Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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mercoledì 16 settembre 2009

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(Quando ho sentito che Michele Placido portava a Venezia un film sul '68, mi sono detto: oh, finalmente qualcuno si decide a parlarne. A rompere questa oscena congiura del silenzio).

(Poi mi sono anche detto che non c'era veramente la necessità di scriverci un pezzo. Finché loro rifriggono la stessa storia io posso anche copia-incollarvi lo stesso pezzo. Questo per esempio è del 2003, quando a Venezia Bertolucci presentò coraggiosamente un film sul... sul '68).

E a me di lei
Non me n’è fregato niente mai


"Prima di venire qui a Venezia - racconta Bertolucci con autoironia - mi sono fermato un po' nel mio studio a Roma. C'erano un paio di pavé, uno vero e l'altro di piuma. Vi confesso: ho pensato di portarlo qui e lanciarvelo addosso. Ma sarebbe stato un gesto troppo osè, troppo sessantottino". E sorride con dolcezza, applaudito dalla platea.

Mi rendo conto che è inverosimile, ma per un attimo ho pensato che Marco Lodoli stesse facendo dell’ironia.
Era il 5 luglio e stavo leggendo su Diario la sua recensione de La Meglio Gioventù:

Come mai quasi nessuno ha tentato di raccontare la generazione che si è formata negli anni Sessanta e Settanta, sotto i baobab delle ideologie e delle grandi illusioni, quella generazione che si è nutrita di tutti i sogni possibili e poi si è risvegliata in un deserto? Qualche romanzo c’è stato, qualche regista e qualche cantante ci hanno provato, ma senza molta convinzione.

Un attimo. Avevo letto bene?

Come mai quasi nessuno ha tentato di raccontare la generazione che si è formata negli anni Sessanta e Settanta

Eh?

la generazione che si è formata negli anni Sessanta e Settanta


Cambiando argomento, non so se capiti anche a voi, ma io a volte ho la strana sensazione di avere 20 anni in più. Perché? Perché so a memoria quello che è successo in anni in cui non ero nato. Per esempio, conosco più o meno tutti i 33 giri più venduti del ’72, benché io sia venuto al mondo l’anno seguente. (Se mi chiedete quali sono i cd più venduti oggi, è il buio). O la moda. Io non capisco nulla di moda, eppure so come ci si vestiva nel ’69. Come ci si pettinava. I discorsi. I tormentoni del carosello. Le sigle dei partiti, parlamentari ed extra. So un sacco di cose, davvero.
E guardate che non sono un appassionato, anzi. Sono tutte informazioni che non sono andato a cercare. Per di più, al novanta per cento sono informazioni che non mi servono. Ma le ho. E le avete anche voi, ci scommetto. Come mai?

Forse si tratta di una memoria collettiva, qualcosa di ancestrale, atavico?
O non sarà forse che la cosiddetta “generazione che si è formata negli anni Sessanta e Settanta” è da trent’anni che ci straccia le palle con la sua tragica autobiografia?
In tv, sui romanzi, ma soprattutto al cinema, da Moretti su fino ai Vanzina, il pistolotto sugli anni sessanta-settanta ce l’hanno fatto tutti, tutti. Tant’è che l’idea di occupare un pomeriggio della nostra vita con La meglio gioventù più di tanto non ci spaventa: sappiamo già più o meno cosa ci troveremo, quali canzoni, quali acconciature; alluvione a Firenze, Valle Giulia, antipsichiatria… tutte cose che conosciamo già. Per sentito dire, d’accordo, ma un sentito dire incessante, alluvionale, inesauribile.

Una volta ho calcolato per quanto tempo ancora avrei dovuto sorbirmi gli amarcord dei sessantottini. Grosso modo, se la medicina non fa passi di gigante, devo rassegnarmi a convivere con le loro nostalgie più o meno fino al 2050. Dopodiché ne sarò libero, ma sarò anche ottantenne e frastornato, e probabilmente andrò in giro in fiat seicento cantando c’era un ragazzo che come me amava i beatles e i rolling stòns.

Ora, ci sono motivi storici per tutto questo. La generazione del baby-boom ha avuto davvero delle opportunità eccezionali. Ed è portata a sopravvalutarsi, a sopravvalutare la propria giovinezza, a sopravvalutare il riflusso che ne è seguito, (come se crescere e metter su casa e pancia non fosse il decorso tipico di qualunque generazione).
Ma Marco Lodoli? Possibile che non si renda conto di appartenere a una delle generazioni più autorappresentate della storia dell’umanità? Possibile che chieda ancora, in buona fede, altri romanzi, altri film, altra autocoscienza? Non è che per una volta ha solo cercato di prenderci in giro? Ah-ah, che buontempone.

***

E veniamo a oggi, a Venezia. C’era Bernardo Bertolucci, col suo nuovo film, ambientato, pensate un po’, a Parigi nel maggio ’68. Perché, chiederete voi, è successo qualcosa di particolare, a Parigi, nel maggio 1968? Pare proprio di sì. C’è stata una specie di rivoluzione, pensate, con le barricate. Slogan che poi non si sono mai più sentiti, come l’Immaginazione al Potere, Siamo Realisti Chiediamo l’Impossibile, Vietato Vietare. Tutte cose dimenticate, scivolate via come lacrime nella pioggia.
Ma Bertolucci non ci sta. È ora di rompere l’omertà! Nel 1968 lui c’era e si è divertito un sacco! Perché ora nessuno ha più voglia di parlarne?

I genitori dei ragazzi di oggi hanno cancellato con pudore quel periodo ritenendolo un fallimento. Sbagliato, grave errore storico, perché lì nasce quello che siamo oggi

Prego?

I genitori dei ragazzi di oggi hanno cancellato con pudore quel periodo

Figli dei sessantottini, lo chiedo a voi: vi risulta che i vostri genitori abbiano cancellato quel periodo con qualche specie di pudore? Sul serio, mi interessa. La mia impressione è che stiano continuando a parlare di loro, più o meno da trentacinque anni. Proprio come Bertolucci, che ammette di aver scelto il maggio francese..

...per parlare di me, certo, ma anche per fare un film per i ragazzi in cui si dice una cosa molto semplice: quando noi andavamo a dormire nel '68 lo facevamo con l'idea che il giorno dopo ci saremmo svegliati nel futuro, non l'indomani, ma nel futuro.

E bravo Bertolucci, che si faceva i suoi miscugli di “sesso, rock, filosofia, e naturalmente cinema” e andava a letto sperando di svegliarsi nel futuro. Quanto a noi, capirai. Sesso poco, e protetto. Rock un po’ di più, ma indipendente, minimale, lo-fi. Filosofia no, per carità. Cinema, sì, qualche volte si va al cinema, ma quasi sempre il regista è un sessantottino, è deluso da come è andata a finire e vuole farla pagare agli spettatori.
Viste le premesse, c’è poco da svegliarsi nel futuro: io vivo nell’incubo di svegliarmi nel passato, in un passato d’accatto, mai vissuto eppure ricostruito a memoria; svegliarmi a Parigi, in una stanza registrata a mio nome, su una moquette piena di topi, con De Gregori nel mangiadischi e una foto di Angela Davis che muore lentamente sul muro.

