lunedì 23 luglio 2001

Ho ripreso il filo del mio racconto, dalla mattina di venerdì. In seguito metterò anche il sabato e la domenica.
Per quelli che leggono dall’Italia: non aspettatevi di imparare cose che non abbiate visto già. Le informazioni viaggiano molto più veloci delle persone, e mentre io arrivavo, facevo la doccia, telefonavo, imprecavo, dormivo, in tv e in rete è stato detto e mostrato tutto.
La mia storia vale quel che vale: ero uno su duecentomila, forse trecentomila. La finisco perché le storie vanno finite.


Genova – Venerdì, 20 luglio 2001 (completata)

Non si può più scherzare, vero? Eravamo appena tornati dal corteo ieri sera. Avevamo appena saputo che "un ragazzo era morto". E proprio in quel momento l'altoparlante di piazzale Kennedy ha iniziato a far sentire "Genova per noi", la sigla abituale. Per poco non menavano il deejay.
Non si può più scherzare. A chi interessasse, la mia giornata di venerdì:

Ho fatto la notte al portone del Centro Media, e siccome continuava a venir gente, siccome nessuno immaginava di potermi dare il cambio, mi sono addormentato alle otto, sul materassino di Glauco, che si alzava per andare a visitare la tomba di Mazzini. Glauco è un attivista repubblicano, uno degli ultimi.

(La bandiera della “federazione giovanile repubblicana” è insospettabilmente rossa, rossissima, e mi hanno raccontato che la loro visita ha gettato scompiglio in cimitero: qualcuno ha anche chiamato la polizia).

Non credevo di essere così stanco. Mi sono svegliato a un quarto alle dodici, a pochi minuti dall'inizio delle manifestazioni. In palestra non c'era più nessuno, di fianco a me solo i calzini che Glauco mi aveva lasciato. La mia roba è sparsa tra il Centro e l'accampamento, non faccio in tempo a tornare, avrei preferito mettermi i jeans e non esporre troppa pelle in caso di gas, ma non c'è tempo. Mi hanno fregato la cartina e non trovo gli occhialini. Non così, non così volevo prepararmi alla giornata.

Mi ritrovo con Glauco o gli altri, e proviamo a raggiungere piazza Carignano. Dall'alto vediamo un corteo già partito. "Sono i Cobas". "Ma va là. I cobas sono sindacalisti, sono tranquilli..."
Invece questi hanno faccia coperta, oggetti contundenti in mano, e si divertono a buttar giù i cassonetti. Attraversiamo piuttosto in fretta.

Nel corso Brigate Partigiane la prima schiera di poliziotti antisommossa. Prima si schierano da una parte, poi dall'altra, ma non si muovono. Come se i casini nell'isolato di fianco non li riguardassero.

Raggiungiamo piazzale Carignano. E' il corteo di Attac, dell'Arci, di Rifondazione adulta (Rifondazione giovane è con le tute bianche al Carlini). Scopriremo in giornata che è uno dei cortei meglio organizzati, o forse uno dei più fortunati. Imbecilli se ne vedono anche qui. Ma il servizio d'ordine funziona.

Procediamo verso piazza Dante.
"E perché ci fermiamo ora?"
"Perché siamo davanti alla zona rossa"
"Ah, è quella lì?"
Inizia una rumorosa manifestazione di disturbo. Si urla e si picchia contro le grate.
A un certo punto dall'altra parte del reticolato si vede arrivare una camionetta in tutta velocità. Gettano qualcosa. La gente indietreggia, alcuni corrono. Ma si fermano subito: è solo un idrante. La prima fila resta appesa alle reti, si prende il getto d'acqua e mostra il dito.
"Hai visto? E' la forestale. Ci mandano contro la forestale..."

Gli attivisti di attac riescono a far entrare un grappolo di palloncini in zona rossa. Applausi. A dire il vero il mio gruppetto comincia ad annoiarsi. Chi vuole cercare da mangiare, chi andare verso le tute bianche. Intanto torniamo in p.za Carignano. C'è un ragazzo di Attac steso a terra, sembra abbia una distorsione. In realtà si è preso una pallottola di gomma mentre si attardava per recuperare sue compagni. Arriva il furgone della Pubblca assistenza, lui rifiuta di salire.

