Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

giovedì 11 ottobre 2007

e sottolineo se


E se vincesse lei

Non vincerà, tranquilli – ma se invece succedesse? Se quei milioni di imprevisti sconosciuti che resero le primarie di Prodi un plebiscito si rifacessero vivi domenica? Se facessero saltare in aria tutte le previsioni, mandando alla segreteria del partito di centrosinistra una casta democristiana 56enne? Non accadrà, non accadrà, ma ci vogliamo almeno pensare?

Per prima cosa, sarebbe uno choc. Per la prima volta la sinistra non incoronerebbe un candidato designato. Nessun precedente storico: Togliatti, Longo, Berlinguer, Natta, Occhetto, furono indicati dai Comitati Centrali. L’unico brivido lo abbiamo vissuto nell'estate 1994, quando i tesserati dovettero scegliere tra D’Alema e Veltroni: lì si vide la forza delle grandi sezioni emiliane, rimaste fedeli all’erede programmato mentre sui giornali di Roma e Milano si cicalava intensamente di Veltroni come dell’uomo nuovo. È stato 13 anni fa. Da quel momento ha preso forma un curioso paradosso: mentre il partito convergeva al centro, perdeva voti proprio in quell’elettorato “molle” che avrebbe dovuto conquistare, rafforzando così ulteriormente il peso interno dello zoccolo duro. D’Alema&co forse guardavano all’America, ma si sono trovati a reggere un partito sempre più bulgaro nelle sue dinamiche interne: nessun delegato è mai entrato a un congresso Ds senza sapere già il nome del segretario che ne sarebbe uscito. Se vincesse la Bindi, molti uomini d’apparato semplicemente impazzirebbero.
Oddio, questo non sarebbe necessariamente un male.

Se vincesse la Bindi, ci troveremmo una donna al comando – certo, non quel tipo di donna che trovi da Vespa in tacco e mini. Piuttosto davanti in fila alla coop. O a un consiglio di classe. O a una marcia della pace. Per esempio io l’ho incontrata lì. Non guidava uno spezzone: girava tra la gente, l’aria di chi cerca qualcuno. Lungo il circo massimo il soundsystem mandava Fossati, mi sono voltato e ho pensato, toh, c’è la Rosi. Per fortuna non l’ho detto a voce alta. Nello stesso momento, lo spezzone di Fassino veniva bloccato e contestato da un drappello di noglobba. La Bindi invece andava in giro tranquilla. È da una vita che fa così. Tutto intorno pallottole e fango, e lei neanche uno schizzo. Magari è fortuna, eh.

Se vincesse la Bindi, la segreteria andrebbe a un cristiano praticante – ma aspetta, questo è già successo, Fassino non è quello che ha studiato dai preti e se ne vanta? La differenza è che la Bindi non si è mai vergognata di ammetterlo. Ma cosa c’è di peggiore di un cristiano coerente? Un cristiano convertito di fresco. Quelli alla Rutelli, per intenderci. Perché Rutelli sta con la Bindi, no? No? Con chi sta? Con Veltroni? Ah.

Lasciamo stare la fede. Il problema è che se vincesse la Bindi, sarebbe il segno che i democristiani hanno vinto, maledetti. Quegli untuosi alla Fioroni, che quando meno te lo aspetti ti sbloccano un finanziamento alle scuole cattoliche… ma aspetta, neanche Fioroni sta con la Bindi. Sta con Veltroni. Pure lui. Però.

In ogni caso come faremmo noi laici a votare una segretaria che sotto il tailleur veste un cilicio... no, sbaglio anche stavolta. Quella in cilicio è la Binetti. Non sta con la Bindi neanche lei. Sta con… Veltroni.

Ci devo pensare bene. Se la Bindi vincesse un bel po’ di democristiani storici e di ritorno si ritroverebbe con le ossa rotte. Messa in questi termini è piuttosto interessante.

Se la Bindi vincesse, magari si riparlerebbe di DiCo. Era una proposta sua. Certo, molti a sinistra storcerebbero il naso: i DiCo erano solo un compromesso. D’altro canto, di partiti a sinistra del Pd, con piattaforme più radicali del Pd, ce n’è già parecchi. È a destra che non c’è nessuno: anzi, meno di nessuno, sommando Dini e Boselli. Insomma, con la Bindi al comando tutto il centrosinistra si troverebbe schierato a favore dei diritti sulle unioni di fatto, con i DiCo (il Pd) o con contratti anche più forti (comunisti, verdi, ecc). E Rutelli potrebbe riciclarsi come coltivatore di cicoria in qualche orto vaticano. Sto sognando, naturalmente. Non può essere vero. La Bindi non può vincere le primarie.