Ed è per questo che, pur con tutto il rispetto dovuto a Marco Lodoli, a Marco Tullio Giordana, a Bernardo Bertolucci e a tutti i sessantottini e i settantasettini che conosco e che non conosco, che mi trovo costretto a ribadire una verità che credevo banale, ed evidentemente non lo è:

Ragazzi, guardate che IL '68 CI HA


STRASFRACELLATO


I COGLIONI



Scusate il lessico, ma le cose stanno cosi, convincetevene.

lunedì 14 settembre 2009

Considerazioni di un impolitico

La scuola, senza politica
Io, premetto, sono il primo a ritenere che il sistema migliore per ottenere studenti antifascisti sia dar loro un prof fascista, e viceversa (soprattutto viceversa).
Io, quando mi chiedono “prof che partito vota” (con la stessa pigra curiosità di “che squadra tiene”), rispondo che non posso rispondere perché sono un pubblico ufficiale. Ragion per cui mi sfonda una porta aperta, onorevole ministro Gelmini, quando mi dice di non far politica a scuola. Io veramente non la vorrei fare. Se poi lei mi volesse anche un po' aiutare.

Mi spieghi infatti come farò, nei prossimi giorni, a dare risposte che non siano “politiche”. Non tanto agli studenti, quanto ai genitori. Per esempio, quando mi chiederanno: ma la nuova ora di “potenziamento dell'italiano”, che roba è? Fa media o no? Io cosa risponderò?

Dovrei rispondere che non lo so, proprio non lo so, perché il preside non me l'ha voluto dire, perché in provveditorato nessuno si è voluto sbilanciare, perché dal Ministero non ci è arrivato nien... ops, ho detto “Ministero”, sto facendo politica. Quindi, insomma, cosa devo dire? Che è un segreto? Una sorpresa? Lo scoprirete a giugno, eh eh... non scherzo mica, sapete. Certe cose l'anno scorso le abbiamo scoperte a giugno noi. Figuriamoci gli studenti.

Figuriamoci i genitori. L'anno scorso ci tenevano a sapere se per salvarsi dalla bocciatura il loro fringuello doveva avere tutti i sei o limitarsi a puntare alla media del sei (capite che fa una bella differenza, con la condotta e l'educazione fisica). Beh: non lo sapevamo. Giuro, non si è capito fino a cinque giorni dagli scrutini. Mancava chiarezza da parte del Minis... ops. No, vabbè. Abbiamo cincischiato coi genitori e gli studenti fino alla fine. Se come professionisti avevamo ancora una dignità, l'abbiamo probabilmente persa in quella occasione.

Sa poi qual è il problema? Che i giornali scrivono cose, che i giornalisti sono convinti di sapere cose. Cose che nessuno ha mai messo nero su bianco a noi, eppure loro le sanno già. Per esempio l'altro giorno il Corriere scriveva che dal prossimo anno non sarebbe più bastata la media del sei per essere promossi. Dieci righe sotto dicevano che educazione fisica e condotta avrebbero fatto media. A quel punto io che sono del settore mi domando: quale media? Se la media non c'è più, cosa mi stai dicendo esattamente, giornalista? La stessa cosa che si sapeva all'inizio dell'anno scorso, e che poi è stata smentita da una circolare all'ultimo momento? A proposito, quali circolari mi stai citando? Perché io fino a dicembre mi rifiuto di leggerne, anzi aspetto che ne arrivi una a marzo che contraddica quella di febbraio, mi risparmio un bel po' di fatica e di fegato. Ma la cosa tremenda è che invece il genitore ci crede, a quello che scrivi, e poi viene da me a farmi delle domande strutturate così: ma è vero che non c'è più la media del sei però condotta fa media? E io che gli rispondo?

C'è chi mi dice: racconta la verità. La verità non è di sinistra né di destra. Come no, certo. Quindi, cari padri e madri, è inutile che mi chiediate che novità rappresenta il “potenziamento dell'italiano” da un punto di vista didattico, perché dietro non c'è nessuna innovativa idea didattica, ma una semplice trovata per tagliare una cattedra di italiano su quattro alle scuole medie. Insomma mi hanno tolto un'ora di italiano e l'hanno dato a un altro prof di italiano che ha perso la cattedra, capito? Senza dargli nessuna programmazione, non è nemmeno chiaro se debba fare per forza italiano o altre cose (Storia, geografica, civica). Non si sa nemmeno se valuterà o no i vs figli perché non si sono ancora posti il problema al Minis... ops.

E se credete che i problemi finiscano qui, sentite un po' questa: la scuola inizia oggi, no? Tra quindici giorni gli orari saranno più o meno definitivi in tutta la penisola, e a tanti genitori che hanno scelto l'alternativa alla religione sarà chiaro il fatto che loro figlio rimane in classe durante l'ora di religione. E quindi cosa faranno? Beh, voi cosa pensate che faranno, questi simpatici genitori atei, agnostici, islamici, ebraici, buddisti? Verranno a lamentarsi da noi, che i loro figli hanno il diritto costituzionale a non fare religione, che qui stanno saltando i diaframmi tra Stato e Chiesa, ecc ecc. E noi cosa risponderemo?

Mica possiamo dire la verità: che non possiamo fare uscire gli studenti non cattolici perché non abbiamo più insegnanti per l'ora alternativa. E come mai non abbiamo insegnanti? Ahem, quelli che usavamo adesso fanno l'ora di Potenziamento. E non ce ne sono altri? No, finiti. Ovvero, ci sono quelli che stanno sul tetto a protestare; speriamo che li assuma per conto nostro il presidente di Regione, come ha fatto Formigoni in Lombardia. Anche se probabilmente li avrà assunti a spese vostre, e probabilmente prima di assumerli avrà dato un'occhiatina se erano cattolici o no... ops! No, insomma, questo non è un insegnante che parla, è un emissario del politburo.

Non che invidi il mio collega di religione. Lui non sa ancora dire se darà un voto in decimi o no, e probabilmente non lo saprà per mesi (dipende anche un po' da che piega prende il caso Silvio-escort). Però se gli arriva tra capo e collo un genitore ateo, agnostico, islamico, ebraico, ecc., lui cosa potrà dirgli? Cosa potrà dirgli che non sia politico? Qualcosa del tipo: non si preoccupi, io mica faccio propaganda religiosa, anzi lo vede? Nel mio libro di testo si parla di tutte le religioni... ah sì? Ah sì?

Bene, collega di religione, prega che nei pressi non ci sia una spia della Conferenza Episcopale Italiana, perché sennò ti ritirano la licenza. Infatti adesso sembra che nell'ora di religione cattolica si possa insegnare solo religione cattolica – non fa una piega, ma ci sarebbe da buttar via tutti i libri di testo degli ultimi venti anni. Da quest'anno fine dell'educazione interculturale, si fa catechismo. Perché? Non lo so. Cioè, lo so, ma non te lo posso dire perché... ehm, è politica. Ops!