Sentiamo le prime brutte notizie. Il Black block sta facendo disastri nella zona di Corso Torino. Hanno dato fuoco a una macchina davanti alla sede di Attac. C'è una specie di assedio a Piazzale Kennedy (ma cosa c'entra con la Zona Rossa?), dove hanno ripiegato i Cobas.

Sale in piazza Carignano un corteo. Foulard rossi con pugno giallo, slogan in inglese (Resist! Revolt! Fuck Berlusconi!). E' un organizzazione internazionale, Socialist Work Party. Sono allegri e tranquilli. In mezzo a loro, un paio di scarafaggi neri col muso coperto.

"Andiamo via?"
A me non sembra prudente. E poi mi piace qui, me la sono scelta, è la mia manifestazione.

Incontro le amiche di Barbara: adesso sto molto di meglio. Non avevo notizie di loro da ieri sera. Tutto bene, non sanno neanche che strada hanno fatto, ma sono lì, e sembra il posto più sicuro. Hanno fatto una strada strana, hanno chiesto ai genovesi alla finestra, si sono incontrati con il pink bloc, che è un'altra garanzia di sicurezza. Davanti agli scudi Barbara ha srotolato uno striscione: Non avete caldo con le tute antisommossa?
"Si sono messi a ridere e ci hanno fatto segno di passare".

"Guarda, non si sta bene qui? Tu ti fai troppe storie".
Sono con Glauco e gli altri sul pratino in piazzale della Vittoria. La città è deserta. Da un lato e dall'altro, s'intravede il luccichio degli scudi antisommossa. Al cellulare mi arrivano, non so esattamente il perché, messaggi come da una battaglia ("Cobas Ko. Ripiegare p.za Kennedy). E io sono qui, nel silenzio. Mi sono tolto le scarpe e cammino sull'aiuola. Dopo aver mugugnato contro Glauco, che secondo me non era prudente, che dividersi in gruppetti è sconsigliato, ho deciso di accompagnarli. Ciascuno gestisce la sua inquietudine come può. E poi anch'io ho fame.

Alla fine della giornata rimarrà lo stupore per essere passato in tanti luoghi caldi nel momento 'sbagliato'. A sentire la conferenza stampa serale la battaglia c'è stata davvero a P.le Kennedy, come no. Ma quando arriviamo noi è tutto tranquillo, Legambiente fa degli ottimi panini, ci sediamo e rischiamo di non volerci alzare più.

Passa un tizio tutto nero. Chiede una maglietta. Dice che lavora in acciaieria, passava di lì col motorino e si è beccato un manganello in faccia. "Guardate, è uno di quelli neri!, dicevano. Cosa ci posso fare se mi piace il nero".
Un manganello in faccia. Mm. Come minimo gli avrebbero spaccato gli occhiali. Mi fido sempre di meno.
Decido di accompagnare un gruppetto che vuole tornare verso piazza Dante. E' prudente? Non so, mi sembra che il peggio sia passato. Sfiliamo davanti ai carabinieri, una signora con me ne incontra uno 'dal volto umano'.

"Vogliamo andare in P.za Dante, è sicuro?"
"Cosa le posso dire, signora, lei ha certo più anni di me".
"Sì, volevamo sapere soltanto se ci si può andare".
"E vabbene, se parte dai preconcetti, signora... guardi che io sono stato anche in missione in Africa, sa? Vi diciamo che c'è una brutta situazione, sarebbe meglio non andare da nessuna parte".
"Perché, non è sicuro da nessuna parte".
"No".
Un po' cafone. Un po' allarmista. Un volto umano, comunque.