Però se le vincesse, Roma si ritroverebbe con un sindaco a tempo pieno, e Dio sa quanto ne abbia bisogno. E tra qualche anno l’Africa potrebbe accogliere un missionario di prima grandezza, un romanziere, un dj, un cinefilo, un uomo meraviglioso. Sarebbe una gran cosa per Roma e per l’Africa, e chissà, forse anche per il partito democratico.

In ogni caso non succederà. La Bindi non vincerà le primarie. Però è stata brava a volerci provare. Domenica avrebbe potuto essere una farsa, come ne abbiamo viste tante. Invece sarà qualcosa di più simile a una lotta vera. Le primarie sono importanti anche e soprattutto come precedenti.
Se la Bindi perderà, com’è probabile, resterà in piedi. Se ci sarà una corrente interna di minoranza (com’è giusto che sia), lei la guiderà, e sarà leale e battagliera. Con il prezzo di un solo voto ci ritroveremo due leader investiti dalla base. Non è un cattivo risultato, per un euro. Che altro ti porti a casa con un euro al giorno d’oggi, il disco dei Radiohead?

Ps: nel frattempo Pannella sta mandando una mail circolare ai suoi amici in cui annuncia la sua intenzione di ributtarsi a destra. Sì, è lo stesso leader ingiustamente escluso tre mesi fa dalle primarie del Partito Democratico. Un uomo libero, che non è in vendita. Per coerenza, certo, e ultimamente anche perché nessuno fa più un’offerta.

martedì 9 ottobre 2007

31 different ways to leave your leader

Le solite frasi fatte...

...dopo un po' annoiano. Sostituiamole con frasi fatte nuove.

La maggioranza è in crisi. Da venti mesi. Il governo può cadere per un colpo di vento domani, oggi pomeriggio, stamattina. E Berlusconi ha una fretta dannata. È seccante.
D’altro canto, può anche darsi che tutto tenga ancora per un bel po’. Magari danno retta a Montezemolo. Magari attendono che scatti la pensione per parlamentari. E in fondo anche questa prospettiva è deprimente.

Non tanto per l’Italia, oddio. Ma prima di essere un cittadino sono pur sempre un telespettatore, e in quanto tale non so se riuscirò a sorbirmi altri mesi di Schifani o Cecchitto o Vito che ripetono sempre, sempre le stesse due frasi: il governo è in crisi, adesso cade, gli italiani stanno male, è colpa della sinistra estrema. Va bene, sì, abbiamo capito, però basta per favore, basta. Siete peggio dei bambini.

Tre sere fa per esempio ho sentito Schifani, o un altro schifanoide, dichiarare che “Prodi tira a campare, e l’Italia tira le cuoia”. Ora, posso capire che sia una bella frase a effetto, con il pregio d’esser concisa, ma credo di averla sentita almeno cinque volte negli ultimi sei mesi; mi viene il vomito. Variate, per amor di Dio. Per amore mio. Non ho niente contro le frasi fatte, ma cambiatele ogni tanto.

Lo so anch’io che è dura: se è da un anno che avete una sola cosa da dire, i modi per dirla ormai dovrebbero scarseggiare. E invece no! Questo è il bello dell’italiano! È una lingua ricchissima di cliché e modi di dire! Con un po’ di studio e applicazione, voi potreste dire la stessa cosa con una frase diversa 365 giorni all’anno! Non ci credete? Ve ne do una dimostrazione. Vi scriverò lo stesso concetto in trenta modi diversi, e non ci metterò più di un’ora. State a sentire.

9 ottobre
Prodi è ormai prono alle richieste delle frange più estreme. Si rialzi, e consulti gli elettori!

10 ottobre
Il governo è succube della prepotenza sinistrosa. Si arrenda. Dobbiamo votare.

11 ottobre
Ormai il vaso è colmo. Il governo non può più contenere l’indignazione popolare. Al voto!

12 ottobre
Nel giorno in cui Cristoforo Colombo ha scoperto l’America, Prodi potrebbe almeno scoprire l’acqua calda: è un ostaggio della sinistra. Occorrono elezioni al più presto.

13 ottobre
Prodi non ha più voce in capitolo. I comunisti dettano l’agenda. È tempo di convocare il popolo sovrano.

14 ottobre
Prodi casca dalle nuvole, e l’Italia casca dalla padella nella brace. Risolleviamoci! Eleggiamo una nuova maggioranza.

15 ottobre, Santa Teresa D’Avila
Prodi è come in trance, e non sente lo scontento di tutti gli italiani. Voliamo alle urne!

16 ottobre
Mentre Prodi è nelle braccia di Morfeo, gli italiani vengono stritolati dal carovita, e la sinistra-sinistra applaude. Un segno su una scheda metterà fine a tutto questo.

17 ottobre

Prodi mena il can per l’aia, mentre alla mangiatoia s’abbeverano i cosacchi! Mandiamoli a casa!