Poi c'è la questione del tetto stranieri. Questa è la più bella di tutte: insomma, siete passati in dieci mesi dalla classe ponte con 30 stranieri alla classe tetto con un massimo del 30% di stranieri. Che per carità, io potrei anche dirmi d'accordo. Ma parlarne in un'intervista a settembre che senso ha, esattamente? Le classi le abbiamo chiuse in agosto, quindi è un po' come scrivere a Babbo Natale in gennaio. Ministro, ma si vuol mettere nei panni del genitore che (1) va a leggere la lista dei compagni del figlio, (2) trova venti nomi che non riesce a pronunciare, (3) chiede al Preside ehi cosa sta succedendo, un'invasione? (4) il Preside gli alza le spalle in faccia (5) lui torna a casa un po' sconsolato, apre il Corriere (6) Sul Corriere c'è la simpatica Ministro che dice che introdurrà un tetto del 30% agli stranieri, ma non subito, eh no, dal prossimo anno, perché non c'erano “i tempi tecnici”? Cioè, il tempo tecnico per liquidare sedicimila insegnanti c'era, ma il tempo tecnico per spedire una circolare ai presidi di tre righe “siete pregati di non comporre classi con più del 30% di studenti stranieri” no? Però c'era il tempo tecnico per parlarne in un'intervista al Corriere. Che poi lo sappiamo abbastanza bene che non se ne farà nulla, no? Esattamente come quando si parlava di classi ponte. Ci sono difficoltà tecniche, e poi chi ve lo fa fare di portare una quota di studenti dalla pelle scura nelle classi 'in' dei vostri elettori? Ops, mi sa che l'ho rifatto ancora.

Ma sarà poi davvero politica questa? Pretendere che un Ministro, prima di annunciare questo e quello ai giornalisti, invii ai suoi dipendenti delle comunicazioni chiare, esaurienti e non contraddittorie, senza offendere la categoria... è una richiesta politica? La chiarezza è di destra o sinistra? La competenza, la puntualità, la serietà, sono cose da cospiratori?

Io lo so che c'è un vecchio programma di smantellamento della scuola pubblica. Ma a questo punto non credo sia neanche più il problema. In altri Paesi è successo che smantellassero la scuola pubblica; ma almeno l'hanno fatto con una certa professionalità. Qui no, qui è tutta una confusione, prima basta un'espulsione per bocciarti e poi ce ne vogliono 15 e poi di nuovo una sola; intanto sembra che basti togliere “buono” e scrivere “sette” per rivoltare la scuola come un calzino, si monta tutta una fanfara su un nuovo insegnamento che si chiama “Cittadinanza e Costituzione” (educazione civica non suonava più bene) che se poi vai a vedere nel quadro orario non c'è. Cioè, c'è... ma non c'è. Fa media? Chi lo sa. E se un genitore che non si perde un'intervista del Ministro viene a chiedermelo io cosa gli rispondo? Boh?

Posso rispondere Boh?
È una risposta abbastanza impolitica?

domenica 13 settembre 2009

Allegria di naufragi

Lui faceva solo le domande 

L'ironia è che Mike Bongiorno un funerale di Stato se lo meritava, come tutti i partigiani. Forse nel casino dell'8 settembre per un italoamericano era più facile capire da che parte stare; ma ci voleva comunque molto coraggio, che non gli è mai mancato. Gli mancò invece la voglia di parlarne: mentre altri si sono riciclati ex partigiani per tutta la vita, lui si è messo subito a fare altro, seppellendo diligentemente l'esperienza di staffetta e di prigionia nel suo curriculum. Un riserbo ai limiti della rimozione, che potrebbe anche insospettire: l'uomo aveva tanti difetti ma non la falsa modestia. Più probabilmente non ne parlava perché non voleva correre il rischio di annoiare. 

Del resto nessuno crede che Mike “Ordine al Merito della Repubblica Italiana” Bongiorno sia sepolto da eroe perché a 19 anni cercava di tradurre i dispacci partigiani in inglese e viceversa. MB si meritava solenni esequie perché era la Storia della tv di Stato + la Storia della tv commerciale. Questo in Italia è terribilmente importante. E questa importanza, temo, è terribilmente italiana. Perché Mike Bongiorno, in fondo, era solo un conduttore televisivo. Nemmeno dei più brillanti: non è che abbia inventato un granché. Seppe sfruttare al meglio il suo bilinguismo, cominciando a importare format dagli Usa quando l'inglese in Rai era probabilmente compreso come l'arabo oggi. Lascia o raddoppia in originale si chiamava The 64000$ Question. Era un quiz, un giuoco a premi, come se ne facevano già in tanti Paesi. Prima o poi qualcuno li avrebbe portati in Italia, ed era fatale che si trattasse un uomo nato all'incrocio tra due culture (senza saperne molto di entrambe, ma che c'entra). 

Quello che non ci si poteva aspettare è che Lascia e raddoppia segnasse in modo così profondo l'immaginario degli italiani. Era solo un programma, solo tv, e Mike Bongiorno era solo un signore gentile che faceva le domande, lasciandosi scappare qualche simpatico strafalcione. Poteva durare una stagione, o dieci stagioni, e poi sparire nel dimenticatoio – alla Rai MB non ebbe sempre vita facile – e invece eccoci qui, solenni funerali di Stato. Qui io direi che c'è qualcosa che non va: nel culto del presentatore, che negli altri Paesi è quasi sempre un signore brillante che legge una cartellina e da noi è l'assoluto protagonista, un art director, un profeta, un dittatore vendicativo. Ai bei tempi, MB arrotondava il salario Rai con vere e proprie tournée estive: sfuggiva da folle di signore che cercavano di toccargli i capelli, saliva su un palco di una sagra di paese e... cosa faceva? Cosa fa un conduttore senza qualcosa da condurre? Erano le prime comparsate della storia dell'umanità. Gli avranno dato una miss da incoronare, più spesso un prodotto da vendere, gli sponsor da ringraziare, patetiche scuse per ascoltarlo parlare, per l'allegria di sentirlo dire allegria. Lo spettacolo era lui, la tv dal vivo. 

Nel Regno Unito nasceva la beatlemania, negli Usa Dylan diventava un divo. A Parigi andavano forte i filosofi esistenzialisti; in Italia sognavamo di toccare i capelli a Mike Bongiorno. C'era già qualcosa di profondamente sbagliato. Cosa ha reso di noi il popolo più teledipendente di Europa? La tv la guardano tutti, ma nel resto del mondo è un elettrodomestico che dialoga con altri, senza mangiarseli: ieri c'era la radio, la carta stampata, oggi c'è internet; ci si può aggiornare su tutto senza nemmeno sapere cosa c'è in tv. In Italia non è possibile, persino se uno cercasse di vivere esclusivamente di quotidiani: per esempio, di che parlano le prime pagine cartacee e telematiche di oggi? del palinsesto rai – al posto di Ballarò faranno un programma di Vespa e questo si dà scontato che leda profondamente il pluralismo democratico. La Rai è l'Italia in diretta, chiudere un programma è come chiudere una piazza e impedire agli italiani di radunarvisi. Altrove secondo me non è così. 

