stessa teoria è cavalcata da chi lotta per proibirla: in realtà non ci sono prove che un maschi circonciso provi più o meno piacere – non è una cosa tanto semplice da dimostrare, non esiste un unità di misura dell’orgasmo maschile – e poi che esperimenti bisognerebbe condurre? Prendere un insieme x di maschi, farli copulare, circonciderli, ripetere la copulazione con le stesse partner che dovrebbero trovarsi nella stessa disposizione d’animo… si fa molto prima a trovare il bosone di Higgs, che infatti è stato già trovato. Bisogna dire che ancora oggi in molte zone interessate dal fenomeno (Asia centrale, Africa ) la circoncisione viene praticata con mezzi così rudimentali che non è solo a rischio il piacere, ma la stessa funzionalità.

L’associazione tra circoncisione e piacere sessuale, per quanto pseudoscientifica, ha avuto conseguenze importanti in epoca vittoriana.
Percentuali di circoncisi (oppure: carenza di prepuzi pro capite)

In questo periodo all’improvviso i medici anglosassoni scoprono che con quel piccolo taglietto si poteva prevenire l’alcolismo, l’epilessia, l’emicrania, l’equinismo, l’ernia, la gotta, la sifilide, e tantissime altre sindromi che, gira che ti gira, nascevano un po’ tutte lì, dove si annida lo smegma più ostinato. Come potessero pensare questi signori che la circoncisione scoraggiasse le pratiche masturbatorie non lo so; sospetto che anche loro non avessero fatto esperimenti sul campo; peraltro nello stesso periodo si raccomandava di prevenire le crisi di nervi delle dame con l’isterectomia. In ogni caso a inizio Novecento sia in Gran Bretagna che negli USA la circoncisione era consigliata da tutti i pediatri. I prepuzi tornarono di moda in Inghilterra dopo la Seconda Guerra Mondiale con la nascita del servizio sanitario nazionale, che portò l’esigenza di razionalizzare le spese: qualcuno si mise a studiare seriamente se valeva la pena circoncidere i bambini e scoprì che tutto sommato no, non ne valeva la pena. Negli USA la circoncisione continuò a essere a spese dei genitori, e i pediatri continuarono a consigliarla per un altro po’. Questa secondo me è un’interessante lezione sul liberismo e sulla socialdemocrazia, ma non voglio mettermi a parlare di politica sul Post. Mi basta che ragioniate su questo: anche la forma del vostro pisello, anch’essa è politica; un altro assetto sociale ve l’avrebbe fatto crescere in un modo diverso.

Comunque, sull’utilità medica della circoncisione, l’ultima parola non è ancora stata detta. Proprio mentre cadevano tutte le vecchie teorie sulle malattie infettive tradizionali, la lobby dei circoncisori trovava un atteso alleato nell’HIV. In questo caso gli esperimenti sono stati fatti – i volontari in Africa non mancavano – e hanno dato esito positivo. Per quel che sappiamo oggi, nelle aree dove è più facile contrarre il virus la circoncisione riduce il rischio di trasmissione vaginale (da femmina a maschio) più o meno del 50%. La trasmissione da maschio a femmina non è ridotta; su altre trasmissioni (ad es. rapporti anali) non abbiamo dati. Non sappiamo neanche esattamente il perché la circoncisione funzioni: il prepuzio, una volta richiuso sul glande potrebbe essere il rifugio ideale per il virus nella prima fase del contagio. Quindi, insomma, oltre a circoncidersi ci si potrebbe semplicemente lavare… ma stiamo parlando di Paesi caldi e poveri. E qui c’è la vera complicazione: in teoria la circoncisione potrebbe salvare vite umane, ma finché la si pratica con mezzi rudimentali, rischia di essere più nociva che salutare. In più c’è il rischio di alimentare una falsa sensazione di invulnerabilità: la circoncisione non sarà mai efficace come il preservativo.

Oggi si calcola che un maschio su tre in età adulta sia circonciso. Come ai tempi di Antioco Epifane, l’imperatore che proibì la circoncisione in Palestina, il mondo continua a dividersi tra popoli che lo considerano quasi necessario e altri che lo trovano un’usanza tribale da accantonare. Questo continua a causare piccoli e grandi choc culturali. Nel 2012 in Germania c’è stato un dibattito rovente, che probabilmente riprenderà nel nuovo anno. Da una parte musulmani ed ebrei, con le loro credenze millenarie. Dall’altra i nemici di ogni forma di mutilazione sui minori. E la circoncisione è una mutilazione, non c’è dubbio. Magari è la mutilazione meno invasiva, senz’altro non è paragonabile all’escissione o all’infibulazione o all’abrasione – ma non è neanche come bucarsi i lobi delle orecchie. Oltre al dolore, oltre al rischio di compromettere una funzionalità e un piacere, c’è il problema dell’irrevocabilità dell’atto: circoncidere un bambino (di otto giorni? di dodici anni? fa differenza?) significa imporgli una scelta. Ci sono dei giorni che la cosa mi risulta particolarmente barbara: è veramente qualcosa di tribale, decidere di imporre un segno indelebile su tuo figlio semplicemente perché è tuo. Ci sono altri giorni in cui mi guardo intorno e noto quanti segni portiamo, indelebili, tracciati sui nostri corpi e sui nostri caratteri dai nostri genitori; quanti segni sto lasciando anch’io, senza volerlo o volendolo fin troppo. Una pellicina in più o in meno fa tutta questa differenza?

Credo che alla fine sia una lotta tra religioni. La maggior parte dei musulmani e degli ebrei (non tutti) crede che la circoncisione sia necessaria; la maggior parte degli europei, e di me, crede che gli esseri umani siano liberi sin dalla nascita, e che nessuno, nemmeno i signori e le signore che li hanno generati, abbiano il diritto di modificarli, plasmarli, segnarli secondo la loro volontà. Questa idea è del tutto irrazionale, ed è negata ogni giorno da ogni evidenza; malgrado leggi sempre più restrittive (non possiamo più appioppar ceffoni in pubblico) abbiamo ancora le mani abbastanza libere sui nostri piccoli; ciononostante è un’idea forte, condivisa e sbandierata: giù le mani dai bambini, i bambini non si toccano, i bambini sono sacri. È una religione, anch’essa, il bambinismo. E sta lottando per vincere.

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