18 ottobre, San Luca Evangelista
Come dice il Vangelo: se un albero non dà frutto, taglialo! È tempo di abbattere Prodi, e seminare un nuovo governo eletto dal popolo.

19 ottobre
Guidato dai perfidi consigli di Rifondazione e Pdci, il governo ha smarrito il sentiero nel bosco. Non c’è che una via per uscirne, e passa dalla cabina elettorale!

20 ottobre
Prodi ha messo in croce i cittadini, e con una croce i cittadini lo manderanno via!

21 ottobre
Prodi è ormai al canto del cigno, grazie ai suoi alleati del teatro Bolscioi. Su questo governo è tempo di tirare giù il sipario.

22 ottobre
Prodi e i suoi sinistri generali ci considerano carne da cannone, ma la Waterloo elettorale ormai non è lontana.

23 ottobre
Il governo fa castelli in aria, e intanto l’Italia soffoca! Rianimiamoci con un’elezione democratica!

24 ottobre
Prodi ciurla nel manico, e gli estremisti godono! Licenziamoli con il voto popolare!

25 ottobre
Prodi ormai è il due di coppe, quando briscola è bastoni. E il mazziere è Diliberto! È tempo di dare nuove carte agli italiani, di quelle che si piegano in quattro e si infilano nella fessura.

26 ottobre
Se Prodi conta le pecore, e Giordano conta le tasse, noi abbiamo contato i giorni di questo governo, e sono finiti!

27 ottobre
Questo governo è costruito sulla sabbia, e non reggerà alla prossima marea di populismo di sinistra. Tra breve ne costruiremo uno più saldo in tutte le circoscrizioni elettorali.

28 ottobre
Prodi ormai dà i numeri, ma non c’è più tempo. Alle votazioni, subito.

29 ottobre
Gli italiani sono al verde, Prodi è ostaggio dei rossi, per completare il quadro non ci resta che il bianco. Il bianco della scheda!

30 ottobre
Prodi è una foglia secca, che scrocchierà presto sotto la suola dei votanti.

31 ottobre
I giorni si accorciano, e il giorno del governo Prodi è già finito. Dai seggi sta per sorgere una nuova alba!

1 novembre, Ognissanti
Prodi non ha più un solo Santo in paradiso. Una messa in suffragio non basta. Chiediamo il suffragio universale, subito!

2 novembre (Giorno dei morti)
Questa è la festa del governo Prodi, assassinato dai lembi sinistroidi della sua maggioranza. Oggi visitiamo le urne funebri – domani, quelle elettorali!

3 novembre
Prodi si difende ma ha la coda di paglia. E le italiche genti ormai hanno la febbre da fieno!

4 novembre, Festa delle Forze armate
Oggi è la Caporetto del governo. Prodi segua l’esempio di Cadorna: si dimetta. Il popolo d’Italia sia finalmente sovrano del proprio destino!

5 novembre
Prodi è ormai un trastullo in mano all’estrema. Ma la fine dei giochi è vicina. I maggiorenni d’Italia stanno per tirare le tendine e decidere.

6 novembre
Questo governo ha rotto le scatole. Riempiamole di schede elettorali!

5 novembre
Prodi è l’uomo che cade da un grattacielo ripetendo a ogni piano “Fin qui tutto bene!” Ma l’impatto con la volontà popolare è sempre più vicino.

7 novembre
Prodi è un personaggio in cerca d’autore, ma neppure la sinistra no-global ormai lo vuole dirigere. Un segno su una scheda porrà fine a questa farsa.

8 novembre
Prodi non dorme più! Di notte lo perseguita il sinistro ronzio di milioni di matite copiative che si temperano. Ancora poche ore!

(Ok, alcune fanno veramente schifo, ma non ci ho messo neanche un’ora. Schifani non ha altro da fare per tutta la settimana, e il capo lo paga un po’ di più).

sabato 6 ottobre 2007

caccia la grana, nonno

Da quando Padoa Schioppa li ha chiamati bamboccioni, i giovani d’oggi sono diventati popolarissimi. Soprattutto a centro-destra, dove tutti improvvisamente si accorgono che avere vent’anni è un problema. Gli affitti. Le caparre. Il precariato. Paolo Guzzanti è scatenato. "Se un ragazzo vuole prendere in affitto una topaia non gli bastano oggi tremila euro soltanto per firmare un contratto prima ancora di cominciare a pagare l’affitto". Qualcosa non mi torna. Tutta questa gente dov’era, cinquanta ore fa?
Non erano gli stessi pronti a denunciare per concorso in brigatismo chiunque parlasse male della Legge 30 detta Biagi? Non erano gli stessi che in cinque anni di governo hanno lasciato andare gli immobili alle stelle? La strategia di Tremonti per fare uscire di casa i giovani in cosa consisteva esattamente? Perdonatemi se a tutti questi avvocati della gioventù per il momento preferisco Padoa Schioppa, che borbotta, sì, ma scuce.