Ma non è colpa di Mike Bongiorno. Lui faceva domande, senza nemmeno fingere di conoscere le risposte. I suoi programmi non creavano nessuna illusione di focolare nazionalpopolare, alla Baudo. MB non accarezzava l'autoindulgenza del telespettatore con la goliardia di Corrado o l'ironia un po' snob di Enzo Tortora. Mike Bongiorno registrava telequiz, punto. Quando la formula del telequiz cominciava a stancare, lui si metteva a cercare qualche formula nuova. Quando tramontò l'archetipo del signore stravagante dotato di una cultura settoriale impressionante (oggi lo chiameremmo, tagliando corto, nerd) lui scoprì i giochini enigmistici alla portata di casalinghe e pensionati, i rebus di Bis, il paroliamo della Ruota della Fortuna, un altro format americano fatto e finito. Giochi a premi senza ironia, senza riflessioni o metadiscorsi. Per quanto gli italiani cercassero in tv Art Director, Profeti, Dittatori Vendicativi, bisogna dare atto a MB di aver mai provato a essere qualcosa di più di quel che era: quello che fa le domande, o almeno le domandine. Almeno fino a qualche anno dalla fine, quando anche lui non riuscì più a resistere alla grande celebrazione autoreferenziale, e a dare retta a chi lo voleva Senatore a vita, maestro di stile (per via delle sue gaffes), protagonista del Novecento italiano. L'ultimo Mike, quello che faceva da spalla a Fiorello, era un buffo monumento a sé stesso – alla gente piacerà ricordarselo così. Ma il vero MB era un altra cosa. 

Una macchina per far soldi, sostanzialmente. Nessuna complicazione intellettuale, politica, etica. Nessuna ambizione di raccontare gli italiani. MB non era distratto nemmeno dall'ego. Non andò da Berlusconi a fare il Grande Personaggio – andò a fare l'operaio alla catena, una striscia di mezz'ora al giorno e tre ore di prima serata settimanali, per dieci e più anni. Consapevole che si trattava sostanzialmente di vendere materassi e mortadelle, MB si lasciò tranquillamente alle spalle il suo passato di partigiano, alpinista, patriarca della tv, e si mise a vendere materassi e mortadelle. Senza vergogna, e senza nemmeno provare a ridersi addosso – pura televisione commerciale, senza autoironie, complicazioni sociologiche, protagonismi. Gli altri grandi conduttori, lo sentivi, volevano soprattutto essere amati, e a tal fine erano disposti a sedurre. MB no, lui non fingeva di voler bene a nessuno. Se eri bravo ti diceva bravo, se sbagliavi ti mandava a casa, se provavi a barare o ti portavi i bigliettini ti maltrattava davanti al pubblico, senza pietà o comprensione. Perché MB non comprendeva nessuno. Lui faceva le domande, punto. 

Passavano gli anni, cambiavano i fondali in cartongesso; lui rimaneva immobile, indifferente ai destini umani. Sfiorivano le vallette – un autore morì, ma aveva già registrato ore e ore di Ruote della Fortuna che andarono in onda lo stesso. Niente piagnistei, è solo televisione. Oggi, se guardi Affari Tuoi, ti costringono a piangere se il concorrente esce con meno di ventimila euro. Non è stato Mike Bongiorno a far impazzire la tv italiana. Lui fin dall'inizio ha pensato che nei palinsesti ci fosse lo spazio commerciale per un intrattenimento di livello medio-basso (come si faceva negli Usa) e si è adoperato in tal senso. Ma non ha mai invaso il campo dell'informazione, del dibattito politico, della cultura. I suoi colleghi – quelli che credevano che si potesse usare lo stesso palco per fare dibattito politico e varietà, ritrovare il parente disperso e salvare la foca monaca, vendere il libro e il caffè, dir messa e lanciare il balletto, tutto sempre in un unico enorme contenitore che avrebbe dovuto piacere a tutti per forza – loro hanno più responsabilità. 

Una volta Beniamino Placido andò a intervistarlo. Scoprì che passava le notti a studiare la tv americana via satellite – eravamo ancora negli anni '80. Concluse che Mike era un alieno: viveva tra noi, senza capirci; e noi non riuscivamo a capire lui. Questo non ci impedisce di celebrarlo, come un altro pezzo del nostro passato che se ne va. Ma è il solito fraintendimento: questo passato più lo festeggiamo più ci sfugge.

giovedì 10 settembre 2009

La banda dei Luca

Gli incubi del prof. Esso, 2
(Delirio)