A metà strada incontriamo il corteo da Piazza Dante che rientra. Più tardi sapremo il perché. Rivedo Jan, Barbara.
"Tutto bene?"
"Ci hanno caricati coi fumogeni alla fine, proprio mentre stavamo andando via"
Durante le azioni di disturbo, davanti alla rete, passava un agente con lo spray orticante. Mirava agli occhi e scappava.
Ma va tutto bene. Nessuno si è fatto male. Ripassiamo come ieri per via Saffi, dove la polizia coi container ci ha sbarrato la vista del mare. Torniamo a salutare le anziane signore che sorridono dai balconi, alcune alzano il pugno, altre gettano bottigliette d’acqua. È persino più bello di ieri, oggi che c’è il sole. Barbara ha ritrovato un suo amico francese. Il dj chiede se qualcuno ha dei cd, lui li ha finiti. Ci rifila poi l’ennesima Bella Ciao.
Sfiliamo senza problemi di fronte ai carabinieri, Attac fa un cordone per evitare sorprese. E quando arriviamo a piazzale Kennedy pensiamo che tutto sommato la giornata è finita bene. Le ragazze si mettono in coda per il gabinetto, io penso di meritarmi un panino di Manu Chao (c’è uno stand che distribuisce panini gratis, offre lui). Sto per avviarmi quando mi squilla il cellulare. È un amico da casa: ogni tanto chiamano, vogliono sapere se stiamo bene, ci chiedono conferma delle notizie, ci dicono dove non è prudente andare. Di solito sono meglio informati di noi.
“Va tutto bene”, dico io. È il ritornello di questi giorni. “Stiamo tutti bene”.
“Sì? Perché qui dicono che c’è un ragazzo morto”.

La notizia sta invadendo il piazzale da ogni direzione. C’è un ragazzo in fin di vita, c’è un ragazzo morto, sono in due, una è una ragazza, c’è anche una persona che è morta d’infarto. Chi la impara al cellulare, chi l’ha sentita dire, chi era lì. Come Glauco: cercando le Tute Bianche era proceduto in una zona lasciata deserta dalla battaglia. Finché non si era trovato davanti a un cordone di polizia, stretto intorno a un blindato.
“L’hai visto?”
“No, non si riusciva a vedere niente”.

Non ho più fame. Mi ritrovo in una folla seduta in cerchio: in fondo c’è Agnoletto che cerca di farsi sentire con l’altoparlante di un furgone. C’è molta tensione in giro, sui volti, negli sguardi. Agnoletto annuncia che, seguendo l’invito del sindaco (che ha ammesso che la situazione non è sotto controllo), il GSF ha richiamato i gruppi nel piazzale. Parla di vittime ma non conferma ancora il numero. E denuncia, per la prima volta, l’infiltrazione dei gruppi violenti nelle varie manifestazioni della giornata. Ma annuncia anche, inspiegabilmente, che “Abbiamo vinto”, anche se a un prezzo altissimo. Ma cosa abbiamo vinto, esattamente? “Una delegazione del GSF si recherà immediatamente a chiedere la sospensione del G8”. D’accordo. Ma se non lo sospenderanno, come appare più che plausibile?
La parola passa agli altri portavoce. Tutti, in ogni zona, hanno avuto una giornata difficile, e confermano: ci sono state infiltrazioni di gruppi “neri” e violenti, e le forze dell’ordine non hanno fatto nulla per evitarle. Anzi le hanno favorite.
All’appello mancano ancora alcuni gruppi, tra cui le Tute Bianche, che sono state caricate molto prima di raggiungere le barriere della zona Rossa. Si dice che la polizia li abbia accolti sparando. Si dice che le cariche continuino ancora. A un tratto vediamo una fumana grigia in direzione di Corso Sardegna.
“Sono lì! E noi cosa stiamo qui a parlare? Andiamo ad aiutarli!”
I portavoce fanno non poca fatica a farsi intendere. La gente è arrabbiata e non ragiona. È in quel momento che l’elicottero dei carabinieri decide di rimanere sopra di noi, per tre-quattro minuti. Col rumore delle pale è impossibile capirsi. Ci si può solo arrabbiare, urlare, mostrare il dito. Finché l’elicottero non se ne va via, lasciandoci più nervosi di prima.