D’altro canto è pure vero: il suo paternalismo è vomitevole. Ma è un tic molto diffuso. Mi fa venire in mente una cosa che ho scritto sei mesi fa. La ripubblico qua sotto, non avrei molto da aggiungere.

Se mille euro al mese (in due) vi sembran tanti

Caro Augias,
sto leggendo con molto gusto i servizi di Concita de Gregorio sulla famiglia italiana, pubblicati sul retro della sua rubrica.
Martedì scorso, la sua collega ha coraggiosamente messo il dito sulla piaga purulenta della società italiana: i mammoni, i parassiti, insomma, i figli che non schiodano mai di casa. Le percentuali contenute nel pezzo sono agghiaccianti: in Italia 7 maschi su 10 tra 25 e 29 anni vivono coi genitori. I mammoni spesso hanno un lavoro, eppure non contribuiscono al bilancio famigliare: non puliscono, non fanno la spesa, hanno libero accesso al frigo, insomma protraggono scandalosamente i privilegi dell’infanzia.
Nei carruggi genovesi, la giornalista ha snidato un esemplare di giovane adulto italiano che a 27 anni, malgrado porti a casa uno stipendio (400 euro) e abbia una relazione seria con una “fidanzata”, inspiegabilmente non schioda. Il bilancio della famiglia rimane così tutto sulle povere spalle del padre gruista: 58 anni, 1800 euro al mese “arrotondati con qualche lavoretto” (un bel modo all’antica per dire che prende del nero, ma pazienza).
Caro Augias, non c’è dubbio che un 27enne che si porta la ragazza in casa e chiude a chiave sia qualcosa di squallido; qualcosa di cui dobbiamo cominciare a vergognarci; qualcosa su cui è giusto puntare il dito, come coraggiosamente ha fatto la sua collega. E tuttavia qualcosa non mi torna. Nel pezzo di martedì c’è un’affermazione un po’ curiosa. È scritta in corpo sedici, perché tutti la notino. La de Gregorio scrive che i due giovinastri che passano le serate “in famiglia”…
arrivano a mettere insieme 1000 euro al mese, ma non se la sentono di cercarsi una casa e fare un figlio.

Caro Augias, francamente non m'intendo molto dei prezzi di Genova. Ma i casi sono due: o è un’isola felice in tutta l’Italia settentrionale (nel qual caso mi ci trasferirò immediatamente con la mia compagna, abbattendo quasi del 50% le mie spese correnti), o c’è un refuso. Perché vede, d’accordo con la mentalità parassitaria e tutto il resto, ma nessuna coppia sana di mente, al giorno d’oggi, si cercherebbe una casa con mille euro al mese. Una casa? Un affitto? O magari un mutuo? E magari anche i mobili, la cucina, il posto
macchina? E dopo tutto questo… un figlio? Pannolini, pappe, culle, vestitini, madre probabilmente licenziata (a 600 euro al mese è difficile credere che il suo contratto la tuteli)?

Metter su famiglia con mille euro al mese… Qui non si tratta di essere poveri ma belli: qui è roba da folli o criminali. Qui dopo tre mesi i servizi sociali ti tolgono il figlio. Come minimo. E fanno bene.
Perché d'accordo, il mammismo è un problema: ma è inutile puntare il dito sul mammone. Lui non fa che incarnare il problema, e tirare a campare. Fingere che dipenda da lui, in un Paese dove qualsiasi buco con servizi costa come una reggia, è nascondersi dietro le cifre: come pretendere che i sanculotti si sfamino a brioches. Per quanto possa ingegnarsi o darsi da fare, il mammone non raggiungerà mai i 1800 euro più nero del padre. Ergo, chi glielo fa fare di crearsi un nido nuovo? Sarebbe persino irresponsabile, da parte sua. Non gli resta che attendere che i suoi vecchi gli smollino la casa, per consunzione. Del resto le probabilità che il padre nei prossimi anni venga colpito da un incidente professionale sono dannatamente alte.
Non vede come tutto si tiene? In Italia, la terra dei mammoni e degli infortuni sul lavoro, abbiamo scelto di aiutare le famiglie e stipendiare i padri; tuteliamo i pensionati e non finanziamo gli studi dei giovani: a questi ultimi non resta che attendere, economizzando le risorse e minimizzando gli sprechi. Il 27enne a 400 euro al mese non esce di casa perché sa che, dietro a tutta la retorica dell’indipendenza dai genitori, sarebbe soltanto un enorme spreco di soldi.
È vero che altrove è diverso. Nell’Europa del nord i figli evacuano a 18 anni. Questo ce lo hanno detto tutti. Quello che non sempre ci hanno detto, è che quasi sempre ricevono generosi aiuti dallo Stato, per lasciare i genitori e metter su famiglia. In quei Paesi, dopo la Mamma e il Papà, i giovani imparano a rispettare lo Stato e le sue leggi anche grazie agli sgravi, ai sussidi, alle borse di studio.
In Italia s’è deciso altrimenti, e non da ieri: è la Famiglia l’unico soggetto che ottiene aiuti. Ci sono motivi storici e culturali per cui è andata così, e forse è inutile lamentarsene. Sta bene: ma è altrettanto inutile prendersela col Mammone, in un Paese in cui gli unici soggetti riconosciuti sono le Mamme e i Papà. Lui ha semplicemente tratto le conseguenze: non si fa romanzi, arrotonda lo stipendio rubando dal frigo materno, e conta di andare tirare ancora avanti a lungo con la pensione di papà. Per quale motivo al mondo non dovrebbe?
E soprattutto, caro Augias, lei crede davvero che se potesse uscire di casa non lo farebbe? Sul serio: pensa che a 27 anni ritirarsi con la ragazza nella cameretta sia divertente?