Che strano. Mi trovo nel corridoio della scuola, ma è notte. Mi domando chi mi avrà fatto entrare.
“Buongiorno prof. Esso”.
Toh, ma chi si vede. Rossi Luca! Ma che ci fai tu qui, le lezioni cominciano martedì, e inoltre...
“Buongiorno prof. Esso”.
“Verdi Luca, che sorpresa! Ma tu ti sei diplomato tre anni fa, se non mi sbaglio, oppure...”
“Buongiorno prof. Esso”.
“E tu chi accidenti saresti... aspetta, ce l'ho sulla punta della lingua... mi rigasti una fiancata nel duemilaetré se non sbaglio...”
“Bianchi”.
“Bianchi, certo, e di nome...”
“Luca”.
“Luca, ma quella volta, scusa, perché non me la rigasti fino in fondo! L'assicurazione non me la rimborsò perché non superava la franchigia, insomma, se volete fare le cose almeno fatele bene, dico sempre io...”
“Ma non tace mai?”
“Prova ad alzare la mano, a volte funziona”.
“Professore, si starà domandando perché la evochiamo”.
“Come sarebbe a dire che mi state evocando? Al massimo sono io che sto evocando voi”.
“È un punto di vista. In ogni caso si tratta di questo: lei è uno dei pochi esponenti del mondo adulto di cui ci fidiamo...”
“Oh, grazie, questo è molto commovente, ecco uno di quei momenti che mi ripagano delle frustrazioni di una...”
“E quindi ci dovrebbe aiutare a occultare un cadavere”.
Eh?”
“Naturalmente non è che glielo chiediamo a gratis, insomma, se lei ci fa questa cosa per noi, noi poi ci sdebitiamo, abbiamo già trovato un modo...”
“Ma come sarebbe a dire un cadavere, scusate? Intendo dire, non è per caso che fino a qualche ora fa fosse ancora vivo e poi qualcuno di voi si sia adoperato in tal senso...”
“Lei è molto perspicace".
"In effetti ci siamo adoperati concretamente in tal senso tutti e tre”.
“Molto concretamente”.
“O mio Dio”.
“Tuttavia un conto è trasformare una persona in cadavere – questo era alla portata delle nostre capacità di teenager coglioni – un altro paio di maniche è farlo sparire, per queste cose serve come minimo il baule di una macchina e quindi, in definitiva, un adulto facilmente manipolab...”
“Ma perché, perché? Tutte queste cose brutte, l'odio, la violenza, il bullismo...”
“Ecco, ha detto bene, il bullismo”.
“È diventata una vera piaga negli ultimi anni, prof, lo ha notato?”
“Dico, uno fa tutto il possibile per restare calmo, non rispondere alle provocazioni... ma non serve a niente”.
“Si attaccano a tutto per prenderti in giro. Se sei biondo ti danno del biondo, se sei scuro ti danno dello scuro...”
“Non dico poi se i tuoi genitori ti hanno dato un nome appena appena stravagante... è la fine”.
“Ma i vostri genitori non vi hanno lasciato nomi stravaganti”.
“Certo che no”.
“Ci volevano bene, i nostri genitori”.
“Hanno fatto tutto il possibile per non farci spuntare dal mucchio”.
“Sin da piccoli ci hanno sempre infilato in tutte le code possibili... ci hanno sempre raccomandato di guardarsi intorno e poi fare quello che fa la maggioranza... i nostri genitori non hanno nessuna colpa”.
“Pensi solo a come ci hanno chiamato: Luca”.
“Capirei “Filippo”. Capirei “Giuseppe”. Ma come si fa a prendere in giro un Luca? È il nome più neutro che c'è. Fino all'anno scorso nessuno ti prendeva in giro se ti chiamavi Luca”.
“Fino all'anno scorso? E poi?”
“E poi è successo quello che è successo”.
“Il disastro”.
“La catastrofe”.
“L'armagheddon”.
“Complimenti per i sinonimi, si vede che avete avuto un buon insegnante, ma insomma, stringendo...”
“Luca, credo sia venuto il momento di mostrarglielo”.
“Va bene Luca, apro l'armadietto”.
“Che buffo, nella scuole dei sogni ci sono gli armadietti. Si vede proprio che il nostro immaginario è americano, e inoltre... O. Mio. Dio. Ma quello è...
“Proprio lui”.
“...il celebre cantante Povia!”
“Si riconosce ancora molto bene, maledizione”.
“Abbiamo provato anche a staccargli la testa, ma col coltellino non è mica facile”.
“Ma poverino, cosa vi aveva fatto di male?”
“Cosa ci aveva fatto? Ci sta veramente chiedendo cosa ci ha fatto di male?”
“Ci ha distrutto!”
“Ma lo sa che ci sono ragazzi che non escono di casa da mesi, per colpa sua?”
“Per colpa sua? Non capisco”.
“Sua e della sua maledetta canzone! Quella dei gay”.
“No, aspettate. Capisco che il testo potesse essere discutibile e anche un pelo omofobico, ma da qui a ritenere Povia responsabile dell'ondata di omofobia degli ultimi mesi...”
“Ma che sta dicendo?”
“Crede che noi ce l'abbiamo con Povia perché siamo gay”.
“Anche lui? Ma allora non c'è speranza”.
“Professore, ma con rispetto parlando, chi se ne frega dei gay. Noi non ce l'abbiamo con Povia perché siamo gay”.
“E allora perché, non capisco...”
“Ma perché ci chiamiamo Luca, ecco perché! Da quando ha portato a Sanremo quella maledetta canzone, tutti i nostri compagni ci prendono in giro”.
“Aaaah, ora mi è chiaro. Luca era gay”.
“Tutti a dire: Ti chiami Luca? Ihihih! Allora eri gay”.
“Ma noi non siamo gay”.
“Non vogliamo che la gente dice che siamo gay”.
“O anche che lo eravamo”.
“Uno passa i migliori anni della sua vita a disegnare piselli nei bagni della scuola per costruirsi un'immagine di macho, e poi arriva 'sto cantante col suo ritornello del c...”
“Abbiamo cercato di spiegarglielo a tutti, ma più glielo spieghiamo più loro insistono, più loro insistono più noi ci arrabbiamo, è un vero fenomeno a livello nazionale”.
“Così ci siamo organizzati. Abbiamo fondato un'associazione”.
“Un'associazione per i diritti dei Luca?”
“No, un'associazione per spaccare la faccia a Povia. Poi però forse abbiamo trasceso”.
“È colpa di Luca, glielo avevo detto di lasciare a casa il tirapugni chiodato”.
“Luca, Luca, Luca, sentite, tutto questo non può essere vero. Voglio dire, era solo una canzone che parlava di uno che a un certo punto della vita era gay. Sono cose che succedono”.
“Sì, ma perché l'ha chiamato proprio Luca?”
“Perché, mah, perché è un nome semplice, molto comune, perché sta in metrica... ma non sarebbe stata la stessa cosa se avesse usato, che ne so, Giovanni?”
“Ah, perché Giovanni era gay?”
“Ma certo che era gay, l'ho sempre detto io”.
“Ma no... Sentite, non so come spiegarvelo... quello che avete fatto è molto sbagliato. Molto molto molto sbagliato. Forse vi sentivate presi di mira, ma questo non vi autorizzava a... l'odio non è mai la risposta, la violenza è brutta, e inoltre...”
“Luca, questo è capace di andare avanti tutta notte così”.
“Lo so, Luca, è meglio che apriamo subito il secondo armadietto”.
“Oh, e va bene. Prof, senta, noi lo sapevamo che lei non avrebbe preso la cosa molto bene, e quindi abbiamo pensato di addolcire la pillola un po'”.
“In che modo?”
“Già che siamo in tema di ammazzare cantanti, ci siamo chiesti se non c'era un cantante che le avrebbe fatto piacere trovare legato e incaprettato nel suo armadietto...”
“A disposizione della sua troppo giusta ira”.
“Ma siete veramente folli. Io ammazzare un cantante? E perché mai? Io non ce l'ho con nessuno, e in particolare con nessun cantante”.
“Neanche uno?”
“Ma ci mancherebbe, al massimo se sono in coda in autostrada e Isoradio mette su Gianni Togni o Sandro Giacobbe mi adonto un po', ma so che non è colpa loro e quindi...”
“Va bene, Luca, apri l'armadietto”.

"Hmmm-mmm!"
“Ma questo... questo non è un cantante”.
“In senso stretto forse no...”
“Questo è...”
“Tricarico. Quello schifoso pezzo di...”
“Immaginavamo che avesse, come dire, una certa animosità nei suoi confronti”.
“Animosità? Questo, come definirlo, questo tra virgolette uomo, che ha fatto successo vendendo ai bambini un disco che diceva Puttana la maestra. Che se mi fossi capitato tra le mani, io...”
“Prof, guardi che è così. Le è capitato tra le mani”.
“Già”.

Hmmm-mmmm!

“Luca, passami il tirapugni chiodato”.
“Prof, ma è sicuro? In fondo era solo una canzone”.
“Una canzone? Ma mia mamma faceva la maestra! E la mamma, la mamma non si tocca”.
“Ma non parlava della sua mamma, era una maestra in generale”
“Non importa! Ricordo quell'anno, i bambini ai giardinetti che cantavano Puttana Puttana, e tutto questo per arricchire un cantante-sacco-di...”
“Ma se rammento bene, la canzone descriveva un trauma vissuto nell'età evolutiva”.
“Dammi qua, glielo do io il trauma a Tricarico. Toh!”

HMMM!