Un’amica di Ric le chiede per telefono di controllare se la sua macchina è a posto. Lo accompagno nella zona di corso Torino. La mattina avevamo visto i scendere i neri di lì: ora vediamo i risultati. Vetrine, cassonetti, macchine, tutto distrutto. E in quella desolazione vediamo venire avanti un corteo arancione.
“Scusa, voi chi siete?”
“Siamo di Lilliput”.
“Ah, quindi delle tute bianche non ne sapete niente”.
“No, mi dispiace”.
Anche la rete di Lilliput non dovrebbe aver sofferto ingiurie. Questione di buona organizzazione, e forse anche di fortuna.
Proprio in quel momento un ragazzo, davanti a me, si avvicina all’ultima campana del vetro reciclabile rimasta in piedi e la scuote giù. Indossa la maglietta arancione di Lilliput. Ma non è italiano, si vede benissimo che non è italiano. E ha una faccia che dice: lasciatemi fare perché sono incazzato.
Intorno a lui gli altri lilliput sono allibiti. “Ma cosa fai?”. Altri applaudono per ironia. “Bravo, bravo. E adesso cos’hai risolto?”. Ma lui non è italiano, non capisce. E non si capisce come mai sia lì.
Risaliamo verso le scuole Pascoli-Diaz, la sede del Centro Media. Dall’alto vediamo una fumata nera su corso Italia, davanti a piazzale Kennedy. Hanno dato fuoco a una banca. Davanti a tutti.

In serata i miei amici si raccolgono, decidono di passare la serata nel campeggio di Lilliput. Io sono tentato di andare con loro: là c’è altra gente che conosco, poi si va a prendere una pizza… ma all’ultimo momento decido di no, riprendo lo zaino e torno alla mia tenda. Voglio rimanere qui, vicino agli avvenimenti. È un istinto puerile, è l’istinto della farfalla intorno alla lampadina, ma so che se succedesse ancora qualcosa e io non fossi qui non riuscirei più a perdonarmelo.
Torno al centro media, voglio provare a buttar giù qualcosa. Cosa? Fino a ieri ero qui per scrivere “pezzi di colore”. Ma ieri è come fosse un anno fa.
Invece di entrare nella sala stampa, dove hanno linux che mi si pianta spesso e bene, entro nella scuola di fronte. È lì che ho visto ragazzi con la faccia seria e intelligente consultare dossier sulla strategia della tensione in inglese, e le foto del ragazzo schiacciato dal blindato moltiplicate all’infinito. Italiani, tedeschi, nessuno sembra minaccioso. Il giorno prima era toccato a noi mandare via tutti verso mezzanotte e chiudere con un lucchetto e una catena da bicicletta. Avevamo mandato via qualche ragazzo che scriveva mail a casa, e un gruppo di tedeschi che preparava uno striscione. Tutti tranquilli. Tutti gentili.
È qui che quel venerdì, ho scritto:

“ci andrei piano con dichiarazioni del tipo: Abbiamo vinto. Intanto abbiamo perduto una persona. E forse abbiamo anche perso di vista i contenuti. Che il g8 si svolga o no, è veramente così importante? Eravamo qui per far sentire le nostre proposte, ora siamo schiacciati tra forze dell'ordine e black block. E dobbiamo urlare per capirci. Ma urlare non aiuta a calmarsi...”

Poi il mal di testa ha avuto il sopravvento e sono tornato al campeggio.
Il mio piccolo campeggio pieno di ragazzi stranieri. Voci francesi, tedesche, bandiere irlandesi, bandiere rosse, bandiere nere. Ma che gente è veramente? Perché sembrano essere arrivati per primi? Cosa c’è nei loro furgoni? E perché polizia e carabinieri, che fermano chiunque esca dal campeggio del Carlini (sede di tute bianche e altri) non è mai entrata lì? C’è la caserma dei Carabinieri proprio di fronte. Una grande caserma. Più grande del campeggio. Ma ha altro da fare, si vede.

Mi addormento di sasso, subito.

1 commento:

  1. quando la merda acquisterà valore i poveri nasceranno senza culo.... anche li c'è economia

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