giovedì 4 ottobre 2007

contro la lingua italiana, 36

L’italiano è una lingua scomoda, ci pensavo qualche giorno fa.

È successa una sciocchezza. Un signore, non molto esperto di wikipedia, si è avventurato su una pagina di discussione per chiedere che fosse tolto un errore che “purtroppo, si sta diffondendo eccessivamente, sia per ignoranza, sia per leggerezza o sia per distrazione”. L’orribile errore era la parola “obbiettivo”, scritta con due B.

Ultimamente collaboro poco a wiki: e quel poco lo spreco in menate come questa. Sì, perché davvero ho perso cinque minuti del mio tempo per ob(b)iettare che non si trattava né di ignoranza né di leggerezza, ma di una forma consentita dai dizionari; e nel frattempo mi chiedevo se esista al mondo un’altra lingua scomoda come quella italiana, con tutte queste false regole e falsi errori che fanno perdere tempo alla brava gente che vorrebbe solo comunicare senza strafalcioni. Forse no: solo noi possiamo perdere una mezz’ora a litigare su una doppia B. O sulla virgola dopo la “e”: ci va o non ci va? (Ci può andare). O sull’accento su “sé stesso” (meglio metterlo). O sul gerundio a inizio frase, che non ha mai fatto male a nessuno. Lunghi dibattiti negli uffici (e su wiki) perché c’è gente che non si rassegna a dire “scannerizzare”, anche se sta già sui dizionari. “Ma è brutto”. Beh, non sempre le parole possono esser belle, ma l’importante è capirsi: e se ci vogliamo davvero capire, “scannerizzare” è più preciso di “scandire” o “digitalizzare”. Proprio non va giù? E va bene, c’è anche “scansionare”. Basta non mettersi a litigare su quale dei due sia più corretto: nei dizionari ci sono entrambi, uno deriva da scanner e l’altro da scansione. Sono sinonimi, come “adempiere” o “adempire”, come “obiettivo” od “obbiettivo”. Ognuno è libero di usare quel che vuole. In realtà l’italiano sarebbe una lingua tollerante… ma forse è proprio questa tolleranza il problema. La libertà fa paura, anche quando è solo la libertà di usare una o due B.

L’ipercorrettismo non viene dall’alto. Chi ha dimestichezza con i grammatici di professione sa quanto siano tolleranti (anche troppo: a volte per non dar torto a nessuno pasticciano un po’, come l’Accademia della Crusca sulla questione “euro/euri”). Gli ipercorrettivi sono persone come noi, che l’italiano lo sanno più o meno come noi, magari con l’inconscio segnato per sempre da una sadica maestrina elementare. Portano l’italiano come una giacca stretta, che in teoria dovrebbe farli apparire eleganti e invece li rende goffi, e pronti all’imminente prossima figuraccia. Il signore che ci teneva tanto a togliere una B alla parola obbiettivo, si muoveva impettito come un mangiatore di scope, mandando avanti virgole a casaccio. Questa è la nostra lingua: un vestito scomodo, che nessuno riesce a portare con grazia. Nel frattempo, chi non vuole correre il rischio taglia la testa al toro e invece di “obiettivo/obbiettivo” scrive “target”, che tanto si capisce lo stesso. Se l’italiano morirà, sarà anche colpa vostra, e della matita rossa che tante volte avete brandito a casaccio.