“E toh! Cioè, questi arrivano a scuola orfani ed è sempre colpa delle maestre, sempre colpa del servizio pubblico, toh! ma non ti vergogni a speculare sui traumi infantili anche tuoi, ma sai che ti dico, il tema su tuo padre morto te lo doveva far scrivere in ginocchio sui ceci! E prendi questa! E questa!”
“Be', ma guarda che roba”.
“Abbiamo liberato una belva, mi sa”
“E questa! e questa! e...”
“Professore, basta così, è morto già da cinque minuti”.
“Ah sì? Strano, non mi sento per niente in colpa”.
“Adesso però deve liberarsi del corpo”.
“Ah, già, mi servono dei sacchi di nylon... una paletta... e devo andare a prendere la macchina”.
“Allora già che c'è può sbarazzarsi anche del nostro, cosa dice?”
“Beh, se insistete”.
“Grazie prof, sa che le dico? Io credo che stanotte noi non abbiamo solamente sfogato i nostri istinti bestiali”.
“Ah no?”
“No, noi stanotte abbiamo fatto qualcosa d'importante per la musica italiana”.
“Di solito a questo punto però mi sveglio sudato”.
“E perché prof? Non è mica un incubo questo”.
“Ah no?”
“Ma no, è un sogno come un altro. Più piacevole di altri”.

....

“Dormito bene stanotte?”
“Fatto un sogno strano... c'erano Qui Quo Qua che però erano tre miei studenti un po' bulli che ammazzavano Povia... e allora io per non essere da meno dovevo far fuori Tricarico, e poi...”
“Quand'è che ricominci a lavorare?”
“Dici che ne ho bisogno?”

domenica 6 settembre 2009

L'ultimo emiliano

Provare Bersani

Chi è cresciuto in Emilia, parzialmente assuefatto al mito del buongoverno locale, si è proposto almeno una volta nella vita il quesito: se siamo così bravi (e gli altri così scarsi), perché a Roma non ci andiamo mai? Forse allora non è vero che siamo così bravi? Forse siamo bravi come “amministratori” ma non come “politici”? Ma che differenza c'è, ce la spiegate? Perché se “amministrare” significa governare bene, e “politica” lotte per il potere, forse a Roma sarebbe meglio che ci andassero i bravi amministratori... o forse il problema è l'opposto: i nostri amministratori sono talmente bravi a lottare per le loro poltroncine locali da annullarsi a vicenda, perdendo il meglio della loro vita in congiure municipali e spianando la strada per Roma a latifondisti sardi, intellettuali della Magna Grecia, deputati di Gallipoli. Sia come sia, fino ai primi '90 i politici emiliani di caratura nazionale sono stati curiosamente rari. Se in seguito l'Emilia si è rifatta in modo clamoroso, è stato in massima parte con personaggi che alla lotta per le poltroncine non avevano potuto partecipare (e forse proprio per questo motivo erano 'costretti' a proiettarsi sulla scena nazionale): un'orda di cattolici (Casini, Giovanardi, Prodi, Franceschini) e persino un missino. Insomma non sarà quel paradiso del Buon Governo che molti credono, l'Emilia, ma è senza dubbio una delle migliori palestre per i politici; che pare aver giovato più al centrodestra che al centrosx.

Bersani è l'eccezione. Dovesse vincere le primarie (e dovrebbe), Bersani sarà il primo leader di centrosinistra a poter vantare il classico cursus honorum degli amministratori comunisti emiliani (proprio mentre nel frattempo l'Emilia rossa stinge): giovanissimo vicepresidente di comunità montana, consigliere e poi assessore a Piacenza, presidente di Regione, Ministro. Mentre lui saliva paziente tutti i gradini, sulla poltrona di segretario o di leader del suo schieramento si ritrovavano personaggi con minori esperienze e con storie del tutto diverse: penso a Prodi o Franceschini, ma anche a Rutelli. Questo per dire quanto sia radicata, anche se poco esplicitata, la dicotomia amministrazione-politica: a Roma ci vadano persone con belle facce (Rutelli), o belle idee (Veltroni), e se belle non si trovano che siano almeno facce e idee rassicuranti (Prodi); gli amministratori al massimo potranno ambire al ruolo di eminenze grigie; di estensori di decreti magari rivoluzionari sulla carta, che poi l'arietta romana si incaricherà di addolcire. Il vero salto della sua carriera è stato da burocrate locale a personaggio televisivo, ospite ideale di Ballarò più che di Vespa: il signore che a un certo punto della serata si mette a snocciolare i dati sull'economia e intorno si fa silenzio. Un anti-Tremonti, in fondo speculare al modello.

Ma Bersani, come Tremonti, sembrava l'eterno cardinale rassegnato a veder nominare i pontefici. Il gran rifiuto di partecipare alle primarie del 2007 ci impedì di assistere al vero scontro tra la politica romana dei grandi ideali (Veltroni) e l'amministrazione del potere (Bersani, con cricche dalemiane annesse e connesse). Sarebbe stato davvero un bel duello, ma Bersani lo avrebbe comunque perso, e allora a che pro? Con machiavellica rassegnazione i grandi burocrati Ds hanno lasciato che Veltroni bollisse nel suo brodo aromatico, e adesso si rifanno sotto. Con Bersani, grande amministratore con aura di tecnico e (not least) ultima faccia televisiva spendibile. Potrà anche sembrare una restaurazione, il ritorno del dalemismo, e in parte lo è, però... c'è qualcosa di più che non so spiegare in altri modi, insomma... Bersani è emiliano. Sarà anche un'astrazione geografica, ma ha un senso storico: mentre gli altri studiavano, lui amministrava. Quando si parla di grande scuola del PCI, si pensa sempre a quel certo plesso alle Frattocchie: c'è un equivoco. La vera scuola erano le sezioni locali, le circoscrizioni, i consigli e poi le giunte, con tutto il folklore annesso. Bersani non ha bisogno di improvvisarsi oggi cameriere alla festa dell'unità, perché gli spiedi li metteva su trent'anni fa: qualche giorno fa è stato a una festa padana e si è permesso di dire “Guardate che questa roba qui (mulinando l'indice) l'abbiamo inventata noi; e se chiedete al leader vostro alleato a che prezzo bisogna mettere uno spiedo per non rimetterci, lui non lo sa; io sì”. Un tipico sprazzo di orgoglio emiliano, versione passivo-aggressiva dell'arroganza lombarda (e meno male che avevo scritto che le regioni non esistono): “quello là” sarà anche bravo a metter su palazzine e televisioni, ma se gli chiedete quanto deve venire uno spiedo per non rimetterci, non lo sa.

“Mentre gli altri studiavano, lui amministrava”: ma sarà vero? Mentre lo intervistano scopro che Bersani è laureato (Veltroni e D'Alema no, per esempio), in filosofia, con una tesi, udite udite, di storia del Cristianesimo. Sarà anche solo un episodio nella vita di uno che poi ha fatto tutt'altro, ma me lo rende subito più simpatico. In un periodo in cui il cristianesimo è diventato un blocco compatto che si deve accettare o rifiutare in toto (magari sputandoci anche un po' sopra), mi trovo sempre più vicino a quelle poche persone che tra credere e non credere si sono accorti che c'era una terza dignitosissima scelta: studiare. Una settimana fa il candidato cosiddetto laico, Marino ha spiazzato qualcuno autodefinendosi cattolico. Bersani spiazza ulteriormente, rifiutando di rispondere alla domanda. Come? Un candidato che non vuole dirci se crede in Dio o no?