Ci ho ripensato leggendo questo pezzo di Matteo Bordone, significativo come può esserlo un lapsus. Non tanto per i suggerimenti (alcuni giusti, altri eccessivi), ma per l’atteggiamento: Bordone non ci prova nemmeno, a fare il simpatico. Sa benissimo che sta per interpretare il ruolo del maestrino stronzo, e ci si adegua.
Ho deciso, e l'ho deciso tanto tempo fa, che avrei detto il più possibile a uno che dice "mi pare che è", "guarda che si dice mi pare che sia" (e anche "hai un pezzo di insalata nei denti"). Male che vada, se la prende e gli sto sulla palle; poi però la volta dopo non lo dice, forse. (A dire la verità la tecnica non funziona con tutti, per dire con me non ha mai funzionato perché mia madre ripete il mio nome ad alta voce ogni volta che dico "cazzo", e il risultato è che ho una passione viscerale per ogni forma di turpiloquio.)

Ecco, appunto: tua mamma ha adottato una tattica educativa fallimentare, e tu la stai imitando. Freud ti direbbe che quel che cerchi è proprio il fallimento: davvero non hai pensato i tuoi lettori potrebbero mettersi a dire “anedottica” o “nel merito” con la stessa passione viscerale con cui tu continui a dire le parolacce? Sicuri che non ci sia un sottile gusto del proibito dietro al successo di "piuttosto che" o del sempreverde "a me mi piace"?

Gli errori non sono semplicemente “ignoranza, leggerezza, distrazione”. Prima di tutto sono segni di un disagio. Non c’è dubbio che sia triste sentirsi dire “c’è stato un misunderstanding”, quando l’italiano ha almeno due espressioni più brevi (e più belle) per dire esattamente la stessa cosa. Ma impuntarsi non serve. Occorre almeno cercare di capire perché succede: com’è possibile che qualcuno in Italia preferisca “misunderstanding” a “equivoco”? Davvero l’italiano è diventato così scomodo? E se lo è diventato, la colpa non sarà un po’ di tutte le maestrine che pretendono di imporre le loro idiosincrasie? Se “v’è” ti fa schifo, non usarlo. Ma perché qualcun altro non potrebbe preferirlo a “c’è”? Proprio l’esempio di Bordone (“Del doman non c’è certezza”) mostra come a volte un “v’è” possa evitare una cacofonia. L’italiano dovrebbe essere quella lingua confortevole in cui si può scegliere tra “v’è” o “c’è”, o “tra” e “fra”, a seconda di come suona la frase. Dovremmo sforzarci di rendere la lingua italiana un posto accogliente e confortevole, dove le parole si possono scegliere anche in base al suono, alla simpatia; e dove i neologismi e varianti fossero ancora benvenuti. Perché così era al tempo di Dante, e ancora al tempo di Gadda; e i periodi bui che ci sono stati in mezzo sono proprio quelli dominati da maestrine superciliose con problemi di punteggiatura. Anche a me danno fastidio i participi “ad sensum” (“ad minchiam”, li chiama Bordone), però alla fine dei conti che male fanno? Se i latini li tolleravano, c’è un motivo oggettivo per cui gli italiani non dovrebbero usarli?

Avremmo ancora una lingua viva, se solo volessimo. Invece perdiamo tempo prezioso a correggerci errori inesistenti, a lamentare la morte del congiuntivo (morte lentissima: se ne parla almeno da cinquant’anni), a stringerci ancora senza motivo il colletto linguistico. Moriremo strangolati dai nostri cravattini. If you want, be happy now: for tomorrow’s never sure.

mercoledì 3 ottobre 2007

tasse brutto! tasse giù!

(La vita è breve, la finanziaria è un caos, scusate se mi rimetto a parlare di Capezzone. Giusto per tirarmi un po’ su di morale).


Non c'è nessuno che ti aspetta mai / perché non sanno come sei

Un altro effetto collaterale del boom di Grillo è che nessuno ha fatto caso al Flop di Capezzone, e questo è un po’ un peccato.
Come il V-day, pure la “Marcia per la tua pensione” era stata lanciata via blog (anche se nel frattempo www.decidere.net è diventato un sito web molto più dispersivo: peccato). Giusto per rammentare che un blog da solo non fa la rivoluzione. In luglio Capezzone aveva parlato di una nuova marcia dei Quarantamila; dalle immagini direi che si sono presentati più o meno in quattrocento. Che è una cifra inferiore.

Adesso, per quanto uno possa minimizzare e tirare avanti, qui c’è qualcosa che non va. Immaginate che la vostra carriera sia appesa tutta a una giornata di festa, un sabato pomeriggio col sole, in cui dovete cercare di portare nella piazza del Pantheon più gente che potete. Avete due mesi a disposizione, e il budget di un presidente di commissione della Camera. Quanta gente riuscirete a far venire? Contate i vostri amici. Gli amici degli amici. I colleghi, i conoscenti. Non li state mica invitando a una messa solenne, si tratta di due ore in una piazza che è già parecchio frequentata di suo. Ce la fate a portare un migliaio di persone? Ma sì che ce la fate, dai.
Capezzone no.

E poi ha anche il coraggio di rifarsi vivo in tv – Capezzone è una delle poche persone al mondo che ha più telespettatori che amici, rendetevi conto. Qui non si tratta nemmeno più di politica: è una questione privata. Se al tuo corteo non vengono nemmeno mille persone, non sei un cattivo politico: sei proprio un ragazzo solo.
Pare che fosse una marcia contro la Cgil. Adesso, se la politica italiana fosse un gioco serio come il Risiko, Capezzone dovrebbe come minimo cedere l’Europa Meridionale alla Cgil e ritirarsi in Egitto a leccarsi le ferite. Quattrocento persone! E un sacco di bandiere di Forza Italia. Non ci sarebbe niente di male, sennonché Capezzone presiede ancora una commissione della Camera in qualità di rappresentante della maggioranza. Anche se all’ultima fiducia si è astenuto, già. Poi hai un bel da criticare la Sinistra-di-lotta e-di-governo, perché fa i cortei, e tira Prodi per la giacchetta. Ma perché se Giordano va a un corteo tutti lo accusano di incoerenza e se ci va Capezzone no? Perché i cortei di Capezzone tanto non se li fila nessuno, giusto.

Son già così lontane quelle ruggenti calende di luglio in cui Capezzone lanciava i suoi appuntamenti via youTube. “Ventidue settembre! Aggiornate i vostri palmari!” Ecco, forse il problema è tutto qui. Se il suo target è lo stesso dei palmari, può stare fresco. Quegli aggeggi in Italia non li usa nessuno, troppo complicati, il cumènda va già in confusione col T9… Capezzone vorrebbe parlare alla nuova classe dirigente moderna e hi-tech: peccato che in Italia non esista. Si ripropone, una generazione più tardi, il dramma del Foglio: dove sono i nuovi padroncini moderni e dirozzati, che leggono i libri Adelphi e guardano i telefilm alla moda? maledizione, continuano a guardare Controcampo e a leggere la Gazzetta. Capezzone parla di flat tax, di welfare to work, di società della scelta; troppo difficile! quello che dovrebbe essere il suo pubblico è abituato a Bossi che dice “fucili”, che dice “gli extra fuori a cannonate, bum!”. O al limite a Berlusconi, che racconta barzellette. Si dice che a destra manchino gli intellettuali: sbagliato. Ce n’è anche troppi, quel che manca è qualcuno in grado di capirli quando parlano.

Sempre il solito limite di una classe dirigente che è cresciuta (soprattutto a nord) pensando che la scuola fosse una perdita di tempo, al limite un parcheggio. Non è colpa di Capezzone, no. In fondo lui vuole esattamente quello che vogliono: tasse giù! Età pensionabile su! Ma lui si attarda ancora in tecnicismi astrusi. Parla di “tredici cantieri per un’Italia ad alta velocità”. Cantieri? Alta velocità? Troppo difficile. E il tredici porta pure sfiga in Europa, lo sanno tutti. Forse dovrebbe semplicemente ordinare dei grossi striscioni e farci scrivere TASSE MENO, TASSE NO, TASSE BRUTTO. Et voilà, la piattaforma.

Nessuno può star solo... non deve stare solo... quando si è giovani così...

lunedì 1 ottobre 2007

well, you know


Tutti vogliamo cambiare il mondo...

La premessa è sempre quella: abbasso i dittatori (e i militari) e viva la libertà. In tutto il mondo. Amen.

Detto questo, ammetto che l’idea di vestirmi di rosso (o di zafferano), mi costa qualcosa, e che in questo giorni mi riesce difficile reincarnarmi nel ragazzino che andava in piazza per i giovani di Tienammen. Voi potreste dire che è l’età, la borghesia che si fa strada lungo le rughe. Ma non è solo questo. L’orizzonte che si apre sulla Birmania in questi giorni è oggettivamente più angusto di quello che si scoperchiava in Europa e in Asia nel 1989.

Il mondo del 1989, sotto i resti screpolati della guerra fredda, era un mondo vergine, senza un destino scritto. Nessuno sapeva come sarebbe andato a finire: non c’era più nessun equilibrio internazionale con cui fare i conti. Si andava in piazza perché si aveva la sensazione che il blocco orientale potesse crollare, e trasformarsi all’improvviso in qualcosa di nuovo. Oggi sembra ingenuo, ma in quel momento l’ingenuità era l’unica opzione.