Me lo potevo immaginare ragioniere, Bersani, specializzato in qualche ramo di economia e commercio, o perché no, perito agrario; al limite ingegnere; invece salta fuori che l'unico candidato in grado di calcolare l'entità della manovra necessaria a muoverci dalle secche della crisi (19mila milioni, ma potrei sbagliarmi) si è laureato su Gregorio Magno. Quindi non vuole rispondere alla domanda su Dio: giusto, è come quando mi chiedono se il futurismo mi piace o no, che senso ha? Quando studi una cosa per anni ti rendi conto che è complicata, e che certe domande sono superficiali... (mr. Einstein, ma a lei questa relatività piace?) Invece di rispondere imbastisce un discorso che tramortisce una buona parte del pubblico: sono venuti apposta per applaudirlo (in più che per Franceschini) e alla fine risulteranno più freddi. La nostra concezione dell'umanità, spiega Bersani (a gente come me, che si aspettava dati sulla crisi e qualche battutina sul puttaniere), la nostra stessa idea di dignità umana, quel sentimento che ci fa provare un istintivo sdegno per le foto dei migranti respinti in mare, è il risultato di una civiltà che nasce col cristianesimo, e poi si biforca in varie direzioni, tra cui quella illuministica settecentesca. Ci sono altre culture, “più filosofiche”, come quella buddista, che dell'uomo hanno una concezione diversa. Diciamo che credono meno nell'individuo: e fa l'esempio della Politica del Figlio Unico. Pensavate che fosse un esempio limite di pianificazione comunista? No, spiega Bersani, “io ci sono stato, sapete: quando ne discutevano, una delle obiezioni principali era: ma un figlio solo verrà su viziato. Ora, una cosa del genere da noi sarebbe impensabile”. Laici o cattolici, noi abbiamo un'idea di individuo, che loro non hanno “e a quelli che insistono a dirci che certe cose non sono negoziabili [aborto, eutanasia, fecondazione], dico: continuate, continuate pure a non negoziare. Alla fine vi toccherà di prendervi ricette di gente che ha un'idea molto più diversa dalla vostra”.

Bersani continuerà a parlare per più di un'ora, e sarà bravo davvero: oltre a i contenuti, dimostrerà capacità retoriche non comuni, schiacciando a rete domande incerte palesemente improvvisate dall'intervistatrice. Ma sarà tutta discesa, almeno per me. Dopo aver parlato, con parole semplici, di dignità dell'uomo e di culture più o meno filosofiche, Bersani mi ha dimostrato alcune cose. Prima, di essere qualcosa di molto più del grigio burocrate che tiene la contabilità in seconda serata a Rai3: Bersani è un pensatore. Quello che pensa potrà essere discutibile – in fondo non siamo lontani dallo Scontro di civiltà huntingtoniano – ma visto da qui sembra davvero un pensiero: non un collages di aforismi celebri o un album di figurine; su certi problemi B. ha effettivamente meditato; le sintesi che proporrà saranno qualcosa di più di meri compromessi tra chi crede o no in un tale Dio. Seconda: è uno che questi pensieri non li tiene per sé, ma li offre a una platea che sì, è amica, ma forse si aspettava qualche lisciata al pelo in più. Il suo comizio mi ricorda quella scena del Gladiatore (film orribile) in cui Maximus scende nell'arena e decapita un paio di mirmidoni in pochi secondi: la gente non ha nemmeno il tempo per applaudire. È andata così: non si sono certo spelati le mani. Voteranno comunque per lui, sono modenesi diamine, ma hanno fatto un po' fatica a seguirlo. Che sia troppo bravo? La maledizione dei comunisti emiliani: si preparano, si preparano, per approdare preparatissimi in panchina. Bersani dovrebbe vincere le primarie con relativa facilità. Convincere gli italiani che dopo Berlusconi tocca a lui, e che bisogna tirarsi su le maniche e racimolare 19mila milioni o più, sembra ancora un altro paio di maniche.

mercoledì 2 settembre 2009

Cronache dalla campagna

Tempo di feste democratiche. Domenica Franceschini era a Modena; lunedì è arrivato Marino. Io sono andato a vedere entrambi e adesso vi racconto. Per chi non ha tempo: Marino 4 – Franceschini 1. Sabato la finale con Bersani.

Lunedì non sapevo ancora per chi avrei votato. Chiedendo in giro mi sono accorto di condividere con molti l'impressione che tutti e tre i candidati non siano poi male, “molto meglio di quelli di prima” (quelli di prima li avevamo votati perché erano meglio dei precedenti, ecc.).
Franceschini e Bersani sono comunemente ritenuti dei gentiluomini, un po' rovinati dalle pessime frequentazioni: Binetti il primo, D'Alema il secondo. Marino è generalmente simpatico a tutti, ma rischia di essere l'ennesimo scalfarotto (con tanto affetto allo Scalfarotto originale). Per cui si rimanda la decisione, si prende del tempo, addirittura si vanno a vedere i comizi. In una situazione del genere un oratore un po' trascinante potrebbe anche fare la differenza. Nessuno dei due lo è (nemmeno Bersani, che io sappia). Marino non ci prova nemmeno: ha trovato uno slogan da appioppare agli avversari, “siete leader del secolo scorso”, e lo ripete due o tre volte senza vergogna; ha così poca retorica che quel poco la sfoggia come una spilletta. Franceschini invece si capisce che è del mestiere. Ha un tono concitato immediatamente riconoscibile (è già un personaggio mediatico, lui: Marino forse non lo diventerà mai), un timbro lievemente stridulo, che ricorda la falsa intransigenza fassiniana, mitigata però dalla dolcezza del ferrarese. È la voce giusta per dettare un programma, imporre la linea: fermezza senza arroganza. Tra sei mesi potrebbe essere scomparso nel nulla, eppure la stoffa per diventare il nuovo Berlinguer catto-laico c'è.


Il campo di gioco

Entrambi giocano in trasferta: Modena, già feudo dalemiano dovrebbe incoronare Bersani – siamo molto prevedibili. Siamo però anche molto aperti al confronto, e domenica sera riempiamo l'arena concerti: molti restano in piedi, e i posti a sedere sono qualche migliaio. Successone, soprattutto se tieni conto che è l'arena dell'ex festival dell'Unità, e che quello che parla fino all'anno scorso era un post-democristiano. Se invece consideri che Franceschini è ancora il Segretario, e che questa è la sua festa, il paragone col passato è impietoso: dieci anni fa quando veniva D'Alema si bloccava la tangenziale. Caldi applausi, ressa finale per gli autografi. Bersaniani con molto fair play.

A Marino ci si credeva meno: niente Arena, il Palaconad era ritenuto più che sufficiente. Forse è Marino a non credere molto all'Emilia, al punto di ficcare nel primo lunedì di settembre (la data peggiore dell'anno, a pensarci bene), non uno ma due comizi: Piacenza alle 18 e Modena alle 21. Ora si può anche capire che siano collegi sacrificabili; nessuna pretesa di essere l'Ohio elettorale di Ignazio Marino, e tuttavia gli interrogativi sorgono spontanei: ma chi è che viene a vederti un lunedì alle sei a Piacenza? E se a Piacenza arrivi alle sei, e come minimo parli un'oretta, come accidenti puoi credere di essere a Modena alle nove? è evidente che quello che ti organizza la campagna non è lo stesso che ti organizzava le operazioni. Insomma, noi arriviamo con una mezz'ora di anticipo e troviamo il palaconad deserto. Mi viene in mente una trista serata di qualche anno fa, Cofferati in versione sceriffo davanti a una platea di vecchietti canuti. Andiamo a fare un giro in libreria.