Oggi, viceversa, è un lusso che non dovremmo permetterci. Possiamo vestirci di rosso (o di zafferano), ma dobbiamo ricordarci che la Birmania è un feudo della Cina, e che la Cina ha il suo veto nel Consiglio di Sicurezza; possiamo tifare per i monaci, ma nessuno ha ancora proposto di boicottare le olimpiadi di Pechino del prossimo anno; possiamo farci belli coi nostri accorati inviti alla libertà, ma nel frattempo sappiamo che la Cina entrata nel WTO, con le sue riserve di dollari e la sua manodopera che resterà a basso costo per generazioni, non è obbligata ad ascoltarci.
Accanto alla Cina c’è l’altra ex potenza in crisi, la Russia, molto più potente oggi di quanto non lo fosse nel 1988. Considerate semplicemente questo: Putin può farci passare l’inverno al freddo. È in grado di farlo. Nel 1988, Gorbaciov non poteva. Il mercato globale dell’energia ha reso inutili le testate nucleari: la paura del freddo è uno spettro molto più concreto di quello dei missili. E noi davvero pensiamo di poter fare pressione sull’asse Cina-Russia perché ci stanno a cuore i poveri monaci birmani?
E se un giorno – e mi auguro domani – la libertà arrivasse, la Birmania cosa diventerebbe? Un Paese civile e democratico o un altro fornitore di lavoro sottopagato? Oltre che, naturalmente, una meta per il turismo sessuale? È oggettivamente più difficile, oggi, fantasticare sulla libertà. Abbiamo visto troppe incarnazioni scadenti.

A far finta di niente, a tifare libertà sempre e comunque, si rischia di diventare stucchevoli come i neoconi, che a ogni rivolta vanno in brodo di giuggiole, e subito s’inventano il marchio (rivoluzione arancione, rivoluzione dei cedri, mancava soltanto la rivoluzione zafferano, appunto). È un’esibizione modaiola e a volte fastidiosa, visto che quel che possiamo fare per quelle persone è oggettivamente poco. Lo si è visto qualche anno fa, quando a seguire certi link sembrava che la rivoluzione progressista fosse imminente in Iran. E certo se bastasse un link, per aiutare i rivoluzionari, oggi l’Iran sarebbe una democrazia occidentale. Ma non lo è. Un’altra rivoluzione recente – quella arancione in Ucraina – forse sta per tramontare in queste ore, ed è difficile pensare che nelle cabine elettorali di Kiev non abbia inciso lo spettro di un altro inverno al freddo. E contro il freddo ben poco può l’agitar di bandierine.

I neoconi però insistono: il loro mondo è ancora quello del 1989, la rivoluzione liberale sembra sempre alle porte, se l’ONU continua a opporre dei veti si può anche sciogliere l’ONU, eccetera. Oltre a glissare sulla sostanza economica dei problemi, continuano a dare per scontato un fattore che oggi è in discussione: la forza dell’America, faro delle libertà mondiali... Ma è un faro molto più fioco e intermittente di qualche anno fa. E non è stato certo l’11 settembre a indebolirla. Il responsabile è Bush: doppiamente responsabile, perché non solo ha incastrato l’esercito più potente del mondo in una guerra di logoramento in Iraq, ma in quattro anni non è ancora riuscito a vincerla. In Iraq Bush ha scoperto le carte di quello che doveva essere la principale forza deterrente in mano alle democrazie occidentali: e gli è andata male. Peggio per lui e per noi. Non solo rischia la sconfitta militare, ma ora non può più bluffare; oltre al fatto che il gas russo e le riserve di valuta cinesi fanno comodo anche a lui. E al suo successore, che più di tanto non potrà cambiare le carte in tavola.

Ci sarà forse più libertà, nel mondo d’oggi; probabilmente in molti Paesi la vita è migliore rispetto al 1988. In compenso c’è meno speranza, in generale, al punto che è lecito chiedersi se il cambio sia stato un buon affare. È una sensazione non solo mia, che toglie l’aria e il gusto per la rivolta. Al tg1 l’han capito, e alla Birmania non dedicano nemmeno più l’apertura. Al vecchio panino di Mimun (Berlusconi-Fassino-Berlusconi) hanno sostituito quello nuovo di Riotta: un’esile fettina di Birmania tra due spesse fette di Garlasco. Corsi e ricorsi storici: dopo gli entusiasmi politici, subentrano i peli grigi e ci si butta sui romanzi noir. Ma sono io che invecchio, o il mondo?

Spero di essere io. In fondo mi fa rabbia dover sempre assistere in tv alle rivoluzioni degli altri. Il fatto è che non ho smesso di considerare la libertà come una lotta quotidiana: perciò in un monaco che fa lo sciopero della fame vedo più libertà che nel dibattito sulla finanziaria. Forse non saranno mai più liberi come oggi, mentre marciano e tirano sassi: tifare per loro è scontato, ma io li invidio proprio.

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