Torniamo dopo venti minuti e il palaconad è esaurito. La gente sta già cominciando a sottrarre panchine dagli stand circostanti. Barattiamo un paio di sedie con due firme su una legge d'iniziativa popolare e ci sistemiamo sul fondo: la gente comincia ad appoggiarsi sulle pareti in compensato. Dopo mezz'ora il giornalista spiega che Marino sta arrivando da Piacenza: il pubblico mormora, qualcuno si indigna (Pc e Mo nello stesso giorno? Ma che roba è?), senza però schiodare dalle panchine. Il giornalista rassicura: l'intervista sarà trasmessa anche nella sala di fianco. Alla fine Marino riempirà tutte e due. Il primo lunedì di settembre, alle dieci di sera, il dott. Ignazio “Chi?” Marino sbarca alla Festa del Lavoro di Modena e fa il pienone. Tanti applausi, anche se c'è gente che rimane a braccia conserte tutto il tempo. Un signore di fianco a me applaude raramente, e spesso scuote la testa sconsolato: atteggiamento tipico del bersaniano disilluso (“ma queste cose ce le deve venire a dire un chirurgo?”) Se posso interpretare: molti modenesi voteranno Bersani sperando che realizzi il programma di Marino. Sì, lo so, è strano, siamo persone strane.


L'interlocutore

Entrambi si affidano alla forma intervista, una chiacchierata con un giornalista che non ha nessun interesse a metterli in difficoltà. Particolarmente sdraiato il direttore tg3 che intrattiene Fassino: a distanza di una mezz'oretta risulta difficile ricordarsi cosa abbia chiesto; l'unica domanda vagamente difficile riguardava il rapporto tra cattolici e laici, senza fare nomi. F. rassicura: nel partito ci sarà spazio per entrambi. Meno male. (Ah, e un paio di frecciate alla situazione del tg3, ma in prima persona, alla Santoro: chissà se ci sarò ancora, speriamo che non mi montino un caso-Boffo, sono andato in soffitta a guardare se ho qualcosa da vergognarmi nel passato, dichiarazioni dei redditi, vecchie fiamme, ecc. ecc. Probabilmente a Roma questo tipo di aneddotica funziona: gli ascoltatori pensano “Però, questo un pezzo grosso che rischia di perdere il posto e ha la forza di scherzarci anche su, fico”. Su da noi è un po' diverso: l'ironia è troppo sottile, non si percepisce. Si sente invece una forte tendenza a personalizzare i problemi, a gridare allo scandalo solo quando ti toccano il posto fisso ecc. ecc. ecc.).

Una scelta migliore è l'intervistatore di Marino, Formigli. Finge addirittura di volerlo mettere in difficoltà, ricordandogli l'unico incidente della sua campagna (l'infelice uscita sulla “moralità” del partito all'indomani dell'arresto del segretario di sezione stupratore). Le domande sono un po' più pepate, come le vuole il pubblico, con nomi e cognomi: insomma, Binetti sì o Binetti no? La gente applaude la domanda ancora prima della risposta.


I contenuti

Ecco, è un po' imbarazzante. Forse avrei dovuto prendere appunti. Ma insomma, io sono stato giù nell'arena in piedi, a sentire Franceschini per 40 minuti, applaudendolo persino... e non mi ricordo niente. Non dico che mi abbia annoiato. Non mi ha nemmeno acceso nessuna spia. Nessun passo falso, ma come dire... niente in tutto. No, esagero, ma davvero: niente che non si potesse riassumere in venti minuti da Vespa o a Ballarò. Aspetta, mi è venuta in mente la cosa delle due rose. Sì, è andato a portare una rosa bianca sulla tomba di Zaccagnini e una rossa su quella del partigiano comandante Bulow. Le due rose, uhm. Insomma, abbiamo un grande passato, anzi due grandi passati, in cui a volte ce le siamo date ma abbiamo anche fatto cose fantastiche assieme, come resistere ai nazisti. E il futuro? Beh, la prima uscita un po' infiammata (forse l'unica) è sulla fuga dei cervelli: stiamo mortificando i nostri giovani, dice. Io applaudo, ma il giorno dopo Marino tornerà sul problema citando esempi concreti.

Se di Marino ricordo molte più cose è perché Marino, senza essere un grande oratore, è un vivace affabulatore. Si sta viaggiando l'Italia e si capisce che ha voglia di raccontartela: la gente si aspetta tirate laiciste e invece lui comincia parlando di operai che fanno lo sciopero della fame (è andato a trovarli) del comune di Riace che è diventato una comunità multietnica, eccetera eccetera, e passa una mezz'ora abbondante senza tirare fuori la parola “laico”. È il giornalista che lo deve aizzare: la gente qui è venuta a sentirti fare il laico, su, facci un po' il laico esasperato. Ma anche parlando di contraccezione ha più voglia di raccontare episodi che di spiegare le sue idee: durante una tavola rotonda ha sentito un parlamentare (di destra) ammettere che i ferri sono meglio della pillola perché “fanno paura”. “Ma siamo impazziti?” Ovazione. E la Binetti? “Se mi dimostrano che il 70% del partito è con la Binetti, io ne prenderò atto. Ma se invece il 70% del partito la pensa come me, anche la Binetti dovrebbe prenderne atto...” ovazione, e il giornalista incalza: la vorresti fuori dal partito? Sornione, Marino indica il pubblico. Il pubblico fischia e urla improperi alla parlamentare inciliciata. Alcuni devono essere per forza gli stessi che ieri hanno applaudito il suo candidato.


Bilancio

Franceschini non è male, no: come si dice in questi casi: “è una risorsa” (di solito dopo averlo detto si preme il pulsante della botola). Ma insomma, ha un modo di tenere insieme tutto e niente che mi è troppo familiare.
Lampadina: Franceschini è un Veltroni Senza. Senza Kennedy, senza metri quadri a Manhattan, senza cinema, senza romanzi, senza Africa, senza figurine, senza tutte quelle cose che dovevano alleggerire la figura del leader e invece l'hanno impiombata. Franceschini è molto più leggero, ai limiti della non consistenza: si vede quello che c'è dietro e dietro ci sono molte buone intenzioni e alcune brutte facce.

Marino non vincerà mai. In tv non lo conosce nessuno, molti andranno alle primarie senza nemmeno sapere chi sia. Allo stesso tempo uno che ti realizza una serata così, il primo lunedì di settembre a Modena, ha già vinto. Ha fatto uscire la gente e gli ha raccontato cose che già sanno: crisi economica, emergenza immigrazione, conflitto d'interessi, cosa manca? Ah sì, la questione laicità. È come se avesse preso in mano l'agenda: Franceschini, o Bersani, dopo aver vinto, avranno di fronte i problemi che sta ponendo lui. (Si chiama egemonia).
Verso la fine mando un sms al mio amico ex assessore che non è venuto perché ultimamente tutta la baracca non la regge più. “Qui c'è Marino che si sta mangiando Franceschini”. La risposta arriva in pochi secondi: “Io voto per lui. Appena posso mi faccio anche operare".

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